Caffè. La Stimmung di V.S. Gaudio con Loris Maria Marchetti

Caffè.

Stimmung di V.S. Gaudio  con i Caffè di  Loris Maria Marchetti[i]

 

I

Tra i piccoli caffè della città

più accoglienti e discreti

per rintanarsi anche con chiunque

non ami ve n’è uno ideale,

forse quello nella piazzetta

del Conte Verde, se ricordo

bene, in pieno centro, là dietro

in cui ci sono stato ma non

ricordo con chi, forse vi capitai

con un amico poeta e neppure

dopo quando ci ritornai

non riesco a focalizzare

con chi, forse per via del

fatto che ero appena

uscito da quella suite

turinoise in pieno centro

partendo da via Cernaia

nella misura e per il piede

del podice sabaudo che mi

era apparso esattamente 23

giorni prima, quanto un ciclo

fisico, alla Crocetta

Roy Lichtenstein – Cup of Coffee , 1961
II

Sempre in via Cernaia

all’apice della mia forza di poeta

alla pasticceria Querio

che non era un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso, un po’

consunta la pelle delle seggiole,

la pelle dei calzoni di chi si alzò

a prendermi lì davanti la pasta,

come se fosse di legno come le

poltroncine e i tavolini e le pareti tutte

e i vetri su cui impareggiabile

era il suo podice all’apice della forza

magari in un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso,

un po’ anche a Torre Pellice

l’avrei rivista volentieri

sarebbe stata suggestiva

e impareggiabile quel secondo grado

che Eric Berne chiamò “malanno del Kent”

e io “se fossi venuto in quel caffè”

l’avrei chiamato “malanno del Querio”

o “malanno della Torre Pellice”?

III                                               a Francesca

Poco ha in comune

con quel Caffè che c’era all’inizio di

via Micca e dava a voler guardare fuori

su Piazza Solferino dove ci andai

con un pittore che stava lì vicino su una banca

quando un mezzogiorno mi chiamò

vedendomi passare sotto i portici:”Poeta!”

e poi ci ritornai con chi aveva un doppio

nome francese e voleva portarmi

a giocare a tennis, tanto che da lì

da quel Caffè Drop-shot  non presi più

quella palla al volo, ma erano pur

sempre anni di piombo e tu che

non eri presuntuosa di quel nome

pensi che avremmo fatto un match

a dimensioni mitiche?

[i] Loris Maria Marchetti, Caffè, in: Idem, IV.ALLEGRETTO CON SPIRITO, in:Idem, Suite delle tenebre e del mare, puntoacapo, Alessandria 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

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La poesia fanese di Ghiandoni come se fosse ad Arles.

V.S. Gaudio

Da:  Divagazione ziffiana sulla poesia di Gabriele Ghiandoni

Come si legge la poesia dialettale ? 

 [©Van Gogh 1888,Café de nuit,Place Lamartine,Arles Olio su tela,cm 70x89,New Haven(Conn.),Yale University Art Gallery]

[©Van Gogh 1888,Café de nuit,Place Lamartine,Arles
Olio su tela,cm 70×89,New Haven(Conn.),Yale University Art Gallery]
  1. Confrontiamo:

Sapìti cchi successi a la Licata

‘u porcu assicutava ‘na criata

c’aveva ancora lordi li piatti

e cincu jatti ‘nta ‘n malu furrìu

ca vulevunu ‘u pizzu,

amminazzannu:

serva fitusa, dannìnni ‘na parti,

jettini ‘a rristatura d’a pignata,

bbrutta criata;

cu stava sodu-ggiubbu era lu porcu

cci jeva appressu ‘n cursa rrastiannu

pinzannu ‘i miritari occa cunortu[1].

con:

Tel cafè la gent discur

mo en dic gnent.

Qualcun arconta dle don.

I più dìcen de sì,incucutiti

da la parola svòida

ch’arman per tera[2].

Qui, al di fuori del loro contesto, come si leggono? «Intendo forse dire se li leggiamo con sentimento, a voce alta o sottovoce? No, non è questo; il punto è: cosa fate quando li leggete? Guardo la pagina stampata: leggo da sinistra a destra. Ecco che cosa faccio. Ma non è tutto quello che io, o chiunque altro, facciamo quando leggiamo qualcosa. Chiunque, infatti, può per lo meno rivolgere l’attenzione a quanto sta leggendo o no, può farlo in modi diversi, o può rivolgersi a cose diverse»[3].

Leggendo i versi di Grasso, vedete che c’è una correlazione tra la struttura della poesia e quella del racconto; percepite una sorta di macrostruttura della narrazione che può avere, per motore, almeno tre delle cinque funzioni di Isenberg: la situazione iniziale, la complicazione, l’azione o la valutazione, la risoluzione, la morale o la conclusione; vedete che la sua funzione discorsiva pone una concatenazione cronologica e a volte riuscite a scorgere anche la funzione documentaria che toglie schiuma, lava, alla ridondanza semantica; vedete che la circolarità semica è attuata, come è effettiva l’interazione tra l’io che narra e l’altro di cui si narra.[4]

Leggendo i versi di Ghiandoni, vedete che il poeta sta facendo una novella in versi, una romanza anche, ma è la novella-metafora che fa da specchio, con almeno tre funzioni di Isenberg, a una situazione iniziale che è sempre il punctum della biografia del personaggio o della figura; così, combina paradigma e attanti, che sono sempre personaggi o figure di cui il poeta rammenta, narra. Come nei versi di Tonino Guerra, e anche in quelli di Grasso, anche qui la funzione discorsiva ha una concatenazione monotematica che leviga la superficie del denotatum[5]. La domanda di Ziff «Come si legge una poesia?» non ha, è vero, una sola risposta. Non esiste un unico modo di leggere una poesia. Figuriamoci una poesia dialettale. Che parla almeno tre linguaggi. Chiunque legga una poesia dialettale come se fosse una poesia in lingua nazionale non sa che il canto è angoscia, el cant è l’angoscia, la pasion sacra[6], passione sacra, è tanto sciocco quanto chi tracanna Vernaccia di Serrapetrona e sorseggia una Fanta, non sa che come la musica araba, la poesia in dialetto fanese è una musica difficile, na farfalla che bruscia viva de calor[7]. Ghiandoni (è frizzante il suo verso con spuma rossa) non è Ruffato[8], ma non scoprirete neppure quello che merita di essere scoperto se leggerete La mùsiga come se fosse il «Corriere Adriatico».

Arles
Arles
  1. Se stessimo leggendo su un giornale, il «Corriere Adriatico», la cronaca della festa per l’inaugurazione del Teàter dla Fortuna e vi si dicesse

Ermi in tanti, tla piasa

El giorn dla Festa: el teàter

De Fan dop cinquant’an![9]

non  resterei sbalordito alla domanda «è vero?»[10].

Ma se stiamo leggendo Ghiandoni e una persona adulta, indicando i versi citati, chiede «è vero?», allora penso che quella persona sia stupida.

Ma se aggiungessi

Ce sin divertiti un bel po’

El giorn dla Festa

è vero?[11]

 

  1. Dico a qualcuno: «Se devi leggere la poesia dialettale, il solo modo intelligente di leggerla è quello di leggerla con occhio critico». Che è anche il solo modo di leggere i giornali. Voglio quindi che mentre legge egli si chieda con una certa frequenza «è vero?». Non credo però che abbia molto senso nella lettura della poesia. Esistono modi diversi per leggere componimenti poetici diversi, ma nessuno di questi implica che ci si domandi «è vero?». Per lo meno, non credo che un componimento poetico comporti mai una domanda del genere. Tuttavia, non posso provarlo: «esistono troppi modi diversi di fare e quindi di leggere la poesia». Ma se un lettore provenzale di Gabriele Ghiandoni, uno di Arles stesse leggendo su un quotidiano locale:

«Li jour de la fésto:

li teatre de la Fourtuno

estavo dins l’ aire

darnieramen cinquanto an

dins uno rodo redouno

que fuguèsse uno magìo?

Noun, èro verai!»[12]

potrebbe ipotizzare che il Teatre de la Fourtuno è il Teatro della Fortuna di Fan?

Arles tra le città bianche di Joseph Roth

E perché se ne parla ad Arles, che è una città bianca sì ma il suo è il bianco argenteo dell’età, non la bianca festosità della gioia eterna? Per il Caffè di Van Gogh? Che ci faceva a Fano, dipingeva o scriveva poesie, era Gauguin? O Joseph Roth? La poesia dialettale connessa al Dasein del poeta non ha procedimenti metaforici, un po’ come un presupposto giornale locale della Provenza che parla provenzale, cioè scrive provenzale, è scritto in provenzale, non va dal termine di partenza per arrivare a quello di arrivo con la proprietà comune che permette la metafora: a) attuando una traduzione più o meno letterale; b) ridefinendo l’oggetto di partenza. Diciamo che usa il “linguaggio di crescita”, per cui ha un uso corrente, contestuale e situazionale del linguaggio che rende più vera, o verosimile, la referenza al Dasein.

Perciò, il giornale locale di Arles è simile alla poesia dialettale connessa al Dasein del Poeta? O, piuttosto, avendo il “codice ristretto” della lingua in uso, e non avendo particolari procedimenti metaforici, non è per niente poetico?

Dins lou café la gènt parlo

Noun dis aurre.

Quicon parlo de li femo

Tanti dison de si, esbalauvi

De las paraulo vido, que estauon a terro.

 

Que dis? È poetico? Eis veridi? È iperreale? O è correale?

from tumblr
from tumblr: Café de nuit, Place Lamartine, Arles:  ora “Café Van Gogh”

Ÿ [da: V.S. Gaudio, Tel cafè la gent discur mo en dic gnent: è vera ?Divagazione ziffiana sulla poesia di Gabriele Ghiandoni, © 2006] Ÿ

‘U porcu e ‘a criata di Mario Grasso: vedi “il cobold”

[1] CRIATA: in: Mario Grasso, Vocabolario Siciliano, Prova d’Autore, Catania 1989: pag.76: DOMESTICA. Sapete cos’è accaduto a Licata?/ Il maiale inseguiva una domestica/ che aveva ancora i piatti sporchi/ e cinque gatti in un brutto giro/ che volevano la tangente,/ minacciando:/ serva fetente, daccene una parte,/ buttaci il restume della pentola,/ brutta serva;/ chi stava zitto-zitto era il porco/ le correva dietro fiutando/ ritenendo di meritare qualche conforto.

[2] Au café du Centre:in: Gabriele Ghiandoni, La mùsiga, Marsilio Elleffe, Venezia 2000: pag.60.

[3] Paul Ziff, Paul Ziff, “VERITà E POESIA”, in P.Z., Itinerari filosofici e linguistici [Philosophical Turnings. Essays in Conceptual Appreciation, 1966], Introduzione di Tullio De Mauro, trad. it., Laterza, Bari 1969: pag.83.

[4] Cfr. V.S.Gaudio,’U porcu assicutava ‘na criata e cincu jatti vulevunu ‘u pizzu: è veru? Divagazione ziffiana sulla poesia di Mario Grasso, ilcobold.it/piazza3/casa-dello-scriba

[5] Come abbiamo avuto modo di spiegare per la poesia dialettale diacronica [vedi:à V.S.Gaudio,La poesia dialettale connessa al Dasein, in:V.S.Gaudio,La semantica gergale e razionale dellidioletto corporeo e della poesia dialettale diacronica,”Quaderni di Hebenon” n.1, Ivrea 1999], la verifica degli Indicatori Globali e dell’I Ching in questa poesia dialettale connessa al  Dasein indica che l’esagramma risultante è il numero 57, Vento(Sunn) su Vento(Sunn),”la gentile penetrazione”, che è l’esagramma del piccolo movimento. L’immagine:Venti che si susseguono: l’immagine del vento che penetra;l’immagine delle piccole cose. C’est-à-dire della piccola frase, il “sintagma mite del vento” o “del legno”. L’oscuro,che,di per sé, è rigido e immobile, viene dissolto dal principio chiaro che penetra, commenta Wilhelm(vedi:I King(Il libro dei mutamenti), Astrolabio ,Roma 1950:pag.240),che fa da specchio a I culor chiar fati de luc;el culor scur sol  sa l’ombra. De not i culor se muscìnen in tel ner(Ghiandoni, op.cit.:pag.41).E’ l’esagramma dell’andare dentro e del rannicchiarsi, delle circostanze particolari e delle piccole cose. Il trigramma Sunn si raddoppia, sotto poggia sulla materia, sopra è come il vento e le nubi penetra. Che, poi, il tutto si contempli nell’Heimlich che viene destato, come la particolarità del nostro esempio del Caffè dimostra. Al Caffè la serie dell’esagramma 57 trova il suo adempimento: il viandante non ha nulla  dove possa dimorare nel suo isolamento, e quindi segue Sunn, il segno del ritorno a casa.

[6] Cfr. Harmonia sacra pag. 73:G. Ghiandoni, op.cit.

[7] Cfr. La mùsiga araba pag.68: G. Ghiandoni, op.cit.:una farfalla che brucia viva di calore.

[8] Nel valutare il rapporto formale e qualitativo delle preposizioni nella poesia di Gabriele Ghiandoni, il centro di gravità del suo stile è basato sull’alternanza del transitivo, ovvero la discontinuità del transitivo, il salto, l’opposizione, la concessione che, in qualche modo, è speculare all’esagramma 57 dell’I Ching, questa  mitezza del passaggio, questo  sottentrare gentile, tutto sotteso dalla preposizione-punctum Tel(nel)  o Tla(nella)che, appunto, nella Tavola delle preposizioni del dialetto fanese o,se vogliamo, del territorio della provincia di Pesaro che appartiene all’area gallo-italica che si collega direttamente ai dialetti romagnoli(vedi.G.Devoto-G.Giacomelli,I dialetti delle regioni d’Italia,Bompiani Tascabili 2002),è compresa nelle fasce qualitative Asimmetrica-simmetrica/Transitiva.

Á Á las Á la Per  Pet Pera Sobre Asimmetrica
Contra Contro

Sènso Sèns

À reire Vers

Darrié Davans

Entre

Permièi

En  Ena

Dins

Dintre

Dins lou

Asimmetrica

Simmetrica

De

De la  De l’

Dou

Ab

Desempièi

Despièi

Com/can(t) Simmetrica
intransitiva intrans-transit. transitiva  

Tavola delle Preposizioni : Provenzale ©V.S.Gaudio

[cfr. anche Tavola Provenzale/Catalano in : Viggo Brøndal,Teoria delle preposizioni[1940],trad.it. Silva editore, Milano 1967, appendice:Tav.89 B.]

Fete des Gardians celebration. Arles, France
Fete des Gardians celebration. Arles

intransitiva Intransit.-transit. transitiva  
A Per Sota

Su

Sopra

Asimmetrica

 

Vers

Sensa

Tra

Drenta

Fora

In tl’

In tel

Tel

Tla

AsimmetricaSimmetrica
De

Del

Dietra

Davanti

Dal Cum

Sa

Sal

Simmetrica

Tavola delle Preposizioni: Fanese ©V.S.Gaudio

[9] Sono i primi tre versi di La festa pag.75: G.Ghiandoni, op. cit.:Eravamo in tanti, in piazza/ il giorno della Festa: il teatro/ di Fano aperto dopo più di cinquanta anni!

[10] E’ vero che le pietre, le mura di Fano sono come le pietre di Arles, vivono di vita propria? Come dice Joseph Roth: “Le mura antiche diventano più sonore ogni anno che passa, come fossero vecchi violini”:Le città bianche[Die weissen städte,postumo 1976 Amsterdam-Köln],trad.it. Adelphi, Milano 1987:pag.90.

[11] Questa virtù dell’ Heimlich che sottentra nei luoghi di Fano e di Arles, e quindi nella poesia e nella pittura di Van Gogh, è una sorta di fatalità indistruttibile dell’Altro, è come l’irredentismo dell’oggetto, l’estraneità radicale, l’esotismo irriducibile da cui si potrebbe cogliere quella che Jean Baudrillard intende per “declinazione della volontà” e che rende di una evidenza perfetta ciò che, visto da una prospettiva d’insieme, manca al mondo, al senso che non ha frammenti, linee spezzate, forme segrete dell’Altro. L’immobilità dell’oggetto nel cuore della sua banalità che fa irruzione da tutte le parti, con la delicatezza patafisica che non vuole riflettersi, vuole essere colta direttamente, illuminata nel dettaglio, farsi oggetto stupefatto che capta l’obiettivo del poeta e del pittore, questo bagliore didonico di impotenza e stupefazione che manca completamente alla mondanità della lingua, della poesia, nazionale. “C’è del fotografico solo in ciò che è violentato, sorpreso, svelato, rivelato suo malgrado, in ciò che non avrebbe mai dovuto essere rappresentato perché non ha immagine né coscienza di se stesso”, dice Baudrillard (La trasparenza del male, trad.it. Sugarco edizioni, Milano:pagg.165-166). Questo  fotografico è l’irriducibilità che proviene da un altro luogo, la precessione di una determinazione illeggibile nell’evidenza perfetta del linguaggio,deittico ma, illeggibile, segreto, di una devoluzione sottile, energia surrettizia sottratta, rubata, sedotta, radicalmente esotica: a Fano e ad Arles?

[12] Sono i versi in provenzale che corrisponderebbero al fanese di: El giorn dla Festa:el teàter dla Fortuna a pr’aria dop cinquant’an, in t’una rota tonda:par na magia da stròligh? Invece è vera!

Arles
Arles

POP-CORN CINEMA & POESIA

Marisa Aino | Pipirites et paniculae © 2016

▐ Sembra che per la bottega di pop-corn l’attrice si sia ispirata a queste paniculae di Marisa Aino…Se trarrà ispirazione dai piperites, quella patagonica(o ottusa?) attrice che altro botteghino aprirà in quel di Parigi, quello dei “popacci crushkl” di Sant’Arcangelo?▐

Il pop-corn della ragazza del poeta ♥

Il poeta, che non ha i baffi nerissimi e accuratamente tagliati di quel signore della Centuria “Ventiquattro” di Manganelli che è, alle quattro del pomeriggio, ancora in pigiama[i], non riesce a sdraiarsi sul letto, e nemmeno stendersi in una poltrona comoda e rassegnata, e non sfoglia manco un libro, né guarda il titolo solo dopo aver leggiucchiato una pagina. Ha appena letto in un quotidiano che la sua ragazza, l’attrice che non si sa quanti film ha fatto e che non si  sa da quanti visionatori è concupita come oggetto “a”, ha inaugurato il suo negozietto di pop-corn! Lei è un’anima aggraziata, e anche di corpo non è male, è pur sempre la ragazza del poeta, che, continua a pensare che anche lei in qualche modo è innamorata  perdutamente di lui, pur essendo poeta, sarà, si dice, per via del punctum dell’anima, ah, dice “punctum”, facendo sottentrare per la sua immagine l’ovvio e l’ottuso di Roland Barthes, invece si sta riferendo al punto sensibile arabo nel suo cosmogramma, quello dell’anima, che è strettamente connesso al suo Ascendente, anzi al suo mezzopunto Sole/Ascendente, un’adesione incredibile, quasi patagonica, per via  del fatto che oggi si sente sotto l’effetto di una molesta ubriacatura, ma in realtà egli , la sera prima, ha bevuto un solo bicchiere, saranno stati i peperoni, peperoni e uova, e…oh, Dio, com’è possibile? Pop-corn, e ripensando alle uova, per le galline e il granone per le galline, quella scema s’è aperto il negozietto del pop-corn, ma chissà mai chi glielo avrà messo in testa, o forse ci ha pensato autonomamente, quando andavamo al cinema, pensa il poeta, forse a vedere che si vendeva tutto quel pop-corn avrà pensato che era in quel modo che si facevano i soldi, povera stupida…Ma è suonata? Sarà stata un imbonimento della famiglia, quelle sorelle non volevano aprire tempo addietro una friggitoria, così, dicevano, sai quanti soldi ci facciamo la mattina che prepariamo il cestino di patate fritte e cozze impepate per i ragazzi che vanno a scuola, tu pensa a quelli che, poi, devono restare qui in paese per il turno pomeridiano e allora vengono a mangiare qui peperoni e patate, cozze o cozz’ammula fritta, e poi tu ti metti il grembiulino e bona come sei sai quanti si vengono a riempire l’otre dello scroto a furia di ingurgitare pensieri immondi su di te, che in confronto un manga di marca “Hentai”sembra addirittura arido, altro che shummulo[ii]  di quel fesso di quel poeta senza una lira!

Pop-corn…e la rivedeva nella tuta di latex per quel personaggio da super-eroina, che, lui, così in quell’assetto, ne aveva messo da parte immagini in gif, che, quando lei non c’era, stava a guardarsele e a menarselo per ore intere, e giorni, e adesso questa super-eroina si mette a vendere il pop-corn… Mio Dio, mi capiterà un giorno che uscendo da quel suo negozietto un giorno mi accorgerò che mi hanno rubato l’Universo, e al posto dell’Universo c’è quel solito venditore all’ingrosso di granone per galline, in quel suo buco, dove, quando smise, aprirono la sede della progenitrice dell’agenzia della Fiscalrassi, e il suo paese era scomparso, scomparsa la sua casa, scomparsa la sua famiglia, scomparso il suo aranceto, scomparsi gli ulivi di Sant’Arcangelo e la sterpina, scomparso il sole, scomparso il cinema, e il poeta si era allora convinto che era accaduto un furto, un furto più grande del consueto, era stato rubato l’Universo del poeta, e c’era tutto quel pop-corn e quella stupida che adesso non faceva più l’attrice, s’era messo il grembiulino e il berrettino e sorrideva a tutti i compratori di pop-corn, che, poi, non sapevano che farsene, perché non c’era più il cinema, non c’era più l’attrice per la quale andavano tutti al cinema a farsi l’erezione di terzo grado, non c’era il sole, ed erano rimasti tutti gli ombroni del mondo, e tutti avevano il pollaio e tutti vendevano il granone all’ingrosso e tutti erano affiliati alla Fiscalrassi e tutti andavano alla regione a mettere la tassa della salute per il poeta che, se non voleva essere ricoverato in una clinica psichiatrica (come quella che c’era vicino all’ospedale della città dov’era la sede legale dell’azienda che faceva le bollette a Moncalieri e che in realtà era afferente alla sede maggiore in Puglia, tanto che se il padre fondatore era un monaco, il nome di quel paese della Puglia era simile al nome di un altro monaco che, anche quando non è il nome di un monaco, entra in vari scandali per il dispositivo di alleanza  e anche per quello di sessualità), doveva pagarla  a fior di quattrini prima all’Inps di residenza e, se non lo avesse fatto, l’avrebbero resa nazionale e fatta pagare con il 740 con versamenti alla regione di residenza, famosa per avere il Centro Servizi fiscale a Salerno, nella regione attigua, a nord, che, sarà per questo, per via dell’ombra, che, più si va a nord e più  è tutto in mano agli ombroni, o nelle loro bisacce.

Un giorno, poi, dopo che il poeta le aveva scritto una lunga email sperando che rinsavisse e ritornasse a fare film, lei gli aveva mandato un’affiche come quelle di Paye Ta Shnek: “Mon Pop-corn n’a  pas besoin de ta poésie ou de ton (-phi), ni a besoin d’autre cocorico de Monsieur Lacan!”. E gliela affisse anche su Twitter[iii]. Il poeta prima pianse per tre giorni, e ogni volta che mangiava l’insalata di mais col tonno Sardanelli rigettava, infine se la legò al meridiano la sua bella attrice di una volta e, quando era incazzato nero, scuoteva così forte il meridiano che il Fondo Cielo, in breve, si riempiva fino all’orlo creando panico negli ombroni che temevano ogni volta di annegare.

♥by Gaudio Malaguzzi

[i] Giorgio Manganelli, Centuria.Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli Editore, Milano 1979.

[ii] Cfr. V.S.Gaudio, Shummulon vs Shumullar. La Stimmung con Samuel Beckett, Rockaby, in→ “il cobold”.

[iii] Cfr. “La ragazza che faceva l’attrice al suo ex poeta”.

pop-corn-biglietto

La ragazza che faceva l’attrice al suo ex poeta: l’affiche de son Pop-corn.

Alla maniera di PayeTaShnek.

Ignazio Apolloni ░ Il canto dei pavoni

ANNI DI LUCE ░ 

Quando son nato non avevo nulla

né sangue né molecole né vita.

Il cosmo tutto

ancora non aveva un senso

finché mi partorì una donna.

 

Anni di luce dall’ombra

catartica seguirono fiocamente

a illuminare le grame avulsioni

dello gnomo che cresce e giganteggia

e s’allunga lungo la costa

del mare in cui preferirebbe perire

piuttosto che vivere una seconda volta.

 

Queste gambe e questi gomiti

che s’articolano e flettono

e creano forme dal nulla

gonfiano il mio corpo

come un’appendice

che dilania le croste dell’ignoto

tra una stella e una cometa

che cerca di colpirlo.

 

Anni di luce seguiranno

a gonfiare sempre più

il mio corpo di luce

nello spazio.


IL CANTO DEI PAVONI ░ 

Quando l’uomo scoprirà se stesso

sotto il proprio sudario d’assiomi

in cui confuse i suoi figli,

e veglierà sul cadavere del nulla

mentre tutto risuonerà d’errori,

ogni cellula dell’universo riderà

lo stridulo canto dei pavoni.

 

Ma l’angoscia dei vivi avrà pervaso il mondo

sconosciuto, e ne avrà solcato di rimorso

tutti i tempi che verranno dopo l’uomo:

sarà la mia vendetta, la mia maledizione

nel ciclo dell’informe senza storia

alla ricerca di un’anima che non avevo,

che nessuno ha mai avuto:

che non esiste.


ERA LA GENESI ░ 

Branchi di ululati e miagolii

succhiano il cielo

mentre travasa il tempo

gravido di carne

che nutre le ossa dei morti

sotto le lastre di calcare

adagiate. Occhi divorano

il cielo che scava

bocche cavernose

gonfie di sete,

altri richiami che non toccano ancora

l’estremo confine

mentre i torrenti spaccano la terra,

e frana la terra, e i tronchi segati s’abbattono

inutili a colmare i burroni. Ora

rampe di missili in gara

gettano scintille di fuoco, di orbite,

di natura umana; mentre spettri

segnalano la luce delle stelle, ne

fissano il moto, ne segnano la vita

o ne preparano la distruzione.

 

L’uomo comincia a creare il creato,

ma senza mistero.

da: Ignazio Apolloni, La Grandezza dell’Uomo, Uh-Book 2016

│© enzo monti│ apollonglosse© uh magazine
│© enzo monti│ apollonglosse© uh magazine


La scomparsa di Ignazio Apolloni│

L’inizio e la fine di Ignazio Apolloni

di Alessandro Gaudio

 

│© enzo monti│ apollonglosse© uh magazine
│© enzo monti│ apollonglosse© uh magazine

Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio scorso, se ne è andato Ignazio Apolloni.

Dall’alto della fantasia, leggera ma dilatata, dei suoi racconti, dei suoi romanzi, delle sue singlossie e della sua umanità, Ignazio continuerà a sostenere, come accade da almeno quarant’anni, l’impossibilità per la letteratura di un impaccio, di una regola di codificazione che ne limiti la portata o ne controlli forzatamente il rimbalzo. E oltre quei limiti, là dove Ignazio continuava ossessivamente a cercare la connessione con il mondo esterno, tra la codificazione della sua arte e il suo quotidiano, vorrei seguitare a immaginarlo.

Lo faccio per il tramite di una poesia scritta da Ignazio negli anni Cinquanta (ma pubblicata due decenni dopo, nel dicembre del ’72) e che egli stesso mi mandò cinque o sei anni fa perché potessi meglio delineare la sua figura di artista. «C’è ancora qualcosa che non ti ho detto − mi scriveva − Prima di darmi alla narrativa; al lettering; alla singlossia; alla epistolografia; alle favole […] ed ancor prima delle favole le poesie impossibili; le dichiarazioni d’amore per la poesia; le sketch poesie; il Come e il Dove, ho scritto delle poesie lineari, in versi come pure si dice […] Ci troverai − aggiungeva quasi schernendosi − la sperimentazione ma anche i prodromi delle mie convinzioni filosofiche e aspettative avveniristiche legate alla scienza cum grano salis, almeno a quei tempi». Ecco, dunque, uno dei peccati di gioventù di Ignazio Apolloni: fa parte della raccolta intitolata La grandezza dell’uomo; spero che il paradosso di vederla ripubblicata adesso possa indurre, seppur nel dispiacere profondo di chi la legge, un complice risolino.

 

l’inizio e la fine

 

contro ogni legge che conosca

nell’esplosione della nuova devastazione

e le modelli

e le calchi

le particole amorfe, e le rinserri

che colga, pregni e saturi di sé

nell’altalena vagante d’una meta nello spazio

NEL TEMPO

ogni storia ha la sua morte, la sua vita, il suo inizio

l’inizio del tempo

la vita

morte

la

 

Nota: Va letta dal basso[1]

 

[1] I. Apolloni, L’inizio e la fine, in Antigruppo 73, 1° vol., Cooperativa operatori grafici, Giuseppe Di Maria Editore, Catania 1972, p. 13. La lettera citata è del 5 maggio 2009.

 

Non è Xénie seduta sotto il cedro

trovare la propria anima attraverso l’anima dell’amato

dentro l’antologia di spoon river e quando l’anima si ritrae

allora la tua anima è perduta, così ho scritto al mio amico

ma il dolore, sta scritto, non ha amici

i lunghi anni di solitudine a casa di mio nonno

a Paris in Boulevard Saint-Germain per trasformare

il dolore in coscienza di sé, ma c’era mia zia

e ci furono altri fantasmi in rue de Turenne

forse la Lazare dentro le bleu du ciel di Bataille

o fors’anche Dirty che l’anno dopo venne con

me a Brussell e Xénie seduta sotto il cedro

un’immagine che è penetrata fin nel mio cuore

come mia nonna sotto il nespolo

portandovi un’infinita quiete

fin tanto che percorrendo  l’orangerie Steiner

verso nord si arrivava per  il mese di agosto

ai fichi d’India, che non saranno mai rossi

come quelli  che passeggero vidi a Malta

con la mia anima che non stava amando più

fu così che non la trovai nemmeno a Brussell

by Blue Amorosi

▐ Il cavallo di Troia e la poesia

Istantanea 2 (05-10-2012 00-48)Salpiamo. Imbarcare con la mascella di Písc-Písc
verso Alessandria, Sciankètt amava navigare, anche se
non l’aveva mai fatto in mare, mentre i fratelli Billûsc
ridacchiando s’affrettano alla torre, fu così che mille anni
passarono da quando Agamennone disse: “Non aprite
i cancelli, chi diavolo ha bisogno di un cavallo di legno
di quella misura, fatto poi da Epeo a Francavilla Marittima?”
E Catavïru coraggioso, malgrado rassomigliasse a un attaccapanni,
non poté non dire che Epeo si era separato da Nestore per
starsene a Metaponto, come dimostrava lo scontrino
perduto da Socrate per la sua biancheria lavata,
intanto che la dea Atena, dalla isola Ogigia dell’Amendolara.
a cui egli volle consacrare gli attrezzi
con i quali aveva fabbricato quel Cavallo di Troia,
se n’era andata a Pisa, dove anche la testa di Achille
ha la forma di un trapezoide sempre che, per l’ombra
che a quel meridiano ha rammendi invisibili gratis,
non fosse quella di Ermes, tanto la civiltà ha forma
di cerchio e si ripete, cosicché è sulla riva d’Eno
in Tracia che la statua di Ermes fu scambiata per
quella di Atena, che si era spostata nel locus del Broglio,
e ‘Gnesa , sul letto di morte, implorò
il figlio di abbandonare la poesia e di vendere porta
a porta il folletto o fondare una fondazione con il lascito
di Patroclo, Petrone o di Odisseo che forse era uno dei
fratelli Billûsc se non Sciankètt in persona
▐ by enzuccio de gaudio d’alisandra