La luna ⁞ Aurélia Steiner a Praha la chiama “Justrusa”

Aurélia Steiner che sta a Praga e la macchina fotografica della Zangheri

 

di v.s. gaudio

 

⁞ photo by alessandro gaudio
Praga ⁞ © alessandro gaudio

Aurélia Steiner che sta a Praga

non è boema, la luna lei la chiama “Justrusa”

anche quando la indica nell’orologio astronomico,

che per lei è “’U cuncutrillu”,

Aurélia Steiner sta qui, aspetta la sera,

sta’mbruna, dice, fa stáfice

e quando attraversa la città lei passa di strìttuwa in strìttuwa,

un po’ di schipìciu,

in autunno quando compra caldarroste,

chiede “’i pruppituse du ruffu”[i].

 

 

Il cielo non è umano, ma c’è qualcosa forse più di questo cielo,

che non è il quadrante al neon del campanile della Città Nuova,

è quando le zingare oscurano il mondo con le gonne

e quando il poeta si guarda di nuovo intorno

le zingare stanno sedute accanto a lui una di qua e una di là,

di fronte a lui a gambe larghe sta lo zingaro

con la macchina fotografica nelle dita,

gli occhiali neri contro il sole guardano nel mirino della macchina

e le zingare si stringono a lui e guardano l’obbiettivo,

e poi lo zingaro che è il visionatore di Morin col palmo alzato

richiama anche l’attenzione del poeta e lui guarda la macchina

con quel sorriso spasmodico che hanno solo i poeti

e poi sente lo scatto della macchina

che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola,

così che il poeta comprenda che al mondo non dipende

proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto

desiderio, volere e anelito, come quando a Bologna la Zangheri,

per essere speculare allo zingaro di Hrabal,

nello stesso tempo in cui lui ne stava scrivendo

l’assolutezza anonima faceva il ritratto inesistente del poeta

con un’altra macchina fotografica in cui c’era la pellicola fantasmata,

Praga ⁞ © alessandro gaudio

dentro una galleria d’arte , fuori il cielo inumano sopra Bologna

e sotto nelle cloache e nelle fogne

scorreva tra acque di scarico e materie fecali

la neve di quel febbraio

così segreto, così rumoroso e così solo

 

Aurélia Steiner, questa quadarara che sta qui a Praga,

questa minéca che chiama “cuncutrillu” l’orloj,

in una stanza vicino al Convento di Sant’Agnese di Boemia,

guarda l’imbarco battelli che c’è in Náměstí Curieových.

 

E’ ritornata nella sua camera per scrivere al poeta.

Ha chiuso porte e finestre.

 

Sono le tre del pomeriggio.

 

Dietro la Vltava c’è il sole, il tempo è fresco.

 

Io sono qui in questa grande sala in cui faccio stáfice[ii].

Oltre la scursénta[iii], c’è il fiume.

 

E tu dove sei ?

 

Ti sei perduto?

 

Ti sei perduto tanto che io grido che ho paura?

 

i“Le castagne del fuoco”, in ammâšcânte; “strittuwa” è “strada”,”vicolo”; “schipìciu” è “sghembo”, “obliquo”, con quel taglio, una certa diagonalità di movimento o del portamento, che richiama l’apposizione di prima ,“’nteccata”, che è “delinquente”, che viene da ‘nteccare, che è “tagliare”, “incidere”, la “‘nteccata strocca” riflette in qualche modo un taglio maledetto, puttanesco, un segno, una piega, anche comportamentale o gestuale che è la parte maledetta di Aurélia Steiner. Per la lingua nascosta dei quadarari  e anche per l’utile dizionario Italiano-Ammâšcânte e Ammâšcânte-Italiano annesso, cfr. John Trumper, Una lingua nascosta, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 1992.

ii “sto”.

iii “finestra”.

 

► da:

 La Caggiurra di Praha

 Aurélia Stuart Steiner alias Furgiulia Cuticchjùna

La Stimmung-ammašcânte con Bohumil Hrabal 

sulla morte della letteratura

© 2009

 

 

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V.S.Gaudio ♦ Aurélia Steiner

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http://mianonnadellozen.tumblr.com/post/137145363307/vsgaudio-aurélia-steiner-aurélia-steiner-la

 

Aurélia Steiner Pedregoso. Quella che abita a Lisboa ⁞ 2

Rua Augusta, Lisbon | Portugal (by Nacho Coca)

|…|

Glielo dico baciandola, le labbra sulla pelle, glielo dico a voce bassa, glielo grido, la chiamo dentro il suo corpo, contro la bocca, contro il muro. A un tratto sto immobile, in un contenimento che mi fa gemere, non ricordo più il suo nome, le comment à nom, e poi, tout bas, di nuovo glielo dico con uno sforzo doloroso come se il dirglielo stesso fosse la causa di questo dolore.

 

 

Le dico: Juden Aurélia, Juden Aurélia Steiner.

 

 

Mi tengo all’entrata du combien di Aurélia Steiner, resto lì con il glande, tempo con una cura estrema, goupillage che non abbia mai fine, ma sia misura colma, le carambolage du limer. Puis je l’enconne, je lui donne l’aubade, glielo metto tutto dentro, je le lui mets tout dedans, mon braquemard.

 

 

Con un movimento lento, molto lento, inverso a quello del suo impeto, j’entre dedans le corps d’Aurélia Steiner, dans le comment à nom, son histoire.

 

 

La lenteur, la lime, du Cricon-Criquette nous fait crier.

 

 

Di nuovo, urlo i nomi, li ripeto piano, ancora.

Le dico ancora i nomi, glieli ripeto ancora, ma senza voce, con una brutalità che ignoravo, avec un accent inconnu. Le comment à nom. O como do nome.

 

 

Como è o teu nome?

O como do nome Aurélia Pedregoso.

Como você se chama?

Eu me chamo o como do nome Aurélia Pedregoso.

 

Le poète à cheveux noirs était allongé sur le sol de sa chambre. Il la regardait.

Aurélia Steiner s’est rendormie.

Puis elle a entendu qu’il disait que ses yeux le brûlaient d’avoir regardé la beauté d’Aurélia Steiner. Que son bateau partait à midi, qu’il n’appartenait à personne de défini. Que ele não era livre de si mismo.

 

 

Ele se chama V.S. Gaudio.

 

Ele não mora em Lisboa.

 

Ele não tem dezoito anos.

 

Ele escreve.

 

da↓

AURĒLIA JUDĒJA PEDREGOSO

Aurélia Steiner de Lisbonne

Aurélia Steiner, quella che abita a Lisboa, non è quella donna estremamente colta di Karachi che ha ancora due passioni: se faire mousser le créateur e Maria Callas. E che mentre si rotola su sei tappeti Bakhtiari ascolta un’edizione pirata della Fedora.

Aurélia Steiner. Quella che abita a Lisboa ⁞

Ascensor da Bica, Lisbon | Portugal (by Nacho Coca)

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Aurélia Pedregoso marche, revient de l’exil de la nuit, de l’envers du monde, elle traverse Lisbonne, toujours cette magreur de la jeunesse, a maneira de andar de Aurélia Pedregoso através de descidas verticales

e subidas colinares, o elevador de Santa Justa,

através da Baixa e o Bairro Alto, a rua Garrett,

o elevador da Gloria, o elevador de Bica que junta rua de São Paulo com o largo Calhariz e o elevador do Lavra.

Lui la cherchera, elle, celle que lui avait croisé ce matin dans la ville

et que lui avait regardée.

Por esta roupa leve talvez

e por esta maneira de andar,

o modo azul de andar de Aurélia Pedregoso,

a profundidad do mar há a maneira atlântica de andar de Aurélia Pedregoso.

 

 

Menina, namorada, amor, criança, meu pombinho, meu carinho, o doce para mim.

 

 

 

L’ho chiamata con nomi diversi, da quello di Aurélia Pedregoso.

 

 

Vers le soir, ici, il y a toujours de coups de lumière, golpes de luz ao horizonte,

do mar a luz atlântica,

mesmo se o tempo tem estado abrigo durante todo o dia,mesmo se há chovido,

las nuvemes, em um istante, afastam-se

e deixam passar a luz do sol, a luz atlântica do mar.

A luz areja azula, a maneira de Aurélia Pedregoso,

o seu ar, a sensualidade do ponente,

a perturbação do meio vento sopra

con la diagonalità e l’inclinazione ripida

do seu porte leve-lateral e lente para a frente,

leggero-laterale e lento in avanti, o porte, a maneira azula, a maneira ponente de andar de Aurélia Pedregoso.

Leggera e laterale, di bolina stretta come se ricevesse o meio vento con un angolo di circa 30° sobre o cu:

aperta ao máximo vento,

rete a luz atlântica, esta fica,

há a caminhada da luz atlântica a ponente,

ao crepúsculo.

|…|

Rua Augusta, Lisbon | Portugal (by Nacho Coca)

da: AURĒLIA JUDĒJA PEDREGOSO ⁞ Aurélia Steiner de Lisbonne

Aurélia Steiner, quella che abita a Lisboa, non è quella donna estremamente colta di Karachi che ha ancora due passioni: se faire mousser le créateur e Maria Callas. E che mentre si rotola su sei tappeti Bakhtiari ascolta un’edizione pirata della Fedora.

 

Aurélia Steiner di Durrës ░ Pikë e Gazi

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AURÉLIA STEINER

 

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre. (…) On peut, pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition, par les titres: Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras (Le navire night, Mercure de France, 1979)

Ø

La langue toquade e Aurélia Steiner

 

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia [che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shumullar] operasse affinché il poeta sia in grado di darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds (Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o, forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco, dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che, esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato, poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”, secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

 

Aurélia Steiner di Durrës:

Pikë e Gazi

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi, in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

 

 

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontano così prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto, in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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  • [Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena

shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?]·

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e, dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati.

Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa:

fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

 

 

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura (ma quale?) sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene.1

 

 

 

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione

che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

 

 

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos; il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkrepëtim.2

 

Asaj kam përgjigiur:3


Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo.

Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare.

“Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto:

come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto,

il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.


 

 

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno.

È il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile.

Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso,4 che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

 

 

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’“Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”;5 ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”,6 che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’:

il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar.7

 

 

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le «dok»; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs; Petite Punaise, délice des deux mers; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien; Pikë-Shumë de mon Méridien; Kurvëshumë arbëreshe; Fshik-Méridien; Bythë i butësie; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar; kopile madhështore; Hap-pikë afër doku; Pikë e Gazi.8

 

[v.s. gaudio]

 

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale, in: J. B., La trasparenza del male, trad. it., Sugarco edizioni, Milano 1991.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr. Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1963; in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, pp. 129-135.

5 Jean Baudrillard, trad. it. cit., p. 173.

6 Che, se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend: il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno (il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora (= v) alla fricativa labiodentale sorda (= f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj” = “fregare”, “frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo , “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë” (= che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër” = “metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë, bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”, tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento, che, essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshehtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”: l’imperativo “vret” = “uccidi”. È la concretizzazione dell’“abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”, che, non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”, “ah, si era bagnato”… i ngasur, “il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr. Lucian Blaga, Lo spazio mioritico, trad. it., Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994; per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe, vedi Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder, Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò, in Id., Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’“allargamento vicino alla darsena”: una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien. “Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz” (= “Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë” (= “Appende e Alza”), è il punto (bagnato) del Gaudio, del Bonheur, per l’appunto: virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo, senso del “Gaz” del Delta del Saraceno: Gas, Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”, non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

La fille de mon peuple e le mutande de Lol V.Stein

V.S.GAUDIO

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[©Elaborazione grafica da disegni di Gibrat & Dubigeon]

i

La fille de mon peuple è un po’ come la signora Martine di Jean-Pierre Gibrat(vedi la Bd « Avant d’aller à la messe », in : Eté friponne,Les Humanoides Associés 1991), Maestra della Merlinatura, ovvero la legatura per le manovre dormienti, una che tiene sempre su l’alberatura(con annessi pennoni,aste e manutenzione) e che è la gran Merlina della sessualità metonimica(quella che è contigua alla possibile sessualità genetica) e quindi instancabile attualizzatrice di varianti non riproduttive.

Questa maestrìa merliniana è in diretta connessione con il concepimento, per opera del diavolo, di Merlin, il famosissimo mago del ciclo bretone.

Un particolare heimlich: se in argot, “merlin” sta per “gamba”, come per “gamba” sta “gigue”, alla cui radice si connette il termine “gigolette” che il poeta affibbia alla “fille de mon peuple”, la “pertica” di “gigue” è speculare, senza che il poeta se ne fosse avveduto nel comporre il poema, al “mazzapicchio” di “merlin”.

Non ci si meraviglierà qualora si scoprisse che questa “fille de mon peuple” possa essere di legno, anche in virtù del fatto che Gibrat, l’autore della ministoria con Martine[che si fa “afferrare dalla cintura-corsetto per [farsi] ispezionare con bonheur la [sua] frontiera merovingia(cfr. 1)], tirò poi fuori un personaggio femminile dal nome “Pinocchia”.

i

 

[1]

tutto ciò che le mani toccano

con un’audacia senza la brina e il baccano

del glossario tra peli e cielo

dove ora per una volta sola al mondo

tutto ciò che aveva di pesca

un po’ soffice e di panna di Normandia

accanto agli occhi con le onde dell’acqua

un po’ all’estremità non solo sulla linea

di questo galleggiamento così basso e morbido

dove il pesco considerato come

una pêche à quinze sous quantunque la giovane

il cui plus grand bonheur est d’avoir

un élastique à la culotte

o questo genere numero 10 nel corpus barthesiano

della moda che va incontro l’uno all’altro

senza che la qualità del legno ponga

il problema delle “primitive”

in cui è possibile scomporre l’unità usuale

in elementi più piccoli e questo significante

minimo che è la Gigue ricopra due unità

di senso come la primitiva temporale

in cui è giusto  che possa esserci un vestito

per questo momento e che spingendo più in là

questa frontiera merovingia tra l’orlo

delle labbra e quello della gota

questa felice ispezione le permetta di indicarci

che le calze nell’edizione italiano abbiano

all’indice dei termini di moda il numero 11

della cappa che, pertanto, avrà il numero 12

del cappello che avrà a sua volta il numero 13

del cappuccio che avendo il numero 14

della cintura questa farà clip al 15

numero che essendo quello della pêche à quinze sous

ci farà afferrare la Gigolette dalla cintura-corsetto

per ispezionare con bonheur la sua frontiera

merovingia[1]

 

[4]

uscita dalla spirale della primavera

oltre la sua frontiera merovingia che si trova

nelle vicinanze del bosco e dell’acqua

in questa strettezza del movimento

che ci unisce e in cui il vestito la cui

stoffa è come un ombrellone un po’ arancione

e un po’ melanzana questa trasparenza soffice

del velluto questa pesca piena che allunga

l’ombra come il pomeriggio e quando si dice

che adesso indosserà il genere numero 11

per imitare il desiderio oppure quando non

dice nulla e c’è in questa linea spezzata

la sua forma segreta questa graziosa morbida

equazione frattale del suo farsi pêche à quinze sous

 

[15]

le mutande sono patafisiche alla sua età

anche perché non è anoressica

nell’orbita di questo stupore

un po’ situazionista forma eroica

di una cintura, o di un elastico

per quanto siano i generi

che tengano teso l’esprit bagnato

come quelli di Lol non sappiamo di che tipo siano

ma come in Lol[2] le mutande sono

come l’abito che indossa che le prende

il corpo da presso e le dona maggiormente

questa quieta ripidezza da collegiale cresciuta[3]

questo c’è sotto le dita che le toccano

la pesca e la leggera stimmata del desiderio

questo ciunno di collegiale fattasi grande

stupefatto e biondo, bagnato e palpitante

che si lascia toccare con il meridiano

su cui sta l’orizzonte a quindici sotto,

la pêche à quinze sous, tra seta e velluto

un po’ patafisica un po’ situazionista

un po’ attonita un po’ banalmente artificiale

un peu niaise pêche à quinze sous

 

[1] Al prossimo passaggio non profferirà calze il genere numero 10 di Barthes ma si metterà una cintura che, essendo 14, è sotto il 15 e, sapendo che al 30, c’è la gonna con due clip(=15)[cfr. l’inventario dei generi, il capitolo ottavo, di Roland Barthes,Sistema della Moda[1967],trad.it. Einaudi, Torino 1970], la potrà sempre far scivolare giù o sollevare cosicché potrà finalmente cambiare posizione, fare la “misteriosa”, la 33 nei 40 modi di fottere du Clergé de France, senza che se ne percepisca peso,morbidezza, rilievo ma solo flessione e fissatura, ma in verità(come il lettore attento scoprirà alla nota 6   di cui alla 15)non vorrebbe che essere oggetto e soggetto della dolce impalata, la 11, in cui in ginocchio a cosce aperte, abbassato il genere 42 che ha le varianti XVIII, XIX e XX della chiusura, della fissatura e della flessione dei jeans, con le anche del poeta sotto, in modo che stando seduta sul culo, nello spazio tra le gambe del visionatore, si infila il cazzo da sola, vi danza sopra, si agita, ruota senza uscire dal perno, affonda e riaffonda in cadenza, come faceva Bridget T. alla Henley Regatta sino alla voluttà vertiginosa dei 46 colpi al minuto, e a chiudere la vogata facendo la palata del Mullar, nell’orto posteriore delle pesche.

[2] Si tratta di Lol Valérie Stein: cfr. Marguerite Duras, Le ravissement de Lol V.Stein, Gallimard 1964.

[3] Ma questa ertezza di “pensionnaire grandie” può essere anche quella di Kathy Goolsbee, la “ragazza gagliarda”, con le gambe lunghe, “une grande gigue”, una perticona, appunto, la figlia dl fornaio di Hazleton in Pennsylvania, la rossa lentigginosa, il bel pescione, il bel percocone, che Sabbath pêche , da quel “gran pescatore” che è, per l’anno scolastico 1989-90: cfr. Philip Roth, Il teatro di Sabbath[1995], trad.it.Einaudi Torino 1999, in particolare cfr. la Parte Seconda,Essere o non essere, nello specifico vedi pag.193 della edizione Tascabili 2004.

Da pêche(pesca) a pêche(pesca, il pescare, arte del pescare), o da peach(pesca) a pigeon(il colombo, ma anche il merlo, il minchione)si arriva senza fare molta strada alla patente essenza ottusa del “piccione”(cfr. “pigeonne”, colomba, o “pigeonneau”, piccionicino,merletto), che è voce dialettale meridionale, in uso in particolare nella Calabria del nord: “Piccione.Meridione.Il termine(accr.=Picciunazzo;Piccionazzo) deriva dall’inglese Peach[pi:tch] che ha come significati: 1.(bot.)pesca; 2.(fam.)ragazza graziosa;bellezza. Si può pensare anche ad una aggiunta locale a Pi:tch:ciunno(cioè:”conno”) che dà origine al termine figurativo Piccione di Pitch + ciunno: cioè: pesca/conno e bella/figa.

Evidentemente l’elaborazione è avvenuta in ambito italo-americano, o nelle terre dell’emigrazione o nelle nostre terre dopo lo sbarco degli alleati anglo-americani. Da non dimenticare che la pesca, o a Palermo il varcocu(vedi), che può essere sia l’albicocca che il percoco, designa l’organo sessuale femminile”: Dizionario delle “parole proibite” nei dialetti e nei gerghi, in: V.S.Gaudio, Il Kamasutra della Mabrucca,Elogio e Pragmatica dell’amore dialettale,©1998. Vedi anche, nello stesso, Varcocu:”Palermo. Letteralmente “Albicocca”:il conno. Notare come il superlativo Varcuconu sia composto da Varcu(=il varco) e da Conu(=il conno), oppuri si formi grazie alla contrazione di Varcocu+conu,che comprende sia l’ “albicocca” che il “varco del conno”. Tralasciando le strette implicazioni fonologiche tra pécheuse, “peccatrice”, e pêcheuse,”pescatrice”; o la pêcheté  che ha sempre una qualche affinità con la pigeonnerie:cfr. “’a pircocherìa” vs “’a piccionerìa” della Calabria Nord-est.

Nel caso di Kathy Goolsbee, nell’inventario dei generi, tra i pantaloni di cui al numero 42 del corpus barthesiano, i jeans andrebbero connessi[con le varianti della chiusura(XVIII), della fissatura(XIX) e della flessione(XX)] alle mutande, che[con le varianti della morbidezza(IX) e dell’accostamento(VI)] marcherebbero la “primitiva temporale” come unità usuale disposta dal “fantasma irreprimibile” nell’erotica relazionale di Kathy e Sabbath: cfr. la conversazione telefonica segretamente registrata da entrambi, in particolare a pagg. 200-201 dell’edizione tascabile citata. Questa concatenazione del genere numero 42 con le mutande riflette le varianti all’abito usuale della fille de mon peuple e di Lol V. Stein e, consecutivamente, riflette le varianti al loro esprit bagnato e alla fissatura con cui i jeans “chiuderebbero” la flessione erotica dei due personaggi(flessione che, va da sé, quando al prossimo passaggio la fille de mon peuple indosserà i jeans –cfr. nota 1 – al culmine della libido nel suo jour de pêche, sarà tutta virtualizzata nella vogata o nella palata di cui alla 11 dei 40 modi du Clergé de France, ovvero la posizione fantasmata in cui lei vorrà togliere la schiuma all’amore del poeta).

Passaggio al Meridiano ♦ Il passo di Aurélia Gurmadhi

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Si une âme ne résiste pas à l’emprise

des volutes, des spirales, des vertiges

imprimés, fixés au moment de tartufferie

paroxystique, alors elle est livrée au

somptueux Ubu, dont le sourire rend

toutes choses à leur inutilité

sulfureuse et à la fraîcheur des latrines…

 

[Jean Baudrillard, Pataphysique , © 2006]

 

 

 

AURÉLIA STEINER

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre.(…)On peut,pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition,par les titres : Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras(Le navire night, Mercure de France, 1979)

 

 

La langue toquade e Aurélia Steiner

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana –l’unica- stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà:illuminata,solitaria,infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia[ che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shummullar] operasse affinché il poeta potesse darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds(Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o,forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco,dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che,esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato,poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”,secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

Il Punto e Virgola  di Aurélia Steiner di Durrës

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi,in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontanocosì prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto,in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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{Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?}

 La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e , dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati. Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa: fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura(ma quale?)sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene[i].

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos;il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkpëtim[ii].

Asaj kam përgjigiur[iii]:

Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo. Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare. “Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto: come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto, il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno. E’ il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile. Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso[iv], che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’”Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”[v]; ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”[vi],che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’: il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar[vii].

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le « dok » ; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule ; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique ; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs ; Petite Punaise, délice des deux mers ; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien ; Pikë-Shumë de mon Méridien ; Kurvëshumë arbëreshe ; Fshik_Méridien ; Bythë i butësie ; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar ; kopile madhështore ; Hap-pikë afër doku ; Pikë e Gazi[viii].

[v. s. g.]

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale,in: J. B., La trasparenza del male,trad. it:cit.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto:”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr.: Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo,Roma 1963: in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, da pagina 129 a pagina 135.

5 Jean Baudrillard, trad .it. cit. :pag.173.

6 Che,se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend:il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno(il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora(=v) alla fricativa labiodentale sorda(=f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj”=”fregare”,”frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo vë, “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë”(=che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër”=”metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë,bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”,tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento,che,essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshhtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”:l’imperativo “vret”=”uccidi”. E’ la concretizzazione dell’”abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”,che,non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”,”ah,si era bagnato”…i ngasur,”il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr.:Lucian Blaga, Lo spazio mioritico,trad. it. Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe,vedi: Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in: Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder,Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche: V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò,in: V.S. Gaudio, Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’ “allargamento vicino alla darsena”:una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien.”Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz”(=”Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë”(=”Appende e Alza”), è il punto(bagnato) del Gaudio,del Bonheur, per l’appunto:virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo,senso del “Gaz” del Delta del Saraceno:Gas,Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”,non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

Aurélia Steiner de Vancouver □

AURÉLIA JEWESS STONE│Aurélia Steiner de Vancouver

 

[…]

 

Aurélia Steiner sa che la notte che verrà andrò a cercarla per via Granville, Burrard e Georgia, lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato. Per il suo vestito leggero, forse, e per il suo walk-style, dark blue, light and dark blue. L’allure della profondità del mare in faccia al cielo diaccio, lucido. Con qualcosa che ha ancora un che d’orage, encore chaude.The walk-style of Straits of Georgia, “Georgiure” o “Georgait” l’ho chiamata. “Auréliure”, mon petit con, qui a la profondeur de la mer face au ciel glacé, che, quelquefois, a de grands mouvements, des flancs de bête che si rigirano ottusi.

The walk-style, the gait dark blue-storm, the frozen love of desire, l’amour glacé du désir, the gait of Aurélia Stone in Vancouver.

[…]

from:

V.S. GAUDIOAURÉLIA STEINER Uh-Book on Issuu

Aurélia Steiner. La Lebenswelt di V.S. Gaudio con Marguerite Duras

Aurélia Steiner. La langue toquade

Aurélia Judéia Pedregoso

 Aurélia Jewess Stone

 Aurélia Kylie Mynought

 Aurélia Steiner de la Piedra

 

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