LO ZINTILOMO.

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LO ZINTILOMO. E il tergo della figura del cinque nella città della Rota ♥

Quella volta che il poeta fu dentro un luogo che, tra l’eterotopia e l’esotopia, non era propriamente un luogo umano, nel senso che gli abitanti non erano esseri umani, ed avevano degli esseri umani delle nozioni vaghe, tramandate da vecchi favolatori, o inventate da mercanti, bardinellisti, pellegrini, geografi, zingari, quadarari , falsificatori di identità e di fotografie, ammašcatori dell’umanità. Anzi, quelli che reggevano le sorti del luogo e lo amministravano non credevano all’esistenza degli esseri umani, come nella Centuria Cinquantatré di Manganelli ritenevano che “si tratta di una vecchia e abbastanza sciocca superstizione, e in verità la convinzione che esistano è soprattutto diffusa tra le classi inferiori”[i]. C’era addirittura l’industria più singolare, nata attorno a questa tradizione degli umani, ed era quella delle maschere e dei burattini. Quando il poeta vi capitò e dentro conobbe una sorta di ragazza alla Cybersix, con dei leggings così patagonici che, come si seppe dopo, non potevi trovarli nemmeno da Nordstrom, tanto erano costosi, forse avevano il marchio Givenchy, e gli venne di pensare agli oggetti di pregio che, come le maschere e i burattini forse non solo di legno, e con quel tergo alla Cybersix, che stava lì seduto al caffè il poeta : “Ma che razza di burattina sarà mai costei con questo tergo della migliore carne di Merleau-Ponty…e con questi cazzo di leggings, che, per tenerlo così rinserrato il mondo e il suo tergo, e questo suo passo, oh Gaz i Gazi[ii], saranno leggings fatti apposta per lo Shummulo!”

Le maschere e i burattini, che se riproducevano in modo così carnale e fenomenologico le fattezze di un essere umano, che nessuno aveva mai visto, però, a pensarci bene, come loro stessi dicevano, ricorrevano alle tradizioni, a vecchi e strani libri illustrati, e anche alla fantasia e ai fumetti della Lancio. Così questa ragazza che il poeta conobbe un po’ aveva il corpo di un angelo Stuart e un po’ il podice di Cybersix, anzi gli parve al poeta di aver inteso che oltre che il disegnatore abituale che era Meglia fu chiamato anche Eleuteri Serpieri, che, visto il tergo di Druuna, rese ancor più mesomorfo l’assetto del podice di questa ragazza tipo Cybersix; pare che anche El Tomi ci mise mano.

Di sera, e anche di notte, questo luogo era bello agli occhi del poeta, gli parve una città simile a tante altre, Asti se non Ferrara o Ravenna, era una sera di agosto, forse il 23, quando si dice che sia nata Cybersix e la moglie stessa del poeta, secondo l’amministrazione di una casa editrice di altri fumetti, con personaggi ancora più cibernetici di Cybersix, e la ragazza stessa, quella sera, si mise a festeggiare il suo compleanno con il poeta, non come nella notte in cui sparì Cybersix[iii], e volle accarezzarle il tergo, e nel carezzarglielo le sussurrò che è vero che sei il 23, come è vero che questo è il numero del tergo e della carne che fa il tergo, e allora tu che un po’ hai il culo di un angelo Stuart e un po’ il podice di Cybersix, tu, che sei nel 23 come lo è anche mia moglie, sei allo stesso modo nella figura del Cinque, stando 23: 2 + 3=5, sei dunque un essere umano e addirittura con il carattere Cinque, che ispira sempre lo spirito, l’erezione dello spirito, anche per via del fatto che, nei Tarocchi, è la carta del Papa, il contenuto della forma e il campo della quarta dimensione. Vieni prima di Cybersix e hai il tergo come lo intende Merleau-Ponty, che forse è il significante somatico associato al tuo Mercurio, la lettera ebraica, dicono, è “He”[iv], che è la finestra, ma è pur vero che nelle Minchiate di Firenze, come 5, saresti l’Innamorato, e nel tarocco di Mantegna lo Zintilomo, suvvia per via del tuo podice che è la quintessenza del Gentiluomo o: è lo spirito in carne del Nobiluomo?[v]

by Gaudio Malaguzzi

[i] Giorgio Manganelli, Centuria.  Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli Editore, Milano 1979.

[ii] “Gioia del Gaudio”.

[iii] Cfr. Trillo e Meglia, Cybersix, “SKORPIO” n.1, Eura Editoriale Spa,  Roma 13-1-1994.

[iv] I tarocchi sono imperniati sulla parola ROTA, raffigurata come una ruota: Papus, per la prima He, mette il seme di coppe e la regina; per la seconda He, il fante, che sarebbe il poeta scalzane o la transizione, e il seme, naturalmente, è quello  di denari. Non a caso il luogo così inumano e così esotopico come la città Meridiana di Cybersix è il luogo in cui il poeta scalzacane è viandante, non essendo nell’ordine della Rota, non vi fu chi, tra quelli del Cafaro che amministrarono quel luogo di maschere e burattini, dopo avergli dato un nome tra ego e non-ego e senza affinità o relazione di parentela, lo soprannominò, con due significanti in linguaggio gergale, “Senza Rota”?

[v] Venendo prima di Cybersix, il prototipo, sulla via Sephiroth chiamata Tiphares, procede dalla Bellezza alla Saggezza: è la manifestazione dell’ottimismo e dell’opportunità: la figura di Mercurio ha come significante somatico un tergo che manifesta la mescolanza di Finestra, Innamorato, Zintilomo, quintessenza e carne del Nobiluomo.

 

↑Un Gareth Pugh leggings da 546 euro per lo Zintolomo della Cibercinque
↑Un Gareth Pugh leggings da 546 euro per lo Zintolomo della Cibercinque

▬ In anteprima per gentile concessione di “Uh Magazine”© 2016 Uh-file di Narrativa

 

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Il Meridiano di Bragalla ▌

Tipo Maruzia.
Maruzia a Bragalla.

    

Il Calendario 92 allà

 

L’immagine-foto di Maruzia in calzebraghe è quella di un mondo frattale

di cui non c’è equazione né esito se non in quel luogo a Bragalla,

perché lì non c’è la filosofia del soggetto, né quella dello sguardo,

ma c’è quella della distanza dal mondo, da Bragalla per meglio coglierla

in farsetto da armare con quell’arnese insetato sotto,

sublimato, questa imbragallatura tra seta, pelo, carni e

buchi irrumati, è da questo che si adliga,

è da quel posto che l’adlectatio carezza l’anima

come una mutanda, da quel posto l’oggetto che è Maruzia

ha la valenza  del gioco del diavolo, il gioco del poi,

che, non avendo niente da dire, si fa a mutola, sfugge

al commento e all’interpretazione: quando il poeta arriva a captare

qualcosa di questa sua dissomiglianza e di questa sua assolutezza

anonima, così singolare, qual è il nome,

questo, o questo questo, cotale a Bragalla, allà,

cambia qualcosa dal punto di vista del mondo “vede”,

è Maruzia stessa che si fa luogo della sua assenza,

essendo quella situazione, quella luce, quell’arnese,

quella Bragallona è l’evidenza insolubile – quel suo bragallare

del calendario del 92- del pieno avvenimento fantasmato,

la giostra saracina di Bragalla[i].

Così l’oggetto si fa specchio del poeta,

ma è l’oggetto che dice “visto tutto questo

là lontano laggiù allà tutto questo questo qui

questa smania di vedere quale bagliore

questo bagliore avuto allà è questo la Bragalla,

la quintana che deve essere fissata, guardata intensamente

e immobilizzata dallo sguardo.

Non sono io che devo posare, sei tu che devi trattenere

il respiro per fare il vuoto nel tempo e nel corpo.

Ma devi trattenere il respiro anche mentalmente

e non pensare a nulla affinché l’incantesimo che c’è nel gioco

di superare la mia immagine e di essere conseguentemente

a una sorta di fatale gaudio, così che tu ed io, noi stiamo giocando

al gioco del diavolo, quel Cotale che fu il Suo dei 112 esemplari

di  Quel paese ora sarà dentro l’anello di quell’immagine il tuo Questo,

allora si produce Bragalla, il mondo, come evento singolare, senza commento,

giocando alla mutola, cenni ed atti chi adoperando, senza una minima parola”.

Qual è la parola, serviziale come la chiama l’Aretino che fa 40 quando Maruzia

porge quel posto sibarita – che fa sempre 112 – e che fa cogliere il bagliore ainico

fuora alla sponda del letto o della panca o della segia e questo si chiama “serviziale”,

che altrove più tardi essendo stato rinomato l’”Attrazione di Milano”, questo che dà il serviziale avrà il nome il Meridiano di Bragalla, e sarà l’adlectatio di Bragalla

perché è questo che ha fatto il sublecto ha preso a gioco la maledetta troia sibarita.

 

[i] Comunque, la posizione base della Bragalla è quella che si ottiene con il bioritmo di Maruzia A. 14963: 14963: 28; 14963:33; 14963:23 = 38, che, nella catalogazione del “Foutre du Clergé” corrisponde all’Inverso della Bestia a due teste e che, attuata per il Calendario del 92, è stata così posta in opera: il bragallante, o il bragallatore, è seduto o steso sul dorso, l’uccello in aria e ben duro, Maruzia A. si sistema su di lui a rovescio, con la testa dalla parte dei piedi, insomma gli volge le spalle, tanto che si siede sul piolo del Bragallatore, che prima.o quando vuole,lo bagna nella fica e poi o di volta in volta lo fa scapocchiare dal culo fino a che vi finisce tutto dentro grazie al bilanciamento del peso della Bragallata, e grazie anche agli altri Bragallatori a cui lei si sostiene con le mani, mentre quello che sta in bocca da la misura orale del fallo che M.A. sta schiumando in culo. Nel frattempo, M.A. ha per ogni mano il fallo di altri Bragallatori, in bocca o tra le labbra la capocchia della minchia del Bragallante che ,poi, sostituerà il Bragallatore attualmente in culo, mentre quello che sta in fica, appena il Bragalltore sta per venire in culo esce, per entrare davanti e lui che è davanti, come se fosse nel gioco degli zingari il marito che attizza la fornace, va a fare in culo. Le minchiate del Bragallatore di base andrebbero misurate sui numeri del momento: 1)14963 : 455, che è l’altitudine di Bragalla = 32.88, come numero di colpi al minimo; e 2)14963: 112= 133.59, come numero di colpi al massimo. Non si esclude nella serie operativa delle posizioni del tabliaux radicale del 92, quella propria  al tarocco 12, l’appesa, in cui due Bragallanti salgono su una sedia e reggono dai piedi M.A. che, con la testa in giù, afferra e maneggia due cannoni di altrettanti Bragallanti,mentre un altro se lo lavora con la bocca, un altro Bragallante gli suca la fica, e il Bragallatore di turno sta in culo anche quando è venuto cosicché la sborra possa colargli lungo il cazzo e insozzare la bardatura e il farsetto d’arme della troia sibarita; se non viene entro 133 colpi in culo, il Bragallatore chiede la sostituzione e sarà ad entrare il sucatore che sarà sostituito da quello che ha fatto o sta facendo in bocca, tanto che così il Bragallatore che non venne o si fa fare il servizio a mano, o lo fa lui sborrando naturalmente sulle braghe di M.A. o sulle mutande in seta, in questo caso entrerà un altro Bragallante che saràdove trova posto, escluso naturalmente l’anello del culo.

→ V.S.Gaudio| BRAGALLA|© 200

 

La Lebenswelt con Lino Matti. Gas

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LEBENSWELT │Ó v.s.gaudio│Esce, quasi contemporaneamente,prima, il 13 aprile,  su“gaudia 2.0” e, dopo, il 16 aprile, su “blueblow”  ; il 19 aprile, su lunarionuovo 

Lo scetticismo di Protagora. E quella bionda mesomorfa tra Sant’Antioco e San Pietro.

Lebenswelt con Lino Matti sulla navigazione dell’oggetto “a”[i]

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Lino Matti, Gas, pref. di Fernanda Pivano,

Edizioni il Formichiere, Milano 1974

 

Tutto il giorno cicale disse Warren segano ai piedi dell’infinito

e la segatura come un albero di quello sforzo incessante accesa dal sole

s’accumula alla base ed è limaglia d’ottone, e questo è il giorno

disse Robert Penn Warren e Gramsci’s St. è la strada più sporca del mondo

con l’odore della pece bruciata e il salmastro e la polvere e il traffico

e tutte le puttane di questo mondo  sulla rotta Genova Sant’Antioco

senza che si possa pensare ch’io sia un po’ tabarchino se poi di soppiatto

farò un salto all’isola di San Pietro per via del baccalà senza che per questo

non ci sia quella stupida che vuole farmi vedere il suo cane e lei mi dice

che il suo cane è cattivo e morde e che i cani vanno trattati

da cani non come  gli scalzacani e il Brindisino quando camminavo

lentamente nella campagna ai lati interminabili siepi di fichi d’india

che sembrava ‘u munzill’i petrë di mia Nonna dello Zen quando

il sole alto e forte e di là un contadino che pare la reincarnazione

di Salvatore Giuliano col fucile a tracolla tanto che gli chiedo se

poi verrò a prendere i fichi d’india e lui che mi risponde cati’ pungi,

aja sapè còglë, ‘i saj còglë? Intanto che ci sei

pigliati l’acina, l’uva che sembri un morto di fame, da quale guerra

vieni e non sai dove andare a farti inculare a pisciare nella cenere

e un mucchio di altre cose che era un vero stracarico di merdosità

antiche dentro e tramandate per generazioni e pigliati, ciutu da quale

pizz’i munnë vènë,  pigliati l’uva per i campi intorno tanti

grappoli dorati splendenti sotto quel sole forte e chiaro non ne tocco

un solo chicco anche quando due gendarmi di ronda incrociarono

i nostri passi e guardano quello che è Salvatore Giuliano si guardano

tutti e tre in silenzio negli occhi e forse si conoscono e si capiscono

una segreta intesa fatta di cose non dette di cose che lì stanno

scritte dove se non nelle carte di mio nonno che mi lasciarono

e in quelle notti illuni bruciava chi mi faceva da madre

quando la campagna è buia e silenziosa e l’acredine

per la fame lavora comunque se la intendono come

deve essere l’intesa fra morti di fame analfabeti che

hanno più carte loro del notaio che era di Civita

sono quelle cose eternamente segrete ognuno per la propria strada

e in cieli ma quali servi della gleba qui ti inculano

che i giocosi intrecci di Sodoma e Gomorra e a pensarci

bene non è che a Sibari non fornicassero quantomeno

si dice che bevevano di brutto così che avevano una

conduttura di vino che fin laggiù sullo Ionio dal

Tirreno, e poi per questo arrivarono quelli del

Clan di Cutolo dalla provincia di Salerno o dalla città stessa

che è lì che vanno tutti i 740 della Culabria dove non manca

il formaggio e il vino forte che se non lo bevi subito

d’un fiato poi non c’è nessuna deliziosa verità da cantare

anche nel 1951 altro che neorealismo  tutti sono rimasti

a Sant’Antioco e fuori piove e la baracca è piena di merda

e di gente e di bestie ed è tutto un odore di birra e di sudore

in quale romanzo arriva a questo punto una che dice di essere sposata

e che è scappata di casa e ha diciott’anni ed è pulita e dice e mi dice come

quella ragazza che bionda sul treno lungo l’Adriatico scendendo

verso il sole al mattino nella mia Lebenswelt

volgendo il dorso al finestrino mi guardò come se fossimo

appena usciti stremati  dall’orgasmo  e la nave scivola silenziosa

sull’acqua il turno è finito e le stelle che da tempo non vedevo

così grandi e così grande è la luna e quel fottuto d’un Brindisino

con cui continuo a bere birra una birra olandese di prim’ordine

quando gli dico che non mi piace andare per mare

il mare mi fa vomitare non riesco a stare in equilibrio

in una barca anche se c’è quel provetto marinaio che

era mio suocero  o quella  grande nostroma della figlia

insomma dove vuoi andare scendi allora a Carloforte

e per un po’ te ne stai lì a leggerti Kafka, Joyce, Whitman,

Henry Miller, Beckett e anche Hemingway e ti fai pugnette

di continuo e continui e di sopra e continui di sotto succederà

qualcosa e lentamente il tempo passa e non succede niente

il Brindisino, che forse era di S. Vito dei Normanni, è ormai partito

e  io bevo ancora finché non leggo più  e di nuovo c’è la luna bianca

che rivedo quella che di spalle sul treno il vento nei capelli

una ragazza bionda e mesomorfa, ma del mesomorfo che

c’era negli anni settanta, mica come adesso che se dici mesomorfa

maria-sharapovacome minimo è una bionda alla Maria Sharapova e tu la guardi e adesso

come faccio con questa potremmo mai scivolare abbracciati

nell’acqua e poi scapperà di giorno nei boschi e poi la sera a dormire

con gli uomini con la luna che splende lungamente sul suo viso

e lei risponde ai baci allungati sulla sabbia mi racconta ancora di lei

nel suo paese e poi all’improvviso il Brindisino mi prende per i capelli

e mi colpisce :    “bastardo” urla e calcia finché lei che forse era

davvero Maria Sharapova gli dà un calcio nelle palle e quel fottuto ancora

mi prende per i capelli e la bionda con un cazzotto lo stende

non ho la forza di reagire e guardo lontano e penso che Oh Dio

che sventola la bionda e ho lacrime più grosse degli occhi e poi la notte finisce

tanto che  riparto stasera e del Brindisino non voglio saperne

più forse resto qui un altro mese un altro anno un  altro secolo

a Carloforte forse mai uscirò dalla mia strada per evitare simili cose

anche se evitabili, disse Beckett, no, semplicemente starò qui

a  farmi pugnette verso qualcosa, sebbene non sia l’oggetto “a”

su una strada verso qualcosa, ma semplicemente sul treno,

sulla mia strada quella bionda il cui dorso volge all’alba e lei

è una di quelle mesomorfe come c’erano negli anni settanta

semplicemente non uscivano dalla loro strada, verso qualcosa

verso il loro (-phi) così come si vede aggredita dal vento

nei capelli identità sporca e bionda che ha sempre un principio

che assolutizza lo scetticismo di Protagora,

e quando c’è timore di nascondere la scelta

volge la schiena all’alba, il suo podice di già nel crepuscolo

conta le presunzioni del reale[ii] by  v.s. gaudio

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V.S. Gaudio, Due concrezioni del 1976,

in: Idem, Lavori dal desiderio, Guanda, Milano 1978

[i] Lino Matti, Gas, pref. di Fernanda Pivano, Edizioni il Formichiere, Milano 1974: riguarda la Prima parte.

[ii] Cfr. V.S. Gaudio, Due concrezioni del 1976, in: Idem, Lavori dal desiderio, Guanda, Milano 1978.

 

Il gioco transazionale della Sfoggiata ♦

Il Gioco transazionale della Sfoggiata nell’orto

by  gaudio malaguzzi

Avvenne, nella biografia del poeta, all’epoca urbanizzato, lo show off unico, fatto , lo show, solo per un unico spettatore, l’ Ermes priapico, che in quell’altezza campestre doveva essere svegliato all’ora di mezzogiorno dalla donna che così si fece Sirena, improvvisamente per un’assenza di vento, che rese ancor più insopportabile e schiacciante il forte calore, e quella donna esposta si sente ancor più roscida che vuole portare sollievo al Tale, il poeta urbano che sta irrorando l’orto. Tra l’ardore di Sirio  e l’assenza di vento, nell’antichità considerata caratteristica dell’ora di mezzogiorno, tentata dal demone meridiano, succube assetata di sperma umano, appare nell’orto e, dopo aver salutato il Roscidore Ermetico, opportunamente dice: “Riposa il mare, riposano i venti, riposa pure tu, il mezzogiorno incombe, l’ora che dicono immota, dio quant’è oppressiva la meridiana!”

Così, questo avvenne, essendo lui il Roscidore Ermetico, e lei la Roscida Sfoggiata, si mette, nel guazzo totale, a raccogliere cetrioli, sfoggiando in faccia all’accosciato ermetico le cadran solaire, affinché veda da sé l’esattezza dell’ora, e la rosa dei venti, affinché, lei può sembrare inopportuna e oppressiva ma vuole essere d’aiuto, la brezza rinfrescante, solo rimedio contro l’insolazione del sole meridiano, renda sopportabile il forte calore e doni riposo a chi è in pena e sollievo a chi è in angoscia.

Leggenda

Idra, Aurora, Giasone, Sirena Roscida, Ermes Priapico.

Ruoli

Salvatore(fallito), Vittima.

Scambi

Da Salvatore(Genitore Affettivo) a Vittima(delle circostanze e dell’ermetismo del poeta Roscidore).

Insegnamento parentale

“Sii una brava ragazza servizievole, aiuta l’eroe “schiacciato e oppresso dalla Canicola”.

Modello parentale

“Guarda come si fa a dare sollievo al poeta agreste”.

Copione

“Fallo!”

Demone

Apparentemente combatte l’apparato di copione, nel senso che va ad avvisare l’eroe che il sole è al meridiano(cosa che l’eroe sa) e quindi già lo indispone, ma, in realtà, va a rinforzare il copione, si porta il cesto, si posiziona, lo riempie, e ne approfitta per guazzare nell’orto bagnato dal poeta.

Maglietta

Davanti: “Sono una Roscida”.

Dietro:”Lo gnomone è al meridiano”.

Gioco

Non ha tempo per i giochi.

Buoni premio

Sta cercando lo Gnomone Meridiano.

Permesso

Usare il proprio stato Adulto per ottenere qualcosa che valga la pena.

Epitaffi[i]

“Era la Sirena di Mezzogiorno”

“Ci ha provato”

“Ha levato il culo a mezzogiorno, che sfoggiata!”

“L’ha mostrato tutto il quadrante solare”

“Il ponte dell’est[ii] alla fiera agreste del sud[iii]”

“Nell’orto col culo all’orto[iv] ha riempito la sporta”

“Roscida di nome e di fatto”

“Roscida urbana, sfoggiata meridiana”

“La Sfoggiata in campagna”

“Ella sfoggiò; Ermes non pompò”

“La Sirena di Mezzogiorno che voleva essere caricata a pompa”

“L’Asura dell’Asa[v]”

“L’Epideissi Meridiana”

“Volle lo Gnomone Ermetico per la sua Meridiana”

“Sfoggiò il Tavoliere in un’altra pianura”

“Il centro del Tavoliere Sfoggiato”

“Svelò la Tabula Gnomonis ad Ermes Priapico”

(…)

Classificazione

Quello della Sirena Roscida è un copione dell’assolutezza anonima, strutturato non sulla meta ma sullo scopo temporale della sfoggiata. Che è agreste ed è irripetibile, è fatta e non si vede, non si basa su un piano “Tutte le volte” o su “Provaci tutte le volte che vuoi”. L’intervallo di tempo che passa tra l’apparizione e il congedo, 16-18 minuti, lo struttura con la Sfoggiata Assoluta. Quando chiude il sipario, è ancora e più di prima la Signora Roscìda.

Tornaconto finale

Di solito, tra il “ciao” e il congedo, si struttura l’intervallo giocando o passando il tempo; lei, tra il mezzogiorno e il paniere rimepito di cetrioli, ha fatto di una sfoggiata irripetibile il suo “fantasma priapico ermetico” e il “fantasma del culo-heimlich” per il Tale.

Qui la sfoggiata è come se si commutasse in parrottiera:

con la modella con mutande di lana “Sartoria” passa il

demone meridiano della sfoggiata per lo stesso assetto

morfologico

parrottiera Sartoria-1105 reticolato

[i] Gli Epitaffi possono essere commutati, o se ne possono creare altri, in “shnek”, dovrebbero essere però più volgari e pesanti.

[ii] Nella Sfoggiata, il podice è posto verso l’est, verso l’occhio del poeta.

[iii] L’orto, dove avvenne la sfoggiata, era a sud dell’abituale residenza del poeta e della signora.

[iv] Ad est.

[v] “Lo Spirito, il Demone, del Culo”.

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 4

Racconto cavalleresco ⁞ capitolo 4

31 gennaio 2012 di DBRacconto cavalleresco.capitolo 4

di Kike

Anno del signore 2012
So chic
Che eleganza

( Dal Cap. I
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone . . .)

Con la sua più totale non curanza per le persone a lui sottomesse prese a scendere i gradini della scala a girella del grande pennone. La scena vista attraverso gli occhi virginei della stagista Piera Pieri lo vede, il Plinio, vestito di un cappottino blu, molto chic, una sciarpa di seta bianca e un bel paio di scarpe di vero cuoio-cuoio, opera di un artigiano di Prato.
Tutto in Plinio è musicale.
Annotta la Signorina Pieri sul suo diario quel fantastico suono di scarpe a battere veloce sul ferro della scaletta.
Un tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn alternato a uno slapsh, dovuto allo scivolone che avveniva spesso, quando cioè l’umidità dell’aria superava il 74%, rendendo così il metallo della scala scivoloso per la suola di solo cuoio-cuoio.
Plinio, seconda la famigerata e veritiera legge che vuole che l’erba cattiva non muore mai, presto si rialzava, imprecando contro la manutenzione della scala stessa da parte di quella marmaglia che lo seguiva e che nella fabbrica lavorava.
Il Guidi dispiaciuto per lo slapsh fragoroso che poteva avvenire ed avveniva nelle giornate umide-umide si prodigava, carico di cartelle e borse del suo capo-mentore, a pulirgli e ad asciugargli le terga.
Il Plinio allora si girava con quel fare da uomo carismatico ed intoccabile quale era, fulminandolo ed umiliandolo con il solo sguardo, suscitando nello stuolo di segretarie e in Piera, ultimo arrivo tra quelle galline, un moto emotivo degno di un … di un condottiero incurante della sua persona e proiettato verso quell’ignoto futuro ricco di avventure.
Ebbene sì, Piera sognava attraverso gli occhi di Plinio e Plinio questo lo sentiva, da squalo quale era.
Era pur sempre l’uomo del conte, il conte Cosmo Vangaglia.
All’umidità del clima quindi si aggiungeva quella indotta, occhi lucidi da emozione.
Il Guidi impacciato, sudaticcio, con le scarpe in gomma e carico come un mulo ne risultava poverino succube. Non solo nella realtà ma anche nell’immaginario.
Poverino è quello che pensava la sua fidanzata Patrizia, con cui Guido aveva intrapreso una relazione duratura giusto un’ anno prima dell’assunzione dello stesso alla Vangaglia Spa, nello stabilimento di Ravenna.
Lei, Patrizia, lo stava perdendo via via per colpa di Plinio che se lo portava ovunque per via del contratto capestro che il fidanzato stipulò per rispettare le scadenze del fido aperto con la banca e pagarsi la casa da loro acquistata nella tranquilla Marina Romea.
Il contratto da Guido stipulato era ben retribuito ma verteva sull’incognita V di Vangaglia che Plinio usava a suo piacere secondo i momenti. L’equazione contratto infatti era:

a : B* = t* : V
a: Guido Guidi
B: Plinio
t: tempo
V: variabile Vangaglia

* In questa particolare equazione-contratto B e t coincidono

Lei, avrebbe voluto che Guido si vestisse in modo congeniale alla sua corporatura, ma il Plinio voleva che tutti, nessuno escluso, vestissero abiti della Vangaglia.
Per questo a seconda dei reparti, delle mansioni e non per ultimo per la fedeltà alla ditta, che era anche un impero (ricordiamo infatti che all’ingresso dello stabilimento, che si perdeva all’orizzonte toccando cielo, aria e acqua contaminandoli in un solo colpo con uno spurgo, era affisso il cartello CONTEA DI VANGAGLIA —- ATTENZIONE A VOI CHE ENTRATE), c’erano capi di abbigliamento griffati Allegra Serena Vangaglia.

Un attimo di pausa

Allegra Serena Vangaglia era la più famosa stilista dell’impero, della contea.
Allegra Serena, ora trentenne, mostrò subito il suo talento artistico sin dall’infanzia facendo del taglia&cuci con gli abiti dei collaboratori domestici presenti nella dimora dove lei crebbe.
Frequentò poi la Luiss Vuitton School di Neeandherthal in Olanda dove oltre al normale corso di arte, intrattenimento, svago, flirt e viaggi poteva giocherellare con fiori e piante, anche spiritose, e esercitarsi alla pesca del nordico, che non puzza e non suda.
Per poi a maturità raggiunta, tornare sulle rive del Mare Nostrum (il Mar Mediterraneo alias Mar Adriatico alias Mar Milano Marittima), come diceva nonno Cosmo Vangaglia, e mostrare la sua pelle candida e profumata al profumo dei mille fiori facendo girare la testa ai fortunati con cui si divertiva a giocare.
Indelebile rimase la visita alla fabbrica, mai più replicata, di Allegra Serena, nell’anno del Signore 2000.
Era estate, un giugno caldissimo e l’umidità era talmente alta che in fabbrica gocce d’acqua si formavano all’interno dei capannoni.
Si presentò anche il fenomeno del tutto-si-alza, cioè dal basso via via andava su e ancora più su.
Come l’acqua anche il resto come calore, pressione, umore … finché si presentò Allegra Serena accompagnata dal nonno Cosmo, dai fratelli William II, Lorenzo, Milàn e i piccoli Simone e Giacomo.
Indossava un abito di sua creazione, molto leggero e trasparente e traspirante, di un color bianco-bianco. Le sue gambe bianche, belle e lunghe tagliavano letteralmente il piazzale come del resto i capannoni che il nonno le faceva visitare.
Allegra Serena infatti era pronta alla sua primissima personale collezione e cercava una location, la fabbrica di famiglia dello stabilimento di Ravenna sembrava infatti perfetta,  per presentare le sue idee.
Le  navi che ivi vi attraccavano, la banchina, lo sfondo molto hard del porto e la fabbrica con il suo grasso-unto ed il suo grigio-grigio predominante come, quei tantissimi ragazzi, uomini e vecchi che proprio lì all’interno di quell’impero lavoravano, erano per la diciottenne Allegra Serena una visione, una folgorazione . . .
– ‘Na botta! – direbbe in volgare un marittimo.

(sospensione)

. . . così . . .

– Nonno come stai? Ciao nonno-nonno. Ti sto telefonando da Neeandherthal e stavo sfogliando una rivista e ti ho pensato e pensavo che sarebbe bellissimo venirti a trovare ora. Perché mi manchi e sento la tua distanza distante like a shape. I wanna go to U, nonno-nonno. Sei lì a Ravenna, nella splendida Ravenna? –
– Amore mio, sì sono qui! – il nonno – Ci resterò un paio di giorni poi vado giù in Sicilia, a controllare i lavori poi di conseguenza in Ucraina e in Cina -.
– Arriverò nel pomeriggio, prenderò l‘aereo tra poco se mi prometti che mi aspetterai per il pranzo, però!.
Porterò anche un bulbo nuovo creato da me stanotte con delle amiche. Si chiama bulbo di Vang. È bellissimissimo ed è nero-nero che di notte si armonizza con la notte, … un tono su tono. C’è e non c’è … e a proposito di “C’è e non c’è” ti volevo proprio parlare di questo titolo. Come ti sembra? –
– Per cosa amore? – il nonno.
– Il titolo, come ti sembra? – Allegra Serena.
– Allegra Serena?! Il titolo per quale occasione? – il nonno.
– Non te l’ha detto la mamma?! … Io prima non te l’ho detto nonno-nonno?
– No Allegra! – il nonno.
– Che strano! Comunque ho avuto questa splendida idea. Sono pronta nonno! Non sei contento nonno?!nÈ arrivato il mio momento! Non credi nonno?! . . . -.
– Allegra?!! – il nonno Cosmo.
– “C’è e non c’è” la collezione arte & moda di Allegra Serena Vangaglia.
– Ho pensato di farl a Ravenna . . .- .

Come una novella Cappuccetto Rosso, Allegra Serena salì sul suo aereo di famiglia e volò dal nonno a Ravenna.
Allegra Serena, accompagnata da nonno Cosmo, visitò la fabbrica provocando, causa anche il contemporaneo fenomeno del tutto-si-alza, quattro incidenti mortali e sette guaribili in breve tempo, con conseguente interruzione dei lavori all’interno dello stabilimento di un intero turno.
Questo provocò altresì uno sciopero sindacale di un’ora per turno.
Ora dedita alla sensibilizzazione del prossimo alle distrazioni in ambito lavorativo e al ripristino dei danni che quel tutto-si-alza provocò.
Venne così ridotto il budget dell’evento mondano “C’è e non c’è”, presentato all’interno del Ravenna Festival del Mar&Mosaici, del 32%.
Inoltre le idee di scarto, insieme al materiale non utilizzato per la realizzazione dell’evento, furono usate dal reparto ricerca e sviluppo della Vangaglia Spa per creare una linea 4stagioni per l’operaio che in fabbrica deve lavorare duro-duro.
Il catalogo presentato all’ora del thé in chiusura del Festival, nel porticciolo turistico di MarinaMarinata, vantava questi pezzi (pezzi con cui la Vangaglia Spa dotò ogni operaio):

– elmetto protettivo giallo play-mobile,
– giubbetto ad alta visibilità arancio,
– scarpe anti-infortunistica nere,
– guanti di gomma anti pioggia di colore glou-blu,
– guanti di gomma specifici di colore nero pneumatico,
– guanti di cuoio da lavoro bianchi zebra,
– un pantalone di cotone blu tuta da operaio,
– un giacchetto di cotone blu tuta da operaio.
– giaccone impermeabile ad alta visibilità (fuori catalogo)*.

*Acquistabile al negozio della fabbrica attraverso otto ore di straordinario o con otta punti vinci-campione raccolti con le consumazioni alle macchinette presenti all’interno dello stabilimento.

Racconto cavalleresco. capitolo 4UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Si prosegue? Ah, saperlo. (db)

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 3

wordle 58Racconto cavalleresco, capitolo 3
30 gennaio 2012 di DB
di Kike
Anno del signore 2012
Re start
Ri attacco
(Dal Cap. 1.
Il poeta urlò: – guerra!! – . . .)
Tutti a quel grido, per un attimo sospesero quello che stavano facendo, poi ripresero il loro, chi, come gli avvocati ed i loro aiutanti, a guardar scartoffie, chi come il pubblico ministero a guardar torvo l’unico imputato. I giurati invece restarono quello che erano, spersi come bicchieri di carta ad un compleanno di un bambino.
– Toc – con suono risoluto e secco il giudice batteva il martello sul legno a richiamar il silenzio.
Il lavoro era organizzato e strutturato dall’alto e da poco tempo erano stati introdotti anche i controlli. Plinio era sconsolato. Plinio sapeva quale sarebbe stata la reazione del conte.
Plinio il conte lo conosceva meglio di chiunque altro.
Plinio sapeva come il conte avrebbe reagito alle sue parole!
– ¿Controllo?-
– ¿Chi osa controllare in casa mia? – urlò il conte.
– Signor conte gli addetti al controllo!- disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿Ma siamo impazziti!? In casa mia, Io, faccio ciò che voglio e per di più, Noi !!! abbiamo gli addetti al controllo! ¿Che vogliono questi che non possono fare i nostri controllori?!
O gli uni o gli altri! Non posso pagare i miei controllori e poi pagare questi! – il conte.
– Ma lei questi non li paga – disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿E chi li paga questi?! – urlò il conte.
– L’Ente Preposto – rispose il Responsabile per le Esternazioni.
– E chi sarebbe l’Ente Preposto? – chiese il conte.
– L’Ente Preposto al Controllo Sicurezza responsabile della Sua contea, Signor conte, che fa parte della Grande Galassia.
Grande Galassia a cui Signor conte anche Lei deve avere riguardo.
Grande Galassia che controlla che anche nella sua Contea non ci sia sfruttamento! che tutti i diritti dei lavoratori vengano rispettati . . . – il Responsabile per le Esternazioni.
Silenzio.
Capitava che i capi turno passassero per controllare che tutte le norme di sicurezza venissero rispettate secondo le ultime disposizioni dell’Ente Preposto di quella contea della Grande Galassia.
I controlli avvenivano sempre dopo un incidente.
Poi più fino al successivo incidente.
– Questo sviliva un poco la figura dell’ Ente Preposto e della Grande Galassia. In fondo se il controllo avveniva dopo un incidente non aveva un gran senso – dicevano gli Uni.
– Ma comunque meglio tardi che mai – dicevano gli Altri.
– Ma se non c’è l’etica ed i rispetto delle regole votate da un consiglio e si cerca, per risparmiare, di essere furbi, allora si è come furfanti e non come capitani di una nave che porta con sé un equipaggio e un guadagno – aggiunsero gli Uni.
– Sì, ma se il guadagno e la nave sono del capitano, il capitano avrà pure il diritto o la libertà di . . . – gli altri.
– Di fare ciò che vuole?! – gli Uni.
– Non ho detto questo! – gli Altri.
– Ma cosa stai dicendo?! –
Giuseppe spalancò gli occhi che la sveglia strillava chissà da quanto!
Guardò l’ora: le 5 e zero-zero
Non era per nulla in ritardo.
Giuseppe si stropicciò gli occhi e sbuffò come un toro prima di entrare nell’arena.
Accese l’abatjour e si mise a sedere sul letto.
La luce lo violentò: – Ahhh!! –
Si alzò e si diresse al bagno.
Ne uscì 7 minuti dopo.
Precisamene alle ore 5 e zero-8.
Abbandonò l’antibagno ed entrò nella sala cucina.
Meccanicamente accese la luce della cappa sopra il fornello, illuminando di fatto lo spazio circostante, preparò la moka e la mise sul fuoco del fornello, che accese, per poi dirigersi nello stenditoio e recuperare i vestiti da lavoro.
Ultimo, si infilò le scarpe antinfortunistiche.
Uscì.
Scese le tre rampe di scale, aprì la porta di ingresso del condominio e si diresse verso l’auto.
– Bene – ad alta voce, poi pensò:
– Lo zaino con guanti e caschetto erano sul sedile posteriore della macchina -.
Inserì la chiave, la girò ed il motore si accese.
Il fumo caldo fece reazione con il freddo di quella mattina di gennaio.
Tutt’intorno era buio e bianco-ghiaccio.
Aspettò quei buoni quattro minuti prima di ingranare la retro ed uscire dal portico-parcheggio dove la sera prima aveva scovato quel posto che spesso non c’era.
Gli stop della seicento bianca si accesero e Giuseppe inserì la prima marcia uscendo di fatto dal condominio. Prese come sempre il lungomare in direzione della strada comunale che unisce Lido Adriano e Punta Marina sino a Ravenna, per poi proseguire, attraverso il ponte mobile, fino alla zona industriale.
Unica tappa prima della fabbrica il forno per comperare la colazione-pranzo: due enormi pezzi di pizza con carciofi.
Sono le 5 e 30 come tutti i giorni in cui è di turno al mattino, il turno dalle 6 alle 14.
Alle 5 e quaranta-5 sarà già dentro al capannone di fronte alla macchinetta distributore di bevande per prendere il primo caffè.
Alle 6 la sirena suona e comincia il turno.
Giuseppe arriva nella zona di lavoro, si allaccia le scarpe in modo ottimale, si infila il giubbetto ad alta visibilità, si stira, si “scrocchia” il collo ed emette un rutto atomico come sirena a voler dire: – Sono pronto! -.
I due colleghi che fanno squadra con lui ridono, o meglio uno ride di gusto, l’altro ne è un po’ disgustato, ma il primo ridendo dice dice al secondo: – A sé raghéz! (Siamo ragazzi!) -.
La fabbrica si mette in moto ed i suoi orchestrali di turno cominciano a suonare i loro strumenti.
Chi con i carriponte: – èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèmmmm –
– èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèm . . . –
Chi con i carrelli elevatori: – frrrrrrrrrrrrrr-uuuu –
– frrrrrrrrrrrrrrrrrr-uuuuu –
Le macchine sbuffano e soffiano aria.
Gli operai con le macchine tira regge slidano: -ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuuuuuu-stok–
– ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuu-stok –
Altri battono il ferro:
– sdeeeeng!!! –
– sdaaaang!!! –
Le linee di produzione tagliano in fogli di varie dimensioni tonnellate e tonnellate di ferro.
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA
capeggiava sulle teste di tutti,
lassù in alto,
ben visibile sul soffitto del capannone
Ognuno pensava al numero (quantità di prodotto da produrre nel tempo dato).
Si creava competizione, così divisione e confusione.
Poi la sirena, momento di stop e avvio.
Uno dentro e uno fuori, moltiplicato per cinquemila.
Così per tre.
Cinquemila più cinquemila più cinquemila.
Turno dopo turno dopo turno.
La musica faceva pausa per poi riprendere subito.
Le voci come note isolate erano udibili solo di notte, nella contea di Vangaglia.
Tanti musicisti, orchestrali, servi di scena e poeti e il Tutto suonava così:
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
otto ore e sirena
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
e sire-
na

Questo lo spartito!
Tutto quello che di umano c’era era tra il
giù giù giù
su su su
poi
giù giù giù
su su su
le vite si giocavano in quei pochi istanti scanditi dalle macchine.
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Saranno 5 puntate … o forse più. Come faccio a saperlo se neppure Kike – l’autore – lo sa? (db)

wordle 59from ⁞ danielebarbieri

Racconto cavallerresco ⁞ Capitolo 2

Racconto cavallerresco ⁞ Capitolo 2
by Kike

Anno del signore 2012
In risposta alle minacce di querela rispondo che sono possibili coincidenze o fraintendimenti
MIS-UNDERSTANDING
In questo zapping selvaggio nei canali che disturbano la mia mente ho scelto luoghi e nomi, o cognomi, che probabilmente esistono o potrebbero essere possibili.
L’ho fatto per dare alla mia immaginazione una terra ferma sui cui poggiare i piedi e spiccare il volo.
Detto ciò ci tengo a precisare che Ravenna non è Ravenna e che i nomi o i fatti narrati non hanno riscontro nel reale.
Tutte le parole che qui trovate stampate, in nero su bianco, sono solo insiemi vuoti da riempire.
Sono coincidenze?
Sì, se credete alle coincidenze!
Esempio:
– siamo nell’anno del Signore 2012, non nell’anno 2012,
– il mio punto di partenza è il mio, non il vostro,
– per comodità ho scelto i numeri arabi per datare questo romanzo cavalleresco.
Io non credo alle coincidenze.
Io non credo.
Io sogno e vivo in queste parole . . .
Per allontanarmi ancor più dal reale correggerò certi termini che hanno creato scompiglio in voi lettori che mi sommergente di messaggi di approvazione o di disapprovazione con consigli utili e non, insulti o apprezzamenti.
A voi tutti sono grato.
A voi tutti.
Spero che il carteggio tra noi possa continuare al fine di approssimarci il più possibile allo zero ed ottenere così la misura più precisa possibile.
Parole come sindacato sono nella mia fantasia, che vive nell’anno del Signore 2012, parole antiche. Le ho scelte come ponte culturale al fine di connettermi temporalmente con quelle persone che vivono nell’anno 2012 e per una mia personale ricerca sul linguaggio.
I miei studi confermano infatti una vita in quell’anno.
Anno così-detto di fine del modo secondo una profezia di un popolo antichissimo, gli ApeMaya.
Per tornare alla parola sindacato l’ho scomposta così in lettere (s, i, n, d, a, c, a, t, o) ed ho provato ad anagrammarla. Dopo svariati tentativi ho scelto tasindaco.
Spero sia di vostro gradimento.
Ultima ma non per questo meno importante la parola Telegatto.
Sono stato informato che ha un riscontro reale. Me ne scuso, lo ignoravo ed in tutta sincerità trovo la parola in questione orrenda. Permettetemi quindi di resettare quel punto della vostra memoria e sovra-scrivere la parola Telecatz, onomatopeicamente più interessante.
Per tutto questo oggi,
Ravenna, 16 gennaio dell’anno del Signore 2012
Io sottoscritto, poeta di fantasia, giuro di scrivere tutta la verità e nient’altro che la verità secondo coscienza davanti a Voi giurati che siete gli Uni e gli Altri.
Mi trovo imputato, mio malgrado, in questo processo che è la Vita.
Sarò vittima o carnefice?
Spetterà agli eventi che narrerò ed alla vostra sentenza, secondo coscienza e secondo vostro giudizio, decidere la mia assoluzione o condanna.
Autocertificazione – di fantasia / di identità – dei personaggi
Io sottoscritto, conte Cosmo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Plinio Responsabile per le Esternazioni, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Guido Guidi, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Lorenzo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Adamo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Primo Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, William II Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Luca Puntiglio, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritto, Vix-Vaporum, in piena facoltà della mia entità cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
Io sottoscritta, Allegra Serena Vangaglia, in piena facoltà di persona cartacea dichiaro di essere nato nell’immaginazione e di vivere nell’immaginazione di mia madre creatrice e di mio padre lettore.
. . . e così via . . .
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Si prosegue domani sera alle 19. Previste 5 puntate ma è forse certo il futuro? E se fossero 6? (db)

Racconto cavalleresco ⁞ by Kike

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 1

28 gennaio 2012 di DB

di Kike

Anno del signore 2012
-On-
ATTACCO

Il poeta urlò: – guerra!! –
Una sirena suonò come un lamento e la fabbrica cominciò a muoversi, prima lentamente poi al ritmo prestabilito per esigenze di produzione.
Con Lei tutti gli uomini che si trovavano di turno.
Turno che sarebbe terminato esattamente otto ore dopo.

– Tre turni di otto ore! – Toc
– E tre sirene a dare il via! – Toc
Batteva il bastone sul pavimento in legno.
Così sentenziò il conte Vangaglia con il Suo Responsabile per le Esternazioni, un omuncolo insignificante, lacchè col padrone e severo con i sottoposti, Plinio faceva di nome.

Toc!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Toc!

C’erano uomini lì da anni e uomini neo entrati.
Blu, verde e arancio e tre sirene come lamento.
Uomini solitari e uomini in squadre e la fabbrica: orchestra di suoni meccanici.
Il grande pennone, detto anche sputa fuoco, soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, affinché i colori del conte e della famiglia che esso rappresentava, i Vangaglia, colorasse il territorio (cielo&terra) da loro conquistato a suon di scudiPesanti che loro stessi producevano pagando in scelliLeggeri gli uomini colorati da loro assunti.

Plinio, l’omuncolo, si muoveva sul grande pennone detto anche sputa fuoco, che soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, con un microfono a gelato color bianco e blu che leccava tra una parola e l’altra ripetendo con tono perentorio il testo imparato a memoria:
– Tre turni di otto ore!– Slurp
– E tre sirene a dare il via! – Slurp
Slurp!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Slurp!

– Rifò?! – chiese Plinio al suo segugio Guido Guidi.
– No sua Eccellenza Dottor Egregio e Nostro Supremo, è stato perfetto!!!! – disse il Guidi girandosi in cagnesco verso quella marmaglia che dattilografava, scriveva, riprendeva e filmava le esternazioni del Responsabile per le Esternazioni:
– Non è vero?! –
– Verissimissimo – disse lo scrivano.
– Altroché – il dattilografo.
– Mamma mia, commovente – il film maker.
– . .  . – il segretario n°1.
– Idem – il segretario n° 2,3,4,5,6,7 … così via fino alla capo-segretaria che le scappò un – Cazzo padrone . . .  – e subito la stagista le scappò un sorriso che il Guido freddò con lo sguardo.
Poi tutti in coro:
– Oooohhhhhh … –

Quella marmaglia, assiepata fitta-fitta sulla scaletta di metallo girava a girella attorno al gran pennone, guardava di sbieco a capo chino Plinio e la sua rappresentazione.
Sotto, molto sotto, nel piazzale che si intravedeva, i responsabili sindacali avevano chiamato a raccolta gli uomini blu ed arancio, non occupati nel turno, per discutere delle nuove disposizioni della azienda-famiglia che li occupava con un contratto a tempo determinato secondo l’equazione Vangaglia:

a : b = t : V*

a: il lavoratore
b: la fabbrica
t: il tempo
V: l’incognita Vangaglia

*incognita scoperta dal giovane Lorenzo Vangaglia nel 1990 durante i suoi studi liceali presso il  liceo Adamo Vangaglia.

Terminata la rappresentazione e solo dopo che il fido Guido Guidi disse a Plinio le seguenti parole: – Lei è una persona squisita –
– E’ simpaticissimo –
– La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone.

– APRIAMO UNA PARENTESI –
Il microfono cadendo fendeva l’aria, resa nera-nera o grigio-grigio a seconda dell’umidità di questa, in modo netto e tagliente come un pugnale che fende il burro e come il pugnale che fende il burro si piantò nel cranio di un operaio che si trovava ai piedi del grande pennone per l’incontro sindacale che settimanalmente si teneva e si tiene e si terrà nel grande piazzale Primo Vangaglia.
La disattenzione dell’operaio blu, del turno blu, con badge numero 025578/03 fu pagata a caro prezzo dallo stesso, con la vita.
Subito partì una vertenza sindacale dai sindacati riuniti sotto il gran pennone che fu presa al volo dal Responsabile per le Esternazioni Plinio e ributtata agli stessi come un boomerang con queste sue parole:
– Se l’operaio con badge n° 025578/03 avesse indossato il casco non avrebbe riportato alcun danno come da legge sulla sicurezza 626 corretta e riveduta in 626-6262 –
E con fare condottiero indicò il grande cartello ben visibile ovunque:
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA *

*(Trovata pubblicitaria del giovane Copywriter William II Vangaglia che gli valse numerosi premi, tra cui il Telegatto nell’anno del Signore 1999, e lo consacrò all’immortalità sui testi universitari come “Diritto e Lavoro: + lavoro”, “Sicurezza sì! Dove, quando e perché”, “Quando ci pare a noi” per le edizioni Vangaglia&Vangaglia).

Subito una macchia rossa andava via via allargandosi sotto al corpo inerte dell’ormai ex operaio che subito la ditta esterna per la sicurezza all’interno della fabbrica si precipitò ad isolare.
Disperse i presenti, operai e sindacalisti, invitandoli a entrare nei capannoni della fabbrica per lo straordinario retribuito a lutto (per le spese mortuarie) e mise in sicurezza il luogo dell’incidente per l’arrivo delle forze dell’ordine.
L’intervento della ditta esterna a dire il vero non fu tempestivo, essa infatti si trovava all’esterno della fabbrica stessa ed interveniva solitamente o prima-prima o dopo-dopo.
I dipendenti della ditta esterna per entrare dovevano infatti o presentarsi ai cancelli della fabbrica e superare un test attitudinale preparato da diversi personaggi sul libro paga del Responsabile per le Esternazioni Plinio, come un laureato in cerca di occupazione permanente, un operaio con licenza media inferiore e random da chi passava di lì. Per superare il test non occorreva rispondere alle domande in modo corretto, era necessario rispondere alle domande come avrebbero risposto alle domande i tre sopra citati.
Oppure i dipendenti della ditta esterna dovevano scavalcare la recinzione in ferro.

In questo caso, a rigor di cronaca, il giornalino “La fabbrica oggi, domani … Domani?” scrisse testualmente: – Data la gravità dell’incidente accorso al nostro stimato collega n° 025578/03, gli addetti alla sicurezza della ditta esterna hanno solertemente declinato l’invito a compilare il test ed eroicamente ed agilmente hanno scavalcato il cancello e sono prontamente intervenuti per decretare ufficiosamente l’ora del decesso che solo ufficialmente è stato decretato dall’organo preposto  Morituri te salutant qualche ora più tardi avendo brillantemente superato il test di ingresso”.
Saltando di parola in parola arriviamo al clou del pezzo giornalistico scritto dall’operaio Caporeparto ed esponente sindacale Vix-Vaporun Luca Puntiglio: – “ . . . uniti nel dolore alla fa . . . ntastico discorso del Responsabile per le Esternazioni Plinio da cui prendiamo le parole più forti e carismatiche:
– Tre turni di otto ore! – Slurp
– E tre sirene a dare il via! – Slurp
Slurp!
– Dovrà essere così! –
– e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!
– Non voglio interruzioni! – Slurp!

L’articolo continuava: “ . . . riprendiamo le parole del Dottor Guido Guidi:
– Lei è una persona squisita –
– E’ simpaticissimo –
– La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –

“ La giornata purtroppo – l’articolo – ha avuto una nota dolente, l’aria nel circuito dell’aria ha avuto un calo di pressione tale per cui la produzione ha avuto una flessione di circa un’ora con conseguente sospensione dell’uscita del fumo nero-nero, causa umidità del 83%, dal grande pennone.
Il Signor Plinio in persona se ne scusa”.
“ . . . Nota positiva della giornata una nuova assunzione. Alla faccia della crisi, noi, ASSUMIAMO. Diamo il benvenuto quindi all’operaio blu, del turno blu, con badge n°025578/04”.
CHIUDIAMO LA PARENTESI

UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh. Sì-beh)
Invidioso degli spazi che quotidianamente si sono presi Giando e Mam, in un recente passato, anch Kike propone una (pacifica e concordata) invasione delle ore 19. A me questi suoi pensieri da riordinare piacciono e ho detto sì. Solo in alcune foto truccate può sembrare che Enrico abbia un martello e mi stia minacciando; se però guardate attentamente noterete che l’acqua minerale (puah) sul tavolino a destra è scaduta, dunque non bevete(ve)la. Anzi leggete e commentate in libertà. Saranno 5 puntate … o forse più. La seconda dunque domani sera. (db)

⁞ from danielebarbieriblog

│Il ritorno di Simone Dauffe

uh magazine simone dauffe simile linea ondulata

│il ritorno di Simone Dauffe, dai piaceri singolari di Chambonheur, tra micronarrativa e Harry Mathews  Uh Magazine 3rd Long Summer
 Leggi, in attesa che arrivi la 3rd Long Summer di Uh Magazine , i piaceri singolari di Simone Dauffe su  gaudia 2.0

IL CULO ECTOMORBIDO DI SIMONE, TALE!
│Dice, il suo culo ectomorbido, con un tocco così istantaneo e così breve, la brevità di Chambéry-le-haut, che non ha oscillazioni e riprese, è uno haiku, un tratto che riproduce il gesto indicatore che indica col dito qualsiasi cosa, dicendo soltanto:
quello, l’oggetto ectomorbido, con un movimento così immediato, che ciò che viene indicato non ha, in apparenza, nulla di speciale, il culo ectomorbido di Simone è la pietra della parola gettata inutilmente: non ci sono né ombre né colate di senso, nulla è stato acquisito, come uno haiku che si arrotola su se stesso, una sborrata che appena fatta cancella il desiderio.
Simone Dauffe,è questa, è così, Tale!
da│Un tratto, è necessario fotterlo!│ on gaudia 2.0
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