Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 5

racconto cavalleresco.capitolo 5Racconto cavallerescoCapitolo 5
3 febbraio 2012 di DB
di Kike

Anno del signore 2012
Blues del poeta
Ballata del lamento
(Dal Cap.III
. . . le vite si giocavano in quei pochi istanti scanditi dalle macchine)
Le vite si giocavano in quei pochi istanti scanditi dalle macchine.
In quegli istanti conoscevi gli interpreti, gli attori, i partecipanti, le comparse e i poeti …
scialbi,
grigi,
ferrosi come ingranaggi.
Il poeta urlava guerra e la guerra tritava tutto:
Ding-Dang
Ding-Dang
(pausa)
Ding-Dang
Ding-Dang

Lui voleva che la guerra fosse un urlo, cinquemila urla.
Un urlo una storia,
cinquemila storie
per scacciare dall’orecchio quel fastidioso TiN,
squillante e penetrante,
di ferro su ferro
fin nel TiN-pano.
O forse voleva solo un rapporto più umano o solo un equilibrio tra il rumore meccanico e quello umano.
O anche solo il rispetto del lavoratore e del padrone.
Che il lavoratore lavorasse senza cercare di fregare il padrone e che il padrone non cercasse di sfruttare il lavoratore.
Che ci fosse un equilibrio e che né l’uno né l’altro cercassero di fregarsi vicendevolmente.
Che non ci fosse lotta ma collaborazione.
Che entrambi fossero uniti nello scopo.
Il padrone nel guadagno e il lavoratore pure, invece di essere schiavi del denaro.
Guadagno voleva dire sì denaro, ma anche dignità nel lavoro.
Dignità che voleva dire:
sì diritti ma anche doveri!
– Ma cosa stai dicendo?! –
Si svegliò d’improvviso.
L’allarme della spinatrice urlava a squarcia gola, la macchina si era bloccata e la puleggia girava a mille!
Riuscì a bloccare in tempo il disastro che l’allarme preannunciava premendo il pulsante di emergenza.
Tutto si bloccò.
Respirò profondamente. Riassettò riequilibrando tutte le funzioni della macchina e riavviò il computer del pulpito e finalmente riattivò la spinatrice che ricominciò i suoi soliti sbuffi!
Si accese una sigaretta.
Aspirò a pieni polmoni.
Espirò fuori tutto il fumo.
Tutto il suo corpo, come la sua mente, era acceso. Ogni poro, ogni senso era disteso, allungato e ricettivo.
Poteva persino vedere i pulviscoli dell’aria.
Respirando riprese la tranquillità che l’adrenalina gli aveva cancellato in un nano-secondo!
– Tutto ok – disse.
In quel tempo i diritti conquistati non venivano difesi ma offesi con il Menefreghismo, una corrente politica ormai statica e vecchia, non come era in principio, giovane, mobile ed energica, ora anch’essa aveva trovato le sue poltrone, i suoi uffici ed i suoi uomini che non indossavano più tute da lavoro ma completi interi o spezzati.
– Bei tempi – dicevano tra sé e sé sorseggiando caffè nei bar del centro.
Solo pochi loro galoppini strisciavano come sorci tra le linee dei capannoni per acquistar consensi. Un lavoro duro e meschino, un lavoro da trincea.
Si trattava di sopravvivenza e di potere che andava conquistato e difeso.
Ora che il Menefreghismo era diventata una filosofia ed anche uno status symbol con tanto di statuto, persino dentro la contea del conte Vangaglia, si offriva il fianco al padrone e gli si offriva, la possibilità di riprendere tutti quei diritti che in passato certi primitivi, così dai menefreghisti definiti, avevano conquistato, attraverso lotte, battaglie denominate tasindacali e di piazza.
Gli storici del lavoro insieme agli archeologi del lavoro stavano cercando le tracce di queste battaglie. Si cercavano in città siti che in passato ero chiamati “piazze”. Gli esperti non si capacitavano e, sconsolati, ogni sera si ritrovavano difronte ai loro pulpiti collegati a social network o in luoghi al neon di aggregazione di massa per giocare al gioco del butta-giù-birilli-con-palla ed altri giochi di società.
Società!
Ecco una parola che per molti studiosi fu momento di stupore e scoperta.
Essa rappresentava quel ponte scomparso con il passato. Quel tassello mancante.
Dove trovare nuovamente questa parola solitaria?
Cosa voleva dire?
In tutti i social network queste erano le domande ricorrenti.
In quel tempo la parola società era diventata parte di altre parole come la parola giochi-di-società.
Da non credersi.
La contea e la Grande Galassia tutta, con enti preposti pubblici e con privati, come lo stesso conte Vangaglia, finanziava con scelliLeggeri la ricerca.
Di parole come società e piazza si erano perse le tracce.
Su altre parole come tasindacali si studiavano etimologie, assonanze e persino i più semplici riferimenti sonori come ad esempio la tecnica del ali:
sindacali – radiali – marsupiali – viali – ali.
Si riteneva che queste lotte, definite anche battaglie o guerre fossero state combattute in una zona non distante dal Mar Mediterraneo. Infatti Ali, il suffisso di questa parola, era proprio di una terra a sud del Mediterraneo, geograficamente desertica, in parte anche per colpa di queste famigerate ed antiche guerre tasindacali appunto.
– Certi diritti dovevano essere Aboliti –
Questa frase fu trovata in un bagno del capannone 3.
Chi aveva scritto questa frase?
Chi erano gli Aboliti?
Erano una popolazione?
E la parola diritti quale significato possedeva?.
Gli enigmi nella contea Vangaglia aumentavano giorno dopo giorno.
Un operaio una volta azzardò un’ipotesi, tra l’altro non sua, ma venne schernito dai colleghi dopo che il capoturno ed il caporeparto lo derisero in pubblico chiedendogli di spiegare a tutti i presenti quale applicazioni nuove erano state installate sul computer dal momento che si mostrava così intelligente da poter dare una possibile spiegazione a enigmi che nemmeno i signori storici ed archeologi del lavoro erano riusciti a dare.
Il tutto finì in una gran risata generale.
L’operaio, di cui non si ricorda più il nome, cadde in depressione ed i colleghi tutti che lo derisero, vennero premiati con punti vinci-campione o con buoni caffè alle macchinette della fabbrica.
Vox populi, un giornaletto sovversivo e stampato di stra-foro con carta di riciclo, racconta che l’operaio per la vergogna pose termine alla sua vita con un coil da 9754 kg.
A ricordarlo, ancora oggi, il suono d’allarme del carroponte a lui assegnato.
Nelle giornate estive lo scirocco porta con sé il ricordo.
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche… il resto lo sapete)
Si prosegue? Ah, saperlo. In ogni modo “sempre allegri bisogna star che il nostro piangere fa male al re….”. Questo blog infatti è, sin dalla nascita, sponsorizzato dalle migliori dentiere della galassia (db)
racconto cavalleresco.capitolo 5
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Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 4

Racconto cavalleresco ⁞ capitolo 4

31 gennaio 2012 di DBRacconto cavalleresco.capitolo 4

di Kike

Anno del signore 2012
So chic
Che eleganza

( Dal Cap. I
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone . . .)

Con la sua più totale non curanza per le persone a lui sottomesse prese a scendere i gradini della scala a girella del grande pennone. La scena vista attraverso gli occhi virginei della stagista Piera Pieri lo vede, il Plinio, vestito di un cappottino blu, molto chic, una sciarpa di seta bianca e un bel paio di scarpe di vero cuoio-cuoio, opera di un artigiano di Prato.
Tutto in Plinio è musicale.
Annotta la Signorina Pieri sul suo diario quel fantastico suono di scarpe a battere veloce sul ferro della scaletta.
Un tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn alternato a uno slapsh, dovuto allo scivolone che avveniva spesso, quando cioè l’umidità dell’aria superava il 74%, rendendo così il metallo della scala scivoloso per la suola di solo cuoio-cuoio.
Plinio, seconda la famigerata e veritiera legge che vuole che l’erba cattiva non muore mai, presto si rialzava, imprecando contro la manutenzione della scala stessa da parte di quella marmaglia che lo seguiva e che nella fabbrica lavorava.
Il Guidi dispiaciuto per lo slapsh fragoroso che poteva avvenire ed avveniva nelle giornate umide-umide si prodigava, carico di cartelle e borse del suo capo-mentore, a pulirgli e ad asciugargli le terga.
Il Plinio allora si girava con quel fare da uomo carismatico ed intoccabile quale era, fulminandolo ed umiliandolo con il solo sguardo, suscitando nello stuolo di segretarie e in Piera, ultimo arrivo tra quelle galline, un moto emotivo degno di un … di un condottiero incurante della sua persona e proiettato verso quell’ignoto futuro ricco di avventure.
Ebbene sì, Piera sognava attraverso gli occhi di Plinio e Plinio questo lo sentiva, da squalo quale era.
Era pur sempre l’uomo del conte, il conte Cosmo Vangaglia.
All’umidità del clima quindi si aggiungeva quella indotta, occhi lucidi da emozione.
Il Guidi impacciato, sudaticcio, con le scarpe in gomma e carico come un mulo ne risultava poverino succube. Non solo nella realtà ma anche nell’immaginario.
Poverino è quello che pensava la sua fidanzata Patrizia, con cui Guido aveva intrapreso una relazione duratura giusto un’ anno prima dell’assunzione dello stesso alla Vangaglia Spa, nello stabilimento di Ravenna.
Lei, Patrizia, lo stava perdendo via via per colpa di Plinio che se lo portava ovunque per via del contratto capestro che il fidanzato stipulò per rispettare le scadenze del fido aperto con la banca e pagarsi la casa da loro acquistata nella tranquilla Marina Romea.
Il contratto da Guido stipulato era ben retribuito ma verteva sull’incognita V di Vangaglia che Plinio usava a suo piacere secondo i momenti. L’equazione contratto infatti era:

a : B* = t* : V
a: Guido Guidi
B: Plinio
t: tempo
V: variabile Vangaglia

* In questa particolare equazione-contratto B e t coincidono

Lei, avrebbe voluto che Guido si vestisse in modo congeniale alla sua corporatura, ma il Plinio voleva che tutti, nessuno escluso, vestissero abiti della Vangaglia.
Per questo a seconda dei reparti, delle mansioni e non per ultimo per la fedeltà alla ditta, che era anche un impero (ricordiamo infatti che all’ingresso dello stabilimento, che si perdeva all’orizzonte toccando cielo, aria e acqua contaminandoli in un solo colpo con uno spurgo, era affisso il cartello CONTEA DI VANGAGLIA —- ATTENZIONE A VOI CHE ENTRATE), c’erano capi di abbigliamento griffati Allegra Serena Vangaglia.

Un attimo di pausa

Allegra Serena Vangaglia era la più famosa stilista dell’impero, della contea.
Allegra Serena, ora trentenne, mostrò subito il suo talento artistico sin dall’infanzia facendo del taglia&cuci con gli abiti dei collaboratori domestici presenti nella dimora dove lei crebbe.
Frequentò poi la Luiss Vuitton School di Neeandherthal in Olanda dove oltre al normale corso di arte, intrattenimento, svago, flirt e viaggi poteva giocherellare con fiori e piante, anche spiritose, e esercitarsi alla pesca del nordico, che non puzza e non suda.
Per poi a maturità raggiunta, tornare sulle rive del Mare Nostrum (il Mar Mediterraneo alias Mar Adriatico alias Mar Milano Marittima), come diceva nonno Cosmo Vangaglia, e mostrare la sua pelle candida e profumata al profumo dei mille fiori facendo girare la testa ai fortunati con cui si divertiva a giocare.
Indelebile rimase la visita alla fabbrica, mai più replicata, di Allegra Serena, nell’anno del Signore 2000.
Era estate, un giugno caldissimo e l’umidità era talmente alta che in fabbrica gocce d’acqua si formavano all’interno dei capannoni.
Si presentò anche il fenomeno del tutto-si-alza, cioè dal basso via via andava su e ancora più su.
Come l’acqua anche il resto come calore, pressione, umore … finché si presentò Allegra Serena accompagnata dal nonno Cosmo, dai fratelli William II, Lorenzo, Milàn e i piccoli Simone e Giacomo.
Indossava un abito di sua creazione, molto leggero e trasparente e traspirante, di un color bianco-bianco. Le sue gambe bianche, belle e lunghe tagliavano letteralmente il piazzale come del resto i capannoni che il nonno le faceva visitare.
Allegra Serena infatti era pronta alla sua primissima personale collezione e cercava una location, la fabbrica di famiglia dello stabilimento di Ravenna sembrava infatti perfetta,  per presentare le sue idee.
Le  navi che ivi vi attraccavano, la banchina, lo sfondo molto hard del porto e la fabbrica con il suo grasso-unto ed il suo grigio-grigio predominante come, quei tantissimi ragazzi, uomini e vecchi che proprio lì all’interno di quell’impero lavoravano, erano per la diciottenne Allegra Serena una visione, una folgorazione . . .
– ‘Na botta! – direbbe in volgare un marittimo.

(sospensione)

. . . così . . .

– Nonno come stai? Ciao nonno-nonno. Ti sto telefonando da Neeandherthal e stavo sfogliando una rivista e ti ho pensato e pensavo che sarebbe bellissimo venirti a trovare ora. Perché mi manchi e sento la tua distanza distante like a shape. I wanna go to U, nonno-nonno. Sei lì a Ravenna, nella splendida Ravenna? –
– Amore mio, sì sono qui! – il nonno – Ci resterò un paio di giorni poi vado giù in Sicilia, a controllare i lavori poi di conseguenza in Ucraina e in Cina -.
– Arriverò nel pomeriggio, prenderò l‘aereo tra poco se mi prometti che mi aspetterai per il pranzo, però!.
Porterò anche un bulbo nuovo creato da me stanotte con delle amiche. Si chiama bulbo di Vang. È bellissimissimo ed è nero-nero che di notte si armonizza con la notte, … un tono su tono. C’è e non c’è … e a proposito di “C’è e non c’è” ti volevo proprio parlare di questo titolo. Come ti sembra? –
– Per cosa amore? – il nonno.
– Il titolo, come ti sembra? – Allegra Serena.
– Allegra Serena?! Il titolo per quale occasione? – il nonno.
– Non te l’ha detto la mamma?! … Io prima non te l’ho detto nonno-nonno?
– No Allegra! – il nonno.
– Che strano! Comunque ho avuto questa splendida idea. Sono pronta nonno! Non sei contento nonno?!nÈ arrivato il mio momento! Non credi nonno?! . . . -.
– Allegra?!! – il nonno Cosmo.
– “C’è e non c’è” la collezione arte & moda di Allegra Serena Vangaglia.
– Ho pensato di farl a Ravenna . . .- .

Come una novella Cappuccetto Rosso, Allegra Serena salì sul suo aereo di famiglia e volò dal nonno a Ravenna.
Allegra Serena, accompagnata da nonno Cosmo, visitò la fabbrica provocando, causa anche il contemporaneo fenomeno del tutto-si-alza, quattro incidenti mortali e sette guaribili in breve tempo, con conseguente interruzione dei lavori all’interno dello stabilimento di un intero turno.
Questo provocò altresì uno sciopero sindacale di un’ora per turno.
Ora dedita alla sensibilizzazione del prossimo alle distrazioni in ambito lavorativo e al ripristino dei danni che quel tutto-si-alza provocò.
Venne così ridotto il budget dell’evento mondano “C’è e non c’è”, presentato all’interno del Ravenna Festival del Mar&Mosaici, del 32%.
Inoltre le idee di scarto, insieme al materiale non utilizzato per la realizzazione dell’evento, furono usate dal reparto ricerca e sviluppo della Vangaglia Spa per creare una linea 4stagioni per l’operaio che in fabbrica deve lavorare duro-duro.
Il catalogo presentato all’ora del thé in chiusura del Festival, nel porticciolo turistico di MarinaMarinata, vantava questi pezzi (pezzi con cui la Vangaglia Spa dotò ogni operaio):

– elmetto protettivo giallo play-mobile,
– giubbetto ad alta visibilità arancio,
– scarpe anti-infortunistica nere,
– guanti di gomma anti pioggia di colore glou-blu,
– guanti di gomma specifici di colore nero pneumatico,
– guanti di cuoio da lavoro bianchi zebra,
– un pantalone di cotone blu tuta da operaio,
– un giacchetto di cotone blu tuta da operaio.
– giaccone impermeabile ad alta visibilità (fuori catalogo)*.

*Acquistabile al negozio della fabbrica attraverso otto ore di straordinario o con otta punti vinci-campione raccolti con le consumazioni alle macchinette presenti all’interno dello stabilimento.

Racconto cavalleresco. capitolo 4UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Si prosegue? Ah, saperlo. (db)

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 3

wordle 58Racconto cavalleresco, capitolo 3
30 gennaio 2012 di DB
di Kike
Anno del signore 2012
Re start
Ri attacco
(Dal Cap. 1.
Il poeta urlò: – guerra!! – . . .)
Tutti a quel grido, per un attimo sospesero quello che stavano facendo, poi ripresero il loro, chi, come gli avvocati ed i loro aiutanti, a guardar scartoffie, chi come il pubblico ministero a guardar torvo l’unico imputato. I giurati invece restarono quello che erano, spersi come bicchieri di carta ad un compleanno di un bambino.
– Toc – con suono risoluto e secco il giudice batteva il martello sul legno a richiamar il silenzio.
Il lavoro era organizzato e strutturato dall’alto e da poco tempo erano stati introdotti anche i controlli. Plinio era sconsolato. Plinio sapeva quale sarebbe stata la reazione del conte.
Plinio il conte lo conosceva meglio di chiunque altro.
Plinio sapeva come il conte avrebbe reagito alle sue parole!
– ¿Controllo?-
– ¿Chi osa controllare in casa mia? – urlò il conte.
– Signor conte gli addetti al controllo!- disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿Ma siamo impazziti!? In casa mia, Io, faccio ciò che voglio e per di più, Noi !!! abbiamo gli addetti al controllo! ¿Che vogliono questi che non possono fare i nostri controllori?!
O gli uni o gli altri! Non posso pagare i miei controllori e poi pagare questi! – il conte.
– Ma lei questi non li paga – disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿E chi li paga questi?! – urlò il conte.
– L’Ente Preposto – rispose il Responsabile per le Esternazioni.
– E chi sarebbe l’Ente Preposto? – chiese il conte.
– L’Ente Preposto al Controllo Sicurezza responsabile della Sua contea, Signor conte, che fa parte della Grande Galassia.
Grande Galassia a cui Signor conte anche Lei deve avere riguardo.
Grande Galassia che controlla che anche nella sua Contea non ci sia sfruttamento! che tutti i diritti dei lavoratori vengano rispettati . . . – il Responsabile per le Esternazioni.
Silenzio.
Capitava che i capi turno passassero per controllare che tutte le norme di sicurezza venissero rispettate secondo le ultime disposizioni dell’Ente Preposto di quella contea della Grande Galassia.
I controlli avvenivano sempre dopo un incidente.
Poi più fino al successivo incidente.
– Questo sviliva un poco la figura dell’ Ente Preposto e della Grande Galassia. In fondo se il controllo avveniva dopo un incidente non aveva un gran senso – dicevano gli Uni.
– Ma comunque meglio tardi che mai – dicevano gli Altri.
– Ma se non c’è l’etica ed i rispetto delle regole votate da un consiglio e si cerca, per risparmiare, di essere furbi, allora si è come furfanti e non come capitani di una nave che porta con sé un equipaggio e un guadagno – aggiunsero gli Uni.
– Sì, ma se il guadagno e la nave sono del capitano, il capitano avrà pure il diritto o la libertà di . . . – gli altri.
– Di fare ciò che vuole?! – gli Uni.
– Non ho detto questo! – gli Altri.
– Ma cosa stai dicendo?! –
Giuseppe spalancò gli occhi che la sveglia strillava chissà da quanto!
Guardò l’ora: le 5 e zero-zero
Non era per nulla in ritardo.
Giuseppe si stropicciò gli occhi e sbuffò come un toro prima di entrare nell’arena.
Accese l’abatjour e si mise a sedere sul letto.
La luce lo violentò: – Ahhh!! –
Si alzò e si diresse al bagno.
Ne uscì 7 minuti dopo.
Precisamene alle ore 5 e zero-8.
Abbandonò l’antibagno ed entrò nella sala cucina.
Meccanicamente accese la luce della cappa sopra il fornello, illuminando di fatto lo spazio circostante, preparò la moka e la mise sul fuoco del fornello, che accese, per poi dirigersi nello stenditoio e recuperare i vestiti da lavoro.
Ultimo, si infilò le scarpe antinfortunistiche.
Uscì.
Scese le tre rampe di scale, aprì la porta di ingresso del condominio e si diresse verso l’auto.
– Bene – ad alta voce, poi pensò:
– Lo zaino con guanti e caschetto erano sul sedile posteriore della macchina -.
Inserì la chiave, la girò ed il motore si accese.
Il fumo caldo fece reazione con il freddo di quella mattina di gennaio.
Tutt’intorno era buio e bianco-ghiaccio.
Aspettò quei buoni quattro minuti prima di ingranare la retro ed uscire dal portico-parcheggio dove la sera prima aveva scovato quel posto che spesso non c’era.
Gli stop della seicento bianca si accesero e Giuseppe inserì la prima marcia uscendo di fatto dal condominio. Prese come sempre il lungomare in direzione della strada comunale che unisce Lido Adriano e Punta Marina sino a Ravenna, per poi proseguire, attraverso il ponte mobile, fino alla zona industriale.
Unica tappa prima della fabbrica il forno per comperare la colazione-pranzo: due enormi pezzi di pizza con carciofi.
Sono le 5 e 30 come tutti i giorni in cui è di turno al mattino, il turno dalle 6 alle 14.
Alle 5 e quaranta-5 sarà già dentro al capannone di fronte alla macchinetta distributore di bevande per prendere il primo caffè.
Alle 6 la sirena suona e comincia il turno.
Giuseppe arriva nella zona di lavoro, si allaccia le scarpe in modo ottimale, si infila il giubbetto ad alta visibilità, si stira, si “scrocchia” il collo ed emette un rutto atomico come sirena a voler dire: – Sono pronto! -.
I due colleghi che fanno squadra con lui ridono, o meglio uno ride di gusto, l’altro ne è un po’ disgustato, ma il primo ridendo dice dice al secondo: – A sé raghéz! (Siamo ragazzi!) -.
La fabbrica si mette in moto ed i suoi orchestrali di turno cominciano a suonare i loro strumenti.
Chi con i carriponte: – èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèmmmm –
– èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèm . . . –
Chi con i carrelli elevatori: – frrrrrrrrrrrrrr-uuuu –
– frrrrrrrrrrrrrrrrrr-uuuuu –
Le macchine sbuffano e soffiano aria.
Gli operai con le macchine tira regge slidano: -ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuuuuuu-stok–
– ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuu-stok –
Altri battono il ferro:
– sdeeeeng!!! –
– sdaaaang!!! –
Le linee di produzione tagliano in fogli di varie dimensioni tonnellate e tonnellate di ferro.
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA
capeggiava sulle teste di tutti,
lassù in alto,
ben visibile sul soffitto del capannone
Ognuno pensava al numero (quantità di prodotto da produrre nel tempo dato).
Si creava competizione, così divisione e confusione.
Poi la sirena, momento di stop e avvio.
Uno dentro e uno fuori, moltiplicato per cinquemila.
Così per tre.
Cinquemila più cinquemila più cinquemila.
Turno dopo turno dopo turno.
La musica faceva pausa per poi riprendere subito.
Le voci come note isolate erano udibili solo di notte, nella contea di Vangaglia.
Tanti musicisti, orchestrali, servi di scena e poeti e il Tutto suonava così:
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
otto ore e sirena
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
e sire-
na

Questo lo spartito!
Tutto quello che di umano c’era era tra il
giù giù giù
su su su
poi
giù giù giù
su su su
le vite si giocavano in quei pochi istanti scanditi dalle macchine.
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Saranno 5 puntate … o forse più. Come faccio a saperlo se neppure Kike – l’autore – lo sa? (db)

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Racconto cavallerresco ⁞ Capitolo 2

Racconto cavallerresco ⁞ Capitolo 2
by Kike

Anno del signore 2012
In risposta alle minacce di querela rispondo che sono possibili coincidenze o fraintendimenti
MIS-UNDERSTANDING
In questo zapping selvaggio nei canali che disturbano la mia mente ho scelto luoghi e nomi, o cognomi, che probabilmente esistono o potrebbero essere possibili.
L’ho fatto per dare alla mia immaginazione una terra ferma sui cui poggiare i piedi e spiccare il volo.
Detto ciò ci tengo a precisare che Ravenna non è Ravenna e che i nomi o i fatti narrati non hanno riscontro nel reale.
Tutte le parole che qui trovate stampate, in nero su bianco, sono solo insiemi vuoti da riempire.
Sono coincidenze?
Sì, se credete alle coincidenze!
Esempio:
– siamo nell’anno del Signore 2012, non nell’anno 2012,
– il mio punto di partenza è il mio, non il vostro,
– per comodità ho scelto i numeri arabi per datare questo romanzo cavalleresco.
Io non credo alle coincidenze.
Io non credo.
Io sogno e vivo in queste parole . . .
Per allontanarmi ancor più dal reale correggerò certi termini che hanno creato scompiglio in voi lettori che mi sommergente di messaggi di approvazione o di disapprovazione con consigli utili e non, insulti o apprezzamenti.
A voi tutti sono grato.
A voi tutti.
Spero che il carteggio tra noi possa continuare al fine di approssimarci il più possibile allo zero ed ottenere così la misura più precisa possibile.
Parole come sindacato sono nella mia fantasia, che vive nell’anno del Signore 2012, parole antiche. Le ho scelte come ponte culturale al fine di connettermi temporalmente con quelle persone che vivono nell’anno 2012 e per una mia personale ricerca sul linguaggio.
I miei studi confermano infatti una vita in quell’anno.
Anno così-detto di fine del modo secondo una profezia di un popolo antichissimo, gli ApeMaya.
Per tornare alla parola sindacato l’ho scomposta così in lettere (s, i, n, d, a, c, a, t, o) ed ho provato ad anagrammarla. Dopo svariati tentativi ho scelto tasindaco.
Spero sia di vostro gradimento.
Ultima ma non per questo meno importante la parola Telegatto.
Sono stato informato che ha un riscontro reale. Me ne scuso, lo ignoravo ed in tutta sincerità trovo la parola in questione orrenda. Permettetemi quindi di resettare quel punto della vostra memoria e sovra-scrivere la parola Telecatz, onomatopeicamente più interessante.
Per tutto questo oggi,
Ravenna, 16 gennaio dell’anno del Signore 2012
Io sottoscritto, poeta di fantasia, giuro di scrivere tutta la verità e nient’altro che la verità secondo coscienza davanti a Voi giurati che siete gli Uni e gli Altri.
Mi trovo imputato, mio malgrado, in questo processo che è la Vita.
Sarò vittima o carnefice?
Spetterà agli eventi che narrerò ed alla vostra sentenza, secondo coscienza e secondo vostro giudizio, decidere la mia assoluzione o condanna.
Autocertificazione – di fantasia / di identità – dei personaggi
Io sottoscritto, conte Cosmo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Plinio Responsabile per le Esternazioni, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Guido Guidi, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Lorenzo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Adamo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Primo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, William II Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Luca Puntiglio, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Vix-Vaporum, in piena facoltà della mia entità cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritta, Allegra Serena Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
. . . e così via . . .
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Si prosegue domani sera alle 19. Previste 5 puntate ma è forse certo il futuro? E se fossero 6? (db)

Racconto cavalleresco ⁞ by Kike

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 1

28 gennaio 2012 di DB

di Kike

Anno del signore 2012
-On-
ATTACCO

Il poeta urlò: – guerra!! –
Una sirena suonò come un lamento e la fabbrica cominciò a muoversi, prima lentamente poi al ritmo prestabilito per esigenze di produzione.
Con Lei tutti gli uomini che si trovavano di turno.
Turno che sarebbe terminato esattamente otto ore dopo.

– Tre turni di otto ore! – Toc
– E tre sirene a dare il via! – Toc
Batteva il bastone sul pavimento in legno.
Così sentenziò il conte Vangaglia con il Suo Responsabile per le Esternazioni, un omuncolo insignificante, lacchè col padrone e severo con i sottoposti, Plinio faceva di nome.

Toc!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Toc!

C’erano uomini lì da anni e uomini neo entrati.
Blu, verde e arancio e tre sirene come lamento.
Uomini solitari e uomini in squadre e la fabbrica: orchestra di suoni meccanici.
Il grande pennone, detto anche sputa fuoco, soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, affinché i colori del conte e della famiglia che esso rappresentava, i Vangaglia, colorasse il territorio (cielo&terra) da loro conquistato a suon di scudiPesanti che loro stessi producevano pagando in scelliLeggeri gli uomini colorati da loro assunti.

Plinio, l’omuncolo, si muoveva sul grande pennone detto anche sputa fuoco, che soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, con un microfono a gelato color bianco e blu che leccava tra una parola e l’altra ripetendo con tono perentorio il testo imparato a memoria:
– Tre turni di otto ore!– Slurp
– E tre sirene a dare il via! – Slurp
Slurp!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Slurp!

– Rifò?! – chiese Plinio al suo segugio Guido Guidi.
– No sua Eccellenza Dottor Egregio e Nostro Supremo, è stato perfetto!!!! – disse il Guidi girandosi in cagnesco verso quella marmaglia che dattilografava, scriveva, riprendeva e filmava le esternazioni del Responsabile per le Esternazioni:
– Non è vero?! –
– Verissimissimo – disse lo scrivano.
– Altroché – il dattilografo.
– Mamma mia, commovente – il film maker.
– . .  . – il segretario n°1.
– Idem – il segretario n° 2,3,4,5,6,7 … così via fino alla capo-segretaria che le scappò un – Cazzo padrone . . .  – e subito la stagista le scappò un sorriso che il Guido freddò con lo sguardo.
Poi tutti in coro:
– Oooohhhhhh … –

Quella marmaglia, assiepata fitta-fitta sulla scaletta di metallo girava a girella attorno al gran pennone, guardava di sbieco a capo chino Plinio e la sua rappresentazione.
Sotto, molto sotto, nel piazzale che si intravedeva, i responsabili sindacali avevano chiamato a raccolta gli uomini blu ed arancio, non occupati nel turno, per discutere delle nuove disposizioni della azienda-famiglia che li occupava con un contratto a tempo determinato secondo l’equazione Vangaglia:

a : b = t : V*

a: il lavoratore
b: la fabbrica
t: il tempo
V: l’incognita Vangaglia

*incognita scoperta dal giovane Lorenzo Vangaglia nel 1990 durante i suoi studi liceali presso il  liceo Adamo Vangaglia.

Terminata la rappresentazione e solo dopo che il fido Guido Guidi disse a Plinio le seguenti parole: – Lei è una persona squisita –
– E’ simpaticissimo –
– La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone.

– APRIAMO UNA PARENTESI –
Il microfono cadendo fendeva l’aria, resa nera-nera o grigio-grigio a seconda dell’umidità di questa, in modo netto e tagliente come un pugnale che fende il burro e come il pugnale che fende il burro si piantò nel cranio di un operaio che si trovava ai piedi del grande pennone per l’incontro sindacale che settimanalmente si teneva e si tiene e si terrà nel grande piazzale Primo Vangaglia.
La disattenzione dell’operaio blu, del turno blu, con badge numero 025578/03 fu pagata a caro prezzo dallo stesso, con la vita.
Subito partì una vertenza sindacale dai sindacati riuniti sotto il gran pennone che fu presa al volo dal Responsabile per le Esternazioni Plinio e ributtata agli stessi come un boomerang con queste sue parole:
– Se l’operaio con badge n° 025578/03 avesse indossato il casco non avrebbe riportato alcun danno come da legge sulla sicurezza 626 corretta e riveduta in 626-6262 –
E con fare condottiero indicò il grande cartello ben visibile ovunque:
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA *

*(Trovata pubblicitaria del giovane Copywriter William II Vangaglia che gli valse numerosi premi, tra cui il Telegatto nell’anno del Signore 1999, e lo consacrò all’immortalità sui testi universitari come “Diritto e Lavoro: + lavoro”, “Sicurezza sì! Dove, quando e perché”, “Quando ci pare a noi” per le edizioni Vangaglia&Vangaglia).

Subito una macchia rossa andava via via allargandosi sotto al corpo inerte dell’ormai ex operaio che subito la ditta esterna per la sicurezza all’interno della fabbrica si precipitò ad isolare.
Disperse i presenti, operai e sindacalisti, invitandoli a entrare nei capannoni della fabbrica per lo straordinario retribuito a lutto (per le spese mortuarie) e mise in sicurezza il luogo dell’incidente per l’arrivo delle forze dell’ordine.
L’intervento della ditta esterna a dire il vero non fu tempestivo, essa infatti si trovava all’esterno della fabbrica stessa ed interveniva solitamente o prima-prima o dopo-dopo.
I dipendenti della ditta esterna per entrare dovevano infatti o presentarsi ai cancelli della fabbrica e superare un test attitudinale preparato da diversi personaggi sul libro paga del Responsabile per le Esternazioni Plinio, come un laureato in cerca di occupazione permanente, un operaio con licenza media inferiore e random da chi passava di lì. Per superare il test non occorreva rispondere alle domande in modo corretto, era necessario rispondere alle domande come avrebbero risposto alle domande i tre sopra citati.
Oppure i dipendenti della ditta esterna dovevano scavalcare la recinzione in ferro.

In questo caso, a rigor di cronaca, il giornalino “La fabbrica oggi, domani … Domani?” scrisse testualmente: – Data la gravità dell’incidente accorso al nostro stimato collega n° 025578/03, gli addetti alla sicurezza della ditta esterna hanno solertemente declinato l’invito a compilare il test ed eroicamente ed agilmente hanno scavalcato il cancello e sono prontamente intervenuti per decretare ufficiosamente l’ora del decesso che solo ufficialmente è stato decretato dall’organo preposto  Morituri te salutant qualche ora più tardi avendo brillantemente superato il test di ingresso”.
Saltando di parola in parola arriviamo al clou del pezzo giornalistico scritto dall’operaio Caporeparto ed esponente sindacale Vix-Vaporun Luca Puntiglio: – “ . . . uniti nel dolore alla fa . . . ntastico discorso del Responsabile per le Esternazioni Plinio da cui prendiamo le parole più forti e carismatiche:
– Tre turni di otto ore! – Slurp
– E tre sirene a dare il via! – Slurp
Slurp!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Slurp!

L’articolo continuava: “ . . . riprendiamo le parole del Dottor Guido Guidi:
– Lei è una persona squisita –
– E’ simpaticissimo –
– La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –

“ La giornata purtroppo – l’articolo – ha avuto una nota dolente, l’aria nel circuito dell’aria ha avuto un calo di pressione tale per cui la produzione ha avuto una flessione di circa un’ora con conseguente sospensione dell’uscita del fumo nero-nero, causa umidità del 83%, dal grande pennone.
Il Signor Plinio in persona se ne scusa”.
“ . . . Nota positiva della giornata una nuova assunzione. Alla faccia della crisi, noi, ASSUMIAMO. Diamo il benvenuto quindi all’operaio blu, del turno blu, con badge n°025578/04”.
CHIUDIAMO LA PARENTESI

UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh. Sì-beh)
Invidioso degli spazi che quotidianamente si sono presi Giando e Mam, in un recente passato, anch Kike propone una (pacifica e concordata) invasione delle ore 19. A me questi suoi pensieri da riordinare piacciono e ho detto sì. Solo in alcune foto truccate può sembrare che Enrico abbia un martello e mi stia minacciando; se però guardate attentamente noterete che l’acqua minerale (puah) sul tavolino a destra è scaduta, dunque non bevete(ve)la. Anzi leggete e commentate in libertà. Saranno 5 puntate … o forse più. La seconda dunque domani sera. (db)

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