L’Hermès-Berthoud

Forse rifacemmo, come Stimmung, la 15, che, nel BY LOGOS, rigorosamente anonima, il contrario della Stimmung di Vuesse, che viene attuata su un testo di cui si sa chi è l’autore, per via del fatto che, essendo numerata 15, era forse la carta che in qualche modo poteva connettersi alla lussuria dell’Arcano maggiore dei Tarocchi,…

via L’Hermès-Berthoud tra V.S. Gaudio, Mario Ramous e Luciano Erba — LUNARIONUOVO

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Laura Sfez▐ I nuovi oggetti d’amore di V.S. Gaudio

Laura Sfez
(…) O, metti che è senza trench, allora lo saluta? (…)

Laura Sfez

in una Lebenswelt di V.S.Gaudio.

▐ Il poeta-visionatore e Laura Sfez

Mini-Lebenswelt di V.S. Gaudio con Giorgio Manganelli, Centuria Sessantuno

Prossimamente su “Uh Magazine

Laura Sfez in una Lebenswelt di V.S.Gaudio.

▐ Il poeta-visionatore e Laura Sfez

Mini-Lebenswelt di V.S. Gaudio con Giorgio Manganelli, Centuria Sessantuno

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La lettera senza sigillo e l’oggetto “a” senza metafora │V.S.Gaudio

    Lebenswelt con Giorgio Manganelli sull’ anamorfosi della passione astratta

  1. Questa donna che è entrata in una Stimmung-Twitter, tra le quattro persone che il poeta quel giorno aveva visto, in realtà cerca di dimenticare il poeta, per non coltivare quello che lei chiama, con un termine allo stesso tempo semplice ed estremo, “la leccata della lettera senza sigillo”; e anche l’uomo che di giorno, quando passeggia, capita spesso che la veda passare in macchina, da tempo non le dedica più alcun pensiero, né, negli ultimi anni, si è mai sorpreso a dedicarle pensieri sconci. Non hanno mai parlato di tutte quelle cose indifferenti, figuriamoci se di cose importanti se non estremamente generiche, quando la donna si è soffermata più del dovuto, come prescritto dalla sua funzione, è lei, nell’ambito della consegna prescritta dal suo ruolo,che ha sottolineato, quelle poche volte, predisposte dalla situazione più circoscritta sia temporalmente che territorialmente, certe astrazioni sul plico o il prodotto dato in consegna. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, affettivamente deserte,una volta, almeno un lustro prima, un tocco delle loro mani, così lieve quasi sussurrato come una biffle, senza che mai lei potrà capire o concepire cosa possa essere, chiamata così, ma l’avrà senz’altro pensata e fatta nei pensieri sconci centinaia di volte, per via del fatto che in quel deserto affettivo la potenza mentale è intensa. Ma come si fa a dimenticare ognuno le astrazioni dell’altro? Il loro cruccio è di non averne parlato fra loro, e nemmeno quando si sono sfiorate le dita si sono fermati più a lungo del dovuto nel tocco, semmai lei avrebbe voluto trattenerlo o rinserrare addirittura quello che lui chiama il (-phi) e quantomeno sfiorarglielo a fior di muso, non certo il (-phi) che lei non saprebbe nemmeno leggerlo ma più sostanzialmente quel che lei, quando lo pensa, lei lo chiama come lo chiamano i quadarari “nu ‘mbrugliu e minzi”, come dire che gli dà il peso di un chilo e mezzo e quindi altro che libbra di Lacan per l’oggetto “a”, son quasi quattro le libbre che lei gli soppesa e gli suggella. In alternativa, avrebbe voluto compiere un gesto in qualche modo illecito, quello a cui lei pensa sempre nel suo piacere singolare: avvicinare la mano al (-phi) e soppesarlo, o rinserrarlo, o fargli la leccata, stando in macchina, del francobollo, è questo il gesto illecito che ormai li riguarda, lei non sa che il poeta, per di più, ha un altro gesto illecito che vorrebbe compiere: farsi fare la consegna a shummulo tra il mare e la ferrovia. Tanto che, ormai è evidente, di nuovo lei, dopo anni di assenza, gli è riapparsa nel tratto che lui percorre nella passeggiata di mezzogiorno e non gli ha confessato, ridendo, di sentirsi complice casuale di un delitto che, in fondo, è estraneo ad entrambi ma che entrambi hanno commesso, e che, confessandolo, non è sicuro che in quel momento il (-phi) del poeta possa innalzarsi al meridiano e pesare quelle quattro libbre che lei vorrebbe imbucate. La realtà è questa: questo delitto estraneo a tutti e due li interessa enormemente. Fin quando la loro vita è molestata dal transito di figure astratte, di ipotesi inafferrabili, di biffles inconfessabili, di imbucate incontenibili e inattuabili, che non riescono né a sciogliere né a rendere compatte, ciascuno dei due passa all’altro le proprie astrazioni, e per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata, le astrazioni, ma anche le mani e il muso, la pelle tra muso e culo della donna e il tegumento delle mani, si sono saldate in una trama che, ora, li lega, sebbene essi si sentano, ad ogni altro livello, del tutto estranei; estraneità che fa parte, è anzi uno dei centri, o forse semplicemente il centro, come se fosse il centro di quella pelle e del podice, il muso di quella macchina di astrazioni, dalla quale entrambi sono travolti, per questo, a volte, è successo che lei, transitando fuori dall’orario della sua funzione, lo abbia gaudiosamente salutato con lo shofar del suo clacson. In questa lunghezza dei rispettivi piaceri singolari, che non sono per questo sistema di astrazioni mai nella densità della passione, non essendo essi stessi passionali, hanno avuto, questa donna e il poeta, la strana sorte di essere sospinti verso un’esperienza passionale che non tocca né il corpo, né le parole, né il futuro, né il passato. Lentamente, astrazione contro astrazione, ci sarà ancora una volta in cui, con i transiti giusti al Medio Cielo e all’Ascendente e la parte araba dell’Heimlich e della Tentazione, lei si fermerà per toccargli la mano con le sue dita come se volesse rinserrarlo o misurarglielo il (-phi), così eroderà l’immagine dell’altro, e poi, cancellata l’immagine, espulsa dalla propria vita la figura dell’altro, quel poeta sulla strada che fa la passeggiata di mezzogiorno, resterà quella trama della passione astratta, quella bizzarria del destino, che, essendo così dentro il suo centro tra podice e muso, e tra pelle del culo e mano, è impossibile che un giorno, finalmente, la figura dell’altro così estraneo non venga definitivamente imbucata e consegnata.
  2. Nel tempo siderale locale che si è fatto durante la passeggiata di mezzogiorno del poeta, che è calcolato su un percorso di venti minuti, anche con il libeccio forte, in questo caso può essere il percorso allungato di 3, 4 minuti, ammesso che il poeta abbia la prescritta giacca a vento e il berretto sia in linea; nel percorso di venti minuti non è incluso l’acquisto di un quotidiano, che, oggi giorno, non serve più a niente, son finiti i tempi in cui, dopo aver attraversato il bosco, si portava sulla carrareccia a fronte mare e all’edicola stagionale prendeva il venerdì, prima, e il martedì, dopo, il quotidiano per cui curava la rubrica dei Test; quantunque il quotidiano, contenendo quotidiane cronache di efferatezze e scelleratezze dovute ai verbali di oscuri carabinieri di provincia, possa fungere da calmante, se non altro nei periodi più nervosi e collerici del suo bioritmo. Al 14° minuto di strada, mentre pensava che in effetti cosa aveva correlato il transito del Nodo lunare sul suo mezzopunto Mercurio/Plutone se non una dilazione nel suo assetto libidico di alcuni oggetti “a” regolarmente usati e shummulati, fu superato da questa donna che, con l’indicatore deittico mobile dell’automezzo, lo avvisò che doveva dargli in mano un prodotto a lui afferente direttamente o indirettamente. Tanto che questo accadde dando i numeri 14 e 42 come tempo siderale, numeri a cui poi la trama di questa Lebenswelt indicibile fanno capo anche nella Centuria di Giorgio Manganelli[i], tanto quanto nel cosmogramma del momento in cui si ha il tempo siderale con questi numeri, essendo visibile in esso che il mezzopunto Mercurio/Plutone del poeta si è scollato e Mercurio transita al Meridiano mentre Plutone è al Parallelo dal lato est, all’Ascendente, il punto in cui l’attante femminile ferma l’automezzo uscendo dalla linea retta della strada e del Meridiano che porta a nord. Non ci fu nessuna esplosione, né vi era in atto, nel loro paese, una qualche guerra civile, per quanto in Spagna si stesse discutendo proprio di questa opportunità. Né si può dire che due minuti più tardi, a consegna avvenuta, il poeta o quella donna possano aver sentito un’altra esplosione, e poi qualcuno, passando in macchina, aveva urlato ch’era saltato in aria il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, che, in effetti, era dal tempo delle cartoline di precetto militare che non esistevano più se non nel Distretto Militare, che non c’era più, di Catanzaro ancora nel secolo corrente e per chi aveva optato per il servizio civile. Non accade niente, né rapidamente si seppe che il Ministro tal dei tali fosse stato fisicamente defenestrato o incasellato quello dei Trasporti, per via del punto focale della fermata e della consegna.

Ho voglia di toccarvi un po’ la mano

e di vedere come siete cresciuto

in quella vostra cera di piovano[ii]

mentre teneva in mano il prodotto ch’era scollato e quindi aperto a due labbra, il libro a due labbra, pensa il poeta, ha la stessa grana di pelle di questa mano di femmina che ha voglia di toccargli un po’ la mano e vedere quanto è cresciuto il (-phi), se non tenerglielo in mano, quantunque lei accennasse al prodotto manomesso: che è scollato il libro a due labbra, è questo che gli enunciò, vedete che le due strisce , le due labbra, sono aperte? O forse , semplicemente, così seduta, con le gambe un po’ aperte, per la  lettera, così aperta e scollata,  alla lettera fu richiesta il suggello: non è chiusa con un sigillo, gli disse, vedete? E con la mano gliela mise in mano. In quel luogo comune, pubblico, e allo stesso tempo non praticato, dismesso e perciò più segreto e particolare, o asciutto, non naturale.

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+ │Quest’altra posa di Mila, invece, prefigura la numero 1, che è il numero 42, dei minuti del tempo siderale locale(=14h42m), che, nel Foutre anzidetto, corrisponderebbe alla posizione numero 1(=42-totale posizioni 41=1), quella denominata “del buon modo antico”, che, in effetti, è speculare alla 14: la 1 è frontale; la 14 è dorsale. Nella fantasmizzazione della passione astratta, i due attanti passano incessantemente, nella stessa scena, dall’una all’altra, per l’incollatura doppia e la successiva imbucatura, una volta nella buca posta qua davanti e l’altra posta là dietro.

  1. Tra pelle del culo e mano, il paradigma della passione astratta passa di mano in mano, il ruolo della donna della consegna rimane quello, una codificazione fiscale del servizio, il centro della figura dell’altro, così arruolato, sarà sempre, per il poeta, tra podice e muso, così seduta, la rotazione e la mano, o il muso, se non il naso e il tegumento della faccia, con quella pelle del culo, così imbustata, così dentro il proprio ruolo, la pelle del ruolo, una sorta di divisa in faccia, tra muso, naso e mano, e la pelle, che è la carta, o la busta, del culo: in questo mondo della predestinazione dell’Altro, scrisse Baudrillard, tutto proviene da un altrove[iii], anche la carta e quella mano, e quella faccia, il muso, la pelle della faccia e del culo, provengono dall’inumano, dagli dei, dalle bestie, dagli spiriti, è l’universo del fatale che non ha niente a che fare con lo psicologico: il poeta è estraneo a sé stesso mentre questa donna, nel futuro, che sarà diventata un’altra e più giovane, non sul sedile della macchina ma su quello di un ciclomotore, viene interiorizzata, e questa sua estraneità a se stesso prende tra l’altro, e l’altra, la forma dell’inconscio, che, come riteneva la Kristeva, nel mondo del fatale così messo, non esiste. Il tempo siderale locale, quando è così fatale, per il poeta, cancella la prescritta forma universale dell’inconscio, ed è per questo tempo così fatale che questa donna, e quest’altra che verrà, avrà l’attributo di un’istanza perfettamente inumana, che serve, al poeta, per essere liberato della forma universale del suo oggetto “a”. Che non ha più una forma psicologica, ideologica e morale, né ha una metafora che la correli all’Altro né che l’Altro, di cui ha una codificazione nel sistema fiscale del proprio territorio amministrativo, gli alimenti la figura con la propria metafora. Non è che l’annientamento della vita privata, ecco perché è tutto così inquietante, così dentro l’Heimilich dello spazio ristretto praticato quotidianamente e ripetuto di giorno in giorno, di anno in anno,  l’annientamento da parte della longitudine e della latitudine, il corpo per questa localizzazione così evidente e ripetuta si stanca di non sapere dov’è e la mente lo colma della sua assenza: è la deterritorializzazione, o l’anamorfosi, se vogliamo, della passione astratta, che è fatta della pelle del culo e di quella faccia, della mano e dei suoi gesti, e della lettera, che ha la distanza dell’esilio, per questo si conosce l’identità del poeta ma il poeta disconosce l’identità, adesso e sempre, di chi ha lo sguardo che sfugge all’illusione dell’intimità, così fotografico in quel preciso tempo siderale locale,e quindi in quel determinato e fatale spazio, ha un bagliore così impotente, ignorante e stupefatto,vuole essere colta direttamente, violentata lì per lì, in quella relazione geometrica, illuminata nel dettaglio, tra faccia, muso, mano e seduta nella sua qualità frattale, la pelle del culo che la interrompe come soggetto e interrompe il mondo, lo spezzetta, lo ingrossa, questa istantaneità artificiale così fatale perché tradisce il fatto che non sa chi è, non sa come vive, e il poeta stesso ne ignora la precisa identità fiscale, essendo così immobile, l’immagine, prima non avrà alcuna dimensione, e, poi, a una a una, ognuno degli attanti, la donna, quella del servizio, e quella che le subentrerà, e il poeta, aggiungerà di nuovo tutte le dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, le unghie delle mani, la profondità, il tempo, la continuità, il senso della carne, la pelle della faccia e del tergo. In silenzio nell’immagine così immobilizzata.│ v.s.gaudio

[i] Cfr.la numero Quarantadue, sulla cui struttura è essenzialmente costruita questa Lebenswelt, e, quindi, la numero Quattordici, in: Giorgio Manganelli, Centuria.Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli, Milano 1979.

[ii] G.Gozzi, Rime burlesche, metà del XVIII secolo.

[iii] Cfr. Jean Baudrillard, L’irriconciliazione;  L’esotismo radicale; in: Idem, La trasparenza del Male, trad.it. SugarCo Edizioni, Milano 1991.

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 │La posa di Mila sulla old car prefigura la numero 14, che correla l’ora del tempo siderale locale, del Foutre du Clergé de France, che è il “Nuoto a rana”, come allegoria dell’incollatura o della produzione della colla necessaria alla sigillatura della Lettera.

La parte riservata e l’ottavo sabaudo▐ Ellsworth Kelly, Roland Barthes, Charles Fourier, V.S.Gaudio

Ellsworth Kelly│ White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

La transizione del podice sabaudo alla Crocetta.

Lebenswelt con Ellsworth Kelly, Charles Fourier e Roland Barthes sull’ottavo nella città della Ruota

 

La donna che appare di punto in bianco o in rosso

non è vestita di rosso, ha un abitino chiaro quasi a pois

col cinturino e il passo tra bianco e rosso

quella linea nera delle scarpe quella linea così

puntuale all’appuntamento col poeta in quell’ora

quel momento quel giorno allora alla Crocetta[i]

quelle mutande tese in un qualche luogo segreto

intanto  che in quel momento così dentro

la linea meridiana di punto in bianco

tra nero e rosso, nero sotto e rosso sotto

e sopra il rosso il nero stava sotto

il bianco che è un po’ consumato

questo sottile piacere che monta

dalle scarpe quel suo passo più rosso

di così,  così preciso così assoluto

così assolato così interpretato

così vissuto che non si può dire

altro né mai si dirà altro tanto

che pur avendola rincontrata

non le si potrà mai dire altro

che non incontrarla più

di punto in bianco

né in rosso o in nero per via

del cinturino e delle scarpe

e gli occhiali da sole è tanto

che aspetti avrei dovuto

sussurrarle toccandola basso

per via di questo rosso sotto

il nero per via delle sue mutande

bianche per via della carne del tergo

per il suo podice così rosso sotto

il nero sotto il bianco così sabaudo

avrei scritto quarant’anni dopo

che come in qualunque classificazione

di Fourier c’era una parte riservata

che è il passaggio, il misto, la transizione,

anche il neutro, rileva Barthes[ii], la banalità,

l’ambiguo, e infine diamogli il nome del

supplemento, e naturalmente non posso

non dire che quella donna con quel culo

alla Crocetta[iii], quell’apparizione, quel

passaggio, quella parte riservata era

nel conto, l’ottavo della collezione

sotto il bianco sabaudo questa estensione

del nero sabaudo sopra il rosso

la parte legale dell’errore, nel mio bioritmo,

nel suo, un calcolo di felicità, per Barthes,

un calcolo di gaudio, per me, l’errore è

immediatamente etico per via del tocco

e del suo podice, nella Civiltà al mercato

della Crocetta oltre la metà di quel giugno

e nella prima metà di quel luglio alla Cittadella

quando quell’ottava parte del mio (-phi) sabaudo

ritornò al passaggio al meridiano, transizione

tra il cinturino nero e le scarpe nere

e l’identico passo del medesimo culo sabaudo

un vago riconoscimento di un possibile

scarto tra il mio ciclo Fisico e il suo, lei

transita in un altro mercatino da una

classe all’altra, e mi lubrifica l’anima

del mio apparato combinatorio perché non

cigoli il (-phi) perché fluidifichi il suo animus

mai così rosso premuto dal nero e sotto

il bianco che è sempre lo spazio del neutro,

tampone, o punzone, ammortizzatore

che soffoca, addolcisce, segna ossessivamente

l’alternanza paradigmatica del suo passo,

che, come scrisse Barthes, dev’essere la

transizione che si può chiamare nocepesca,

in mezzo tra susina e pesca, ottavo del mio

(-phi) e ottavo del suo animus, mai così scandalosa

per quelle strade del passaggio sabaudo e mai

così inclassificabile se non quarant’anni dopo,

in quello spazio del neutro, del supplemento

di classificazione, con quel culo senza nome

e codice fiscale che collega i regni e le passioni,

i caratteri, 810 di quel podice e 810 di questo

(-phi) nella losanga di Lacan, eravamo a Torino

nella Civiltà Meccanica della Ruota l’ultimo

degli Scalzacani nella transizione del podice

torinese, forse nella meccanica ebrea, cabalistica,

così precisa e matematica, lingua pura del

combinatorio, del composto, cifra stessa

del fallo e del gaudio, che, in Civiltà, scrive

Barthes per Fourier, sono banalità, transizioni

e passaggi della banalità, e giustezza del

funzionamento, che l’errore dell’ottavo

esalta e garantisce sotto il bianco il nero

il rosso di Ellsworth Kelly[iv] il culo della giustezza

torinese e forse ebraica, se non valdese,

per come si oppone alla media, anche

nella formula del calcolo semplice di Fourier

degli 810 caratteri: la popolazione 41 anni fa

della città divisa per 810 e poi il Neutro

dell’ottavo per via del suo passo così bianco

sopra il nero sopra il rosso del suo podice

e le gambe che per quelle vie sviano sempre

il senso, la norma, fanno prendere a noia

il medio, per quanto questo come dito medio

possa essere il meridiano e il (-phi) del poeta

nella transizione che è fuori norma

fatta a piedi da chi passa senza ruota

con quelle scarpe, sotto, il cinturino

sopra e l’animus nero degli occhiali

da sole che come la nocepesca

si colloca fra la marca e la non-marca

ammortizza l’opposizione degli occhiali

da vista del poeta e l’occhio, del culo, della donna,

quell’ottavo che innalza il (-phi) in mezzo

sotto il rosso, sotto il nero, sotto il bianco

carezze di percorso o ricognizioni di terreno

in quest’inganno della Civiltà che

in quel bel mezzo, in quel passaggio,

misto e ambiguo supplemento produce

di qua la felicità per via del cinturino

e la pelle del composto e di là il gaudio

per l’intermedio e la giustezza dell’errore

che riempiono il sistema e fanno il piccolo

numero del senso sviato per 41 anni

anche per gli ambigui “pomodori molli[v]

un po’ come il pesce-volante, i crepuscoli

duplicità dei contrari e transizione allora

che impedisce la monotonia in amore e

ragionando in contromarcia come Fourier

sotto o dietro quel rosso l’elastico delle mutande

e l’elasticità del podice nell’ellisse

forse del ciclo Fisico ha un rosso duplice

e anche l’ottavo stesso dei pomodori[vi]

che lei ordina al mercato al tocco del poeta

nello spazio del neutro, geometria che

collega il regno e la repubblica, le passioni

e i 1620 caratteri dei due attanti

[i] Cfr. V.S.Gaudio, L’esemplare d’obbligo che liquidò Aurélia Steiner, Uh Magazine 5.2013

[ii] Cfr.Roland Barthes, La nocepesca, in: Fourier, in:Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977.

[iii] La costituzione morfologica corrispondente all’oil on canvas “White Black Red” di Ellsworth Kelly, quell’ottavo torinese degli anni settanta alla Crocetta, e poi in via Cernaia fin in via Cittadella

, con quel cinturino nero ha quasi la stessa parte riservata di mesomorfa così come fu fotografata per Aurélia Steiner Corsicano, quella di Aiacciu, visibile qui in una stazione ferroviaria. Leggi tutto il testo su il cobold”.

[iv] Ellsworth Kelly, White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

[v] Cfr. TORINO E I POMODORI INEFFABILI DI SAN GERVASIO.

[vi] Vedi anche Calendario del Bonheur su Uh Magazine, sempre tratto da: V.S.Gaudio, Chambonheur, leggi l’Uh-Book su Issuu.

v.s.gaudio

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë ⁞ La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny

La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny│”La scoperta della lentezza” © 1983

 

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë La conclusione della spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

 

(…)

Ebbi l’eccellente idea di inviare Antonio Mundo con Faluccio de Gaudio, o Gaudio, a  Forte Pozzofetente, per occuparsi della fornitura di provviste promessa. I due partirono di malumore, e d’un tratto la pace regnò a Fortë e Shalë i mashtrimi.

Gli indiani cacciavano. Le donne badavano a cucire i vestiti invernali. Gaudio, compatibilmente con il tempo che gli lasciava Calza Rossa, costruì un forno che con la legna funzionava in modo più economico di un camino aperto.

Saverio era sempre più innamorato della bonazza indiana:” E mirë – mirë[i], dicevano gli arbëresh menandoselo tra gli alberi. C’erano lacrime di gioia nei suoi occhi quando la rivedeva dopo poche ore di separazione.

I-Kallam e io non dicevamo niente in proposito. Pensavamo che il fatto fosse troppo fuori dal comune per poterlo liquidare con ovvie obiezioni. Calza Rossa era una stella di terza grandezza, noi parlavamo di altre cose: la bussola, le stelle, il sestante, i segnali con cui noi scalzacani ci intendevamo da una grande canoa all’altra, le feste, il Paolo di Maggio e le leggende indiane di Alessandria del Carretto.

Presto fece terribilmente freddo. I-Kallam aveva avuto ragione.

Tranne Saverio, tutti di tanto in tanto soffrivano molto. Non restava che scivolare di soppiatto tra gli alberi più su al Piano dell’Alpe, anche se Dio e gli indiani vedevano tutto. Un giorno, quando Aïno tornò dalla caccia senza preda e diede a intendere di non aver visto niente, Qesharak, con il suo naso a patata, disse imperturbabile a Cristofaro Gaudio: “La selvaggina c’era, ma quello che aveva in mano l’uomo delle Tre Bisacce probabilmente non era un fucile.” Cristofaro lo riferì ben presto ad Aïno, che dapprima si arrabbiò, ma poi dovette ridere anche lui.

La sera parlavo sempre più spesso con Vicinz Gaz. Il dottore era devoto, ma non era cattivo. Voleva sapere la verità. Quando gliela dicevano, poteva essere tollerante. In realtà era fermamente convinto che un giorno lo scettico Gaudio si potesse convertire. Un lunedì sera Gaz mi chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?”

Allora io risposi alla domanda del giorno precedente:”Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuai a tacere, anche se nei  passaggi al meridiano del mio oggetto a Çorap e kuqe-Calza Rossa vi era transitata insieme come vertice, più che una summa d’amore, una verticalizzazione imponente e assoluta. Il mercoledì sera parlammo a lungo, perché era la volta della vita eterna. Comunque, quando osservavo Saverio, mi sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. Per questo dimenticai di rispondere a proposito dell’amore.

Vicinz Gaz ebbe a riferirmi che la figlia giovane di Aïno, che gli arberësh dell’ovest chiamavano, dopo la spedizione di Bragalla,  “Tere ky ketù[ii] e gli arberësh dell’est “ane-te-aìne[iii], era un autentico shume-i-peshk, così ebbe a dire, e aggiunse: un pescione, e peshk-peshk e tri bisthes, la pisciona delle tre bisacce, che a Bragalla, tutta tenuta nel subligacŭlum, magnifica adlectatio nelle calzebraghe nere, fu maestra nel tendere il dispositivo di alleanza dando il dogu-togu[iv] a 994 o 942 bragallesi, a seconda che si fissi il suo I.P. a 18 o a 19 e l’I.C. sia pari a 52.35. Ci fosse stata lei a fare il mushqepeshk[v], l’inverno, mi assicurò il dottore, sarebbe stato didonico se non addirittura terribilmente aïnico. La figlia paralongilinea-paramesomorfa di Aïno degli Scalzacani dagli ammašcanti era soprannominata “Marsïana”, in omaggio al termine “marsianu”, che è il buco, il fanale, la luce azzurra, il bagliore aïnico. U pisciunazzu , per quanto aveva fatto a Bragalla, aveva avuto dai palisti d’Alisandra l’appellativo Peshkuaka[vi], ricavandolo dalla terza persona singolare del presente ammirativo del virtuale verbo generato dal sostantivo Peshk.

Quattro mesi dopo ritornarono Mundo e Faluccio de Gaudio. Non avevano ottenuto niente e si addossavano reciprocamente la colpa. Del cibo promesso a Forte Pozzofetente non era arrivato nulla,anche se avevano trovato gli interpreti gliaroni . A  Forte Pozzofetente  Mundo aveva cercato di ottenere le provviste a suo modo. Faluccio, disse, l’aveva piantato in asso: “Ha dimostrato più comprensione per le presunte necessità degli indiani della Timpa e di Francavilla che non per le nostre. Non ha lottato per noi!”

Faluccio controbatté:”Il signor Mundo non ha fatto che strillare, da gliarone qual è, con le autorità competenti. Così non si ottiene un cazzo!”Saverio continuava ad amare Calza Rossa. Calza Rossa era stata impregnata. Di chi, c’erano pareri diversi da quello di Saverio, che, era evidente, aveva riempito di schizzi solo l’album.

Gli interpreti gliaroni erano tipi dal naso piatto, dai capelli crespi e dai corpi muscolosi, e si chiamavano Bark e Vesh, che significavano ventre e orecchio.

Il 14 giugno i fiumi furono di nuovo percorribili per tratti così lunghi che decisi di partire. Tutte le carte e le annotazioni furono chiuse in un ripostiglio della baracca “Fortë e Shalë i mashtrimi”. Sulla porta Aïno inchiodò un disegno che raffigurava un pugno alzato con un coltello lievemente azzurrino. Dal momento che sotto il Piano dell’Alpe ognuno, indiano o gliarone che fosse, poteva usare qualsiasi capanna, bisognava in qualche modo proteggere le carte. Anche I-Kallam riteneva che il disegno poteva essere più efficace della serratura. Comunque, qualora non fosse bastato l’avviso esterno, una volta dentro il viaggiatore intruso avrebbe trovato affissi alle pareti altri disegni che raffiguravano una ragazza indiana di straordinaria bellezza che usava il fallo dei viandanti alla maniera dell’eros dei castracani: anche I-Kallam riteneva che i disegni potevano essere un ottimo diversivo pure per gli intrusi ammašcânti e gli arbëresh d’Alisandra, che, notoriamente, erano poco propensi alle sollecitazioni della bellezza indiana[vii].

Calza Rossa non era venuta con noi, era rimasta presso la tribù. Anche uno dei guerrieri di E-Kallam era rimasto là, per amor suo. Lo sapevano tutti tranne Saverio Gaudio. Persino io lo sapevo. Saverio raccontava che alla fine del viaggio sarebbe tornato là a “Fortë e Shalë i mashtrimi” e avrebbe vissuto con Calza Rossa, a Pozzofetente o da qualche altra parte financo nella zona costiera delle Tre Bisacce. Tutti annuivano e tacevano. Persino Mundo tenne a freno la lingua.

 

Sulla riva o, meglio, sul pendio, che si inerpica dalla Sella, che passa da 471 metri, più ad est verso Spartivento è 490 l’altezza, a 375, a 340, giù a 116 nel fiume e, dall’altra riva, c’è, tra 363 e 405 metri, Armi Rossi, che si inerpica nell’agro di Villapiana dalla Punta del Saraceno, laddove, nell’agro delle Tre Bisacce, si inerpica la Sellata dell’imbroglio [ e che fa parte della Commenda Gerosolimitana dell’Ordine dei Cavalieri di Malta o di San Giovanni di Gerusalemme o forse di Aïno, da cui discende il marinaio della nostra spedizione, tanto che la Shummulõna c’è chi dice che fosse una zoccola maltese e alcuni una troia aïnica, ma giacché la commenda finisce e si dirama da Gozo, o Gawdesh, si pensò, quando ci fu il rapimento di una magnifica preda, prima a Calza Rossa, poi alla Shummulõna dei Pa-Rrotë, per toglierne l’uso al gran capo di quegli Scalzacani, infine si disse che la rapita era addirittura Aquila Gaudio], il punto designato è il toponimo ritornello dedicato al gran capo degli Scalzacani(“e Zbathurqenët”):

Ta-ta-rânnë-zŭmmë-zŭmmë

che è diventato il ritornello, canzonatorio in apparenza, rivolto a chi adesso è prostrato o caduto ma ha goduto del piacere, del gaudio, assoluto.

La prima traduzione sarebbe: “il padre grande ha goduto lo Shummë e l’Enzumme”: nello zŭmmë si fa entrare sia lo Shûmmulo che l’Enzuvë; anche se c’è un’altra versione un po’ sanscrita: “tata” , che è, in sanscrito, sia “padre” che “riva”, “ran”, “godere”, ma anche “risuonare”, “tintinnare”, lo zŭmmë, che è il patagonico suono del fantasma quando passa al meridiano come analemma dell’oggetto a, che rinvia al “suma” sanscrito, che è “luna”,”cielo”, “atmosfera”.

C’è una ulteriore variante del “ta”, che è “questo”, che, ripetuto diventa superlativo, cioè: “il grande questo sulla riva o sul pendio godette, suonò la luna (o il cielo)”.

La strofa completa è così cantata nel dialetto del Delta dagli Scalzacani stessi:

Tatarânnë jivë girănnë

Parròtt  jivë nzìvânnë

Girë e ‘nzïvë, zŭmmë e shŭmmë

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë

 

La traduzione deve essere sempre a doppio senso:

Tatarânnë(= il Grande Padre) andava girando

Il cannone(il “top” chiamato “Parrott” dal nome del brevettatore) andava enzuvando

Gira e enzuva, fa lo zŭmmë e shŭmmë

Questo-questo godette il cielo(o la luna) lo zŭmmë-zŭmmë!”

Photostimmung basata sul cannone Parrott

by Blue Amorosi

 

Quattro settimane dopo avevamo quasi raggiunto lo sbocco del fiume. Da allora potevamo incontrare in qualsiasi momento gli arbëresh d’Alisandra, che andavano a guardare le donne che lavavano i panni sulla riva del fiume. I-Kallam non se ne tornò a Castroregio con la sua tribù, puntò a est verso la costa degli scalzacani, anche se non sapeva come si sarebbero comportati i suoi guerrieri con quegli indiani, ma avevano le donne e con la maestria rïulesa e castracane avrebbero ottenuto sportule e commende per loro e le future generazioni: “Dicono di noi che siamo metà uomini e metà cani. Quanto agli scalzacani, bevono sangue crudo e mangiano pesci crudi, ma amano ngul[viii].”

Si accordarono con Faluccio de Gaudio, che andasse con loro; se la spedizione fosse fallita e non fosse riuscita a raggiungere le terre dei Pa-Rrotë, avrebbe rifornito il forte della Sella dell’imbroglio di provviste e munizioni.

Saverio volle sapere dove avrebbe soggiornato la tribù nella primavera seguente. Con espressione imperturbabile, E-Kallam gli comunicò che sarebbero stati nel territorio  a sud. Il padre di Calza Rossa gli porse la mano e disse: “Save’, quando avrete fame dovete bere molto, e fate meno schizzi, altrimenti morirete!”

 

Eccolo di nuovo, il mare, con la sua cara pelle rugosa da elefante: il mare degli scalzacani delle Tre Bisacce! Presto avrebbero sfilato davanti a noi flotte di mercantili diretti a Taranto e le navi per Crotone. Ma in fondo, che cosa mi importava delle imbarcazioni! Mi misi a ridere. Ero di buon umore. C’era quiete sulla collina. Dall’altura ricoperta di erba gli uomini guardavano il mare oltre lo sbocco del Saraceno, il fiume degli arbëresh d’Alisandra.

Davanti ai miei occhi si stendeva una terra ignota, silenziosa e non tanto immensa, solo il doppio di tre bisacce, l’antica misura agraria della terra di Faluccio de Gaudio, ma immensa quanto il giardino dei miei avi, gli scalzacani della famiglia Pa-Rrotë.

E il mare era indistruttibile: mutava aspetto ogni giorno e restava uguale a se stesso in eterno. Finché esisteva il mare, il mondo, pur pieno di gliaroni, non era misero.

 

[i]Buona-buona”, ovvero:”Bona-bona”, “Bonazza”.

[ii] Da leggere così: “Tr-kiu-chtù”, significa:”Tutto questo qui”!

[iii]Fianco(lato, margine) d’Aino”.

[iv] E’ termine dei quadarari ammašcanti, significa:”Pesce buono”, “’u-piscbbùne”.

[v]Mulapesce”.

[vi] Letterale: ”Cristo, che cazz’i pisci!”. Per altri, era “i qime shume”, “il pelo assoluto”, oppure “i qime i Aine”, “il pelo d’Ainea, Enea”.

[vii] E gli intrusi, si narra, furono tanti nel corso degli anni che la baracca fu chiamata “la baracca degli schizzi del Gaudio”, nella lingua degli Scalzacani: “abbaràkk diskîzz’i Gavidĵ”, nella lingua dei Castracani: “e barakë i skicave[la “c” si legge “z”] i Gazi”. Altra denominazione del luogo tipico: “e barakë e kuqe” che gli indiani delle Tre Bisacce commutano in: “abbaràkkä da Cucckä”, ma il nome più ineffabile di quel punto designato 33SXE271146(cfr. nota 17) è forse quello coniato dai quadarari meticci: “e shalë e mashtre”, che è sì, in parte, “la sella dell’imbroglio”, ma è anche un po’ “la sella della maestra”, cioè della Cucckä dei Castracani, l’indiana che ha somatizzato l’oggetto a del capo spedizione con l’indice del pondus 8 e l’indice costituzionale 59. Per i quadarari indigeni e geneticamente puri, “la sella dell’imbroglio” si è sempre specchiata nella loro sella dell’ ‘mbrógliu, che, essendo un “rotolo di rame”, aveva il “peso di 1 Kg”, difatti il toponimo quadararo è: “shalë i ‘mbrógliu”(cioè la sella che richiede l’arnese di 1 Kg) con la variante precisa “u trunânte p’u ‘mbrógliu”(la “sella” per 1 Kg di rotolo di rame). La somma cabalistica del punto designato nel Foglio n.222 della Carta d’Italia, IV S.O. Trebisacce fissa invece come numero il 21, che, nel “Foutre du Clergé de France”(1790), è la posizione dell’Imbronciato, che illustra lo stato amoroso di Saverio Gaudio: l’uomo volta la schiena all’indiana e lei dovrebbe infilarsi l’‘mbrógliu. Solo che così, giacché lei ci rimette almeno un pollice, il rotolo non è più da 1 Kg e nemmeno è ménzumbrógliu. Anche se, come sostengono i chierici francesi e gli indiani franco canadesi, l’indiana non s’addormenta mai quanto albeggia, nemmeno con i quadarari di Albidona che manco un quartumbrógliu tengono. Comunque, la posizione 21 dell’Imbronciato è quella della persistenza e, difatti, per gli schizzi che ci sono nella baracca da Cucckä come può la ‘ndrappuna  dormire?

Oltre ai residui umani e animali rinvenuti nella Baracca della Sella, e parecchi referti di natura genetica e culturale destinati a Calza Rossa, fu rinvenuto, in tempi recenti, un foglio manoscritto con evidenti incrostazioni di natura sessuale con questa poesia lasciata in omaggio ad Arshalëzet(cfr. annotazione in merito in “Strutturalismo della Sella”, a seguire nel testo integrale della Lebenswelt):

il legno è come la pelle e un po’ come il melone

e mani e dita vanno nel senso del sole

e risalgono a posarsi dove la carne con lo gnomone

fa verticale e profondo il meridiano

di largo in lungo si viene si va

cielo e vento liquido e macchia anche stesa

in linea tra i bordi dov’è il campo

e questa tela che aderisce fino al ventre carico

e inclinato tra la giuntura dell’inguine e l’anello

solare così marcato e pieno, il Jésuve che tira

acqua muscoli dita glande non bastano

ancora per bucare tra carne e tuono

remando con tutta la mano

fino al punto d’entrare nell’arco

della durata che ha lo spessore della controra

La qualità letteraria del testo fa pensare che il lascito sia opera di un poeta colto. Il riferimento al Jésuve non potrebbe che farlo un profondo conoscitore dell’opera di Georges Bataille.

In calce al foglio è vergato: Enzuvë a Pascipecora .

[viii]Ngul” significa “infilare” ,”ficcare”, “introdurre”, “fissare”.

da: La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno © 2011

 

G.V.G. e il quadrato di Josef Albers □

□ Questo quadro di Josef Albers è del 1966, la copertina di La 22^ Rivoluzione Solare è del 1974, è di Mario Frabasile.

G.V.G. e il quadrato del podice. Lebenswelt con il Thematic Apperception Test del 2 agosto 1973[i] e Josef Albers

G.V.G. era libera in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

senza giustificazione un parente

un conoscente

proprio la fantasia per incidere

tecnicamente in registrazione mista

scrosciata con microfono collegato in

sagrestia

senza tempo di latenza

con necessità ambientali di pressione

 

stimoli visivi senza dramma

almeno in coscienza

con media 12-14 e ampiezza relativamente

sessuale in protezione, asmatico,

con sigaro

con funzionamento fisico-verbale

manifesto fantastico grande

a colori

motilità extratensiva

di Josef Albers con velocità di esposizione-

coerenza logica su impedimenti

agorafobici soddisfatti

del monopattino

 

si può cominciare da G.V.G.

seduta che lo prende in mano

con questo disegno, la linea

che cammina da destra a sinistra in un

bosco in una casa in un lago

dietro una collina

sta facendo la carriola

è un risultato collegiale di ricordo

sintomatico

in vettori

sessuale, è la 30 del Foutre du Clergé de France

parossistico

schizofrenico, per via della pulsione uretrale del poeta ragazzo

ciclico

senza fattori-

adesso ritorna seduta nello stesso spazio rosso

G.V.G. ha gambe poderose e un podice

senza discriminazione quantitativa

non mi ha lasciato nemmeno una fotografia

per ispirarmi per come sta seduta

questo particolare sopportabile

applicato bagnato in via Zeffirino Re

senza tempo con reazioni

nulle, sconosciute ch’eleggono

la scelta originale, G.V.G. me lo tira su

sotto formula di tendenza latente

cioè intermedia

pene striato, atempore

dentro il collettivo di coscienza

ogni individuo è un quadratino

che collega tre punti a 90 gradi

G.V.G. è il mio pene puberale

chiro-schizoide stuprante

con materiale di disturbo

esaminato su lavagna

nella 1^ seduta il poeta ragazzo la

rivede 6 lustri dopo in un video di Tame Impala

che cammina nel corridoio della scuola

e prima ancora: preparazione del soggetto

seduto sul tavolo nudo

sul banco vestito

di spalle composto

che racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e nella 2^ seduta, il giorno dopo in libertà

con immaginazione impaginata

in racconti sciolti

una fiaba, la figura sette(otto nove o dieci)

bianca o arancio senza dettagli racconta

G.V.G., ricominciamo, fa la misteriosa

la 33 nell’orangerie, ha un podice rosso, bello spazioso

colloquio finale rimandato

ideo-affettivo

con pene puberale, striato, atempore

nemmeno una fotografia per ricordarne

il particolare contributo

applicato bagnato con il protagonista

assente, libero in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

e lei che fa la misteriosa,

ha un podice senza tempo di latenza

col vestito sollevato racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e una espressione matematica

misura definita del quadrato di Albers[ii],

di Fabrasile e del Thematic Apperception Test

per il transito puberale di Urano su Venere

V.S. Gaudio

[i] L’opera di Albers è del 1966, creata in seguito all’apparizione supplente di G.V.G. per il pene puberale del poeta.

[ii] Il T.A.T. del 2 agosto ’73 va da pagina 41 a pagina 45 in: V.S. Gaudio, La 22^ Rivoluzione Solare,  Milano 1974(Collana “La curva catenaria” diretta da Domenico Cara, Gilberto Finzi e Giuliano Gramigna).

Lebenswelt 4 │EDGAR HILSENRATH

lebenswelt-4La Lebenswelt con Edgar Hilsenrath ♦

Preparativi, Ingredienti e Scheda pulsionale di Szondi per l’ Orgasmo a Mosca

 

Faccio una Lebenswelt con Edgar Hilsenrath – quello di Orgasmo a Mosca – e naturalmente che ci posso metter dentro? Innanzitutto passa tutto attraverso il cazzo di Mandelbaum, che posso farci?, Mandelbaum, lo sapete no?, equivale a “mandorlo”, e , senza arrivare alla mandorla e nemmeno a Philippe e a Philippine dell’argot[i], è un cognome inequivocabile, è come la libido geografica dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, se ve lo ricordate, o, meglio, ve lo ricordo io: prendete il cazzo di Mandelbaum, che, parte da Mosca e deve arrivare in America, ed è un uccello magnifico, a detta della signorina che, gravida, l’ha mandato a prendere, tramite il corriere del padre,  che è nientemeno che Nino Pepperoni, boss dei boss della mafia americana, insomma è tutto legale, quell’uccello va sposato prima che nasca il frutto del mandorlo e della Pepperoni.

Questo cazzo di Mandelbaum è una cosa seria, intanto se io lo scrivo e lo metto qui sul web, se ci rimetto sulla sidebar, o sotto il post, la pubblicità AdSense, questi, come vedono questo cazzo di Mandelbaum, che è enorme, stando a quel che dice il corriere che è andato a prenderlo, Schnitzel, che, prima di mandarcelo, l’hanno castrato, e il bello è che lui si chiama “Ritaglio”, poi se vai in cucina sarebbe Schnitzel “scaloppina”, non è singolare?, insomma dicevo che quelli di Google, se vedono ‘sto cazzo, mi mandano subito l’email che ho violato le norme, le norme della pubblicità che consiste in questo: più o meno, nonostante abbia milioni di visualizzazioni, se non ti cliccano la pubblicità non esce niente e, aspettate.., per uscire qualcosa, con ritmi di visualizzazioni pari alla lunghezza del cazzo di Mandelbaum, niente, ci vogliono almeno due o tre anni per fare 70 euro, e quindi questi ti rompono il…, scusate: ti mandano l’avviso per niente, un clic, sarebbe forse manco un centesimo, e invece il romanzo con tutto quel cazzo, purché viene preso in libreria, nessuno gli dice: ma signor Hilsenrath, mamma mia quanto cazzo, e quella troia di Anna Maria Pepperoni poi, e il castrato, e la sposa , che dovrebbe essere rumena e di sicuro è abbondante con le tette sode anche senza reggiseno, non avrà avuto più di vent’anni,  quando Mandelbaum passa in Ungheria, che si fa smandorlare dal Mandorlo perché lo sposo ungherese purosangue che Schnitzel,che aveva la nonna ungherese,  se non fosse stato castrato, se lo vorrebbe inculare lui, lì nei ritagli della notte,  si è addormentato e si è dimenticato della mandorla della sua Philippine rumena, e se non ci fosse stato a volare di là quel grande uccello russo di Mandelbaum, sarebbe stata sì una vergogna, anche in terra di confine e di passaggio, lo sposo dorme, gli aveva detto Schnitzel e quella piange per la vergogna ma hai visto che gambe e che poppe che ha? E allora Mandelbaum ha infilato il lungo cazzo duro nella figa bagnata della sposa, e questo, disse  il castrato: presumo che fosse la figa, perché la sposa ha cacciato un urlo, ha slanciato all’indietro le braccia che prima teneva avvinghiate al collo di Mandelbaum, ha sollevato di scatto le gambe scalciando per aria, ha strabuzzato gli occhi, inarcato la schiena e urlato una seconda volta, e quando ho riattraversato di soppiatto la cucina, l’autista si muoveva ritmicamente sopra Anisoara…ma signor Hilsenrath, basta, per carità tolga questo grande uccello altrimenti …la pubblicità si offende e non gliela facciamo volare più nel suo cielo!

Comunque, è un po’ come i Promessi Sposi, a pensarci, quello di Piero Chiara, forse,  tant’è vero che come mette piede nella Terra del Ritorno, a Mandelbaum  non gli si erige più: veramente, non vi sto a spiegare perché, ma devono passare e sposarsi in Israele, e la faccenda adesso è questa: quando era a Mosca, all’ebreo Mandelbaum il mandorlo fioriva che ogni passaggio al meridiano uno si fermava a rimirarlo: e cazzo, che cazzo di primavera è questa, mai visto un mandorlo così in fiore! Pure nei vari stati attraversati, stando alla testimonianza di Ritaglio, il promesso sposo di Anna Maria Pepperoni, che è mingherlino, come in fondo, se non guardate i fiori, è mingherlino il mandorlo, fa vedere al lettore il dispositivo di sessualità  per il quale Anna Maria deve legalizzare il dispositivo di alleanza, insomma Anna Maria ha perso la testa per uno come Mandelbaum e non si riesce a capire perché, il padre non lo sa, la madre nemmeno, il corriere man mano capisce e scopre la verità: Anna Maria ha perso la testa per il grande uccello di Mandelbaum, che è bella come immagine, se vi fermate a rimirarla: il Mandorlo con un Uccello mai visto da queste parti, ma che dico da queste parti, l’abbiamo visto a Mosca, e Anna Maria, che di uccelli a New York cazzo se ne ha visti e beccati, e anche in altre parti dell’America, a un certo punto all’inizio pare che sia a Pittsburgh, dove, si sa, non c’è un uccello che vola nemmeno  a pagarlo a peso d’oro, una che ha preso questo uccello a Mosca  e dice che è volata con lui nel cielo sopra Mosca e dintorni, cazzo già che c’era, poteva ri-direzionarlo  quel gran patauccello verso le Americhe e avrebbe fatto risparmiare al padre tutto quel dispendio e quello spiegamento di dollari per farlo emigrare di soppiatto grazie alla perizia geografica di Ritaglio, prima, e, poi, dall’arabo Kebab, che è un uomo distinto e colto ma che, detto tra noi, gli piace montare gli asini, e questo, giura chi l’ha visto, sarebbe bello da vedere, anche se Giovanna I d’Angiò ad Amantea in Culabria già nel XIII secolo aveva postulato la proairetica dell’asino che vola [per via dell’uccello], e questa è da “umanesimo di Stato”, che attiene sempre alla pulsione “s” di Szondi [vedi la scheda delle pulsioni qua sotto] ma, quantomeno, non è il ciuccio ad essere montato!

Allora, questa Lebenswelt, la sto preparando, intanto ecco gli ingredienti:

  • Un grande uccello sul Mandorlo a Mosca
  • Mandorlo o Mandelbaum
  • Un castrato, Schnitzel, o Ritaglio
  • La scala antincendio in America, e il Four Roses
  • Mosca
  • New York
  • Pepperoni
  • Pepperona inseminata
  • Slivovitz, l’avvocato tuttofare di Pepperoni, e la parrucca
  • Mӑmӑliga(una specie di polenta romena)
  • Cetrioli ungheresi sottaceto
  • La Terra del Ritorno, Israele
  • Kebab e gli asini
  • Terre di transito: Romania, Ungheria, Austria, Turchia, Armenia, Italia
  • L’uccello fiacco, l’anatra zoppa, sul Mandorlo a Tel Aviv
  • Il presidente del consiglio italiano che si gratta il sedere e deve salvare Pepperoni & Pepperona, la mafia americana
  • L’uccello sul Mandorlo vola in quattro o cinque terre di transito
  • La Pepperona anche in Italia è stata disseminata
  • Nella terra del Ritorno l’uccello di Mosca sul mandorlo che era patagonico è pata-agonico

 

○ NomenKlatura della Lebenswelt

 

  1. Il Grande Mandorlo di Mosca a Tel Aviv.Rotazione e ciclo colturale del Cazzo.
  2. Agraria della castrazione e emigrazione del Grande Uccello.
  3. Dal Kolchoz al Kibbutz: psicosomatica del rinsecchimento immediato del Grande Mandorlo russo.
  4. Pepperoni Spa.Agraria, emigrazione, geografia sulla rotta del Grande Uccello di Mosca

 

Fattori pulsionali di Ritaglio, Miss Pepperoni e Gran Mandorlo Russo

Fosse passato al confine tra Romania e Ungheria l’altro ungherese, Leopold Szondi, quello dell’ Introduction à l’Analyse du Destin │© 1972, trad.it. Asorolabio-Ubaldini 1975│ci avrebbe lasciato qualche appunto sui vari fattori pulsionali degli attanti della storia: Schnitzel, con la pulsione “s”, bisogno di aggressività e di ratto, che viene rapito e castrato, sadico e pederasta, socializzata la sua pulsione di omcida sadico avrebbe potuto fare, e difatti fa, di tutto: macellaio, chirurgo, passa ferri, boscaiolo, carrettiere, guardiano di zoo, lottatore, massaggiatore, autista, cacciatore, soldato, addirittura colono, vai a vedere: sarà andato anche lui in Israele; Anna Maria Pepperoni è dentro la pulsione di sorpresa, tra esibizionismo e voyeurismo, una pulsione combinata tra “e” e “hy”, dalla panettiera alla modella, in sublimazione una di quelle zoccole che smettono di acchiappare uccelli quando la bipulsione è contratta tra umanesimo religioso e arte drammatica, tanto che questa troia esplosiva può convertire l’isteria di conversione in catatonia, specialmente durante le orge cui partecipa nell’attesa che arrivi il Grande Uccello di Mosca, d’altronde siamo nell’ambito della pseudologia fantastica che, drammatizzata, porta all’esagerazione e all’univocizzazione dell’Orgasmo Assoluto a Mosca abbinato al codice catastale dell’ inseminazione generativa; il cazzone russo è dentro la pulsione “k”, quella del narcisismo primario, che, socializzata, produce ruoli come insegnante, professore di matematica, fis9ica, filosofia, economia politica, ingegnere, critico d’arte, libraio, tipografo, impiegato postale, ma anche soldato e contadino; in sublimazione, il grande mandorlo , quando non è in fiore o addirittura si secca, riflette, filosofeggia o fa matematica, se non estetica fino alla metafisica, e, comunque, con quel grand cazzo che può sempre far passare al meridiano dell’oggetto “a”, in sintomatologia può esprimere tratti temporali in cui rifiuta di lavorare, o non può lavorare, potrebbe vagabondare, certamente come avrebbe potuto fare il flâneur a Tel Aviv?, e nei ritagli di tempi praticare il furto con scasso, quando non ci sono spose rumene al confine ungherese da onorare mentre lo sposo fresco sta già dormendo alla prima.

by V.S.Gaudio

Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth
Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth

 

 

 

 

│Edgar Hilsenrath, Moskauer Orgasmus © 1979

│Trad.it. Orgasmo a Mosca, Voland, Roma 2016

│Trad.fr. Orgasme à Moscou, èditions Attila 2013

[i] Non dimentichiamo che la radice di “Mandelbaum”, che, in tedesco, è il “mandorlo”, in lingua russa è : мандӑ(leggi: “mandà)f. volg., figa, fregna, mona.  “Mandorlo” è: миндӑль(leggi: “m’indàl’”) e миндӑльничание(leggi: “m’indàl’n’ician’ije”) corrisponde a “effusioni sentimentali; accondiscendenza; complimenti. Il “ricavato di mandorle”, che è quello che, prodotto in quell’orgasmo assoluto, ha ingravidato l’americana Pepperoni,  si chiama “m’indàl’nyj”: миндӑльный; starebbe anche per “dolciastro”, “mellifluo”.

 

 

▬ Questa Lebenswelt 4 è pubblicata anche in→ gaudia 2.0

 

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger und Lebenswelt

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger

La Lebenswelt fotografica di Cornelia Hediger

Quando si fa una Lebenswelt[i] c’è sempre una storia d’amore che sottentra, o potrebbe sottentrare da un momento all’altro, tra la figura e il personaggio, e che, il visionatore, anche se è preso da una ectomorfa leggera e ancora ragazzina che, a guardarla, qui sul marciapiede, che va su e giù verso est per caricare l’orza all’occhio desiderante, la vede che si precisa nell’immediatezza di una intersoggettività che, tenuto così dentro il désir, non è che l’elastico infinito del tempo, tra la biografia della fotografa e il poeta privo di fantasia e amante della buona tavola che, tra pane e pomodoro e  riso con le vongole come lo prepara Marisa Aino secondo Manuel Vázquez Montalbán[ii], è per questa dicotomia un prodotto combinatorio, anche se per riconoscersi, in una strada affollata, come personaggio avrebbe difficoltà. Parte, il poeta, nelle sue storie d’amore, sempre dal terzo tempo, che è quello del tentativo di impossessarsi dell’altro, o addirittura parte subito dal quarto, ormai, sia come personaggio che come figura è fuori tempo, e invero non ha più tempo per fare storie, perciò ritorna all’essenza con un micro racconto, una Lebenswelt, una Stimmung[iii].

La configurazione semica del Nome proprio e la biografia che man mano si va facendo,che si fa passaggio, luogo di passaggio e di ritorno[iv], anche su un marciapiede, una stazione, una spiaggia, una strada, della figura, che, quando il poeta la vede per il podice che gli sta muovendo la ragazza su questo marciapiede per tirargli su l’orza al meridiano, nei suoi skinny-jeans tanto che un po’ penserà a Sandra Alexis in via Micca a Torino[v], così questa figura, che non è mai una combinazione di semi fissati su un nome civile, quando la vedi nella sua maneira de andar, ma che, dopo, avendola dotata di un nome, seppure inesistente all’anagrafe di Elvas ma non al Circo Orfei in quel secolo scorso, ora che vedo questa skinny-young un po’, ma solo un po’, con quel passo di Sandra Alexis, e non ha Nome la temporalizzo come figura e a partire dalla luna nuova la incontrerò, o, meglio, la vedrò camminare davanti a me una seconda e anche una terza e anche una quarta volta, come se fosse il doppio di Sandra Alexis, fin tanto che, come ebbe a dire, passando davanti al poeta, con un ragazzino che l’accompagnava, che non c’è più la rete qui, è stata rotta, e qui manco da quattro anni, come se quattro anni la rete ci fosse stata, e il poeta pensa che anche lui a conti fatti da lì mancava da quattro o forse sei anni, se non sette, e la settima volta la vedrà ancora con quel podice ectomorfo che un po’ gli ricorda Sandra Alexis e un altro po’ Simone Dauffe[vi], ma intanto che tra la figura e il personaggio non c’è più tempo per farci una Lebenswelt, e nemmeno una Photostimmung, o, come nel caso di Cornelia Hediger, una Photolebenswelt, il poeta, che non potrà mai parlarle come personaggio, e cosa potrebbe mai dirle, di che segno sei? Oppure: penso che tu abbia, per via del tuo passo di bolina, Mercurio e Urano a 90°, e allora il mio oggetto “a” di base che è la figura di tutti gli altri oggetti “a” infiniti ed esponenziali che ha Mercurio e Urano a 180° è proprio vero che con il suo passo al gran lasco quando caricava l’orza ai passeggiatori nello stesso momento che cosa rinserrava per stringere così tanto il (-φ) nell’insenatura più stretta e ottusa?
La Photolebenswelt è una sorta di buona scrittura, dunque: produce dei personaggi, e non li fa giocare fra loro davanti a noi, li produce perché innanzitutto  è l’autore che gioca con loro, e, poi, il visionatore, anche se non è il poeta, per ottenere da loro una complicità che assicuri lo scambio ininterrotto dei codici, insomma i personaggi, anche  quando appaiono come assetti morfologici narcissici, alimentano la pulsione uretralfallica dell’autore, il doppio produce dei tipi di discorso, dei tipi di Lebenswelt, dei tipi di Stimmung, dei tipi per i piaceri singolari del proprio oggetto “a”, che è, non solo allo specchio, quello dell’autore, che,lo vediamo continuamente,e contiguamente, se è la Photolebenswelt che si sta visionando,  non fa che far fare tutte queste figure al personaggio con cui gioca o interfigura e fa il gaudio.

Nella Doppelgänger, che io chiamo Photolebenswelt,  una sera il doppio di Cornelia Hediger  osò rivolgerle la parola, anzi no, le fece una fotografia, la mise in scena, come se fosse innamorata, e senza speranza, oppure per niente, non era innamorata, voleva solo allietarsi l’animus, e quindi confessò alla sosia di sentirsi in una situazione d’angoscia, e sotto le vibrava il désir, e c’è questa losanga di Lacan, e non so se amo o se amerò, non me ne importa un cazzo, è che adesso, come nel caso del pesce, che è da est che mi sta venendo incontro, e non saprei, visto da qui, fin quando arriva, se ci faccio la salatura o lo shummulo, e il doppio sconvolto dalla rivelazione, giacché amava la sosia, che, essendo la figura connessa all’oggetto “a” dell’autore, era lei stessa il personaggio protagonista, e tremò al pensiero che si fosse creata una scissione così grande, così profonda, così visibile, a lato, o sotto, ma venendo il pesce da est, lei era nella parte ovest, dove c’è la California o, se proprio si tratta di pesce atlantico, c’è il Portogallo, e allora la scissione, ma anche la salatura, è davvero insormontabile.

Per questo, la Doppelgänger, che io chiamo Photolebenswelt, è destinata , per via del Leib della figura moltiplicato dall’ambivalenza del personaggio, a una cupa malinconia: passa con se stessa, la sosia, o il doppio, gran parte del suo tempo, e chi le guarda vede due decorose signore che se la intendono, a lato, sommessamente, o sotto, anche sotto il letto, a volte, o dietro la porta, in un angolo, il doppio talora conferma, talora nega. Più lontano, dietro la foto così assemblata, non c’è altro che la sua superficie, il groviglio di linee, la scrittura indecifrabile del désir del doppio; sotto, c’è il nulla della castrazione, ma non è detto che il movimento dilatorio del significante non possa riprendere grazie a un altro sosia, che, in sostanza, è destinato ad essere il personaggio principale purché venga a rappresentarsi in scena.

! v.s.gaudio

[i] Cfr. V.S.Gaudio, La Lebenswelt, in: Idem, Lebenswelt, L’arzanà, Torino 1981.

[ii] Cfr. Manuel Vázquez Montalbán, Ricette immorali, trad. it. Feltrinelli, Milano 1992.

[iii] Cfr. V.S.Gaudio, La Stimmung, in: Idem, Stimmung, Collezioni di Uh, Cosenza 1984.

[iv] Cfr. Roland Barthes, Personaggio e figura, in:Idem, S/Z, trad.it. Einaudi, Torino 1973.

[v] Cfr. V.S.Gaudio, La maneira de andar di Sandra Alexis.Estetica e teoria dell’andatura, in “lunarionuovo” nuova serie n.15, Catania aprile 2006.

[vi] Vedi: Simone Dauffe, in: V.S.Gaudio, Chambonheur, © 2004. Cfr.online in Uh-book 

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger

Born in Switzerland, Cornelia Hediger lives and works in NYC. She earned both her BFA and MFA from Mason Gross School of the Arts at Rutgers University. Her imagery has been presented in exhibitions at Wallspace Gallery in Seattle, WA; Anita S. Wooten Gallery in Orlando, FL; PS122 Galleryin NYC; the International Center of Photography in NYC; Maryland Institute College of Art in Baltimore, Rutgers University in New Brunswick, and the Massachusetts College of Art. In addition Hediger has shown her work abroad at the Gallery Del Mese-Fischer in Switzerland andLimilight9 Gallery in Halifax, Canada.

Hediger’s photographic assemblages are an autobiographical dialog between herself and a series of doppelgängers or doubles.Hediger is both photographer and model, acting out a series of characters representing hope, despair, good, evil, past and present.She describes the interactions between characters as “an internal dialog and struggle between the conscious and the unconscious”.Herimages toy with perceptions of self and the variety of selves that can exist within an individual. At times her work speaks of an internal darkness and mistrust of self but ultimately humor takes over forming a more playful exploration. (via)

 

Lo spazio muto che dove |V.S.Gaudio

Noctambulario. Bog de poemas y arte. Octubre 2012. Imagen del Maestro Nicholas Dahmane . Model Mrs Choe des Lysses (1)

Lo spazio muto che dove

 

Non si è rimasti che in cinque

nello spazio muto

Bhrat che assomiglia quanto più possibile a Bhram

e questi a Brekë che somiglia a Bragallec che un po’ è Bhrat

e un po’ è Bragâll se non Brekhalla

sono tutti come il nove all’inizio che significa

incontrando il signore destinatomi si rimanga pure

per dieci giorni insieme, e non è un errore instaurare

un tempo di copia occorre unire chiarezza ed energico movimento,

che è così che se essi stanno insieme per un ciclo intero ciò non è

di troppo e non è un errore tenere Bragh in mano, Brogh in bocca,

Brekë in culo, Bhram in fica e Bhrat nell’altra mano per questo si va

allà e si opera,  l’immagine della copia è Brekë che entra da N, Brogh da E,

Bhram da O e Brekhalla da S, Brekë che ha fatto in culo esce da dove vuole

ed entra in culo chi è nel punto da dove lui esce cosicché appare un altro Bhram

a cui viene presa la misura, il tempo passa e lo spazio si rabbuia,

c’è qualcuno che ha fatto ma lei lo tiene ancora, sarà Bragh,

lo si lavorerà finché non lo ammette?

O lo si farà andare fuori affinché un altro

sia lavorato finché non viene?

Brigh quando finalmente arriva in quel posto

sente che è tutto solo e sente che il calendario

non è più un po’ di qua dal fiume dove Bragh è stato lavorato

per bene anche se non ha detto dove né se ha fatto né goduto

allora perché ha smesso difatti eccolo adesso che entra un altro

Bhrat e allora Maruzia che gioca alla mutola se lo lavora col muso

finché non vengono Bregh e Bragh che non dicono dove, è tutto?

Il tempo passa, infine appare un altro Brekë che entra da N si ferma

al Meridiano di Bragalla a testa bassa[i], e Brigh te l’ha detto dove

ammetti che te l’ha detto dove, ti lavorerà finché non lo ammetti

che Bregh te l’ha detto dove ha sborrato, dove ha bevuto alla tedesca

l’uccello reca in volo il messaggio è bene rimanere in basso, questa è

l’immagine della preponderanza del piccolo in cui Maruzia pone

la preponderanza sull’ossequio tanto che l’uccello deve rimanere

dentro, il ko sibarita è questo passare accanto, oltre, a cui si aggiunge

l’idea di eccesso, come se la quota fosse oltrepassata

il 6 sopra è quando l’uccello esce e vola e sborra e inzacchera

mutande e leggings di Maruzia e il 6 sotto che era rimasto sta colando

e la sburra irriga le cosce e le scarpe di Maruzia, con questo comprenda

chi potrà Bragh spegne perché il 9 al terzo posto fa segno che se non si

procede con straordinaria cautela qualcuno viene certamente e fa subito

dietro e allora è bene che chi sia in culo non sia così diritto e forte tanto

da disprezzare la cautela ma che comprenda la situazione momentanea

possa annullar l’agguato e tenersi più a lungo per altri 99 colpi rinserrato

in quel posto allà, infine quando tutti hanno bevuto alla tedesca

e Maruzia ne ha schiumato i prescritti 112 ognuno non dirà dove per quanto

l’altro glielo chieda a gesti dove ognuno non dice niente

lo spazio si illumina e la troia sibarita è già di nuovo con i calzoni da gala,

le braghe di Bragalla e come la bragada ha un bagliore ainico bagnato che fa luce

dai quarti posteriori, Bhrat che fa Bhram o Brekë glielo appoggia nello spazio

dei falsi d’arme dietro e sborra a cappella sull’arnese, la bardatura della giumenta

ungendo cosciale e ginocchiello, tanto che l’altro Bragh che fu tra i primi

a farsi il boccone da re le rende l’omaggio sul farsetto da armare, e Bhram gira

intorno al Buon Convento e la imbragalla senza toglierle niente

lo spazio si spegne, al presente, è inverno, bisogna rimettersi in viaggio, è tutto

la saracina sibarita spegne, è fatto, ha la copia con sé, guarda attraverso il portone

e non si accorge più di nessuno.

Per tre anni giocherà a scaricalasino o a Bragalla, 112 fra duci regi pastori mercanti

uomini di guerra e poeti ne faranno Bragalla e anatomia, come Dido si pone a piuol

di Ainea e fa giocare a mazzasquido, ai billi e alla palla, per ore al giorno fa mutande

a tutto paragone la maledetta troia sibarita di Bragalla.

 

[i] Da notare che chi entra da Est è quello che ottiene immediatamente il Meridiano 16°08’(sedici è il culo, e otto pure) e sarà possibile che la Sibarita Saracena possa fare copia di sé –come fantasma della Maruzia- anche in quegli altri luoghi dove la longitudine è quasi uguale a quella di Bragalla, ovvero a Tricarico, a Margherita di Savoia, a Careri(Rc), il posto del vento del “non ne ho”, Carèo, , a S. Severino Lucano e a Torno, nella Baia delle Zagare o a Torre di Porticello, a Montegrosso, che è tra Mattinata e Peschici sul Gargano, sull’isola di Vis in Dalmazia, o a Piscopio e a Cerzeto, dove l’apparizione di una bella femmina fa tanto fremere gli uomini da farli precipitare negli scalasci, a S.Benedetto Ullano, nei luoghi in cui come a Bragalla la rugiada del cielo che si raccoglie sui pruni selvatici, sulle foglie, sul tronco, si coagula in grani che, sciogliendosi in dolcissimo umore, fornisce medicamenti per un portentoso e miracoloso clistere, dono sibarita di  così gran valore sbatacchiano che non fu una volta a Napoli un’oncia di questa manna venduta sette monete d’oro, il fecondante umore del nume che iva scotendo la testa piena e dopo aver gettato da basso il gran cappello mostrava gran desio di far bragallo?

→v.s.gaudio |bragalla|© 2009

lo spazio muto che dove dahmane