La parte riservata e l’ottavo sabaudo▐ Ellsworth Kelly, Roland Barthes, Charles Fourier, V.S.Gaudio

Ellsworth Kelly│ White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

La transizione del podice sabaudo alla Crocetta.

Lebenswelt con Ellsworth Kelly, Charles Fourier e Roland Barthes sull’ottavo nella città della Ruota

 

La donna che appare di punto in bianco o in rosso

non è vestita di rosso, ha un abitino chiaro quasi a pois

col cinturino e il passo tra bianco e rosso

quella linea nera delle scarpe quella linea così

puntuale all’appuntamento col poeta in quell’ora

quel momento quel giorno allora alla Crocetta[i]

quelle mutande tese in un qualche luogo segreto

intanto  che in quel momento così dentro

la linea meridiana di punto in bianco

tra nero e rosso, nero sotto e rosso sotto

e sopra il rosso il nero stava sotto

il bianco che è un po’ consumato

questo sottile piacere che monta

dalle scarpe quel suo passo più rosso

di così,  così preciso così assoluto

così assolato così interpretato

così vissuto che non si può dire

altro né mai si dirà altro tanto

che pur avendola rincontrata

non le si potrà mai dire altro

che non incontrarla più

di punto in bianco

né in rosso o in nero per via

del cinturino e delle scarpe

e gli occhiali da sole è tanto

che aspetti avrei dovuto

sussurrarle toccandola basso

per via di questo rosso sotto

il nero per via delle sue mutande

bianche per via della carne del tergo

per il suo podice così rosso sotto

il nero sotto il bianco così sabaudo

avrei scritto quarant’anni dopo

che come in qualunque classificazione

di Fourier c’era una parte riservata

che è il passaggio, il misto, la transizione,

anche il neutro, rileva Barthes[ii], la banalità,

l’ambiguo, e infine diamogli il nome del

supplemento, e naturalmente non posso

non dire che quella donna con quel culo

alla Crocetta[iii], quell’apparizione, quel

passaggio, quella parte riservata era

nel conto, l’ottavo della collezione

sotto il bianco sabaudo questa estensione

del nero sabaudo sopra il rosso

la parte legale dell’errore, nel mio bioritmo,

nel suo, un calcolo di felicità, per Barthes,

un calcolo di gaudio, per me, l’errore è

immediatamente etico per via del tocco

e del suo podice, nella Civiltà al mercato

della Crocetta oltre la metà di quel giugno

e nella prima metà di quel luglio alla Cittadella

quando quell’ottava parte del mio (-phi) sabaudo

ritornò al passaggio al meridiano, transizione

tra il cinturino nero e le scarpe nere

e l’identico passo del medesimo culo sabaudo

un vago riconoscimento di un possibile

scarto tra il mio ciclo Fisico e il suo, lei

transita in un altro mercatino da una

classe all’altra, e mi lubrifica l’anima

del mio apparato combinatorio perché non

cigoli il (-phi) perché fluidifichi il suo animus

mai così rosso premuto dal nero e sotto

il bianco che è sempre lo spazio del neutro,

tampone, o punzone, ammortizzatore

che soffoca, addolcisce, segna ossessivamente

l’alternanza paradigmatica del suo passo,

che, come scrisse Barthes, dev’essere la

transizione che si può chiamare nocepesca,

in mezzo tra susina e pesca, ottavo del mio

(-phi) e ottavo del suo animus, mai così scandalosa

per quelle strade del passaggio sabaudo e mai

così inclassificabile se non quarant’anni dopo,

in quello spazio del neutro, del supplemento

di classificazione, con quel culo senza nome

e codice fiscale che collega i regni e le passioni,

i caratteri, 810 di quel podice e 810 di questo

(-phi) nella losanga di Lacan, eravamo a Torino

nella Civiltà Meccanica della Ruota l’ultimo

degli Scalzacani nella transizione del podice

torinese, forse nella meccanica ebrea, cabalistica,

così precisa e matematica, lingua pura del

combinatorio, del composto, cifra stessa

del fallo e del gaudio, che, in Civiltà, scrive

Barthes per Fourier, sono banalità, transizioni

e passaggi della banalità, e giustezza del

funzionamento, che l’errore dell’ottavo

esalta e garantisce sotto il bianco il nero

il rosso di Ellsworth Kelly[iv] il culo della giustezza

torinese e forse ebraica, se non valdese,

per come si oppone alla media, anche

nella formula del calcolo semplice di Fourier

degli 810 caratteri: la popolazione 41 anni fa

della città divisa per 810 e poi il Neutro

dell’ottavo per via del suo passo così bianco

sopra il nero sopra il rosso del suo podice

e le gambe che per quelle vie sviano sempre

il senso, la norma, fanno prendere a noia

il medio, per quanto questo come dito medio

possa essere il meridiano e il (-phi) del poeta

nella transizione che è fuori norma

fatta a piedi da chi passa senza ruota

con quelle scarpe, sotto, il cinturino

sopra e l’animus nero degli occhiali

da sole che come la nocepesca

si colloca fra la marca e la non-marca

ammortizza l’opposizione degli occhiali

da vista del poeta e l’occhio, del culo, della donna,

quell’ottavo che innalza il (-phi) in mezzo

sotto il rosso, sotto il nero, sotto il bianco

carezze di percorso o ricognizioni di terreno

in quest’inganno della Civiltà che

in quel bel mezzo, in quel passaggio,

misto e ambiguo supplemento produce

di qua la felicità per via del cinturino

e la pelle del composto e di là il gaudio

per l’intermedio e la giustezza dell’errore

che riempiono il sistema e fanno il piccolo

numero del senso sviato per 41 anni

anche per gli ambigui “pomodori molli[v]

un po’ come il pesce-volante, i crepuscoli

duplicità dei contrari e transizione allora

che impedisce la monotonia in amore e

ragionando in contromarcia come Fourier

sotto o dietro quel rosso l’elastico delle mutande

e l’elasticità del podice nell’ellisse

forse del ciclo Fisico ha un rosso duplice

e anche l’ottavo stesso dei pomodori[vi]

che lei ordina al mercato al tocco del poeta

nello spazio del neutro, geometria che

collega il regno e la repubblica, le passioni

e i 1620 caratteri dei due attanti

[i] Cfr. V.S.Gaudio, L’esemplare d’obbligo che liquidò Aurélia Steiner, Uh Magazine 5.2013

[ii] Cfr.Roland Barthes, La nocepesca, in: Fourier, in:Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977.

[iii] La costituzione morfologica corrispondente all’oil on canvas “White Black Red” di Ellsworth Kelly, quell’ottavo torinese degli anni settanta alla Crocetta, e poi in via Cernaia fin in via Cittadella

, con quel cinturino nero ha quasi la stessa parte riservata di mesomorfa così come fu fotografata per Aurélia Steiner Corsicano, quella di Aiacciu, visibile qui in una stazione ferroviaria. Leggi tutto il testo su il cobold”.

[iv] Ellsworth Kelly, White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

[v] Cfr. TORINO E I POMODORI INEFFABILI DI SAN GERVASIO.

[vi] Vedi anche Calendario del Bonheur su Uh Magazine, sempre tratto da: V.S.Gaudio, Chambonheur, leggi l’Uh-Book su Issuu.

v.s.gaudio

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Caffè. La Stimmung di V.S. Gaudio con Loris Maria Marchetti

Caffè.

Stimmung di V.S. Gaudio  con i Caffè di  Loris Maria Marchetti[i]

 

I

Tra i piccoli caffè della città

più accoglienti e discreti

per rintanarsi anche con chiunque

non ami ve n’è uno ideale,

forse quello nella piazzetta

del Conte Verde, se ricordo

bene, in pieno centro, là dietro

in cui ci sono stato ma non

ricordo con chi, forse vi capitai

con un amico poeta e neppure

dopo quando ci ritornai

non riesco a focalizzare

con chi, forse per via del

fatto che ero appena

uscito da quella suite

turinoise in pieno centro

partendo da via Cernaia

nella misura e per il piede

del podice sabaudo che mi

era apparso esattamente 23

giorni prima, quanto un ciclo

fisico, alla Crocetta

Roy Lichtenstein – Cup of Coffee , 1961
II

Sempre in via Cernaia

all’apice della mia forza di poeta

alla pasticceria Querio

che non era un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso, un po’

consunta la pelle delle seggiole,

la pelle dei calzoni di chi si alzò

a prendermi lì davanti la pasta,

come se fosse di legno come le

poltroncine e i tavolini e le pareti tutte

e i vetri su cui impareggiabile

era il suo podice all’apice della forza

magari in un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso,

un po’ anche a Torre Pellice

l’avrei rivista volentieri

sarebbe stata suggestiva

e impareggiabile quel secondo grado

che Eric Berne chiamò “malanno del Kent”

e io “se fossi venuto in quel caffè”

l’avrei chiamato “malanno del Querio”

o “malanno della Torre Pellice”?

III                                               a Francesca

Poco ha in comune

con quel Caffè che c’era all’inizio di

via Micca e dava a voler guardare fuori

su Piazza Solferino dove ci andai

con un pittore che stava lì vicino su una banca

quando un mezzogiorno mi chiamò

vedendomi passare sotto i portici:”Poeta!”

e poi ci ritornai con chi aveva un doppio

nome francese e voleva portarmi

a giocare a tennis, tanto che da lì

da quel Caffè Drop-shot  non presi più

quella palla al volo, ma erano pur

sempre anni di piombo e tu che

non eri presuntuosa di quel nome

pensi che avremmo fatto un match

a dimensioni mitiche?

[i] Loris Maria Marchetti, Caffè, in: Idem, IV.ALLEGRETTO CON SPIRITO, in:Idem, Suite delle tenebre e del mare, puntoacapo, Alessandria 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

La suite turinoise ♦ V.S.Gaudio

L’orologio e il bioritmo del  passo sabaudo  a S.Gervasio

La prima cosa che ho fatto, e non era il settimo giorno, una volta a Torino è stato il contrario dell’uomo a disagio e irrequieto della Centuria Ottantasette di Manganelli[i], che aveva comprato un grosso orologio, per insegnare tempo al tempo, ho buttato via l’orologio, cosicché, pensavo, il tempo potesse imparare dal tempo, così non essendoci il misuratore il tempo non sarebbe scappato via. Senza orologio, non avrei usato il tempo, né tantomeno avrei dovuto trattare col tempo, o sottostare alle sue regole. Certi giorni i secondi, specialmente al mercato della Crocetta,  correvano via troppo in fretta, e quando toccai il deretano a quello che fu l’esemplare patagonico del podice sabaudo[ii] pensai che adesso sì che saranno lunghi e nel gaudio infinito i minuti del godimento quando interagirò con questo mio oggetto “a” nel piacere singolare così costituito, sarà come ammaestrare il futuro, e i minuti diverranno ore e le ore giorni e i giorni mesi e i mesi anni e gli anni lustri. Quando andavo alla Crocetta non ricordo se fossi a disagio o irrequieto: certo, a guardarmi, si poteva osservare questa sequenza: cammina, si ferma, si regge su un piede, adesso si avvicina a quella bancarella, sfiora con un dito il fianco di quella donna, si gira, sospende il tocco lieve, riparte di corsa, eccolo fermo all’angolo, o vicino alla finestra-vetrina di un negozio di alimentari dove l’esemplare patagonico del podice sabaudo è entrato, sospira, guarda dentro come se guardasse la merce esposta, si appoggia al muro; in realtà, egli è estremamente insoddisfatto della propria vita, vorrebbe avere l’orologio al polso per controllare quanto tempo è che lei sta là dentro, e verificare l’ora esatta della sua apparizione, ha bisogno dell’orologio per determinare l’ora del passaggio di quel demone meridiano, anzi vorrebbe un orologio capace di catturare il tempo e costringerlo a tenere il passo dell’esemplare patagonico del podice sabaudo, sempre, non solo il sabato al mercato alla Crocetta[iii], tutti i giorni, quando riapparirà in via Cernaia e poi svolterà giù all’improvviso e con quel passo legato al cinturino del suo vestito e alle sue scarpe col tacco da 2 pollici e mezzo svolterà infine in via della Cittadella  come se fosse proprio sulla stessa  strada, sullo stesso percorso quotidiano, del poeta, che sta andando in Biblioteca, e invece lei va nell’edificio attiguo, che poteva essere lo stesso liceo artistico dove insegnava una pittrice amica del poeta, che, con l’orologio  e una mappa stradale, forse l’avrebbe capito in tempo per non dovere consegnare in modo irredento e assoluto quel podice sabaudo all’eternità del suo infinito piacere singolare.

Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.
Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.

Il tempo non sta ai patti, e nemmeno al passo con quel podice, il tempo è vittima del tempo, e il passo di quell’esemplare è dentro il bioritmo di quell’esemplare sabaudo così patagonico; in realtà, come il poeta sospetta da qualche tempo, anche il tempo è volato via da quella città, non perché non la sopportasse, ma è che non riusciva a risolvere il proprio disagio, perché, se vai a vedere, l’orologio non ha quel passo, e per avere quel passo, o misurarne il tempo, avrebbe dovuto misurarne, attimo dopo attimo, l’angolo di posizione del tergo, della carne del tergo, non certo per sapere se quel passo, così come quella carne e quel tergo, stia correndo, o indugiando, o, quando viene sfiorato dal dito del poeta, stia comprando pomodori molli al mercato della Crocetta sabato alle 11.50. Per questo il tempo di quel passo non è detto che potesse aver bisogno dell’orologio del poeta, o che, avendo l’orologio al polso, la suite turinoise[iv] sarebbe stata definitivamente chiusa, dandosi in una determinata ora appuntamento con l’amica pittrice proprio quando sta chiacchierando con la sua collega, identità svelata di quell’esemplare patagonico del podice sabaudo oggetto dell’inseguimento del poeta.

Mercato della Crocetta
Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.

In realtà, nessuno è stato ai patti, l’orologio, il poeta, il tempo, il podice sabaudo, l’amica pittrice, il bioritmo del poeta, il bioritmo e il passo del culo torinese, il calendario, la luna, le strade, la piazza, i portici, il cinturino del suo vestito, gli occhiali da sole, le scarpe, anche perché se la strada, come scrive Manganelli, è fatta sempre di quarti d’ora, ma quattro strade non fanno un’ora, fanno sei giorni, e lei con quel passo, essendo apparsa  che nel calendario era S.Gervasio, e allora sì che si è fermato tutto, ventitré giorni, quando si ripete lo stesso giorno del ciclo Fisico del suo bioritmo e di quello del poeta, non ritorna sui suoi passi, ma adesso quel passo è prima sotto i portici e poi, di nuovo, attraverso un mercatino rionale, ma attraversato come se fosse una piazza, come se il tempo stringesse, tra il cinturino e le scarpe, e la linea meridiana delle gambe, non sta fuggendo, né scappa, anzi le strade si accorciano, il percorso adesso è abituale, è come se stesse andando là dove in una settimana, al massimo, la sua vita sarà definita e quantomeno, il poeta se ne accorge e lo sente, è proprio adesso che lei si sta togliendo le mutande per catturare il tempo, il tempo del poeta , e costringerlo a stare in mezzo, tra il tergo, la carne e il suo passo, adesso, domani, sabato prossimo, il luglio che verrà, tutti i sabato, anche la domenica e il lunedì, sempre, tutti i giorni, tutta la vita.

[i] Giorgio Manganelli, Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli editore, Milano 1979.

[ii] Cfr. L’esemplare d’obbligo giudaico-torinese.La Stimmung con Thomas Bernhard sull’oggetto a del poeta che liquidò Aurélia Steiner a Torino, in Uh Magazine 2013/05

[iii] La parte araba del Diritto fatale di pedinamento [=Asc.+ H – Mercurio], rilevata sui dati di quel 19 giugno, è nell’orbita dell’Ascendente del poeta-inseguitore alla Baudrillard, anzi pare che fosse proprio sullo stesso grado dell’Ascendente nel cosmogramma radicale del poeta.

[iv] Cfr. Jean Baudrillard, La suite vénitienne, in: J.B. La transparence du Mal, Ed.Galilée 1990.

 Quando fu sulla rampa delle scale dell’edificio attiguo alla Biblioteca,l’esemplare patagonico della Crocetta si immobilizzò come oggetto “a” simile alla “Miss Otis Takes Flight” di Kenton Nelson.
Quando fu sulla rampa delle scale dell’edificio attiguo alla Biblioteca,l’esemplare patagonico della Crocetta si immobilizzò come oggetto “a” simile alla “Miss Otis Takes Flight” di Kenton Nelson.

 

Corto Maltese e il Pantano dei Bei Sogni ░ V.S.Gaudio

lebenswelt 3 corto maltese

Corto Maltese e il Pantano dei Bei Sogni ░

Lebenswelt con Hugo Pratt sul Bosco del Torinese e il bagliore ainico della moglie del Poeta

Come se fosse stata qui la spedizione, nei pantani della Sibaritide o non nell’Orinoco, dove nel delta si inventano numerose lagune, e dove la più bella è anche la più pericolosa[i]; e con Corto c’era il poeta, la moglie del poeta e l’esperto marinaio il padre di questa, legati nel nome della lode del mare o dell’acqua del genere maschile.

La moglie del poeta era una navigatrice provetta, esperta seguace del padre, nella sua giovinezza, quando a volte appariva sulla spiaggia a trarre a riva la barca insieme al padre e ad altri marinai, gli avventori, semplici bagnanti o curiosi della battigia, restavano abbagliati dal bagliore ainico della giovane donna che, anche in shorts bianchi a fior di culo, si faceva demone meridiano per la libido di quasi tutti quei visionatori  occasionali e precisi destinati a farsi cultori indefessi di quell’oggetto “a”; se non ci fosse stato il poeta, la regola sequenziale degli items del Contatto[ii] e della Carezza[iii] non si sa in quanti soggetti sarebbe stata fulminata dal bagliore ainico della figura  lodata, nei piaceri singolari diuturni di quegli avventori, come “lode del mare”, tra greco e latino, e anche “racconto del genere maschile”.

  • C’è un tamburo o una sirena infinita che udiamo da un bel po’, eppure non sappiamo dire da dove possa provenire, anche se il messaggio è chiaro e dice che nel pantano dei bei sogni c’è un torinese, ed è malato, anzi, ne siamo certi, dev’essere pazzo. Nessun torinese, dice Corto, resterebbe nel pantano dei bei sogni , a meno che non sia pazzo.
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.13
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.13

 

Cosa ci farà in questo posto?

Ci sono tre posti terribili tra il Delta del Saraceno, del Satanasso e della foce del Crati, il più pericoloso è il pantano dei bei sogni, o il bosco del torinese. Bisogna andare a vedere, dice Corto. Non posso lasciar solo quest’uomo…

  • Bene, Corto Maltese, gli risponde il poeta. Se vuoi andiamo, ma non sarà facile raggiungerlo; intanto bisogna attraversare la ferrovia, e quindi vorrà dire che non siamo venuti in barca.
  • Smettetela con quei tamburi, urla il torinese, basta, basta, divento sordo, questa non è la contrada del campanaro, è semplicemente la contrada del pantano, e se c’è quel marinaio con quel pezzo di figliola appresso allora è la contrada del bosco del torinese, anche se dovrebbe essere chiamata la contrada dell’ainos maris, che è la lode e il racconto del mare e del genere maschile, e che è anche il terribile, l’Heimlich del (- φ), stando a quanto dice il marito della giovane figlia di quel marinaio che, si narra, appartenne alla banda Pignatelli che operò nel golfo di Taranto durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Dio mio, che bello questo pantano dei bei sogni, e delle infinite pugnette, è strano che Harry Mathews[iv] non vi abbia ambientato alcun piacere singolare, che tipo scarso! Qui, c’è il tesoro del reggimento a cui appartenne da militare anche il poeta, che era della Brigata Pinerolo e, poi, si è dovuto congedare, quel coglione antimilitarista, nel luogo in cui c’è la Confraternita della Caccia e di Sant’Uberto, un autentico fesso costituzionale, per questo l’abbiamo spedito a Torino!

… Ah, sentite, arriva qualcuno, devono essere i miei vicini, con quel bella puledra marinaia, non ditemi che è dal mare che sta venendo la lode del mare!

  • Come sta?, chiede Corto al torinese.
  • Orribilmente, anche se a vedere la figlia giovane del mio buon marinaio della Banda Pignatelli, il sobbalzo del mio (-φ) non solo mi fa venire il singhiozzo ma, se non distolgo il pensiero, ho emissioni incontrollate non solo di liquido preseminale. Lei non sa quante volte questa giovane figa del bagliore ainico allieta i miei piaceri singolari. Non crede che il poeta, che ne detiene il godimento singolo e singolare, debba ogni tanto delegarmi come suo sostituto, non solo notturno? E’ ignobile che quello straordinario picciunazzo, come dicono qui questi terroni, se la faccia sempre con quell’insignificante poetino di suo marito, non crede?
  • E’ sconsiderato, disse Corto.
  • Sconsiderato? Lei è generoso nei suoi confronti.
  • Allora, diciamo inammissibile, ma non ci pensi più per il momento, o, almeno, resista fino a stanotte e poi ne faccia la lode infinita nei suoi piaceri singolari notturni fino al sorgere del sole. E a proposito, perché non ne manda una microcronaca ad Harry Mathews?
  • Scommetto che lei è della Folletto. Va rompendo il cazzo di casa in casa per carpire i piaceri singolari della gente. E non solo i piaceri notturni.
  • Non direi, rispose sorridente Corto. Questo è il Bosco dei Bei Sogni, o il Pantano, se vuole, non ci sono case né casolari, né pisciaturi, né capanne o caselli dell’eterotopia, non solo come la intende Michel Foucault[v].
  • Non ho caldo, rispose ancor più sorridente il Torinese. E poi è tutto maledettamente bello qui. Il Pantano dei Bei Sogni, il Pantano delle Seghe del Torinese…
  • Senta, questo Pantano ha un nome, il Pantano dei bei sogni e delle pugnette del poeta, è il più pericoloso della nazione e del mondo, la dimora di tutti i fantasmi più immondi non solo d’America…Guardi l’erba…non finisce mai di crescere…più ne tagli, più ne cresce, altro che Folletto, questo è il posto da cui è stata generata la produzione infinita dei tagliaerba. Su, venga via, venga con me, ritorniamo nel nord Italia!
  • La ringrazio, ma resto qui, sono il Torinese e questo è il Bosco del Torinese.
  • Senta, aggiunse Corto, qui in questo Pantano ha origine ogni malattia e qui, quando si comincia a sognare non ci si sveglia più, è la contrada del Campanaro e della Pignata piccola, lei è stato ingenuo a venire quaggiù, anche se è dentro il sogno di fottersi la moglie del poeta per un intero ciclo lunare, manco fosse un saraceno.
  • Cosa vuole insinuare?
  • Oh, basta! Posso indovinare quasi tutto di lei. Non solo lei è un piemontese tipico, ma se voleva fottersi la moglie del poeta perché non se l’è fottuta prima che fosse la moglie del poeta, avrebbe potuto farlo benissimo quando veniva a cercar funghi con tutte quelle sorelle depravate , che, a conti fatti, pur essendo quella giovane il piatto forte e appetitoso, una botta a ognuna di quelle troie avrebbe potuta dargliela almeno una alla settimana, cioè una fase lunare la sorella maggiore, la fase a seguire la quarta, poi riposo per via della terza che non è chiavabile nemmeno se te lo tira su prima la giovane, quella della lode del mare e del fallo, quindi si riprende e via anche con la madre, tanto il marinaio non c’è mai in loco, lui va sempre per mare, e la sua casa è il porto di approdo di tutti i filibustieri di tutte le confraternite interregionali, poi quella che è rimasta, e infine la giovane, a fotterla nel novilunio o nel plenilunio a seconda delle posizioni del Foutre du Clergé de France da inscenare. Comunque, adesso la cosa non è più possibile. Lei è malato, sia ragionevole, lo faccia recintare questo bosco e venga con me.
  • E la seconda che fine ha fatto? – chiese il Torinese.
  • A parte il fatto che quella , per essere chiavabile, dovremmo rifarla dalla testa ai piedi e, possibilmente, chiamarla con un altro nome, e, poi, non lo sa? Andando spesso da Pignatelli a Sellia Marina, a un certo punto non è tornata più nel Pantano, l’hanno ritrovata a scopare con il Folletto nella zona della Nato di Vicenza, ufficialmente presso i parenti recentemente verbalizzati come famiglia di San Giovanni.

Nel Pantano dei Bei sogni c’è  nella notte del Torinese la vincita alla Lotteria di Sibari, e quel maledetto carro armato tedesco, davanti al quale era scappato e nessuno si era stupito, tutti avrebbero voluto fuggire, ma ci vuole più coraggio a vivere da vili che a morire da eroi, e allora il Torinese adesso attaccherà quel carro armato e poi recinterà il bosco e se ne andrà a Ventimiglia a far la tratta degli immigrati clandestini, e la sera andrà al Casinò di Sanremo dove conoscerà la pittrice Klelia Kostas, e la porterà poi a Torino, con i capelli rossi e gli occhi verdi, ma prima deve fermare quel maledetto tank tedesco, altrimenti come si farà poi ad emigrare in Germania, appena finita la guerra e quando non era ancora cominciata come farebbero a vendere il Kobold come Folletto principalmente in Italia, quando non giravano porta a porta nemmeno i bardinellisti dell’Albidona…

Così prima che spunti l’alba, il Torinese fa saltare il Tank e prende tutto il denaro dei tedeschi e degli americani insieme, e anche degli inglesi, poi cade in un buco ma la ferita non gli fa molto male, si guarda in giro e non c’è più nessuno, dove sono gli altri, perché lo hanno lasciato solo in questa nebbia nel pantano di Villapiana?

Vuole tornare nel Bosco dei Bei Sogni che gli piaceva tanto e farsi un piacere singolare, con la figlia giovane del marinaio che ha fatto un casolare vicino al Bosco e per entrarci deve attraversare la ferrovia ma non c’è pericolo perché c’è il semaforo e quando è rosso allora lui passa, e se passa la figlia, così la sogna nel piacere singolare, che viene qui per funghi o per le grosse pigne, finisce che per non farle pagare il canone Rai a Torino le faccio vedere come si innalza il mio (-φ) quando lei mi fa la numero 40 per raccogliere funghi anche se sarebbe bastato fare la 17; la sua azione è stata magnifica, la sua bomba ha fatto saltare il dispositivo di alleanza della figlia bona del marinaio che ha eretto il casolare davanti al Bosco del Torinese dopo che lo Ior gli aveva ordinato di vendersi la casa della dote della moglie per sposare la prima figlia, nello stato di famiglia così ordito, a uno zingaro delle giostre stanziali, è stato spiacevole che quel tanghero di mitragliere abbia sparato al Torinese, anche se non lo ha colpito, ma è soltanto un sogno, e difatti pur avendo recintato il Bosco, poi è cresciuta l’erba e quelli del Comune non sono venuti più a tagliarla, e allora la Ferrovia ha venduto la rete elettrica e quelli hanno messo altri fili e tappato le finestre del casello, per evitare che il fantasma del Torinese continuasse a molestare le ragazzine che passavano in bicicletta o in motorino, poi se avevano la vespa, a guardarle, era immediatamente dentro un subitaneo piacere singolare a spruzzo immediato, per via dell’acqua, o della fonte che, intanto, se l’è ricordato ha a che fare con quel marinaio e il suo cognome e anche con una chiesa sconsacrata a Roma dove adesso si è preso mattoni e nome una ditta che fa le videoconferenze, ma non si tratta di  visionatori, nel senso di Edgar Morin, così a tarda sera, passa l’ultimo treno, e poi non ve ne saranno più, gli appare la moglie del poeta, che gli dice che tra il poeta, che è stato mandato via a Torino, e lui, il Torinese, lei sceglie il Torinese che è qui nel Bosco del Torinese e adesso è davvero una sorpresa, un Heimlich ainico, credeva di essere solo il Torinese e detestava il mondo, e si era incazzato con Pignatelli che riposa in pace a Santa Maria dell’Armi, che da qui, dal Bosco dei Bei Sogni, lo vedeva ogni giorno, e anche di notte, se c’era la luna, e di turno non fotteva nei sogni la giovane figlia del marinaio che con quel nome dell’acqua e del mare, anche se il mare è la figlia più giovane, per via del nome lo è anche per la lode del genere maschile e quindi del fallo, che essendo, secondo Lacan,  il (-φ) e quindi è quello del poeta, e allora il Torinese chiede alla moglie del poeta se lo ama, le chiede:

– Mi ami sinceramente, o vuoi semplicemente farmi una pugnetta, s’intende una bella pugnetta qui in questo Bosco dei Bei sogni e delle Belle pugnette?

E lei che cosa gli risponde al Torinese?

– Sì, caro Torinese [ è così che si chiama: n.d.r.], non potevo fare a meno di venire.

E il torinese:

– Oh, Gaudio mio…allora sono felice…felice…felice.

E quando arriva Corto al mattino gli si dice che è morto all’alba il Torinese e non aveva nemmeno chiuso il cancello del Bosco che dà ad est sul mare, prima dell’alba, e all’alba, lo sanno tutti, era nato il poeta, che, nel Pantano dei Bei sogni e delle belle pugnette, non c’è niente da fare, anche se l’hanno spedito a Torino a toccar culi sabaudi al mercato della Crocetta, è lui il gaudio della giovane figlia di quel marinaio il cui nome è più terribile dell’Heimlich freudiano ma col nome della figlia più giovane è semplicemente il racconto e la lode del mare e del genere maschile, che, lo sanno tutti, è il fallo, e quindi, secondo Lacan, è il (-φ) del poeta. Che è stato spostato a Torino.

░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.31
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.31

[i] Cfr. Hugo Pratt, Corto Maltese.La laguna dei bei sogni, in: Hugo Pratt, Corto Maltese.Le lagune dei misteri, Lizard edizioni, Roma 2002.

[ii] Cfr. ITEMS DEL CONTATTO, in: V.S.Gaudio, Manualetto della Mano Morta , Scipioni Bootleg, Viterbo 1997:pagg.10-11-12.

[iii] Cfr. ITEMS DELLA CAREZZA, in: V.S.Gaudio, op.cit. : pagg. 18-19-20.

[iv] Harry Mathews, Singular Pleasures,  P.O.L. éditeur 1983.

[v] Cfr. Michel Foucault, Le eterotopie[1966]. In : Idem, Utopie Eterotopie, trad. It. Cronopio, Napoli 2006. Cfr. anche : 1) V.S.Gaudio, Miroir d’Hétérotopie;  2) V.S.Gaudio, L’Homerotopia: entrambi in : Alessandro Gaudio, Il limite di Schönberg. Ricerche Estetiche, con testi di V.S.Gaudio, Edizioni Prova d’Autore, Catania 2013.

 

░ Lebenswelt |3 esce su “gaudia 2.0”[online qui]; su “blueblow” e su “lunarionuovo” n.74 ░

 

 

 

 

 

 

LEBENSWELT 2 ▌ Klelia Kostas e “Secondo Voi”

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Klelia Kostas, la Tv di Stato e Torino ●

by V.S.Gaudio

Lebenswelt con Klelia Kostas, la pittrice rossa di Sanremo, che voleva andare in Tv e allora il poeta collaborò come ghost writer al manufatto tipografico “Secondo Voi”, il programma-tv di Pippo Baudo, per l’editore Aprile

 

La fine della galassia gutenberghiana, mio caro canadese obsoleto, disse Sarenco[i], è decisamente lontana distanze e chilometri, è come la fine del capitalismo, e la mia amica Klelia Kostas, noi che stavamo nella città del capitalismo, della ruota e del pappagallo, per via della comunicazione, tra Sip, Telefoni di Stato, Urar, Fiat  e  TV di Stato, e poeti che non fanno  grandi dichiarazioni di principio ed altri che stanno da Einaudi, alcuni vengono dalla Russia o da Ventimiglia, la mia amica  spesso era più poeta di Marx nel risolvere l’azzardo del colpo dei dadi, forse perché era di Sanremo, e un giorno mi disse che non sarebbe mai diventata famosa perché non faceva televisione, e io a risponderle ma che te ne frega della televisione, non credo che tu abbia mai guardato la televisione in vita tua anche se vieni da Sanremo, ma non mi risulta che tu sia stata mai a cantare al Festival della Canzonetta, ma credimi disse ancora Klelia con un microfono in mano saprei starci sul palco meglio di Patty Pravo, e anche di Gigliola Cinquetti[ii], se proprio vuoi saperlo, è che non sei abbonata all’Urar, le dissi per rincuorarla, è per questo che non ti fanno cantare, anche se potresti andarci sul palco col culo nudo come Xénie in Le Bleu du Ciel di Georges Bataille[iii], con le calze bianche e col microfono in mano, che cosa potresti cantare?

“Il cielo in una stanza”, o forse potresti essere più iconica e pregnante di Romina Power[iv] cantando “Non ho l’età  per amarti”, c’è tempo, amica cara, poi arriveranno Loredana Berté e Anna Oxa e dovrai ritornare alla vita urbana ed a quella dei boschi, i torinesi hanno sempre dei boschi, anche in Calabria, da dove mi hanno mandato nella città della ruota, c’è un bosco al di là della ferrovia, e un giorno sarà tra la legge Galasso e il mare e la strada statale 106 in mano alla cultura calabrese internazionale, che, mi dispiace dirtelo, è talmente lontana dall’alfabetizzazione che è per questo che, dopo la guerra contro i tedeschi, mandarono un tedesco  a redigerne una grammatica, dopo averci schedato il corpo e il nome, ci hanno schedato la lingua italiana e i suoi dialetti, è un po’ metafisico, non trovi?, le cose e le occupazioni sono immutabili, e Sarenco che io sapevo che esisteva per via di Franco Verdi disse che il poeta è un’ape extra-territoriale che non accumula dolcezze e senza la rosa nulla esiste o splendida Manhattan, senza la rosa Gertrude e la declinazione latina cercano radici per non sentirsi perdute, una rosa è una rosa è una rosa e soprattutto è una rosa e una rosa[v], come la tv , una tv è una tv è una tv  e anche la radio non scherza, e già allora io non capivo perché  anche se stavi in Calabria, e, d’accordo, di là della ferrovia e prima del mare, c’è questo bosco del torinese, perché mai dovevi pagare la Tv a Torino, e quando mi hanno mandato a Torino, nella bocca del lupo, ho visto che cos’è Torino, e ho visto la sede Rai anche, e ho visto più volte arrivare a Torino Bruno Lauzi[vi] e Pippo Baudo una volta davanti all’Hotel Fiorina, dove, in un arco di tempo tra Natale e Capodanno, io e mia moglie fummo avvelenati con del cibo comprato in una Salumeria-Rosticceria  sotto i portici di via Vittorio Emanuele II, vidi questo uomo di Catania che stava parlando con qualcuno e mi guardò, e poi feci il ghost writer per un libro-gadget edito da Aprile[vii], che pure doveva essere di Catania, a firma di questo uomo della Televisione, e quell’editore invece di pagarmi le 500 domande che avevo fatto per “Secondo Voi”, sulle mille complessive, me ne pagò solo 200, sol perché, forse, avevo preteso che il mio nome non fosse reso di pubblico dominio tra i curatori,  e la mia amica faceva la grafica per pubblicazioni che quell’Aprile faceva per i ragazzi e che gli distribuiva Mondadori e, allora, dopo, una volta, passeggiando sotto i portici di via Roma pensai che Klelia avrebbe potuto chiedere al suo editore di chiedere  a Baudo di farla andare in Televisione, avrebbe potuto dire che aveva una parente col suo stesso cognome che a Rocca Priora, sopra Sanremo, faceva la strega buona del secolo XX, e sarebbe diventata famosa, altrimenti, se non fosse bastato, avrebbe davvero cantato, anche se non l’avevo mai sentita cantare, l’importante, pensavo, è che innanzitutto si mettesse a posto con l’abbonamento Urar, perché, le dicevo, passeggiando sotto i portici di via Po giorni dopo, se quelli vedono che non sei schedata, lo sai no? Chi viene qui è schedato, altrimenti non entra, da qualche parte sarai schedata,  però devi pagare l’abbonamento Urar, Klelia: quelli vedono che non sei nello schedario e via, non ti lasciano entrare alla Rai, figurati se vai a Sanremo, a te da Sanremo ti hanno mandato qua; a me, da dove c’era il bosco del torinese, mi hanno mandato qua, ma né tu né io  siamo abbonati Urar, quindi che cazzo vuoi andarci a fare alla Televisione, ma davvero pensi che arrivi tu, con la tua tunica che hai dai tempi di Bagdad, tutta rossa, e con gli occhi verdi, e mi hai detto che sono verdi per le lenti a contatto, e magari gli porti una cartella dei tuoi disegni tra tantrismo, yoga e surrealismo alla Dalí, e gli dici che sei amica del poeta V.S.Gaudio, che adesso  che è diventato una colonna di “Topolino”, come cazzo è che non lo pubblicate nella collana dello Specchio, è questo che vuoi andare a dire in tv? E tu mi rispondesti che non volevi diventare famosa, non te ne fregavi niente, mi conosci no, Vuesse, io ti guardo e penso che forse potresti essere il figlio che non ho avuto e ti guardo ancora e si vede che sei un poeta, e allora mi viene da piangere e …che cos’hai al Medio Cielo che mi tira su così tanto il mio oggetto “a” o sarà per via di Mercurio-Plutone in casa Prima che me lo fai sobbalzare? Vado e gli dico che conosco un grande poeta, che non ama andare in spiaggia, e nemmeno fare avventure australi possibili solo nei dépliants Valtour e di Franco Rosso, non ha nemmeno un’Olivetti portatile e che quando deve battere una Lebenswelt o una Stimmung gli presto la mia, che mi ha regalato uno che lavora all’Olivetti e che ogni tanto viene qui a parlare di simbologia e astrologia, archetipologia dell’immaginario, e somatologia delle ragazze canavesi,  gli racconto che c’è un mistero attorno a te, e non è un mistero gaudioso, e che una volta alla Crocetta hai incrociato una ragazza con un vestito lieve a quadratini sbiaditi con un cinturino e gli occhiali da sole e che sai che lavora alla Scuola a fianco della Biblioteca Civica dove tu ogni giorno ti vai a scartabellare almeno 70 libri tra antichi e moderni, per non parlare della rassegna stampa, e allora vorresti vederla un giorno uscire da quella Scuola, anche in minigonna ma con quelle scarpe che aveva allora, e gli occhiali da sole, o forse dentro  quei blue-jeans che hai visto in vetrina l’altro giorno in via Roma, seguirla per via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, fino al ponte della Gran Madre  sul fiume e ritornare dall’altro lato e superata Piazza Castello per tutta via Roma fino a che avresti potuto scriverle un poema patagonico senza dir niente a Jean Baudrillard!

[i] Cfr. Sarenco, Poemalibero, 1980, in : Sarenco, Poesie Scelte 1961-1990, Poetry Is Over Collection 2016.

[ii] Nel Secondo Voi, indicato alla nota VII, la domanda 63 era questa: “Il Festival di Sanremo edizione 1964 aveva praticamente una sola protagonista, una giovane debuttante che commosse prima il pubblico italiano vincendo il festival e subito dopo quello dell’Olympia di Parigi e del Festival europeo della canzone. Ci era e con quale canzone ebbe il primo successo?”, ed.cit. pag.152; risposta: Gigliola Cinquetti con la canzone “Non ho l’età”, a pag.241.  Quando si dice che quel Festival ebbe una sola protagonista, non è vero: c’era quell’anno, lo ricordo ancora, Bobby Solo con “Una lacrima sul viso”.

[iii] Georges Bataille, Le Bleu du Ciel, Ó Jean-Jacques Pauvert, Paris 1957 ; trad.it. L’Azzurro del Cielo, Einaudi, Torino 1969.

[iv] Anche Romina Power era entrata in quel manufatto tipografico dei Quiz: alla domanda 623: “Anche se la mamma era contraria e fino all’ultimo momento ha fatto di tutto per impedire il matrimonio, ha poi assistito alla cerimonia. Lo scambio degli anelli tra i due cantanti(la mamma di lei è Linda Christian) è avvenuto il 26 luglio 1970 a Cellino San Marco, in provincia di Brindisi, paese di origine di lui. Sapete i nomi degli sposini?”: pag.149 di “Secondo Voi”, di cui alla nota VII; la risposta: Al Bano e Romina Power, figlia primogenita di Tyrone.

[v] Cfr. ancora Sarenco, Una rosa è una rosa e una rosa, 1980, in: Sarenco, Poesie Scelte 1961-1990, ed.cit. Nello stesso anno, poi, con Franco Verdi, Sarenco curò un’antologia della poesia lineare italiana 1960-1980 a cui dette(ro) lo stesso titolo, factotum book 25,  edizioni factotum-art, Verona maggio 1980.

image002[vi] Cfr. V.S.Gaudio, Il bolero di Madeline e Bruno Lauzi sotto i portici di via Cernaia a Torino, in “lunarionuovo”, nuova serie  n.17,anno XXVII, Prova d’Autore di Nives Levan & C., Catania novembre 2006.

image002[vii] Secondo Voi, a firma in copertina di Pippo Baudo[ che faceva in Tv un programma a quiz con lo stesso titolo; in realtà redatto al 40-50% dal poeta come ghost writer e curato da un giornalista de “La Gazzetta del Popolo” e da un redattore della PEA stessa], Produzioni Editoriali Aprile, Pea,  Torino dicembre 1977.

▌La Lebenswelt 2 con Klelia Kostas è pubblicata quasi contemporaneamente, dal 18 giugno,  anche su →“lunarionuovo” n.73 e su →gaudia 2.0, dal 21 giugno

In memoria di Marco Pannella.La campagna per l’aborto, l’autodenuncia del poeta a Torino e la nascita del Partito Radicale ░

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Marisa Aino & V.S.Gaudio

 

Poiché stiamo parlando dell’amore, questo fu in quel freddissimo inverno a Torino, quando, scendendo non so  da che tram davanti alla stazione di Porta Nuova mi autodenunciai per la campagna per legalizzare l’aborto firmando il modulo dei Radicali, è opportuno fare una considerazione. Dostoevskij faceva notare che la parola biblica “Ama il prossimo tuo come te stesso” va intesa all’inverso, ovvero nel senso che si può amare il prossimo solo se si ama prima se stessi. In maniera meno raffinata, ma assai più pregnante anch’io espressi la stessa idea parecchi secoli dopo: “Non mi passerebbe neanche per la testa di iscrivermi a un partito che sia disposto ad accettare tra i suoi iscritti uno come me.” Okay: è una battuta di Groucho Marx, e la riporta Paul Watzlawick con qualche leggera variante in “Chi mi ama ha qualcosa che non va”[i]. Essere amati, scriveva Watzlawick, è sempre qualcosa di misterioso, e non è consigliabile voler sapere troppo. Difatti, chiedendo in giro mi si rispondeva quasi sempre che l’interessata non riusciva a capire cos’era, e una piccola percentuale mi dava come motivo un punctum che io non avevo mai considerato come la mia più affascinante qualità; per esempio per il fatto che, quand’ero in quell’età negli anni Settanta, ero capace di affascinare chiunque con la mia capacità mnemonica: arrivavo ad abbinare mille oggetti a mille numeri secondo l’abbinamento che mi veniva predisposto, e poi alla volontaria che mi chiedeva quale era l’oggetto abbinato al numero 75 io rispondevo ch’era il gallo; e lei chiedeva: al 752? La gallina; continuava: al 950? Il pollaio. All’8? L’uovo. E quindi mi guardava con un’espressione indicibile: “E allora viene prima l’uovo e dopo la gallina…”

L’aborto dei Radicali , l’autodenuncia del poeta a Torino, la Procura di Castrovillari ▌ In memoria di Marco Pannella

by V.S. Gaudio

Quella che invece era il mio grande amore mi diceva che si era innamorata di me perché, da grande, avrei avuto una voglia sulla spalla sinistra; cosa che, poi, avvenne. La voglia è come la Lust freudiana, che è un po’ attigua allaLust gaudiana. Fu per questa voglia che avevamo l’uno dell’altra che non considerai la regola di Watzalawick: che è quella di non accettare con riconoscenza tutto quello che la vita vi offre attraverso il vostro partner, fate lavorare il cervello; chiedete a voi stessi, non al vostro partner, perché vi ama; avrà sicuramente un secondo fine qualsiasi, e certamente non ve  lo rivelerà, men che meno a voi che glielo chiedete.

Invece, io glielo chiesi e lei mi disse che ne aveva voglia e quella voglia poi mi sarebbe apparsa sulla spalla sinistra: Lust und Lust, disse, l’amore umano poi, se vai a vedere, perché è così misterioso?  Per via del gaudio, no? Mi disse il mio grande amore.

Proprio per questo, si finisce secondo la regola di Watzlawick, nessuno dei due merita di essere amato: se lei mi ama così tanto non merita amore perché per amarmi così tanto deve avere qualcosa che non gli funziona nella libido, e allora viene smascherata la miseria della persona amata, o meglio la sua assoluta insignificanza, così di norma avviene tutto quando si comincia a vedere che appena c’è una gonnella che passa, fosse pure quella scimmia con la bandiera che veniva a scuola  con noi, la fisiologia innalza tutto l’oggetto “a” al meridiano, ma nessuno se ne accorge, anche se la scimmia sventola la bandiera,  l’importante è che solo una persona disprezzabile può rispettare qualcuno o qualcuna così disprezzabile come me , o meglio: non posso amare nessuno che io disprezzi; tanto ebbe a scrivere nei suoi NodiLaing[ii].

TorinoInvece io, così dentro il miracolo e la bolla del grande amore, essendo chi ama, sono naturalmente destinato ad essere nobile, soccorrevole e buono. E voi sapete che la persona soccorrevole che non si preoccupa di scoprire i “veri” moventi del suo comportamento può fare dell’aiuto a qualcuno una specie d’inferno, specie se è nel mirino di quella che era la mitica Procura della Repubblica di Castrovillari: è grazie a Pannella che io e il mio grande amore abbiamo scoperto subito cosa fosse questa mitica e, per molti versi mitologica, struttura  della ruota giudiziaria, insomma noi eravamo quelli denominati  “senza Ruota” , e, firmando per  fare in modo che fosse legalizzato l’aborto, eravamo negli anni di piombo, vi rendete conto? , nella città della ruota, fui forse l’unico[iii] ad essere perseguito per l’autodenuncia , tanto che, con l’assistenza dello studio legale  Magnani-Noya, che sosteneva la campagna dei Radicali, una mattina andai a deporre davanti al giudice istruttore lì alla Procura di Torino, che era ancora in pieno centro, in via Milano, se ricordo bene; capite? S’era mossa solo la mitica Procura di Castrovillari contro V.S.Gaudio[iv], il poetino spedito nella città del torinese, e poi  da lì venne fuori la Legge 194 del 1978, senza che io ostentassi la cosa misteriosa e ne menassi vanto per il sacrificio e l’aver dovuto subire l’apertura di una istruttoria per una campagna politica che avrebbe dovuto smantellare tutto il perverso, criminale, ammašcato mondo dell’aborto clandestino, certo chi poteva pensare poi che sempre dalla terra da dove fui spedito a Torino sarebbe venuta la grande avanzata in tutta Italia, ma in maggior misura nella Lombardia così industrialmente avanzata e urbanizzata, dei ginecologi obiettori di coscienza tra “Comunione e Liberazione” e la massoneria più inquietante?

Adesso che se n’è andato Marco Pannella, ho ripensato a tutta la cosa misteriosa che c’era tra la ruota giudiziaria di Castrovillari e la ruota di Torino, e m’è venuto un po’ di gaudio per aver potuto puntualizzare il fatto, quel fatto di 40 anni fa,  con il mio grande amore di più di 50 anni fa: non è come essere stati, ma ci siamo ancora, in una pièce di Genet: in cui poi tutto termina con Madame Irma che si rivolge al pubblico, alla fine della sua dura giornata o della sua dura notte di lavoro: “Bisogna tornare a casa, dove tutto, non dubitate, sarà ancora più falso che qui”[v]. E fu così, anche per noi, perché era proprio dalla casa di origine che la ruota girava, e , prima che Marco Pannella uscisse di scena, ci fu l’ulteriore messa in scena, nell’infinito allestimento del “Truman Show” in cui  il nostro grande amore è intrappolato, della recita sul tema dell’aborto, tra Castrovillari, che rimane sempre come presidio più o meno pretorile, e la Sibaritide infinita, come presidio sanitario infinitamente indefinibile. Mi ricordo ancora la scena del mio incontro con l’assistente della Magnani Noya, che era Giammaria, e la ragazza che era lì forse come segretaria, e le ragazze o le giovani donne che ho visto lavorare come assistenti o  segretarie a Torino, in specie alla Fiat ai piani alti, di per sé, sono sempre tra la Lust e il Gaudio, nella meccanica della sospensione pneumatica; e ricordo, poi, che per più sere frequentai la sede del Partito Radicale in quell’inverno torinese in via Cernaia; e ricordo che non solo pensai : “Non mi passerebbe neanche per la testa di iscrivermi a un partito che sia disposto ad accettare tra i suoi iscritti uno come me”, ma che declinai immediatamente l’invito a mettermi in lista per le Elezioni che di lì a poco si sarebbero fatte. E la mattina in cui andai in Procura, dove mi aspettava l’avvocato Giammaria, e la verbalizzazione d’uopo per chiudere l’istruttoria[vi]. E poi ci fu la Legge 194. E pensai alla ruota di Castrovillari, che aveva giocato a un gioco a somma zero, e l’avevo bloccata. E noi che giocavamo un gioco a somma diversa da zero, nel nostro grande amore, continuammo, pur senza ruota e continuamente bloccati in questo distretto pretorile, a darci alla nostra Lust, al nostro Gaudio. Il principio fondamentale del grande amore è che i due che ci sono dentro sanno che la vita è un gioco a somma diversa da zero e che si vince insieme perché nessuno dei due vuole battere il partner per non esserne battuto; la regola, suggerisce Watzlawick, è fatta di lealtà, fiducia, tolleranza, ma bisogna crederlo per poterlo fare, sono pochi i fortunati che riescono a crederlo davvero fino in fondo[vii], è questo il gaudio: riuscendoci siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura, più o meno, della nostra felicità.

Marco Pannella, ti risparmio, per ora, di darti un resoconto di come ce la godevamo quando, voi tiravate fuori questo e quel referendum, e noi andavamo in Comune a far tirare fuori, dal segretario comunale, i moduli da firmare, che c’erano, sì, ma erano sempre nel cassetto sbagliato fin quando non arrivavamo noi.

Grazie per avermi permesso di essere con te per quella battaglia e per avermi permesso così di far uscire allo scoperto quella Procura. Io l’ho fatto per amore, sono stato sempre dentro il mio grande amore. E grazie anche per Enzo Tortora, anche se non è servito a fermare gli effetti del massacro o del passaggio di quell’altra terribile ruota , che, però, è sempre la stessa di quella che arrota qui in Calabria: la follia, disse Nietzsche, è rara negli individui, mentre è la regola nei gruppi, nelle nazioni e nelle epoche; e poi i politici(e i radicali non sono politici, come genotipi, ma…poi i fenotipi vanno anche loro a vitalizio),  i patrioti, gli ideologi, i corrotti, i mafiosi, et similia, son tutti giocatori a somma zero. La soluzione non è come l’ipersoluzione, è disperatamente semplice, ma forse per trovarla bisognerà che a un certo punto sulla spalla sinistra ci sia quella voglia, Lust o Gaudio che sia, e quella mitica Procura che come lo spirito, nella manciata di fagioli[viii], ritorna ogni notte a perseguitare il deponente del gaudio senza dargli pace, finché non lo fa sparire, non chiedendogli quanti fagioli ho in mano( a questo avrebbe risposto esattamente l’affiliato a quel distretto pretorile che faceva contemporaneamente il giudice conciliatore e il venditore di fagioli all’ingrosso) ma, semplicemente, disperatamente semplice, mettendo la propria firma  sull’autodenuncia per far uscire la 194 nello stesso anno dell’equo canone[ix] .
L’essere soccorrevoli è oltremodo nobile e buono quando non esiste alcun particolare legame affettivo; l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e, secondo quel che si dice(d’altronde che si può dire?), trova in se stesso la propria ricompensa. Detto questo, a meno che ci si sia scoraggiati, nella fase dello stomaco pieno, e la disponibilità a porgere aiuto soccomba al dubbio, il vero movente dell’essermi autodenunciato(c’era un modulo lì, che dovevo fare?) come Adele Faccio, Emma Bonino e, poi, Adelaide Aglietta, vai a vedere, senza che ci fosse lo zampino del diavolo, può essere connesso al fatto che io sia l’autore(ventiduenne) di questa poesia, che, tratta da La 22^ Rivoluzione Solare, dedico  a te, incallito fumatore di toscanelli, come colui che fu il mio padre affidatario, fumatore accanito qui sul marciapiede fuori casa nell’ambito del civico numero del mio domicilio coniugale[x] , come appare indicato anche sulla busta dall’editore del mio primo libro di poesia.

Non ci credere-

le sagome di stupri senza tariffa
il gatto che Balthus perse
lo buttai dal balcone
non oltre il 56
non leccava latte da noi
languore di pasta – spine di pesci
girava nell’immondizia
Quando sale su è nero
è grigio striato in verde
non è bianco
è arrugginito
onanisticamente si guardi a sinistra
scendendo, la scatola messa su
per digerire
non oltraggia la scarpa rotta
l’obiettivo
la gamba occulta l’atmosfera inedita
la stanza-distanza in ordine
non so che raptus edipico
appeso alla trave
vocifera sulla montagna
l’eco nel tramonto allarga
la reclusione

con tante allusioni illustrate
sugli orli, la mutandina bianca
appare
il caminetto, il lume, le fascine
l’ultima caldaia degli anni 20
bolliva cenere
con tante allusioni
topi di campagna mangiavano
arance.

(19 agosto ’73)[xi]

 a  Marco Pannella
in memoria
V.S.Gaudio La 22^ Rivoluzione Solare Milano 1974

 

[i] Cfr. Paul Watzlawick, Chi mi ama ha qualcosa che non va, in: Idem, Istruzioni per rendersi infelici, trad.it. Feltrinelli, Milano 1984.

[ii] Cfr. Ronald Laing, Nodi, trad.it. Einaudi,Torino 1975.

[iii] Il poeta afferma il vero: lui non era affiliato ai radicali e, come svela nel testo,uscirà di scena, dopo aver visto qualche riunione affollatissima in via Cernaia da cui, poi, sarebbero usciti i deputati del Partito Radicale nel 1976: Oltre a Pannella, Mauro Mellini, Emma Bonino, Adele Faccio, queste due nel 1975 vengono addirittura incarcerate per procurato aborto e istigazione all’aborto.La presidente del partito Radicale Adele Faccio fu la prima a fare un’autodenuncia pubblica per aborto durante una manifestazione dei Radicali, al teatro Adriano di Roma nel gennaio del 1975. Il suo processo fece epoca, divenne un palcoscenico per la denuncia degli aborti clandestini e dei “cucchiai d’oro”.

 

famiglia v.s.gaudio 1974 busta cara
Marisa Aino & V.S.Gaudio

 

[v]Cfr. Paul Watzlawick, L’uomo sia nobile, soccorrevole e buono, in: Idem, Istruzioni per rendersi infelici, trad.it.cit.

[vi]Chissà chi era il giudice istruttore che archiviò l’istruttoria avviata dalla Procura calabrese che fin nel ventunesimo secolo faceva affiggere avvisi, alla porta del poeta, che si autodenunciò per l’aborto[ procurato evidentemente nell’ambito territoriale pertinente ai codici catastali dei comuni dell’alto ionio, forse finanche a quelli del contiguo entroterra della Basilicata afferente al petrolio, cosa non improbabile visto che la madre affidataria del poeta è dalla Val d’Agri che proviene, non dimenticando che nel suo ceppo c’è un cognome di cui un portatore discendente finisce nelle grazie amministrative del padrone della ruota!], rigorosamente stampati dalla tipografia “Baudano” di Torino, anche quando non esisteva più.

[vii] Cfr. Paul Watzlawick: ibidem.

[viii]Cfr. Paul Watzlawick, La manciata di fagioli, in: Idem, Istruzioni…,trad.it.cit.:pagg.37-39.

[ix] Che quel giudice dei fagioli conosceva bene così tanto che falsificherà la firma del poeta per poter continuare a navigare all’infinito nell’ipersoluzione pretorile afferente a quella procura famosa per i moduli “stampati” dalla fantasmatica tipografia Baudano di Torino, che come quello spirito, nella “manciata di fagioli”(ma anche nella “manciata del granone per le galline”, che anche quel giudice onorario vendeva fin quando poi chiuse bottega e nello stesso luogo del commercio all’ingrosso fece subentrare la sezione locale di quella che diventerà “Equitalia”), ha continuato a perseguitare il poeta che si autodenunciò nel 1975 per aborto a Torino per amore della causa portata avanti dai Radicali di Marco Pannella. Sul dispositivo di alleanza tra questo venditore di fagioli, che, quando usciva dal gabbiotto che s’era fatto nel magazzino da dove conteggiava i ricavi del suo commercio all’ingrosso andava ad amministrare la giustizia che onorariamente la mitica Pretura Circondariale gli aveva affidato, e quel Mirabile pretore, in funzione durante la stagione dell’89-90-91-92-93(…), in cui ebbe modo di strabiliarci con la sua mirabolante tecnica dell’equo canone a partire dalla somma prefissata,dal suo collega, nel contratto con la firma falsificata al momentaneo conduttore ( è il Mirabile pretore, che contemporaneamente, sta mostrando la sua tecnica procedurale anche nella faccenda terribilmente Heimlich del giocatore di calcio Bergamini, “suicidato” a Roseto Capo Spulico il 18 novembre 1989), riferirò in un altro testo, sempre che non tirino fuori (che so? Dal galoppatoio che è stato istituito dalla mattina alla sera nell’aranceto che io dico di Mia Nonna dello Zen e loro sanno che afferisce al (-φ) formalizzatole per la discendenza) un equus ancor più, come dire?, più “vincente” di quello che correva prima…
[x]  Se ancora ve lo ricordate, dopo 8 lustri, per via di chi si innamorò del poeta e della sua memoria, forse anche quella che di giorno lavorava alla Biblioteca Nazionale e di notte pensò di innamorarsi del poeta venendo all’”Uovo”, l’uovo, appunto, era 8 e la gallina, che non sa giocare a tennis, è ovvio, faceva 752, se non aveva l’erre moscia, ve lo ricordate? Fu così che per via della legge del 22 maggio e anche per la precedente 22^ Rivoluzione Solare venne una tizia un giorno a fare la finta tonta: e allora te lo ricordi ancora,Vuesse caro, cosa c’è al 22? Cosa vuoi che ci sia: Noon, no? Tra il “mezzogiorno” del sole e il “mezzogiorno” della Terra, non è la poesia la sterminazione dei nomi di Dio, come la intende Baudrillard? Ricordi, le dissi alla tipa,che non poteva essere più presa come un demone meridiano, c’era anche none al 22: tra “niente” e “nessuno”: quasi come il mio Medio Cielo. Assolutamente impossibile allora che poteva esserci Nun, “suora” o “monaca”, né-né. Per il 98 era evidente, nessuna perplessità:inequivocabilmente il 98 è il pube, a meno che non fosse il pub,per via dell’”Uovo”, che era quel circolo femminista dove la bibliotecaria venne a mostrare al poeta quant’era brava a giocare a tennis., e che, comunque,è sempre 8 anche a mezzogiorno.
[xi] V.S.Gaudio, La 22^ Rivoluzione Solare, Milano 1974: pagg.76-77.

from Uh Magazine

A Venezia finirò con l’arrivarci.

Che ci vengo a fare a Venezia? 

by V.S.Gaudio

che ci vengo a fare a venezia
Dago©robin wood & carlos gomez

A Venezia finirò con l’arrivarci

stasera prendo il treno da Torino nel 1983

o da Bologna nel 1993 o giù di lì ma poi

fecero sciopero le ferrovie

e la luna era nera come nell’ottobre 1977

in un collage di Sarenco e lo era pure

in quel marzo dell’83 e fu per questo

che come Dago non ci andrò mai a Venezia,

adesso che lo sai, e sai che non me ne importa

anche se avrei voluto seguire quel mio

oggetto “a” che appena lo vedrò

di fronte al mio albergo è questo che farò

seguirò il suo andare e venire

a meno che lei come l’altra volta

metti che accadde a Milano a un certo

punto si girò è questo che vuoi mi disse

il cinturino del vestito , l’elastico delle mutande

credimi non posso togliermelo così fu

a meno che quel giorno non venga

a Venezia e io allora che ci vengo a fare?

I pantaloni rossi di Nadiella│3

pantaloni rossi 3

3.

La vedete quella ragazza

coi calzoni rossi, se hai visto

ebrei che pregano per la pioggia

dirà poi Amichai hai visto

come gli uomini ricordano,

io ti ho visto con quei calzoni

rossi e sulla spiaggia di Rimini

d’inverno com’eri in quella

immagine che mi hanno rubato

gli zingari insieme al libro di Testori

sulla letizia e la felicità che mi avevi

dato da leggere, non puoi vedere

come ricorda un poeta, ragazza

di quegli anni in cui non sono stato

a Le Havre, né a Ushuaia come mio

nonno, mi piaceva stare in mezzo

alla gente, Torino scava immagini

indelebili nella tua libido, con quei

calzoni rossi che avevi in via Barberia

a Bologna solo in quella finestra visiva

ti ho portato a passeggio sotto i portici

di via Roma, via Po e via Cernaia

e adesso che avrei voluto ancora

pensarti qui in questo deserto

della mia anima come faccio

a pensarti con quei calzoni rossi,

come può essersene andata quella

mia ragazza coi calzoni rossi?

Una ragazza con quei calzoni

rossi sta semmai alla finestra

a farsi lo shummulo, non salta

giù perché non può essere che

non ci sia più  nessuno che

le tiri giù i calzoni rossi,

nel vento estivo che sta

arrivando