Tatarânnë zŭmmë zŭmmë ⁞ La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny

La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny│”La scoperta della lentezza” © 1983

 

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë La conclusione della spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

 

(…)

Ebbi l’eccellente idea di inviare Antonio Mundo con Faluccio de Gaudio, o Gaudio, a  Forte Pozzofetente, per occuparsi della fornitura di provviste promessa. I due partirono di malumore, e d’un tratto la pace regnò a Fortë e Shalë i mashtrimi.

Gli indiani cacciavano. Le donne badavano a cucire i vestiti invernali. Gaudio, compatibilmente con il tempo che gli lasciava Calza Rossa, costruì un forno che con la legna funzionava in modo più economico di un camino aperto.

Saverio era sempre più innamorato della bonazza indiana:” E mirë – mirë[i], dicevano gli arbëresh menandoselo tra gli alberi. C’erano lacrime di gioia nei suoi occhi quando la rivedeva dopo poche ore di separazione.

I-Kallam e io non dicevamo niente in proposito. Pensavamo che il fatto fosse troppo fuori dal comune per poterlo liquidare con ovvie obiezioni. Calza Rossa era una stella di terza grandezza, noi parlavamo di altre cose: la bussola, le stelle, il sestante, i segnali con cui noi scalzacani ci intendevamo da una grande canoa all’altra, le feste, il Paolo di Maggio e le leggende indiane di Alessandria del Carretto.

Presto fece terribilmente freddo. I-Kallam aveva avuto ragione.

Tranne Saverio, tutti di tanto in tanto soffrivano molto. Non restava che scivolare di soppiatto tra gli alberi più su al Piano dell’Alpe, anche se Dio e gli indiani vedevano tutto. Un giorno, quando Aïno tornò dalla caccia senza preda e diede a intendere di non aver visto niente, Qesharak, con il suo naso a patata, disse imperturbabile a Cristofaro Gaudio: “La selvaggina c’era, ma quello che aveva in mano l’uomo delle Tre Bisacce probabilmente non era un fucile.” Cristofaro lo riferì ben presto ad Aïno, che dapprima si arrabbiò, ma poi dovette ridere anche lui.

La sera parlavo sempre più spesso con Vicinz Gaz. Il dottore era devoto, ma non era cattivo. Voleva sapere la verità. Quando gliela dicevano, poteva essere tollerante. In realtà era fermamente convinto che un giorno lo scettico Gaudio si potesse convertire. Un lunedì sera Gaz mi chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?”

Allora io risposi alla domanda del giorno precedente:”Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuai a tacere, anche se nei  passaggi al meridiano del mio oggetto a Çorap e kuqe-Calza Rossa vi era transitata insieme come vertice, più che una summa d’amore, una verticalizzazione imponente e assoluta. Il mercoledì sera parlammo a lungo, perché era la volta della vita eterna. Comunque, quando osservavo Saverio, mi sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. Per questo dimenticai di rispondere a proposito dell’amore.

Vicinz Gaz ebbe a riferirmi che la figlia giovane di Aïno, che gli arberësh dell’ovest chiamavano, dopo la spedizione di Bragalla,  “Tere ky ketù[ii] e gli arberësh dell’est “ane-te-aìne[iii], era un autentico shume-i-peshk, così ebbe a dire, e aggiunse: un pescione, e peshk-peshk e tri bisthes, la pisciona delle tre bisacce, che a Bragalla, tutta tenuta nel subligacŭlum, magnifica adlectatio nelle calzebraghe nere, fu maestra nel tendere il dispositivo di alleanza dando il dogu-togu[iv] a 994 o 942 bragallesi, a seconda che si fissi il suo I.P. a 18 o a 19 e l’I.C. sia pari a 52.35. Ci fosse stata lei a fare il mushqepeshk[v], l’inverno, mi assicurò il dottore, sarebbe stato didonico se non addirittura terribilmente aïnico. La figlia paralongilinea-paramesomorfa di Aïno degli Scalzacani dagli ammašcanti era soprannominata “Marsïana”, in omaggio al termine “marsianu”, che è il buco, il fanale, la luce azzurra, il bagliore aïnico. U pisciunazzu , per quanto aveva fatto a Bragalla, aveva avuto dai palisti d’Alisandra l’appellativo Peshkuaka[vi], ricavandolo dalla terza persona singolare del presente ammirativo del virtuale verbo generato dal sostantivo Peshk.

Quattro mesi dopo ritornarono Mundo e Faluccio de Gaudio. Non avevano ottenuto niente e si addossavano reciprocamente la colpa. Del cibo promesso a Forte Pozzofetente non era arrivato nulla,anche se avevano trovato gli interpreti gliaroni . A  Forte Pozzofetente  Mundo aveva cercato di ottenere le provviste a suo modo. Faluccio, disse, l’aveva piantato in asso: “Ha dimostrato più comprensione per le presunte necessità degli indiani della Timpa e di Francavilla che non per le nostre. Non ha lottato per noi!”

Faluccio controbatté:”Il signor Mundo non ha fatto che strillare, da gliarone qual è, con le autorità competenti. Così non si ottiene un cazzo!”Saverio continuava ad amare Calza Rossa. Calza Rossa era stata impregnata. Di chi, c’erano pareri diversi da quello di Saverio, che, era evidente, aveva riempito di schizzi solo l’album.

Gli interpreti gliaroni erano tipi dal naso piatto, dai capelli crespi e dai corpi muscolosi, e si chiamavano Bark e Vesh, che significavano ventre e orecchio.

Il 14 giugno i fiumi furono di nuovo percorribili per tratti così lunghi che decisi di partire. Tutte le carte e le annotazioni furono chiuse in un ripostiglio della baracca “Fortë e Shalë i mashtrimi”. Sulla porta Aïno inchiodò un disegno che raffigurava un pugno alzato con un coltello lievemente azzurrino. Dal momento che sotto il Piano dell’Alpe ognuno, indiano o gliarone che fosse, poteva usare qualsiasi capanna, bisognava in qualche modo proteggere le carte. Anche I-Kallam riteneva che il disegno poteva essere più efficace della serratura. Comunque, qualora non fosse bastato l’avviso esterno, una volta dentro il viaggiatore intruso avrebbe trovato affissi alle pareti altri disegni che raffiguravano una ragazza indiana di straordinaria bellezza che usava il fallo dei viandanti alla maniera dell’eros dei castracani: anche I-Kallam riteneva che i disegni potevano essere un ottimo diversivo pure per gli intrusi ammašcânti e gli arbëresh d’Alisandra, che, notoriamente, erano poco propensi alle sollecitazioni della bellezza indiana[vii].

Calza Rossa non era venuta con noi, era rimasta presso la tribù. Anche uno dei guerrieri di E-Kallam era rimasto là, per amor suo. Lo sapevano tutti tranne Saverio Gaudio. Persino io lo sapevo. Saverio raccontava che alla fine del viaggio sarebbe tornato là a “Fortë e Shalë i mashtrimi” e avrebbe vissuto con Calza Rossa, a Pozzofetente o da qualche altra parte financo nella zona costiera delle Tre Bisacce. Tutti annuivano e tacevano. Persino Mundo tenne a freno la lingua.

 

Sulla riva o, meglio, sul pendio, che si inerpica dalla Sella, che passa da 471 metri, più ad est verso Spartivento è 490 l’altezza, a 375, a 340, giù a 116 nel fiume e, dall’altra riva, c’è, tra 363 e 405 metri, Armi Rossi, che si inerpica nell’agro di Villapiana dalla Punta del Saraceno, laddove, nell’agro delle Tre Bisacce, si inerpica la Sellata dell’imbroglio [ e che fa parte della Commenda Gerosolimitana dell’Ordine dei Cavalieri di Malta o di San Giovanni di Gerusalemme o forse di Aïno, da cui discende il marinaio della nostra spedizione, tanto che la Shummulõna c’è chi dice che fosse una zoccola maltese e alcuni una troia aïnica, ma giacché la commenda finisce e si dirama da Gozo, o Gawdesh, si pensò, quando ci fu il rapimento di una magnifica preda, prima a Calza Rossa, poi alla Shummulõna dei Pa-Rrotë, per toglierne l’uso al gran capo di quegli Scalzacani, infine si disse che la rapita era addirittura Aquila Gaudio], il punto designato è il toponimo ritornello dedicato al gran capo degli Scalzacani(“e Zbathurqenët”):

Ta-ta-rânnë-zŭmmë-zŭmmë

che è diventato il ritornello, canzonatorio in apparenza, rivolto a chi adesso è prostrato o caduto ma ha goduto del piacere, del gaudio, assoluto.

La prima traduzione sarebbe: “il padre grande ha goduto lo Shummë e l’Enzumme”: nello zŭmmë si fa entrare sia lo Shûmmulo che l’Enzuvë; anche se c’è un’altra versione un po’ sanscrita: “tata” , che è, in sanscrito, sia “padre” che “riva”, “ran”, “godere”, ma anche “risuonare”, “tintinnare”, lo zŭmmë, che è il patagonico suono del fantasma quando passa al meridiano come analemma dell’oggetto a, che rinvia al “suma” sanscrito, che è “luna”,”cielo”, “atmosfera”.

C’è una ulteriore variante del “ta”, che è “questo”, che, ripetuto diventa superlativo, cioè: “il grande questo sulla riva o sul pendio godette, suonò la luna (o il cielo)”.

La strofa completa è così cantata nel dialetto del Delta dagli Scalzacani stessi:

Tatarânnë jivë girănnë

Parròtt  jivë nzìvânnë

Girë e ‘nzïvë, zŭmmë e shŭmmë

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë

 

La traduzione deve essere sempre a doppio senso:

Tatarânnë(= il Grande Padre) andava girando

Il cannone(il “top” chiamato “Parrott” dal nome del brevettatore) andava enzuvando

Gira e enzuva, fa lo zŭmmë e shŭmmë

Questo-questo godette il cielo(o la luna) lo zŭmmë-zŭmmë!”

Photostimmung basata sul cannone Parrott

by Blue Amorosi

 

Quattro settimane dopo avevamo quasi raggiunto lo sbocco del fiume. Da allora potevamo incontrare in qualsiasi momento gli arbëresh d’Alisandra, che andavano a guardare le donne che lavavano i panni sulla riva del fiume. I-Kallam non se ne tornò a Castroregio con la sua tribù, puntò a est verso la costa degli scalzacani, anche se non sapeva come si sarebbero comportati i suoi guerrieri con quegli indiani, ma avevano le donne e con la maestria rïulesa e castracane avrebbero ottenuto sportule e commende per loro e le future generazioni: “Dicono di noi che siamo metà uomini e metà cani. Quanto agli scalzacani, bevono sangue crudo e mangiano pesci crudi, ma amano ngul[viii].”

Si accordarono con Faluccio de Gaudio, che andasse con loro; se la spedizione fosse fallita e non fosse riuscita a raggiungere le terre dei Pa-Rrotë, avrebbe rifornito il forte della Sella dell’imbroglio di provviste e munizioni.

Saverio volle sapere dove avrebbe soggiornato la tribù nella primavera seguente. Con espressione imperturbabile, E-Kallam gli comunicò che sarebbero stati nel territorio  a sud. Il padre di Calza Rossa gli porse la mano e disse: “Save’, quando avrete fame dovete bere molto, e fate meno schizzi, altrimenti morirete!”

 

Eccolo di nuovo, il mare, con la sua cara pelle rugosa da elefante: il mare degli scalzacani delle Tre Bisacce! Presto avrebbero sfilato davanti a noi flotte di mercantili diretti a Taranto e le navi per Crotone. Ma in fondo, che cosa mi importava delle imbarcazioni! Mi misi a ridere. Ero di buon umore. C’era quiete sulla collina. Dall’altura ricoperta di erba gli uomini guardavano il mare oltre lo sbocco del Saraceno, il fiume degli arbëresh d’Alisandra.

Davanti ai miei occhi si stendeva una terra ignota, silenziosa e non tanto immensa, solo il doppio di tre bisacce, l’antica misura agraria della terra di Faluccio de Gaudio, ma immensa quanto il giardino dei miei avi, gli scalzacani della famiglia Pa-Rrotë.

E il mare era indistruttibile: mutava aspetto ogni giorno e restava uguale a se stesso in eterno. Finché esisteva il mare, il mondo, pur pieno di gliaroni, non era misero.

 

[i]Buona-buona”, ovvero:”Bona-bona”, “Bonazza”.

[ii] Da leggere così: “Tr-kiu-chtù”, significa:”Tutto questo qui”!

[iii]Fianco(lato, margine) d’Aino”.

[iv] E’ termine dei quadarari ammašcanti, significa:”Pesce buono”, “’u-piscbbùne”.

[v]Mulapesce”.

[vi] Letterale: ”Cristo, che cazz’i pisci!”. Per altri, era “i qime shume”, “il pelo assoluto”, oppure “i qime i Aine”, “il pelo d’Ainea, Enea”.

[vii] E gli intrusi, si narra, furono tanti nel corso degli anni che la baracca fu chiamata “la baracca degli schizzi del Gaudio”, nella lingua degli Scalzacani: “abbaràkk diskîzz’i Gavidĵ”, nella lingua dei Castracani: “e barakë i skicave[la “c” si legge “z”] i Gazi”. Altra denominazione del luogo tipico: “e barakë e kuqe” che gli indiani delle Tre Bisacce commutano in: “abbaràkkä da Cucckä”, ma il nome più ineffabile di quel punto designato 33SXE271146(cfr. nota 17) è forse quello coniato dai quadarari meticci: “e shalë e mashtre”, che è sì, in parte, “la sella dell’imbroglio”, ma è anche un po’ “la sella della maestra”, cioè della Cucckä dei Castracani, l’indiana che ha somatizzato l’oggetto a del capo spedizione con l’indice del pondus 8 e l’indice costituzionale 59. Per i quadarari indigeni e geneticamente puri, “la sella dell’imbroglio” si è sempre specchiata nella loro sella dell’ ‘mbrógliu, che, essendo un “rotolo di rame”, aveva il “peso di 1 Kg”, difatti il toponimo quadararo è: “shalë i ‘mbrógliu”(cioè la sella che richiede l’arnese di 1 Kg) con la variante precisa “u trunânte p’u ‘mbrógliu”(la “sella” per 1 Kg di rotolo di rame). La somma cabalistica del punto designato nel Foglio n.222 della Carta d’Italia, IV S.O. Trebisacce fissa invece come numero il 21, che, nel “Foutre du Clergé de France”(1790), è la posizione dell’Imbronciato, che illustra lo stato amoroso di Saverio Gaudio: l’uomo volta la schiena all’indiana e lei dovrebbe infilarsi l’‘mbrógliu. Solo che così, giacché lei ci rimette almeno un pollice, il rotolo non è più da 1 Kg e nemmeno è ménzumbrógliu. Anche se, come sostengono i chierici francesi e gli indiani franco canadesi, l’indiana non s’addormenta mai quanto albeggia, nemmeno con i quadarari di Albidona che manco un quartumbrógliu tengono. Comunque, la posizione 21 dell’Imbronciato è quella della persistenza e, difatti, per gli schizzi che ci sono nella baracca da Cucckä come può la ‘ndrappuna  dormire?

Oltre ai residui umani e animali rinvenuti nella Baracca della Sella, e parecchi referti di natura genetica e culturale destinati a Calza Rossa, fu rinvenuto, in tempi recenti, un foglio manoscritto con evidenti incrostazioni di natura sessuale con questa poesia lasciata in omaggio ad Arshalëzet(cfr. annotazione in merito in “Strutturalismo della Sella”, a seguire nel testo integrale della Lebenswelt):

il legno è come la pelle e un po’ come il melone

e mani e dita vanno nel senso del sole

e risalgono a posarsi dove la carne con lo gnomone

fa verticale e profondo il meridiano

di largo in lungo si viene si va

cielo e vento liquido e macchia anche stesa

in linea tra i bordi dov’è il campo

e questa tela che aderisce fino al ventre carico

e inclinato tra la giuntura dell’inguine e l’anello

solare così marcato e pieno, il Jésuve che tira

acqua muscoli dita glande non bastano

ancora per bucare tra carne e tuono

remando con tutta la mano

fino al punto d’entrare nell’arco

della durata che ha lo spessore della controra

La qualità letteraria del testo fa pensare che il lascito sia opera di un poeta colto. Il riferimento al Jésuve non potrebbe che farlo un profondo conoscitore dell’opera di Georges Bataille.

In calce al foglio è vergato: Enzuvë a Pascipecora .

[viii]Ngul” significa “infilare” ,”ficcare”, “introdurre”, “fissare”.

da: La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno © 2011

 

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L’uccello di buon augurio e altre visite.

cosmologico sella dell'imbroglio
Schema cosmologico.

da : Strutturalismo della Sella dell’imbroglio , in: v.s.gaudiola stagione della sella dell’imbroglio© 2011

Il pallante di Orsellizia.

orsellizia (…) Alla Fonte Pantano della Madonna ci rese lieta la permanenza una giovanissima indiana, nata nel Delta da madre Scalzacane e padre ammašcânte dell’entroterra dell’Adriatico: un prototipo normoendomorfo, così la misurò il dottore Vicinz Gaz, dotata di un podice colmo e tenero, angolo, kënd, delizioso, i këndshëm, dal nome Arshalëzet, più o meno Orsellizia, con una distorsione alla caviglia, che lei fece durare per tutto l’autunno, e non potendo camminare che zoppicante e con difficoltà veniva portata, a turno, dai vari esploratori, sulle spalle; agli esploratori affaticati la giovane permetteva delicatezze anche definitive, tanto che è stato riferito che alla Fonte, oltre che bere alla tedesca da chi l’aveva recata sulle spalle o in braccio, beveva alla tedesca da altri esploratori, o pellegrini, tanti quanti i suoi anni.

E’ rilevante notare che i 16 traversatori aïnici di Arshalëzet l’abbiano esplorata al parallelo reticolato Universale Trasversa di Mercatore sotto il 17; non fosse avvenuta lì la roscidata del cocomero ci sarebbero state altre fonti o sorgenti perenni sopra il parallelo 16 in direzione Est: Fonte degli Occhini, Fonte dell’Altarello, oltre la Timpa Curaro, nel territorio di Plataci,  in riva al Satanasso, e ,infine, nel territorio di provenienza matrilocale,nel  Delta della tribù delle Tre Bisacce, prima in riva al Saraceno e, poi, sul punto geodetico del Monte Móstarico dove la “Shalqinëcaz”, come fu chiamata(più o meno:”Cocomero a cazzo”)[i], durante la nostra permanenza successiva alla Sellata di Broglio, sarà inondata da almeno 100 roscidatori della spedizione e altri pellegrini a vario titolo.

[i] Gli ammascanti la chiamavano:”Pallante’a’rusticu”, che sta sempre per “Melone-a-cazzo”

(…)

da: v.s.gaudio La stagione della Sella dell’imbroglio La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani  per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

Qualche schizzo di Gaudio.

photostimmung by blue amorosi
⁞OilPhotostimmung by Blue Amorosi│

(…)

Tra i guardaboschi, c’era Saverio Gaudio, che non era parente, o forse sì ammesso che appartenesse alla tribù dei Coggìni, che a sua volta apparteneva alla famiglia degli Ombroni, di quell’altro don Saverio de Gaudio, citato dall’ufficiale della Regia Arma, ma che aveva studiato disegno e pittura, e aveva il compito di fare schizzi di tutto quello che risultava in qualche modo importante.

Alla fine di ottobre arrivammo alla Fonte Pantano della Madonna di San Lorenzo Bellizzi, 33SXE155167[i]. Lì dovemmo fermarci. Il guardiano della fonte ci indicò una costruzione grezza che potevamo rifinire per trascorrervi l’inverno. Il camino lo costruì Vincenzo Diodato, che se ne intendeva. “E’ uno che sa fare il fuoco” dissero gli indiani delle Tre Bisacce, che lo stimavano più di tutti gli altri quadarari. Per il resto avevano una scarsa considerazione dei quadarari e degli ammašcânti in genere. Un tempo non solo le pallottole ma anche il dispositivo di alleanza avevano decimato la loro potente tribù, e il tabacco e il vino per non parlare del buco di Didone albidonese avevano rovinato gli altri senza pietà. “La potenza dei quadarari continuerà ad aumentare” disse a Saverio Gaudio uno degli indiani delle Tre Bisacce, “nessuno riuscirà a fermarla. Poi gli ombroni dell’Alba e gli Ombroni del Nord li cacceranno via, e tutto ritornerà com’era una volta all’ombra della Grande Ombra dell’Aquila”. “Io non distruggo nulla,” rispose Gaudio a voce bassa, “non vorrei neppur lasciare tracce. Tutt’al più qualche schizzo.”

[i] Vedi: Foglio n.221 della Carta d’Italia, I S.E. Cerchiara di Calabria, Istituto Geografico Militare, rilievo fotogrammetrico del 1954.

(…)

da: v.s.gaudio║ La stagione della Sella dell’imbroglioLa Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

Non arriveranno mai a Sant’Arcangelo.

ICM107B
Sud-Ovest.Non è sulla via per Sant’Arcangelo.

(…)

Alla fine di marzo arrivammo alla Montagnella di Plataci, avendo a sinistra in alto il punto geodetico del monte Capo dell’Uomo a 1339 metri[i]. Mi recai subito dai rappresentanti della società dei Muli e dei Cestoni(“Mushkë  e   Koshëmadhi”) per chiedere le provviste pattuite. Era proprio come avevo temuto: molte cordialità, molte parole prive di significato, in dialetto stretto e fosse stata solo la metafonesi rilevata da Rohlfs l’ostacolo…, niente provviste. Insomma: pare che la società della Timpa di Cerchiara rimandasse la questione alla società di San Paolo Albanese e questi a sua volta alla società della Timpa di Cerchiara che aveva giurisdizione fin oltre il varco di S. Lorenzo Bellizzi. Già da anni esisteva tra loro un’inimicizia all’ultimo sangue. Nessuna delle due voleva essere in perdita per aver contribuito alla spedizione in misura maggiore dell’altra. “Non arriveranno mai a Sant’Arcangelo!” disse uno a portata d’udito di Antonio Mundo, che era più avanti di noi tutti. “E quand’anche, il primo assalto degli ammašcânti lucani li farà fuori. Perché dovremmo dar loro provviste, quando noi stessi ne abbiamo a malapena?” E sentii una battuta che avrebbe dovuto essere di amaro riconoscimento, ma che probabilmente aveva ben altro significato: “Ma erano pure a Riulë, dunque ce la faranno!Se non con la testa, col carattere di certo!”

[i] Vedi: Foglio n.221 della Carta d’Italia, I S.E. cit.: punto designato “33SXE194195.

da: v.s.gaudio La stagione della Sella dell’imbroglio La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

Ovest.2 e 3

ICM107B
Ovest.2

(…)

Il 2 agosto  salirono sulle canoe oltre due dozzine di uomini e un’altra dozzina di donne indiane castracani. Risalimmo verso sud-ovest. Ora sapevo a memoria i nomi dei miei voyageur: Pa-Rrotë, Gur-madhi e Gunë-gunë, i grandi. Pa-Rrotë junior, Sannicandrë e Jurrë, i piccoli. Giovanni Battista e Salomone Chiurazzi erano fratelli napoletani, e non si volevano bene. Un terzo Chiurazzo o Chiorazzo era di Senise, era stato marinaio o venditore di pesci ed era morto nella battaglia di Amendolara. Vincenzo Gaudio-Pisani proveniva da Venezia. L’unico indiano tra i voyageur era Jules Parrot, un indiano francese delle Tre Bisacce della stirpe limosina dei Pa-Rrotë. Degli indiani castracani del re e della regina mi restò impresso nella memoria soprattutto Qesharak, il cercatore di tracce dal naso a patata o il cercatore di patate dal naso a treccia. Aveva una figlia di diciannove anni straordinariamente bella, e tutti gli uomini della spedizione l’avevano ben presente senza fatica nei momenti di solitudine e di sconforto.

(…)

da: v.s.gaudio La stagione della Sella dell’imbroglio La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

Ovest.3

Ovest.

Ovest.
Ovest.

(…)

La spedizione doveva raggiungere l’estremo nord della regione e, poi, spingersi ad ovest lungo la linea di confine con la Basilicata fino a Noepoli, dove un certo Rocchino Lavitola ci aspettava per prendere i pesci che, poi, lui rivendeva nella Val d’Agri, in special modo a Senise, Sant’Arcangelo e Roccanova. Se l’impresa riusciva,significava anche aver trovato il passaggio a nordovest che l’Italia stava cercando da secoli. E per questo c’era un congruo premio in denaro e in commende attuali e futuribili! Inoltre, il Ministero dell’Interno, e in parte quello della Marina e della Difesa, si aspettava una descrizione accurata di tutte le tribù possibili di arbëresh,ombroni e ammašcânti stanziali attorno al Monte Pollino. Si raccomandava un comportamento amichevole; era possibile scambiare pesci con fichi, arance con cocomeri, formaggi con sarde salate, aringhe con salsicce, peperoni essiccati con melanzane,baccalà con melagrane, erano escluse le armi da fuoco. Era importante che quei selvaggi si abituassero, in caso di bisogno, a soccorrere con cibo le spedizioni di passeggeri eventualmente bloccate da nevi insormontabili o altri blocchi naturali.

(…)

da:

v.s.gaudio

La stagione della Sella dell’imbroglio

La Lebenswelt con Sten Nadolny

sulla spedizione degli Scalzacani

per il passaggio a nordovest del

Delta del Saraceno