Aurélia Steiner de Durrës e il gioco dei Tre Gaz ⁞

Aurélia Steiner de Durrës potrebbe essere lei la giumenta di Parrotë?

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Il gioco dei Tre Gaz.La civiltà e il gaudio dell’oggetto “a”

Mini-Lebenswelt con Fletcher Flora[i] ⁞

“Caro,” disse Aurélia al poeta, “sono così contenta che tu ti comporti come un essere civile.”

“Oh, io ho sempre sostenuto l’importanza degli esseri civili, purché non siano ombroni  o di altre minoranze che rivendicano radici medioevali e quindi del tutto prescritte” le fece osservare il poeta. “A mio modo di vedere, sono essenziali alla civiltà, a meno che con la storia della lingua doppia, mai scritta tra l’altro, non tengano in conto il rapporto con il governo centrale per le quote fatalistiche, professionali, impiegatizie, sportive, militari, trascendentali e previdenziali”.

“In ogni modo, è assolutamente eccezionale per te suggerir are che ci riuniamo tutti e quattro e discutiamo della cosa con tranquillità e cortesia, senza badare ai postulati della Costituzione. Non che in definitiva possa cambiar nulla.”

“Cosa vuol dire, che non cambierà nulla?” chiese il poeta allarmato.

“Vuol dire che sono decisissima a lasciarti, naturalmente. Sono sicura che questo lo capisci.”

“Capisco che è la tua intenzione- disse il poeta a Aurélia – ma spero di farti cambiare idea, quant’è vero che ho la connessione Marte/Urano peggio di Bonaparte!”

“Beh, è semplicemente impossibile. Sono innamorata di un mio connazionale, abbiamo la stessa Herkunft e lo sposerò, e non c’è altro da dire. Mi spiace, caro Vuesse, ma è assolutamente necessario al mio gaudio.”

“Ciò significa, per come lo capisco io, che non sei più dentro l’orbita del mio gaudio. E’ vero?”

“Ma non essere scemo. Come potrei non essere più nell’orbita del gaudio, è che vorrei amarti come oggetto “a” e ti amo pazzamente, lo sai, ogni volta che passerai al mio meridiano, ti amerò follemente, un giorno e una notte interi, ogni volta che lo fai salire lassù il mio oggetto “a”!”

“E allora a che cazzo ti serve sposare quel mezzo albanese come te?” disse incazzato il poeta.

“Oh, Vuesse, amore mio, di amare ti amo, ma adesso ti amo come ti ho detto: voglio che tu sia il mio oggetto “a”. E’ triste, in apparenza, ma sarai ancor di più il mio gaudio.”

“Aurélia, hai qualcosa della troia di Durrës che è più troia di quella grande troia di Sibari, e negli ultimi tempi sei diventata ancora più troia, una troia immensa”, e la guardò con un gran male al cuore, perché se il suo modo di amarlo era disgraziatamente e tristemente cambiato, il suo modo di amare Aurélia non era cambiato in nulla. Era così bionda, con quel bagliore ainico, così incredibilmente zoccola, anzi una vera e propria kurvë. Indossava, notò, quell’abitino “Marella” che più che le linee del corpo rivelava, ogni volta che l’indossava, l’immensa voglia di farsi trombare come una troia, e sempre come se fosse l’ Attrazione di Durazzo, la sua versione della numero 40 del Foutre du Clergé de France, in cui è denominata come l’Attrazione di Milano. Che non è la Giostra Stanziale di Segrate.

“Vuoi un martini?” le chiese il poeta.

“Ne prenderemo uno tutti insieme quando arriverà  il mio amore. Ci farà sentire rilassati e a nostro agio, non pensi? I martini sono l’ideale, da questo punto di vista.” rispose Aurélia.

“Dal punto di vista del martini, non hai smesso mai di farmi lo spot di Charlize, con quelle mutande di seta La Perla, e da quel punto di vista non hai mai smesso di farti inculare subito. Se poi, quando arriva quel mezzo analfabeta vorrai farti inculare ancora vorrà dire che prenderai un altro martini. Il vermouth, lo sai, di questo si tratta, lubrifica l’anima, la minchia e il canale del gaudio, sempre se si sia almeno in due ad averne voglia”.

“D’accordo, ma sento il campanello. Lui deve essere arrivato.”

“E facciamolo entrare dunque, questo gran coglione, vediamo quale meraviglia di fenotipo si presenta al nostro cospetto…E’ meglio che vai tu ad aprire, una grande zoccola fa sempre entrare lei un gran coglione!”

Aurélia andò ad aprire la porta d’ingresso, e fuori c’era il suo compatriota, che entrò nell’anticamera e Aurélia gli mise le braccia intorno al collo, e quello le accarezzò il culo. Non c’era niente di nuovo nel fatto che Aurélia si facesse accarezzare il culo da un uomo – glielo avevano accarezzato in tanti! – ma questa carezza era diversa dalle altre e tutta speciale. Ardente era l’aggettivo più blando con cui la si potesse definire , e durò molto a lungo. Dalla posizione del poeta nel soggiorno vedeva tutto chiaramente, non c’era bisogno del martini, un altro po’, ci fosse stata una sedia, Aurélia si sarebbe fatta inculare. Ma il poeta smise di guardare e preparò i martini.

“Beh, voi due,” disse la troia, “eccoci qui.”

“Esatto,” fece il poeta. “Eccoci qui: la zoccola, il cornuto e  l’insignificante.”

“Questo è Ngagaz, Gaz,” presentò Aurélia. “Ngagaz, questo è Gaz.”

“Piacere di conoscerla, Gaz,” disse Ngagaz.

Non era alto come il poeta, e neanche così eretto, ma dovette ammettere il poeta che aveva un bell’aspetto e una volta  portato il (-φ) al meridiano la passata alla zoccola sarebbe stata oltremodo lieta.

“Si chiama Gaz, lo sai,” spiegò Aurélia, “ma io lo chiamo spesso Caz.”

“Abbiamo avuto momenti di innalzamenti al meridiano veramente spettacolari.” Disse il poeta senza che Ngagaz capisse un cazzo.

“Lei si sta comportando in modo molto cavalleresco,” disse Ngagaz.

“Civile” lo corresse il poeta. “Mi comporto da essere civile e non da retribuito dallo stato in quanto appartenente a una quota di minoranza, ancorché la minoranza sia non solo virtuale ma anche…”

“Prendiamo i martini?”lo interruppe Aurélia.

“Grazie, volentieri”, disse quell’autentica mezza sega.

Il poeta versò i martini, e quei due sedettero sul sofà  una sopra all’altro. Quando servì i martini, quello che teneva  sulle ginocchia la moglie del poeta prese il bicchiere con la sinistra, e la moglie lo prese con la destra, mentre quello con la destra  spostava le mutande della signora e quella con la sinistra se lo piazzava dio solo sa se la cosa fosse da fare ancor prima di aver bevuto il martini.

“Mi pare”, cominciò il poeta “che sarà meglio cercar di risolvere questa situazione.”

“Mi spiace, Gaz” disse Ngagaz, “ma direi che lo abbiamo già fatto,”e guardò il poeta negli occhi, con un’espressione da uomo a uomo.

“Beh,”osservò il poeta, “per come la vedo io, lei vuole possedere una cosa che è mia, e io naturalmente me la voglio tenere, e questo crea un problema di appropriazione.”

“Ma quale problema? Non mi pare che ci sia nessun particolare problema.”

“Non pare neanche a me, “interloquì la zocc…Aurélia.”Assolutamente nessun problema. Noi due divorzieremo, Gaz, e noi due ci sposeremo, Ngagaz, e questo è tutto.”

“Per come la vedo io, “ le fece eco Ngagaz, “questo è tutto.”

“Per come la vedo io,”obiettò il poeta, “se questo è tutto, pensate che le possa bastare? Ho tutte le intenzioni di essere civile e simpatico, il che è una cosa, conosco a menadito tutta la problematica dell’oggetto “a” di Lacan, ma non sono affatto disposto ad arrendermi supinamente, il che è una cosa completamente diversa. Devo insistere perché mi sia concessa una giusta possibilità di risolvere la faccenda a modo mio, ma nello stesso tempo non voglio rendermi antipatico, il che è evidente, e così ho pensato a un modo di sistemare le cose all’amichevole.”

“E quale sarebbe questo modo all’amichevole?” chiese ansiosa la zoccola. Mentre Ngagaz era un po’ sulle sue, perplesso o forse anche preoccupato.

Il poeta traversò la stanza, prese un foglio di carta sulla scrivania e due dadi e tornò al posto di prima.

“Che cosa c’è scritto?” chiesero all’unisono Ngagaz e la moglie del poeta Gaz.

“Non c’è scritto niente. Adesso la troia prende i dadi e fa il lancio: i due risultati sono moltiplicabili, addizionabili e sottraibili. Facciamo una prova: ecco, lancia i dadi, Aurélia!” e porse i dadi alla donna. Che lanciò e fece: 6 e 5. “Ma che cazzo, Vuesse, vuoi giocarmi ai dadi? Ti ha dato di volta il cervello?”

“Aspetta. Stai calma: non hai un cazzo da perdere. Anzi ne hai uno in più. 6 x 5 fa 30 e chi vuole ti fa fare la Carriola; l’altro fa l’addizione: 6+5 che fa 11 e ti scopa nella dolcissima impalata; infine si fa la sottrazione:6-5 che fa 1 anche a Durazzo, da dove cazzo siete venuti a rompermi i coglioni e a farmi cornuto: ed è il modo del buon modo antico, che, quando esce davvero, si chiama un altro fottitore che fa il missionario che fotte questa pastorella.”

Per la prima volta da quando si era seduta sulle ginocchia di Ngagaz, Aurélia appoggiò il mento alla mano, e appoggiò il gomito sul ginocchio. Che, ogni volta che il poeta lo guardava, pensava che era straordinario come il ginocchio di Aurélia assomigliasse al ginocchio di sua nonna, quand’era naturalmente giovane, che, si era sempre detto, in confronto, il genou di Claire era davvero poca cosa, e la nonna del poeta non era del Capricorno, invece il nonno era proprio del Capricorno. Anche se aveva un gran fallo ma in quanto a ginocchio si capiva che a Genova c’era stato solo per imbarcarsi per Buenos Aires. Aurélia, quando si metteva così, era per il semplice fatto che la pulsione sado-anale le stava furguwunando il passaggio a sudovest:  era nel gaudio totale, evidentemente allietata dalla prospettiva di due uomini che amichevolmente  giocavano a dadi per vedere in che modo possederla, per non parlare del terzo.

“Ma, “obiettò Ngagaz, “qui escono tre soluzioni e tre modi e tre…”

“Tre cazzi,”dissero all’unisono il poeta e la moglie del poeta.

“Pretende sul serio che Aurélia prenda parte a questo immondo giochetto?”

“E’ necessario,”disse il poeta,”se vogliamo che tutte e tre le alternative possano verificarsi sempre. E’ come la faccenda del “tertium non datur”, non so se lei capisce a cosa mi riferisco. Sono sicuro che Aurélia sarà d’accordo.”

“Certo che sono d’accordo” assicurò Aurélia.  “E’ semplicemente giusto e necessario che io partecipi.”

“Te lo proibisco assolutamente,” disse Ngagaz, come se fosse già suo marito, che stronzo!

“Non essere presuntuoso, tesoro,”protestò la moglie del poeta. “Per il momento non puoi proibire un cazzo.”

“Deve  ammetterlo, Ngagaz, “ rincalzò il poeta Gaz, “al momento nessuno di noi può ordinare o proibire niente a nessun altro. Il massimo che lei possa fare è rifiutare la sua personale partecipazione.”

Aurélia girò la testa e guardò con occhi sgranati Ngagaz. Era evidente che la possibilità di una tale riluttanza da parte dell’amico non si era mai affacciata prima alla sua mente.

“Ma certo, Ngagaz,”gli disse, “se non te la senti di giocarmi a dadi, nessuno ti costringe.”

“Non si tratta solo del gioco dei dadi” protestò Ngagaz.”Pensate alle complicazioni. Supponiamo che alla sottrazione esca un 4 e…allora Aurélia …Oh, Dio, che fa? Si mette sulla sponda del letto, con il culo il più possibile vicino alla sponda del letto, e le gambe le deve avvinghiare al di sopra dei garretti dell’uomo che non conosciamo e che la deve infilzare e poi picchierà duro…e lei non deve dimenticare di imprimere alle chiappe un movimento continuo, o intermittente, come cazzo le aggrada… Insomma, non è piacevole. E poi questo tertium non datur chi sarebbe? Sarà preso di volta in volta, e quante volte in una settimana, in un mese, e se il soggetto non è quello giusto?” Ngagaz guardò accigliato sia il poeta che la moglie.

“Quindi aderisce alla proposta o no?”

“Direi di sì. Vedo che Aurélia è tutta presa dall’idea.” “Lo sono,” disse Aurélia, “certo che lo sono, Gaz, quest’ultima trovata è assolutamente geniale. Benché un tempo fossi incline a esagerare le tue virtù, adesso capisco che per certi versi non ho riconosciuto i tuoi meriti e la potenza fallica che c’è nella tua libido. In questa faccenda, hai trascurato solo un particolare, e devo ammettere che ne sono un po’ delusa.”

“Si? Quale?”

“Avresti dovuto anteporre al gioco dei dadi nell’ambito dell’esibizione preliminare per portare l’oggetto “a” dei fottitori al meridiano  non il martini ma la gazzosa.”

“Oh, già : gazzosa tra Gaz e Ngagaz e il terzo Gaz, Tretë-Gaz. Mi sono proprio lasciato scappare un’occasione di essere galante, mi spiace molto. Ma temo che sia troppo tardi per cambiare. Son sempre tre Gaz, e non abbiamo un esempio fantasmatico come quello di Charlize per il martini.”

“Aspettate un momento”, esclamò Ngagaz. “Non è che i dadi siano truccati?”

“No. Non sono truccati. Ma se vuole, usiamo le carte. In ogni modo, i dadi potete sceglierli voi due, e io sceglierò il terzo inaspettato. Va bene così?”

“E se quello non viene?” disse perplesso Ngagaz.

“Sarà uno di noi a fare anche la sottrazione.”

“Va benissimo,” dichiarò Aurélia, “e non trovo che sia molto simpatico da parte tua, Ngagaz, insinuare che Gaz possa tirare a imbrogliare, in una questione d’onore come questa. Adesso suggerirei di bere un altro martini e di comportarci come buoni amici.”

Da buoni amici bevemmo il martini, dopodiché Aurélia in mutande ci fece vedere cosa se ne faceva di una come Charlize: Oh, Gaudio, pensò il poeta, la mia Aurélia di Durrës è indiscutibilmente la signora Gaz e anche Ngagaz. Dev’esserci nella sua Herkunft la linea genetica delle gazzusare.| Alain Bonheur

[i] Cfr.Fletcher Flora, Most Agreeably Poisoned, © 1957 by H.S.D. Publications, Inc. Trad.it: Un simpatico avvelenamento, in Galateo del delitto, Feltrinelli, Milano 1965.

carta intestata gioco tre gaz

Aurélia M Gurgur ║ Aurélia Steiner di Durrës

Aurélia M Gurgur

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v.s. gaudio □ Aurélia M Gurgur │Aurélia Steiner de Durrës

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Aurélia Steiner di Durrës ░ Pikë e Gazi

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AURÉLIA STEINER

 

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre. (…) On peut, pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition, par les titres: Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras (Le navire night, Mercure de France, 1979)

Ø

La langue toquade e Aurélia Steiner

 

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia [che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shumullar] operasse affinché il poeta sia in grado di darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds (Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o, forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco, dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che, esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato, poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”, secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

 

Aurélia Steiner di Durrës:

Pikë e Gazi

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi, in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

 

 

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontano così prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto, in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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  • [Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena

shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?]·

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e, dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati.

Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa:

fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

 

 

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura (ma quale?) sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene.1

 

 

 

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione

che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

 

 

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos; il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkrepëtim.2

 

Asaj kam përgjigiur:3


Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo.

Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare.

“Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto:

come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto,

il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.


 

 

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno.

È il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile.

Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso,4 che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

 

 

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’“Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”;5 ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”,6 che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’:

il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar.7

 

 

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le «dok»; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs; Petite Punaise, délice des deux mers; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien; Pikë-Shumë de mon Méridien; Kurvëshumë arbëreshe; Fshik-Méridien; Bythë i butësie; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar; kopile madhështore; Hap-pikë afër doku; Pikë e Gazi.8

 

[v.s. gaudio]

 

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale, in: J. B., La trasparenza del male, trad. it., Sugarco edizioni, Milano 1991.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr. Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1963; in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, pp. 129-135.

5 Jean Baudrillard, trad. it. cit., p. 173.

6 Che, se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend: il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno (il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora (= v) alla fricativa labiodentale sorda (= f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj” = “fregare”, “frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo , “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë” (= che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër” = “metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë, bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”, tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento, che, essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshehtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”: l’imperativo “vret” = “uccidi”. È la concretizzazione dell’“abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”, che, non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”, “ah, si era bagnato”… i ngasur, “il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr. Lucian Blaga, Lo spazio mioritico, trad. it., Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994; per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe, vedi Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder, Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò, in Id., Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’“allargamento vicino alla darsena”: una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien. “Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz” (= “Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë” (= “Appende e Alza”), è il punto (bagnato) del Gaudio, del Bonheur, per l’appunto: virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo, senso del “Gaz” del Delta del Saraceno: Gas, Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”, non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!

Passaggio al Meridiano ♦ Il passo di Aurélia Gurmadhi

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Si une âme ne résiste pas à l’emprise

des volutes, des spirales, des vertiges

imprimés, fixés au moment de tartufferie

paroxystique, alors elle est livrée au

somptueux Ubu, dont le sourire rend

toutes choses à leur inutilité

sulfureuse et à la fraîcheur des latrines…

 

[Jean Baudrillard, Pataphysique , © 2006]

 

 

 

AURÉLIA STEINER

Le texte qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre. Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre.(…)On peut,pour plus de facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition,par les titres : Aurélia Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.

Marguerite Duras(Le navire night, Mercure de France, 1979)

 

 

La langue toquade e Aurélia Steiner

Un po’ come Borges sospetto che la specie umana –l’unica- stia per estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà:illuminata,solitaria,infinita, perfettamente immobile, inutile, incorruttibile, segreta.

Oggetto inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come se la Compagnia di Babilonia[ che è onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la sua Shumë-Shalë, finirà  col deliziarlo con lo Shummullar] operasse affinché il poeta potesse darsi il godimento per il diritto fatale all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a l’autovia C-31 de Castelldefelds(Baix Llobregat)”]; a Napoli, dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o,forse,  ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaja, nella Terra del Fuoco,dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:

la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o che,esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei numeri, del caso e del fato,poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco sempre più realizzato e mai leggibile”,secondo un’altra congettura di cui riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich che è l’analemma fantasmatico del poeta.

Aurélia Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice Baudrillard, è la sovranità crudele della parure; fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta, pjesë e mallkùar.

 

Il Punto e Virgola  di Aurélia Steiner di Durrës

 

Questa saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi,in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.

Ed è questo che sto inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontanocosì prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta, per come, appunto,in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale, si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie sarrasine-shqiptare.

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{Aurélia Gurmadhi, potrebbe essere lei la saracena shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?}

 La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e , dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati. Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa: fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa; ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura(ma quale?)sia troppo grande:

Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene[i].

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?

Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché

ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?

Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos;il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkpëtim[ii].

Asaj kam përgjigiur[iii]:

Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo. Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare. “Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto: come il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto, il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.

Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno. E’ il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile. Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso[iv], che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.

Aurélia Gurmadhi sa che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’”Adriatik”; o dalla parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë, mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”[v]; ma anche perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le “vrai-con-arabesque”[vi],che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare; fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’: il Bonheur çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar[vii].

Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,

dans laquelle elle mouille les jeans, traversera la ville.

Je la vois rejoindre le « dok » ; la Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule ; qui a, aussi, un  prapanicë  qui donne le Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique ; ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs ; Petite Punaise, délice des deux mers ; Pikë qui courbe le temps de mon Méridien ; Pikë-Shumë de mon Méridien ; Kurvëshumë arbëreshe ; Fshik_Méridien ; Bythë i butësie ; i Lezetshëm kurvë-kurvë shqiptar ; kopile madhështore ; Hap-pikë afër doku ; Pikë e Gazi[viii].

[v. s. g.]

1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale,in: J. B., La trasparenza del male,trad. it:cit.

2 Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.

3 “Le ho risposto:”.

4 Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr.: Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo,Roma 1963: in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, da pagina 129 a pagina 135.

5 Jean Baudrillard, trad .it. cit. :pag.173.

6 Che,se letto un po’ con l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”, da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il fantasma e il gazmend:il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno(il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa labiodentale sonora(=v) alla fricativa labiodentale sorda(=f) darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj”=”fregare”,”frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo vë, “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë”(=che egli metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër”=”metti”, dona al “con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!

7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje, ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania dell’invisibile, che è colto con il Sofianico, il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë,bagnato godimento, “gazmend”, o ngasje, “tentazione”, che “ngas”,tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel punctum-imperativo della ngashënj del “vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo  gazmend i lagur-i fshehtë, in questo godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a piacimento,che,essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshhtë” ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura del  gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di “mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”:l’imperativo “vret”=”uccidi”. E’ la concretizzazione dell’”abissalità dell’assenza”: lo Shumë-stil  comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare  che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”, reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”,che,non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”,”ah,si era bagnato”…i ngasur,”il goduto”!

Per lo “spazio mioritico”, cfr.:Lucian Blaga, Lo spazio mioritico,trad. it. Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, per la presenza dello spazio mioritico e la visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe,vedi: Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura, in: Albanistica 2, Quaderni del Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder,Roma 1997; per il godimento bagnato, cfr. anche: V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò,in: V.S. Gaudio, Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose indagini con un test, © 1996.

8 Ritorna qui questo “Bythë butë”, che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è l’ “allargamento vicino alla darsena”:una deissi che concretizza la posizione del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien.”Pikë e Gazi”, che ha assonanza con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz”(=”Appende cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë”(=”Appende e Alza”), è il punto(bagnato) del Gaudio,del Bonheur, per l’appunto:virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non triplo,senso del “Gaz” del Delta del Saraceno:Gas,Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”,non c’è che dire. Il Gaudio Assoluto!