Lebenswelt 4 │EDGAR HILSENRATH

lebenswelt-4La Lebenswelt con Edgar Hilsenrath ♦

Preparativi, Ingredienti e Scheda pulsionale di Szondi per l’ Orgasmo a Mosca

 

Faccio una Lebenswelt con Edgar Hilsenrath – quello di Orgasmo a Mosca – e naturalmente che ci posso metter dentro? Innanzitutto passa tutto attraverso il cazzo di Mandelbaum, che posso farci?, Mandelbaum, lo sapete no?, equivale a “mandorlo”, e , senza arrivare alla mandorla e nemmeno a Philippe e a Philippine dell’argot[i], è un cognome inequivocabile, è come la libido geografica dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, se ve lo ricordate, o, meglio, ve lo ricordo io: prendete il cazzo di Mandelbaum, che, parte da Mosca e deve arrivare in America, ed è un uccello magnifico, a detta della signorina che, gravida, l’ha mandato a prendere, tramite il corriere del padre,  che è nientemeno che Nino Pepperoni, boss dei boss della mafia americana, insomma è tutto legale, quell’uccello va sposato prima che nasca il frutto del mandorlo e della Pepperoni.

Questo cazzo di Mandelbaum è una cosa seria, intanto se io lo scrivo e lo metto qui sul web, se ci rimetto sulla sidebar, o sotto il post, la pubblicità AdSense, questi, come vedono questo cazzo di Mandelbaum, che è enorme, stando a quel che dice il corriere che è andato a prenderlo, Schnitzel, che, prima di mandarcelo, l’hanno castrato, e il bello è che lui si chiama “Ritaglio”, poi se vai in cucina sarebbe Schnitzel “scaloppina”, non è singolare?, insomma dicevo che quelli di Google, se vedono ‘sto cazzo, mi mandano subito l’email che ho violato le norme, le norme della pubblicità che consiste in questo: più o meno, nonostante abbia milioni di visualizzazioni, se non ti cliccano la pubblicità non esce niente e, aspettate.., per uscire qualcosa, con ritmi di visualizzazioni pari alla lunghezza del cazzo di Mandelbaum, niente, ci vogliono almeno due o tre anni per fare 70 euro, e quindi questi ti rompono il…, scusate: ti mandano l’avviso per niente, un clic, sarebbe forse manco un centesimo, e invece il romanzo con tutto quel cazzo, purché viene preso in libreria, nessuno gli dice: ma signor Hilsenrath, mamma mia quanto cazzo, e quella troia di Anna Maria Pepperoni poi, e il castrato, e la sposa , che dovrebbe essere rumena e di sicuro è abbondante con le tette sode anche senza reggiseno, non avrà avuto più di vent’anni,  quando Mandelbaum passa in Ungheria, che si fa smandorlare dal Mandorlo perché lo sposo ungherese purosangue che Schnitzel,che aveva la nonna ungherese,  se non fosse stato castrato, se lo vorrebbe inculare lui, lì nei ritagli della notte,  si è addormentato e si è dimenticato della mandorla della sua Philippine rumena, e se non ci fosse stato a volare di là quel grande uccello russo di Mandelbaum, sarebbe stata sì una vergogna, anche in terra di confine e di passaggio, lo sposo dorme, gli aveva detto Schnitzel e quella piange per la vergogna ma hai visto che gambe e che poppe che ha? E allora Mandelbaum ha infilato il lungo cazzo duro nella figa bagnata della sposa, e questo, disse  il castrato: presumo che fosse la figa, perché la sposa ha cacciato un urlo, ha slanciato all’indietro le braccia che prima teneva avvinghiate al collo di Mandelbaum, ha sollevato di scatto le gambe scalciando per aria, ha strabuzzato gli occhi, inarcato la schiena e urlato una seconda volta, e quando ho riattraversato di soppiatto la cucina, l’autista si muoveva ritmicamente sopra Anisoara…ma signor Hilsenrath, basta, per carità tolga questo grande uccello altrimenti …la pubblicità si offende e non gliela facciamo volare più nel suo cielo!

Comunque, è un po’ come i Promessi Sposi, a pensarci, quello di Piero Chiara, forse,  tant’è vero che come mette piede nella Terra del Ritorno, a Mandelbaum  non gli si erige più: veramente, non vi sto a spiegare perché, ma devono passare e sposarsi in Israele, e la faccenda adesso è questa: quando era a Mosca, all’ebreo Mandelbaum il mandorlo fioriva che ogni passaggio al meridiano uno si fermava a rimirarlo: e cazzo, che cazzo di primavera è questa, mai visto un mandorlo così in fiore! Pure nei vari stati attraversati, stando alla testimonianza di Ritaglio, il promesso sposo di Anna Maria Pepperoni, che è mingherlino, come in fondo, se non guardate i fiori, è mingherlino il mandorlo, fa vedere al lettore il dispositivo di sessualità  per il quale Anna Maria deve legalizzare il dispositivo di alleanza, insomma Anna Maria ha perso la testa per uno come Mandelbaum e non si riesce a capire perché, il padre non lo sa, la madre nemmeno, il corriere man mano capisce e scopre la verità: Anna Maria ha perso la testa per il grande uccello di Mandelbaum, che è bella come immagine, se vi fermate a rimirarla: il Mandorlo con un Uccello mai visto da queste parti, ma che dico da queste parti, l’abbiamo visto a Mosca, e Anna Maria, che di uccelli a New York cazzo se ne ha visti e beccati, e anche in altre parti dell’America, a un certo punto all’inizio pare che sia a Pittsburgh, dove, si sa, non c’è un uccello che vola nemmeno  a pagarlo a peso d’oro, una che ha preso questo uccello a Mosca  e dice che è volata con lui nel cielo sopra Mosca e dintorni, cazzo già che c’era, poteva ri-direzionarlo  quel gran patauccello verso le Americhe e avrebbe fatto risparmiare al padre tutto quel dispendio e quello spiegamento di dollari per farlo emigrare di soppiatto grazie alla perizia geografica di Ritaglio, prima, e, poi, dall’arabo Kebab, che è un uomo distinto e colto ma che, detto tra noi, gli piace montare gli asini, e questo, giura chi l’ha visto, sarebbe bello da vedere, anche se Giovanna I d’Angiò ad Amantea in Culabria già nel XIII secolo aveva postulato la proairetica dell’asino che vola [per via dell’uccello], e questa è da “umanesimo di Stato”, che attiene sempre alla pulsione “s” di Szondi [vedi la scheda delle pulsioni qua sotto] ma, quantomeno, non è il ciuccio ad essere montato!

Allora, questa Lebenswelt, la sto preparando, intanto ecco gli ingredienti:

  • Un grande uccello sul Mandorlo a Mosca
  • Mandorlo o Mandelbaum
  • Un castrato, Schnitzel, o Ritaglio
  • La scala antincendio in America, e il Four Roses
  • Mosca
  • New York
  • Pepperoni
  • Pepperona inseminata
  • Slivovitz, l’avvocato tuttofare di Pepperoni, e la parrucca
  • Mӑmӑliga(una specie di polenta romena)
  • Cetrioli ungheresi sottaceto
  • La Terra del Ritorno, Israele
  • Kebab e gli asini
  • Terre di transito: Romania, Ungheria, Austria, Turchia, Armenia, Italia
  • L’uccello fiacco, l’anatra zoppa, sul Mandorlo a Tel Aviv
  • Il presidente del consiglio italiano che si gratta il sedere e deve salvare Pepperoni & Pepperona, la mafia americana
  • L’uccello sul Mandorlo vola in quattro o cinque terre di transito
  • La Pepperona anche in Italia è stata disseminata
  • Nella terra del Ritorno l’uccello di Mosca sul mandorlo che era patagonico è pata-agonico

 

○ NomenKlatura della Lebenswelt

 

  1. Il Grande Mandorlo di Mosca a Tel Aviv.Rotazione e ciclo colturale del Cazzo.
  2. Agraria della castrazione e emigrazione del Grande Uccello.
  3. Dal Kolchoz al Kibbutz: psicosomatica del rinsecchimento immediato del Grande Mandorlo russo.
  4. Pepperoni Spa.Agraria, emigrazione, geografia sulla rotta del Grande Uccello di Mosca

 

Fattori pulsionali di Ritaglio, Miss Pepperoni e Gran Mandorlo Russo

Fosse passato al confine tra Romania e Ungheria l’altro ungherese, Leopold Szondi, quello dell’ Introduction à l’Analyse du Destin │© 1972, trad.it. Asorolabio-Ubaldini 1975│ci avrebbe lasciato qualche appunto sui vari fattori pulsionali degli attanti della storia: Schnitzel, con la pulsione “s”, bisogno di aggressività e di ratto, che viene rapito e castrato, sadico e pederasta, socializzata la sua pulsione di omcida sadico avrebbe potuto fare, e difatti fa, di tutto: macellaio, chirurgo, passa ferri, boscaiolo, carrettiere, guardiano di zoo, lottatore, massaggiatore, autista, cacciatore, soldato, addirittura colono, vai a vedere: sarà andato anche lui in Israele; Anna Maria Pepperoni è dentro la pulsione di sorpresa, tra esibizionismo e voyeurismo, una pulsione combinata tra “e” e “hy”, dalla panettiera alla modella, in sublimazione una di quelle zoccole che smettono di acchiappare uccelli quando la bipulsione è contratta tra umanesimo religioso e arte drammatica, tanto che questa troia esplosiva può convertire l’isteria di conversione in catatonia, specialmente durante le orge cui partecipa nell’attesa che arrivi il Grande Uccello di Mosca, d’altronde siamo nell’ambito della pseudologia fantastica che, drammatizzata, porta all’esagerazione e all’univocizzazione dell’Orgasmo Assoluto a Mosca abbinato al codice catastale dell’ inseminazione generativa; il cazzone russo è dentro la pulsione “k”, quella del narcisismo primario, che, socializzata, produce ruoli come insegnante, professore di matematica, fis9ica, filosofia, economia politica, ingegnere, critico d’arte, libraio, tipografo, impiegato postale, ma anche soldato e contadino; in sublimazione, il grande mandorlo , quando non è in fiore o addirittura si secca, riflette, filosofeggia o fa matematica, se non estetica fino alla metafisica, e, comunque, con quel grand cazzo che può sempre far passare al meridiano dell’oggetto “a”, in sintomatologia può esprimere tratti temporali in cui rifiuta di lavorare, o non può lavorare, potrebbe vagabondare, certamente come avrebbe potuto fare il flâneur a Tel Aviv?, e nei ritagli di tempi praticare il furto con scasso, quando non ci sono spose rumene al confine ungherese da onorare mentre lo sposo fresco sta già dormendo alla prima.

by V.S.Gaudio

Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth
Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth

 

 

 

 

│Edgar Hilsenrath, Moskauer Orgasmus © 1979

│Trad.it. Orgasmo a Mosca, Voland, Roma 2016

│Trad.fr. Orgasme à Moscou, èditions Attila 2013

[i] Non dimentichiamo che la radice di “Mandelbaum”, che, in tedesco, è il “mandorlo”, in lingua russa è : мандӑ(leggi: “mandà)f. volg., figa, fregna, mona.  “Mandorlo” è: миндӑль(leggi: “m’indàl’”) e миндӑльничание(leggi: “m’indàl’n’ician’ije”) corrisponde a “effusioni sentimentali; accondiscendenza; complimenti. Il “ricavato di mandorle”, che è quello che, prodotto in quell’orgasmo assoluto, ha ingravidato l’americana Pepperoni,  si chiama “m’indàl’nyj”: миндӑльный; starebbe anche per “dolciastro”, “mellifluo”.

 

 

▬ Questa Lebenswelt 4 è pubblicata anche in→ gaudia 2.0

 

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La Lebenswelt con Lino Matti. Gas

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LEBENSWELT │Ó v.s.gaudio│Esce, quasi contemporaneamente,prima, il 13 aprile,  su“gaudia 2.0” e, dopo, il 16 aprile, su “blueblow”  ; il 19 aprile, su lunarionuovo 

Lo scetticismo di Protagora. E quella bionda mesomorfa tra Sant’Antioco e San Pietro.

Lebenswelt con Lino Matti sulla navigazione dell’oggetto “a”[i]

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Lino Matti, Gas, pref. di Fernanda Pivano,

Edizioni il Formichiere, Milano 1974

 

Tutto il giorno cicale disse Warren segano ai piedi dell’infinito

e la segatura come un albero di quello sforzo incessante accesa dal sole

s’accumula alla base ed è limaglia d’ottone, e questo è il giorno

disse Robert Penn Warren e Gramsci’s St. è la strada più sporca del mondo

con l’odore della pece bruciata e il salmastro e la polvere e il traffico

e tutte le puttane di questo mondo  sulla rotta Genova Sant’Antioco

senza che si possa pensare ch’io sia un po’ tabarchino se poi di soppiatto

farò un salto all’isola di San Pietro per via del baccalà senza che per questo

non ci sia quella stupida che vuole farmi vedere il suo cane e lei mi dice

che il suo cane è cattivo e morde e che i cani vanno trattati

da cani non come  gli scalzacani e il Brindisino quando camminavo

lentamente nella campagna ai lati interminabili siepi di fichi d’india

che sembrava ‘u munzill’i petrë di mia Nonna dello Zen quando

il sole alto e forte e di là un contadino che pare la reincarnazione

di Salvatore Giuliano col fucile a tracolla tanto che gli chiedo se

poi verrò a prendere i fichi d’india e lui che mi risponde cati’ pungi,

aja sapè còglë, ‘i saj còglë? Intanto che ci sei

pigliati l’acina, l’uva che sembri un morto di fame, da quale guerra

vieni e non sai dove andare a farti inculare a pisciare nella cenere

e un mucchio di altre cose che era un vero stracarico di merdosità

antiche dentro e tramandate per generazioni e pigliati, ciutu da quale

pizz’i munnë vènë,  pigliati l’uva per i campi intorno tanti

grappoli dorati splendenti sotto quel sole forte e chiaro non ne tocco

un solo chicco anche quando due gendarmi di ronda incrociarono

i nostri passi e guardano quello che è Salvatore Giuliano si guardano

tutti e tre in silenzio negli occhi e forse si conoscono e si capiscono

una segreta intesa fatta di cose non dette di cose che lì stanno

scritte dove se non nelle carte di mio nonno che mi lasciarono

e in quelle notti illuni bruciava chi mi faceva da madre

quando la campagna è buia e silenziosa e l’acredine

per la fame lavora comunque se la intendono come

deve essere l’intesa fra morti di fame analfabeti che

hanno più carte loro del notaio che era di Civita

sono quelle cose eternamente segrete ognuno per la propria strada

e in cieli ma quali servi della gleba qui ti inculano

che i giocosi intrecci di Sodoma e Gomorra e a pensarci

bene non è che a Sibari non fornicassero quantomeno

si dice che bevevano di brutto così che avevano una

conduttura di vino che fin laggiù sullo Ionio dal

Tirreno, e poi per questo arrivarono quelli del

Clan di Cutolo dalla provincia di Salerno o dalla città stessa

che è lì che vanno tutti i 740 della Culabria dove non manca

il formaggio e il vino forte che se non lo bevi subito

d’un fiato poi non c’è nessuna deliziosa verità da cantare

anche nel 1951 altro che neorealismo  tutti sono rimasti

a Sant’Antioco e fuori piove e la baracca è piena di merda

e di gente e di bestie ed è tutto un odore di birra e di sudore

in quale romanzo arriva a questo punto una che dice di essere sposata

e che è scappata di casa e ha diciott’anni ed è pulita e dice e mi dice come

quella ragazza che bionda sul treno lungo l’Adriatico scendendo

verso il sole al mattino nella mia Lebenswelt

volgendo il dorso al finestrino mi guardò come se fossimo

appena usciti stremati  dall’orgasmo  e la nave scivola silenziosa

sull’acqua il turno è finito e le stelle che da tempo non vedevo

così grandi e così grande è la luna e quel fottuto d’un Brindisino

con cui continuo a bere birra una birra olandese di prim’ordine

quando gli dico che non mi piace andare per mare

il mare mi fa vomitare non riesco a stare in equilibrio

in una barca anche se c’è quel provetto marinaio che

era mio suocero  o quella  grande nostroma della figlia

insomma dove vuoi andare scendi allora a Carloforte

e per un po’ te ne stai lì a leggerti Kafka, Joyce, Whitman,

Henry Miller, Beckett e anche Hemingway e ti fai pugnette

di continuo e continui e di sopra e continui di sotto succederà

qualcosa e lentamente il tempo passa e non succede niente

il Brindisino, che forse era di S. Vito dei Normanni, è ormai partito

e  io bevo ancora finché non leggo più  e di nuovo c’è la luna bianca

che rivedo quella che di spalle sul treno il vento nei capelli

una ragazza bionda e mesomorfa, ma del mesomorfo che

c’era negli anni settanta, mica come adesso che se dici mesomorfa

maria-sharapovacome minimo è una bionda alla Maria Sharapova e tu la guardi e adesso

come faccio con questa potremmo mai scivolare abbracciati

nell’acqua e poi scapperà di giorno nei boschi e poi la sera a dormire

con gli uomini con la luna che splende lungamente sul suo viso

e lei risponde ai baci allungati sulla sabbia mi racconta ancora di lei

nel suo paese e poi all’improvviso il Brindisino mi prende per i capelli

e mi colpisce :    “bastardo” urla e calcia finché lei che forse era

davvero Maria Sharapova gli dà un calcio nelle palle e quel fottuto ancora

mi prende per i capelli e la bionda con un cazzotto lo stende

non ho la forza di reagire e guardo lontano e penso che Oh Dio

che sventola la bionda e ho lacrime più grosse degli occhi e poi la notte finisce

tanto che  riparto stasera e del Brindisino non voglio saperne

più forse resto qui un altro mese un altro anno un  altro secolo

a Carloforte forse mai uscirò dalla mia strada per evitare simili cose

anche se evitabili, disse Beckett, no, semplicemente starò qui

a  farmi pugnette verso qualcosa, sebbene non sia l’oggetto “a”

su una strada verso qualcosa, ma semplicemente sul treno,

sulla mia strada quella bionda il cui dorso volge all’alba e lei

è una di quelle mesomorfe come c’erano negli anni settanta

semplicemente non uscivano dalla loro strada, verso qualcosa

verso il loro (-phi) così come si vede aggredita dal vento

nei capelli identità sporca e bionda che ha sempre un principio

che assolutizza lo scetticismo di Protagora,

e quando c’è timore di nascondere la scelta

volge la schiena all’alba, il suo podice di già nel crepuscolo

conta le presunzioni del reale[ii] by  v.s. gaudio

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V.S. Gaudio, Due concrezioni del 1976,

in: Idem, Lavori dal desiderio, Guanda, Milano 1978

[i] Lino Matti, Gas, pref. di Fernanda Pivano, Edizioni il Formichiere, Milano 1974: riguarda la Prima parte.

[ii] Cfr. V.S. Gaudio, Due concrezioni del 1976, in: Idem, Lavori dal desiderio, Guanda, Milano 1978.

 

10 Novels That Will Disturb Even the Coldest of Hearts

Flavorwire

[Editor’s note: While your Flavorwire editors take a much-needed holiday break, we’re revisiting some of our most popular features of the year. This post was originally published May 18, 2011.] Jezebel-writer Anna North’s debut novel, America Pacifica, is out today. The story centers around an impoverished teenage girl who is struggling to survive on an increasingly toxic island in the Pacific Ocean after a future Ice Age sets in and freezes the mainland. Though the writing can be a little clunky — especially with respect to class issues — North provides good lens into the many ways an aggrieved soul can turn against the world, and how difficult it is to get back our dignity once we’ve lost it. With this in mind, we decided to run a post on books that expose the darker side of humanity — a roundup of the most disturbing novels and…

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Aurélia Steiner di Durrës ░ Pikë e Gazi

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AURÉLIA STEINER

 

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre. (…) On peut, pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition, par les titres: Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras (Le navire night, Mercure de France, 1979)

Ø

La langue toquade e Aurélia Steiner

 

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia [che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shumullar] operasse affinché il poeta sia in grado di darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds (Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o, forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco, dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che, esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato, poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”, secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

 

Aurélia Steiner di Durrës:

Pikë e Gazi

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi, in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

 

 

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontano così prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto, in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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  • [Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena

shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?]·

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e, dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati.

Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa:

fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

 

 

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura (ma quale?) sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene.1

 

 

 

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione

che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

 

 

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos; il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkrepëtim.2

 

Asaj kam përgjigiur:3


Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo.

Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare.

“Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto:

come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto,

il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.


 

 

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno.

È il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile.

Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso,4 che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

 

 

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’“Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”;5 ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”,6 che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’:

il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar.7

 

 

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le «dok»; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs; Petite Punaise, délice des deux mers; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien; Pikë-Shumë de mon Méridien; Kurvëshumë arbëreshe; Fshik-Méridien; Bythë i butësie; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar; kopile madhështore; Hap-pikë afër doku; Pikë e Gazi.8

 

[v.s. gaudio]

 

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale, in: J. B., La trasparenza del male, trad. it., Sugarco edizioni, Milano 1991.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr. Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1963; in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, pp. 129-135.

5 Jean Baudrillard, trad. it. cit., p. 173.

6 Che, se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend: il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno (il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora (= v) alla fricativa labiodentale sorda (= f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj” = “fregare”, “frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo , “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë” (= che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër” = “metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë, bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”, tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento, che, essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshehtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”: l’imperativo “vret” = “uccidi”. È la concretizzazione dell’“abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”, che, non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”, “ah, si era bagnato”… i ngasur, “il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr. Lucian Blaga, Lo spazio mioritico, trad. it., Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994; per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe, vedi Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder, Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò, in Id., Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’“allargamento vicino alla darsena”: una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien. “Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz” (= “Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë” (= “Appende e Alza”), è il punto (bagnato) del Gaudio, del Bonheur, per l’appunto: virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo, senso del “Gaz” del Delta del Saraceno: Gas, Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”, non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

Passaggio al Meridiano ♦ Morfologia della bella baggiana

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Morfologia di Lucia dei Promessi Sposi

 

I Promessi Sposi di Piero Chiara ░  Arnoldo Mondadori Editore 1998
I Promessi Sposi di Piero Chiara ░ Arnoldo Mondadori Editore 1998

V.S. Gaudio

Gli indici somatici  e il Sibaritismo di Lucia

 

 

L’Indice Costituzionale e l’Indice del Pondus della bella baggiana

 

Non avendo indicazioni sull’altezza di Lucia, ed essendo i parametri medi del Seicento nettamente più bassi rispetto a quelli di oggi(160-169), si può comprendere la Normolinea, che Lucia dovrebbe essere, tra 156 e 165 centimetri:

con un’altezza di 156 cm, un seno di 87 centimetri è già di tipo mesomorfo pesante; un seno di 90 centimetri è già abbondante, mentre il dovizioso sarebbe sui 94,95 centimetri(roba da Indice Costituzionale 60.25!); con un’altezza di 165 cm, un seno da 90, darebbe un Indice Costituzionale pari a 54.44 e la Normolinea Mesomorfa sarebbe pesante; con un seno da 95 cm, sarebbe di tipo Normolinea Mesomorfa abbondante; il seno dovizioso comporterebbe un potente apparato da 40-41 pollici: difatti a 40 pollici(=100 cm), l’Indice Costituzionale sarebbe pari a 60.60[i]. Le anche potenti e il gran didietro elogiato anche da Osio, con questo monumentale e dovizioso seno, dovrebbe darci un tipo con un Indice del Pondus altissimo. Proviamo a calcolarlo: presupponendo un’altezza da normolinea abbastanza alta per i parametri dell’epoca, 165 centimetri, e un seno da 100, che per dare l’Indice Costituzionale pari a 60.60, non potrebbero che essere  connessi al peso di 65 chilogrammi,avremmo: [Stat – (Peso + Seno o Fianchi) = Indice Pondus]165 – [65+100=] 165 = 0, che è l’indice altissimo, monumentale, la dovizia assoluta, essendo il valore “altissimo” dell’ Indice del Pondus contenuto in ordine decrescente da 11 a x.

Anche la “bella baggiana” per i bergamaschi di Manzoni può specchiarsi in misure più o meno monumentali: una normolinea meso-endomorfa, con quel pizzico di fuori-quota che la rende appunto “bella baggiana”, cioè “bella fregna per la fava”, o il glande della fava, insomma una bellezza modesta, non esposta, contenuta, introversa, ma che, pur deludendo alcune aspettative immediate, non sfugge ai bergamaschi quando, in questa sentimentale apatico-flemmatica, vedono una “bella baggiana”: “Avete veduto che bella baggiana che c’è venuta?”

La baggiana, la nigaude, la bêtise, la conerie, la joberie: espressione pesante che dà tutto il peso, il pondus, di questo fascino nascosto di Lucia Mondella: d’altronde il significante somatico di una sentimentale apatica è sempre un culo poderoso e un seno altrettanto copioso. Lucia Castagna è, nella tipologia junghiana, una sentimentale sensoriale, è pur sempre una nigaude, una bella baggiana, ma con un saper fare in senso nascosto astuto e basso: è maestra nel rischiarare tutto ciò che le si accosta, come se la sua luce fosse quella del bagliore didonico, quella dell’anello solare di Bataille, se vogliamo[ii].

 

Il sibaritismo 60.60

La Lucia Castagna è marcata dai due luoghi della misura femminile che attengono al WHR(Waist Hips Ratio) e al WBR(Waist Bust Ratio)[iii], il davanti e il didietro, la marca è doppia, come abbiamo visto, l’uno dà i numeri dell’Indice Costituzionale ed è il grado zero, l’Heimlich somatico di normolinea meso-endomorfa 60.60.come se,nel codice rosacrociano, raddoppiasse il numero che attiene all’arcano del Diavolo; l’altro dà il numero dell’Indice del Pondus ed è il grado zero del valore altissimo, che è proprio 0, che assolutizza l’ iconicità pregnante del corpo sublimata nella circolarità del grado zero, che è il bagliore didonico dell’anello solare. Lucia dà a leggere due luoghi nello stesso tempo, non come il libertino sadiano che sente e vede “simmetricamente ciò che è separato dalla teologia, e cioè l’Anima e la Carne”[iv], ma riunisce nello spettacolo il davanti e il didietro anche quando simula la confessione domenicale con Padre Cristoforo nella stereografia completa esagerata dalla trasgressione, riesce a farci vedere anche il batacchio mezzo nudo fra le gambe del monaco. L’episodio puramente sessuale, che è insieme erotico e teatrale, della confessione domenicale simulata, non separa l’Anima e la Carne: di là la madre in chiesa, l’una che vede inginocchiata al loro banco,di qua in sagrestia l’altra che va per inginocchiarsi su un divanaccio senza sponde, la stereografia è completa: Lucia è un’attrice di linguaggio, ha detto alla madre che deve parlare a lungo con fra Cristoforo come tutte le domeniche, non è una vittima proprio perché tiene questo tipo di linguaggio; Agnese nel vuoto della chiesa sente la confessione di sua figlia e insieme la vede: il suono e la vista sono riuniti nello spettacolo, ma separati dalla barra del confessionale, che qui è la sagrestia. La sovrapposizione dei piaceri che, come attrice di linguaggio, compone e fa girare tra la madre, complice, e Renzo, vittima, fornisce quel piacere supplementare, che è quello stesso della somma, che, nell’aritmetica sadiana, Barthes ha chiamato il sibaritismo: “questo piacere superiore, tutto formale, perché in fin dei conti non è altro che un’idea matematica, è un piacere di linguaggio: quello di dispiegare un atto criminale”[v]:ecco dunque Lucia insieme bugiarda, adultera, sodomita: “è l’omonimia che è voluttuosa”[vi]. Anche perché Lucia Castagna è omonima di Lucia Mondella. Come in Sade, in Chiara non c’è nessun segreto del corpo da cercare, ma solo una pratica da attuare; come Sade, Chiara è materialista in quanto sostituisce al linguaggio del segreto quello della sua pratica: solo che in Sade ciò che pone termine alla scena è il godimento e in Chiara è lo svelamento della verità, che è il sesso. Lucia Castagna, così, seppur appartenga a questa pratica da attuare, non permette la traccia scritta di una pratica erotica,  o, meglio, il pornogramma, che è la fusione del discorso e del corpo, la scrittura che regola lo scambio di Logos ed Eros, in Chiara è come se fosse nel paradigma della conclusione, il dispositivo di alleanza che, come una macchina perfetta, attua il dispositivo di sessualità di Lucia per tutto il tempo connesso al suo esagramma somatico, che è il 53, il progresso graduale, lo sviluppo, ovvero il progresso graduale della giovane che va in sposa, si configura nel don Ferrante de Acuña “nel suo studio, seduto a un tavolo ingombro di libri”[vii], cosicché il pornogramma possa essere prodotto:solo che a dissertare quanto si vuole su di lei sarà il lettore o un altro Chiara, insomma un altro don Ferrante seduto nel suo studio a un tavolo ingombro di libri, “e sia possibile parlare dell’erotica da grammatico e del linguaggio da pornografo”[viii].

 [i] Per il calcolo dell’Indice Costituzionale e l’Indice del Pondus, cfr. V.S. Gaudio, Oggetti d’amore, Scipioni bootleg, Viterbo 1998.

[ii] Per venire a capo del “bagliore didonico”, cfr. V.S. Gaudio, Aurélia Steiner de Tunis, vedi in particolare Il Bagliore di Didone, l’Aeneus di Didou: “il Bagliore di Didone, che è connesso alla sua pulsione del farsi-Mula per Aineas( che essendo il latino Aeneas, il nome di “aeneus”, ce l’aveva “duro” come “bronzo”), da cui per l’ enigma, l’accenno oscuro, il motto allusivo profferito da Dido, che, per questo, viene continuamente sotteso nel Didou, “dis donc”, dello argon mauresque: il “dis donc” del Didou(che porta immediatamente alla messa in atto dell’”enneamento”) è riportato alla luce da Anna che, di passo in passo, finisce con il riapparire nell’habitat di Enea come Ninfa, facendosi apparizione e sparizione, vertigine, eclissi, demone (in rapporto al Meridiano di Tunis) di quel bagliore della sorella allietando così perennemente la libido degli osservatori, degli inseguitori, dei pedinatori, dei poeti e dei marinai”: in Idem, Aurélia Steiner 2, © 2005.

[iii] Per la verifica del WHR e del WBR, il volenteroso lettore potrà rifarsi alle indicazioni relative contenute in: V.S. Gaudio, Il Marcuzzi. Dal nome proprio al nome comune: il podice Alessia, “Zeta”n. 76, marzo 2006, Campanotto editore, Udine.

[iv] Roland Barthes, Sade II, in: Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad. it. Einaudi, Torino 1977: pag. 132.

[v] Ibidem: pag. 144.

[vi] Ibidem: pag. 145.

[vii] Piero Chiara,  I Promessi Sposi, Mondadori, Milano 1998: pag. 182.

[viii] Roland Barthes, trad. cit. : pag. 146.

  • [Da: v.s.gaudio, il nome proprio della castagna, © 2009]·

Passaggio al Meridiano ♦ Il passo di Aurélia Gurmadhi

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Si une âme ne résiste pas à l’emprise

des volutes, des spirales, des vertiges

imprimés, fixés au moment de tartufferie

paroxystique, alors elle est livrée au

somptueux Ubu, dont le sourire rend

toutes choses à leur inutilité

sulfureuse et à la fraîcheur des latrines…

 

[Jean Baudrillard, Pataphysique , © 2006]

 

 

 

AURÉLIA STEINER

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre.(…)On peut,pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition,par les titres : Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras(Le navire night, Mercure de France, 1979)

 

 

La langue toquade e Aurélia Steiner

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana –l’unica- stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà:illuminata,solitaria,infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia[ che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shummullar] operasse affinché il poeta potesse darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds(Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o,forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco,dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che,esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato,poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”,secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

Il Punto e Virgola  di Aurélia Steiner di Durrës

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi,in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontanocosì prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto,in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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{Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?}

 La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e , dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati. Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa: fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura(ma quale?)sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene[i].

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos;il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkpëtim[ii].

Asaj kam përgjigiur[iii]:

Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo. Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare. “Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto: come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto, il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno. E’ il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile. Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso[iv], che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’”Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”[v]; ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”[vi],che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’: il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar[vii].

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le « dok » ; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule ; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique ; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs ; Petite Punaise, délice des deux mers ; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien ; Pikë-Shumë de mon Méridien ; Kurvëshumë arbëreshe ; Fshik_Méridien ; Bythë i butësie ; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar ; kopile madhështore ; Hap-pikë afër doku ; Pikë e Gazi[viii].

[v. s. g.]

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale,in: J. B., La trasparenza del male,trad. it:cit.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto:”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr.: Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo,Roma 1963: in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, da pagina 129 a pagina 135.

5 Jean Baudrillard, trad .it. cit. :pag.173.

6 Che,se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend:il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno(il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora(=v) alla fricativa labiodentale sorda(=f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj”=”fregare”,”frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo vë, “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë”(=che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër”=”metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë,bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”,tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento,che,essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshhtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”:l’imperativo “vret”=”uccidi”. E’ la concretizzazione dell’”abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”,che,non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”,”ah,si era bagnato”…i ngasur,”il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr.:Lucian Blaga, Lo spazio mioritico,trad. it. Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe,vedi: Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in: Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder,Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche: V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò,in: V.S. Gaudio, Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’ “allargamento vicino alla darsena”:una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien.”Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz”(=”Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë”(=”Appende e Alza”), è il punto(bagnato) del Gaudio,del Bonheur, per l’appunto:virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo,senso del “Gaz” del Delta del Saraceno:Gas,Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”,non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

Aurélia Steiner de Vancouver □

AURÉLIA JEWESS STONE│Aurélia Steiner de Vancouver

 

[…]

 

Aurélia Steiner sa che la notte che verrà andrò a cercarla per via Granville, Burrard e Georgia, lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato. Per il suo vestito leggero, forse, e per il suo walk-style, dark blue, light and dark blue. L’allure della profondità del mare in faccia al cielo diaccio, lucido. Con qualcosa che ha ancora un che d’orage, encore chaude.The walk-style of Straits of Georgia, “Georgiure” o “Georgait” l’ho chiamata. “Auréliure”, mon petit con, qui a la profondeur de la mer face au ciel glacé, che, quelquefois, a de grands mouvements, des flancs de bête che si rigirano ottusi.

The walk-style, the gait dark blue-storm, the frozen love of desire, l’amour glacé du désir, the gait of Aurélia Stone in Vancouver.

[…]

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V.S. GAUDIOAURÉLIA STEINER Uh-Book on Issuu

HENIA’S GAME □

Semidissertazione su “Pornografia” e Lebenswelt con Witold Gombrowicz

│paradigma aggettivale, fattori dell’ immanenza somatica, comunicazione manipolatoria della coppia simmetrica adulta, indicibilità dell’amore , parte maledetta della giovinezza, comunicazione obliqua, sentimentale dissoluta, quadriga di Belenos, maurice merleau-ponty, eric berne, terzo e target, numerologia dei corpi, materialità del significante, la lettera spostata, sguardo, lebenswelt, witold gombrowicz, letteratura, narrativa, jacques lacan, roland barthes, critica polimaterica, il gioco di Henia I show for up for you people adults, script, henia script, v.s.gaudio □ Uh-Book on Calaméo

Aurélia Steiner. La Lebenswelt di V.S. Gaudio con Marguerite Duras

Aurélia Steiner. La langue toquade

Aurélia Judéia Pedregoso

 Aurélia Jewess Stone

 Aurélia Kylie Mynought

 Aurélia Steiner de la Piedra

 

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