Lettura di PAS-SILENCE. Satura by V.S.Gaudio & AffeP

Podcast di Soundcloud│
V.S. Gaudio legge PAS-SILENCE.Mini-Lebenswelt con Joan Mirò│
Satura feat. AffeP
(apagei)

(…) e poi, sotto, le tracce, i punti neri, è il passo che ha lei nel silenzio alcionico, tutto rosso, di una singolare castità, a patto che nel giallo ci si veda una singolare forma di feticismo, e sopra, dove stanno gli asterischi e il cielo grigio, il culto fallico e narcisistico di un oggetto “a”, tra la formula più alta dell’ectomorfismo e la tenera, delicata, sostanza del pondus  più medio che basso, la si guarda ed è nel silenzio dei leggings o degli skinny-jeans che  sveglia il poeta nel mezzo della notte, che, colto di sorpresa, è un po’assonnato forse al limite grigio nel secondo parallelo, e ha la subitanea coscienza di non aver mai capito nulla della vita, e nemmeno delle forme di governo, tutta la sua vita è un tessuto grigio, al limitare della macchia rossa e, ora, al buio, con quell’erezione al 4° grado di Eric Berne, cerca di orientare la pulsione uretrale verso i due punti dello zero, (…)

Il testo integrale è leggibile online su Uh Magazine /2016-12-20

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La suite turinoise ♦ V.S.Gaudio

L’orologio e il bioritmo del  passo sabaudo  a S.Gervasio

La prima cosa che ho fatto, e non era il settimo giorno, una volta a Torino è stato il contrario dell’uomo a disagio e irrequieto della Centuria Ottantasette di Manganelli[i], che aveva comprato un grosso orologio, per insegnare tempo al tempo, ho buttato via l’orologio, cosicché, pensavo, il tempo potesse imparare dal tempo, così non essendoci il misuratore il tempo non sarebbe scappato via. Senza orologio, non avrei usato il tempo, né tantomeno avrei dovuto trattare col tempo, o sottostare alle sue regole. Certi giorni i secondi, specialmente al mercato della Crocetta,  correvano via troppo in fretta, e quando toccai il deretano a quello che fu l’esemplare patagonico del podice sabaudo[ii] pensai che adesso sì che saranno lunghi e nel gaudio infinito i minuti del godimento quando interagirò con questo mio oggetto “a” nel piacere singolare così costituito, sarà come ammaestrare il futuro, e i minuti diverranno ore e le ore giorni e i giorni mesi e i mesi anni e gli anni lustri. Quando andavo alla Crocetta non ricordo se fossi a disagio o irrequieto: certo, a guardarmi, si poteva osservare questa sequenza: cammina, si ferma, si regge su un piede, adesso si avvicina a quella bancarella, sfiora con un dito il fianco di quella donna, si gira, sospende il tocco lieve, riparte di corsa, eccolo fermo all’angolo, o vicino alla finestra-vetrina di un negozio di alimentari dove l’esemplare patagonico del podice sabaudo è entrato, sospira, guarda dentro come se guardasse la merce esposta, si appoggia al muro; in realtà, egli è estremamente insoddisfatto della propria vita, vorrebbe avere l’orologio al polso per controllare quanto tempo è che lei sta là dentro, e verificare l’ora esatta della sua apparizione, ha bisogno dell’orologio per determinare l’ora del passaggio di quel demone meridiano, anzi vorrebbe un orologio capace di catturare il tempo e costringerlo a tenere il passo dell’esemplare patagonico del podice sabaudo, sempre, non solo il sabato al mercato alla Crocetta[iii], tutti i giorni, quando riapparirà in via Cernaia e poi svolterà giù all’improvviso e con quel passo legato al cinturino del suo vestito e alle sue scarpe col tacco da 2 pollici e mezzo svolterà infine in via della Cittadella  come se fosse proprio sulla stessa  strada, sullo stesso percorso quotidiano, del poeta, che sta andando in Biblioteca, e invece lei va nell’edificio attiguo, che poteva essere lo stesso liceo artistico dove insegnava una pittrice amica del poeta, che, con l’orologio  e una mappa stradale, forse l’avrebbe capito in tempo per non dovere consegnare in modo irredento e assoluto quel podice sabaudo all’eternità del suo infinito piacere singolare.

Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.
Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.

Il tempo non sta ai patti, e nemmeno al passo con quel podice, il tempo è vittima del tempo, e il passo di quell’esemplare è dentro il bioritmo di quell’esemplare sabaudo così patagonico; in realtà, come il poeta sospetta da qualche tempo, anche il tempo è volato via da quella città, non perché non la sopportasse, ma è che non riusciva a risolvere il proprio disagio, perché, se vai a vedere, l’orologio non ha quel passo, e per avere quel passo, o misurarne il tempo, avrebbe dovuto misurarne, attimo dopo attimo, l’angolo di posizione del tergo, della carne del tergo, non certo per sapere se quel passo, così come quella carne e quel tergo, stia correndo, o indugiando, o, quando viene sfiorato dal dito del poeta, stia comprando pomodori molli al mercato della Crocetta sabato alle 11.50. Per questo il tempo di quel passo non è detto che potesse aver bisogno dell’orologio del poeta, o che, avendo l’orologio al polso, la suite turinoise[iv] sarebbe stata definitivamente chiusa, dandosi in una determinata ora appuntamento con l’amica pittrice proprio quando sta chiacchierando con la sua collega, identità svelata di quell’esemplare patagonico del podice sabaudo oggetto dell’inseguimento del poeta.

Mercato della Crocetta
Questa non è Silvia Crocetti al mercato della Crocetta: è, non ci crederete, Aurélia Steiner di Torino al mercato della Crocetta.

In realtà, nessuno è stato ai patti, l’orologio, il poeta, il tempo, il podice sabaudo, l’amica pittrice, il bioritmo del poeta, il bioritmo e il passo del culo torinese, il calendario, la luna, le strade, la piazza, i portici, il cinturino del suo vestito, gli occhiali da sole, le scarpe, anche perché se la strada, come scrive Manganelli, è fatta sempre di quarti d’ora, ma quattro strade non fanno un’ora, fanno sei giorni, e lei con quel passo, essendo apparsa  che nel calendario era S.Gervasio, e allora sì che si è fermato tutto, ventitré giorni, quando si ripete lo stesso giorno del ciclo Fisico del suo bioritmo e di quello del poeta, non ritorna sui suoi passi, ma adesso quel passo è prima sotto i portici e poi, di nuovo, attraverso un mercatino rionale, ma attraversato come se fosse una piazza, come se il tempo stringesse, tra il cinturino e le scarpe, e la linea meridiana delle gambe, non sta fuggendo, né scappa, anzi le strade si accorciano, il percorso adesso è abituale, è come se stesse andando là dove in una settimana, al massimo, la sua vita sarà definita e quantomeno, il poeta se ne accorge e lo sente, è proprio adesso che lei si sta togliendo le mutande per catturare il tempo, il tempo del poeta , e costringerlo a stare in mezzo, tra il tergo, la carne e il suo passo, adesso, domani, sabato prossimo, il luglio che verrà, tutti i sabato, anche la domenica e il lunedì, sempre, tutti i giorni, tutta la vita.

[i] Giorgio Manganelli, Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli editore, Milano 1979.

[ii] Cfr. L’esemplare d’obbligo giudaico-torinese.La Stimmung con Thomas Bernhard sull’oggetto a del poeta che liquidò Aurélia Steiner a Torino, in Uh Magazine 2013/05

[iii] La parte araba del Diritto fatale di pedinamento [=Asc.+ H – Mercurio], rilevata sui dati di quel 19 giugno, è nell’orbita dell’Ascendente del poeta-inseguitore alla Baudrillard, anzi pare che fosse proprio sullo stesso grado dell’Ascendente nel cosmogramma radicale del poeta.

[iv] Cfr. Jean Baudrillard, La suite vénitienne, in: J.B. La transparence du Mal, Ed.Galilée 1990.

 Quando fu sulla rampa delle scale dell’edificio attiguo alla Biblioteca,l’esemplare patagonico della Crocetta si immobilizzò come oggetto “a” simile alla “Miss Otis Takes Flight” di Kenton Nelson.
Quando fu sulla rampa delle scale dell’edificio attiguo alla Biblioteca,l’esemplare patagonico della Crocetta si immobilizzò come oggetto “a” simile alla “Miss Otis Takes Flight” di Kenton Nelson.

 

Passaggio al Meridiano ♦ Il passo di Aurélia Gurmadhi

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Si une âme ne résiste pas à l’emprise

des volutes, des spirales, des vertiges

imprimés, fixés au moment de tartufferie

paroxystique, alors elle est livrée au

somptueux Ubu, dont le sourire rend

toutes choses à leur inutilité

sulfureuse et à la fraîcheur des latrines…

 

[Jean Baudrillard, Pataphysique , © 2006]

 

 

 

AURÉLIA STEINER

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre.(…)On peut,pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition,par les titres : Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras(Le navire night, Mercure de France, 1979)

 

 

La langue toquade e Aurélia Steiner

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana –l’unica- stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà:illuminata,solitaria,infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia[ che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shummullar] operasse affinché il poeta potesse darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds(Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o,forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco,dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che,esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato,poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”,secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

Il Punto e Virgola  di Aurélia Steiner di Durrës

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi,in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontanocosì prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto,in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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{Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?}

 La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e , dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati. Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa: fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura(ma quale?)sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene[i].

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos;il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkpëtim[ii].

Asaj kam përgjigiur[iii]:

Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo. Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare. “Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto: come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto, il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno. E’ il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile. Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso[iv], che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’”Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”[v]; ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”[vi],che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’: il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar[vii].

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le « dok » ; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule ; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique ; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs ; Petite Punaise, délice des deux mers ; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien ; Pikë-Shumë de mon Méridien ; Kurvëshumë arbëreshe ; Fshik_Méridien ; Bythë i butësie ; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar ; kopile madhështore ; Hap-pikë afër doku ; Pikë e Gazi[viii].

[v. s. g.]

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale,in: J. B., La trasparenza del male,trad. it:cit.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto:”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr.: Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo,Roma 1963: in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, da pagina 129 a pagina 135.

5 Jean Baudrillard, trad .it. cit. :pag.173.

6 Che,se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend:il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno(il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora(=v) alla fricativa labiodentale sorda(=f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj”=”fregare”,”frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo vë, “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë”(=che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër”=”metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë,bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”,tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento,che,essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshhtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”:l’imperativo “vret”=”uccidi”. E’ la concretizzazione dell’”abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”,che,non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”,”ah,si era bagnato”…i ngasur,”il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr.:Lucian Blaga, Lo spazio mioritico,trad. it. Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe,vedi: Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in: Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder,Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche: V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò,in: V.S. Gaudio, Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’ “allargamento vicino alla darsena”:una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien.”Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz”(=”Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë”(=”Appende e Alza”), è il punto(bagnato) del Gaudio,del Bonheur, per l’appunto:virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo,senso del “Gaz” del Delta del Saraceno:Gas,Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”,non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

Il poster e il passo del Grande P

Il Grande P

 

Il Grande P

by Blue Amorosi

Rinvenne la foto che aveva cambiato nel suo profilo su Google+ e, indiscreto, verso la signora che si firmava P, ne segnalò al mondo intero l’identità con indicazioni territoriali personali, così si fece suo follower e lei, dentro questo svelamento del suo farsi P, convenne di farsi sua follower; pertanto questo un bel giorno le scrisse.

Tu cambia la foto del tuo profilo e io che sarò tra i tuoi followers ti scriverò sotto un commento in modo che chi lo legge intenderà questo│1│:

Il Grande P è una bestia mitologica o patagonica, con la testa di una quechua e il corpo di un’altra quechua, una mesomorfa, per quanto possa essere anche  brevilinea e perciò più in carne, con questo patagonismo il Grande P, quando lo guardi, e quindi vedi solo la faccia di una donna quechua, ti fa sottentrare un fuoco, anche se non stai fumando e sei lontano mille miglia dall’Etna.

Si dice, lo narrano gli astronomi,  che ci sia un pianeta chiamato, da Woody Allen,  Quelm. Così distante dalla terra che un uomo, per raggiungerlo, impiegherebbe 6 milioni di anni per arrivarci, anche con le ferrovie dello stato in Italia, o prendendo il postale che dalla costa jonica calabra porta dritto dritto a Torino, dove, nonostante la meccanica della ruota e la relativa industria, pare che ci sia una dimensione temporale agli antipodi di quella sibarita. Continua a leggere “Il poster e il passo del Grande P”