I Dòi amorosi e u Sullicchju ░ Dario Fo & V.S.Gaudio

 

Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda
Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda

Inviato da Cacao Quotidiano il Sab, 06/19/2010 – 10:00

Carissimi, questa settimana vi raccontiamo un’altra storia tratta dalla Bibbia dei Villani di Dario Fo.
Si racconta della nascita dei primi esseri umani e dell’amore…
Nel testo originale a fronte della versione in italiano trovate la traduzione in una lingua del centro-meridione e moltissimi disegni di Dario.
Immaginate che a leggervi questa storia sia la voce di Franca…
Buon divertimento.

I Dòi amorosi
Entorciga’ deréntro li baccèlli come faggiòli

Prologo
Ci rendiamo conto che i contastorie della Bibbia dei villani hanno tratto ispirazione da testi che non appaiono nel Sacro Testamento ma provengono addirittura da Bibbie apocrife. Cosi’ grazie a questi altri testi non omologati veniamo a scoprire con grande sorpresa che in quelle versioni i nostri progenitori non sono Adamo ed Eva ma altri due personaggi, pieni di gioia di vivere, di passione.
Dio, dopo averli messi al mondo, si pente di quella creazione. Sono due creature che vivono abbracciate dentro un grande baccello, infatti il racconto s’intitola: I dòi amorosi entorciga’ derèntro li baccèlli come faggiòli. Pare che solo mille e mille anni dopo nascono i nostri progenitori biblici, Adamo e Eva.
Come in altre storie di altre religioni, la prima donna, nel nostro caso Eva, viene sempre accusata di esser causa di sciagure. Basti pensare alla favola dell’abbuffata di mele proibite con relativa cacciata dal paradiso.
Ma nelle storie della Bibbia dei villani Eva ha un ben altro ruolo: non e’ il simbolo della scellerataggine, della lascivia e del peccato, anzi. e’ lei che mostra gran saggezza nel raccontare e commentare la sua venuta in “dell’onovèrso mónno”, nello scoprire con ironia il suo corpo. Ci racconta anche dell’incontro con la Grande Madre, una dea quasi clandestina. Ed e’ ancora lei che per prima scopre l’amore e lo insegna ad Adamo, allocchito e imbranato.
A proposito del primo incontro fra Adamo e Eva e della scoperta del far l’amore, ci siamo ispirati, oltre che alla favola dei villani, a una famosa novella di Boccaccio, conosciuta come: Poni el diavolo allo inferno.
Entrambe le storie che seguono verranno presentate da Franca, in un linguaggio del tutto particolare tratto dal lessico dell’Italia centro-meridionale.
Dopo aver creato l’universo intero, il sesto giorno il Padreterno dice: “Voglio fare due creature uguali a me, come due figlioli!”.
E all’istante, senza faticare, ti sforna due uova grandi, ma cosi’ grandi che a un elefante si sarebbe sfondato il condotto suo. Poi chiama un’aquila per farle covare: “Vieni qua uccellaccio… sieditici sopra!”.
Ma ’sto uccellone non riesce a coprire nemmeno la punta delle uova!
“Ora che faccio? Chi me li cova i figli miei? Mi dovro’ arrangiare da me solo!”
Il Padreterno si tira su la veste tutta fino alle natiche e poi si siede accucciato delicatamente sulle uova e comincia a covarle come fosse una gallinona chioccia verace. D’istinto gli viene da fare: “Co-co-co…” e sbatte le braccia: “Co-co-co…”
Li’ vicino ci stanno delle scimmie babbuine che sbottano in una gran risata: “Il Padreterno che cova le uova! Ah, ah!” Il Dio s’imbufalisce e gli ammolla una fulminata bruciaculo sul deretano: “Sciaa’!”. E per l’eternita’ i babbuini sono rimasti pelati e rossi nella chiapperia!
Allora, dicevo, il Signore cova… e per il gran calore che sprigiona, per poco non ti cucina due uova alla coque! Di botto ha un sobbalzo e grida: “Si muovono! Le uova si agitano!”.
Il Signore ninna a fremito il deretano santo… le uova si squarciano spalancate e da ciascun uovo sorte una creatura!
Emozionato com’e’, il Signore… bisogna capirlo, era alla sua prima covata… per abbracciarli inciampa e frana sui due appena nati e te li spiaccica che e’ quasi una frittata:
“Dio, Dio – che ogni tanto si invoca da se’ solo – che disastro! Bisogna che ci ponga rimedio.”
Dio raccatta la prima nata, una femmina, e, come un pasticciere, le rifa’ la forma. “Oh, qua, sul petto mi sono sorti due bozzi. Beh, le stanno bene, glieli lascio. Quaggiu’… mi si e’ fatta una fessura… non ho il tempo per ricucirla… tanto e’ una femmina, e, anche se tiene qualche difetto, nessuno se ne accorge.”
Poi rimedia pure al maschio… ’stavolta con piu’ attenzione.
“Ora dove li sistemo… povere creature mie appena nate?”
Disegna nell’aria un’elisse tonda e di botto appare un baccello di fagioloni esagerato! Apre ’sto baccello grande, cava fuori i fagioloni e dentro ci sistema comodi, una creatura per ogni valva.
“Belli i piccoli miei! Dormite cosi’ saporosi fino a domani!” e via che se ne parte per l’infinito del creato.
Intanto il diavolo, geloso al vomito, ha assistito a tutta ’sta magnifica creazione. Come il Padre Dio e’ sparito, s’appressa ai due gusci-baccello e, per non dare nell’occhio… che intorno ci stanno sempre gli angeli custodi a spiare, si e’ incarcato sul capo una testa di montone con le corna a torciglione… e cosi’ combinato a pecorone… raggiunge le due valve spalancate e con una pedata: bam!, richiude il baccello spiaccicato.
All’improvviso maschio e femmina si ritrovano uno incollato all’altra appiccicati. Per il cozzo si risvegliano all’istante… si odorano… nello scuro si palpano… con la lingua si assaggiano…
“E’ buono!”
“E’ saporosa!”
“E tu chi sei? Sei un fagiolo?”
“Si’!, sono un fagiolo con un pisello!”
“Sei il mio doppio… uguale a me?”
“Non che non siamo uguali… io sono uomo!”
“Siamo imprigionati?”
“Stai cheta che appena siamo maturi ’sto coperchio d’incanto, s’apre da se solo.”
«Ma io non sono per niente agitata… mi trovo bene cosi’, mi sento addosso una gran dolcezza.”
“Anch’io…”
Per gioco si ninnano di qua e di la’… si strusciano.
“Mi fa un solletico strepitoso: Ahahah!”.
Gridano, ridono e miagolano con lamenti… respirano ansimando. PLAF!, si spalancano le due valve: “Oh siamo liberati!”
“Per carita’!” dice la femmina, “richiudi che sento freddo!” E PLOC!, con uno strattone, di nuovo si ritrovano abbracciati… e poi di nuovo aperto e poi richiuso… aperto e richiuso… aperto e richiuso…
“e’ uno spasso grande! Come si chiamera’ ’sto gioco?”
E la femmina con un languido sospiro dice: “Io credo che si chiami amore.”
“BEHAAE!” Il diavolo travestito come un pecorone, sbatte il capo sul terreno e bestemia: “Che fottitura! Io, il demonio, ho inventato l’amore! BEHHAE!”.
Un caprone che gli sta appresso s’arrazza a ’sto belato e gli va in groppa a montarlo. “BEEHHHAEE!” Fugge come un fulmine il demonio e si va a incornare con il capo contro a un roccione… le corna si infriccano salde nella capoccia… cosi’ che, in un solo giorno, il diavolo ha creato l’amore e ci e’ rimasto per l’eterno becco e cornuto!
Intanto quelli nei baccelli continuavano a fare l’amore… aperto e richiuso… aperto, richiuso… Riappare il Signore all’improvviso: “E che e’? Ma che razza di razza ti ho sfornato?” s’indigna e grida. “Ma che mollacciosa vita e’ mai ’sta vostra, che tutto il giorno abbracciati ve ne state… apri e chiudi, apri e chiudi! Dovete ancora inventare la ruota… il fuoco! Vi ho creati come figli miei! Creature del Signore siete! (Infuriato) E arrestatevi almeno un attimo di fare l’amore, almeno quando parlo!”
E a Dio gli girano i santissimi! “Sai che faccio? Vi divido! Vi distacco uno dall’altro, la femmina di qua e il maschio di la’ e vi sbatto in due continenti diversi e non vi rincontrerete mai piu’!”
“Non ci dividere Dio! Cosi, tu ci uccidi!” piangevano lacrime assai per il dolore.
“Che e’ ’sta bagnata sul capo?” grida il Signore.
Gli angeli spaventati, se ne fuggono… lasciano sparpagliato un getto tondo tondo di lacrime… e cosi’ nel cielo e’ nato l’arcobaleno.

SGRÂNÂMU SULLICCHJU, SULLICCHJA O COCCIUTA JÂNCA?

Collegamento permanente Inviato da v.s.gaudio il Sab, 06/19/2010 – 15:28

Tragedia tânguna in quattro interrogativi
di V.S. Gaudio

Personaggi:
SULLICCHJA MÂRCUNE
SULLICCHJA MÂRCA

SULLICCHJA MÂRCUNE
‘Mporgiamu?

SULLICCHJA MÂRCA
Tignâmu?

SULLICCHJA MÂRCUNE
Fušcamu?

SULLICCHJA MÂRCA E SULLICCHJA MÂRCUNE
Sgrânâmu sullicchju, sullicchja o cocciùta jânca?

FARFÂGNÂ ca cuttunija, mentre cala il sipario:
U grugnu sgrânâ, ‘a tasejella tignâ.

  • Nel gergo dei “quadarari”, l’ammâšcânte, “tângune” è il “tangaro” di Garzoni e il “tanghero” di Redi, villano, zoticone o contadino che sia;”sullicchja” è sia “fagiolo” che “fava”; “sullicchju” sta per “cece” e “lenticchia”; la “cocciùta jânca” è la “fava”.Dal “Dizionario Ammâšcânte-Italiano”, di cui a John Trumper, Una lingua nascosta, Rubbettino 1992, si rileva che “mârcune” è “marito”, “amante” e “mârca” è “moglie”. Quando questa chiede:”M’affigni ‘u sullicchjùnu?”, ‘u mârcune fa rispunnèlla:”T’affignu ‘u sullicchjûnu”, “ti do il fagiolone”, o glielo ‘mporgia, tigna o fušca.
    I primi tre interrogativi sono tutti la prima persona plurale del presente di tre verbi del “coire”, “fottere”, “scopare”. Il quarto, invece, a monte di tutto questo “chiavare” a parole, è dell’ordine del “mangiare”,verbo metonimico passato in lingua che fa “uscire i grani d’un frutto dalla loro sede”(DELI, di M.Cortelazzo e P.Zolli, Zanichelli 1999:pag.1522). “Farfâgnâ” è il “diavolo”, “ca cuttunija”, “che sta cucinando”; “grugnu”, in origine “muso”, “muso del porco”, è il “contadino”; “tasejella” è la “contadina” (ma anche una “varietà d’uva”) che “tignâ”, “fotte”, ovvero “pigia l’uva”  •
  • from: JacopoFo.com
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La luna ⁞ Aurélia Steiner a Praha la chiama “Justrusa”

Aurélia Steiner che sta a Praga e la macchina fotografica della Zangheri

 

di v.s. gaudio

 

⁞ photo by alessandro gaudio
Praga ⁞ © alessandro gaudio

Aurélia Steiner che sta a Praga

non è boema, la luna lei la chiama “Justrusa”

anche quando la indica nell’orologio astronomico,

che per lei è “’U cuncutrillu”,

Aurélia Steiner sta qui, aspetta la sera,

sta’mbruna, dice, fa stáfice

e quando attraversa la città lei passa di strìttuwa in strìttuwa,

un po’ di schipìciu,

in autunno quando compra caldarroste,

chiede “’i pruppituse du ruffu”[i].

 

 

Il cielo non è umano, ma c’è qualcosa forse più di questo cielo,

che non è il quadrante al neon del campanile della Città Nuova,

è quando le zingare oscurano il mondo con le gonne

e quando il poeta si guarda di nuovo intorno

le zingare stanno sedute accanto a lui una di qua e una di là,

di fronte a lui a gambe larghe sta lo zingaro

con la macchina fotografica nelle dita,

gli occhiali neri contro il sole guardano nel mirino della macchina

e le zingare si stringono a lui e guardano l’obbiettivo,

e poi lo zingaro che è il visionatore di Morin col palmo alzato

richiama anche l’attenzione del poeta e lui guarda la macchina

con quel sorriso spasmodico che hanno solo i poeti

e poi sente lo scatto della macchina

che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola,

così che il poeta comprenda che al mondo non dipende

proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto

desiderio, volere e anelito, come quando a Bologna la Zangheri,

per essere speculare allo zingaro di Hrabal,

nello stesso tempo in cui lui ne stava scrivendo

l’assolutezza anonima faceva il ritratto inesistente del poeta

con un’altra macchina fotografica in cui c’era la pellicola fantasmata,

Praga ⁞ © alessandro gaudio

dentro una galleria d’arte , fuori il cielo inumano sopra Bologna

e sotto nelle cloache e nelle fogne

scorreva tra acque di scarico e materie fecali

la neve di quel febbraio

così segreto, così rumoroso e così solo

 

Aurélia Steiner, questa quadarara che sta qui a Praga,

questa minéca che chiama “cuncutrillu” l’orloj,

in una stanza vicino al Convento di Sant’Agnese di Boemia,

guarda l’imbarco battelli che c’è in Náměstí Curieových.

 

E’ ritornata nella sua camera per scrivere al poeta.

Ha chiuso porte e finestre.

 

Sono le tre del pomeriggio.

 

Dietro la Vltava c’è il sole, il tempo è fresco.

 

Io sono qui in questa grande sala in cui faccio stáfice[ii].

Oltre la scursénta[iii], c’è il fiume.

 

E tu dove sei ?

 

Ti sei perduto?

 

Ti sei perduto tanto che io grido che ho paura?

 

i“Le castagne del fuoco”, in ammâšcânte; “strittuwa” è “strada”,”vicolo”; “schipìciu” è “sghembo”, “obliquo”, con quel taglio, una certa diagonalità di movimento o del portamento, che richiama l’apposizione di prima ,“’nteccata”, che è “delinquente”, che viene da ‘nteccare, che è “tagliare”, “incidere”, la “‘nteccata strocca” riflette in qualche modo un taglio maledetto, puttanesco, un segno, una piega, anche comportamentale o gestuale che è la parte maledetta di Aurélia Steiner. Per la lingua nascosta dei quadarari  e anche per l’utile dizionario Italiano-Ammâšcânte e Ammâšcânte-Italiano annesso, cfr. John Trumper, Una lingua nascosta, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 1992.

ii “sto”.

iii “finestra”.

 

► da:

 La Caggiurra di Praha

 Aurélia Stuart Steiner alias Furgiulia Cuticchjùna

La Stimmung-ammašcânte con Bohumil Hrabal 

sulla morte della letteratura

© 2009

 

 

La cerniera dell’orizzonte.

la cerniera dell'orizzonte

qui la siepe su questa linea

del pendio, il tuo podice che tiene

al punto in cui si curva il giunto, u chignju

dove i corpi si mischiano, dove si

articolano e si parlano toccandosi con la

capocchia il buco che va fino al grigio

in cui la camicia verde e i blu jeans

hanno lo stesso inizio

l’orizzonte quasi sutura o cerniera

dei tuoi jeans in un solo tratto asse

di legno dove la linea del tuo coccige

cavalca filo sottile o confine di pieghe

che più denso dove si fa cavo, cannitu e trunante,

o stretta indicibile o semplicemente lunga

e umida tenendosi all’altra estremità

tra saliva e mucosa luccichio dell’impalcatura

che nel lampo del varco debitamente s’immerge

da▐ U Togu du Marsianu

Il Kamasutra del Furguwune silano ▌

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Come per Shummulon vs Shumullar[FLa Stimmung-Shqip con Samuel Beckett, Rockaby], in cui loShumë albanese del superlativo assoluto “molto” veniva congiunto sia al sostantivo mulë(=mula) per farsi “shummulon” sia al sostantivo mullar(=pietra da mulino) per farsi “shumullar”, la Stimmung-Ammašcânte, che è letteralmente la Stimmung in ammašcânte, la lingua nascosta dei quadarari, in questo caso silani e presilani, produce con U Togu du Mârsiânu non lo “sciumullìo” ma ilfurguwune[leggi: furguggûnë ; ma anche: furgugghjûnë], cioè la “masturbazione” che, come inCosmo di Gombrowicz, dove è il ti-ri-ri del Berg, cioè il bembergamento di un berg contro un berg, il berbergamento di un bemberg dove ci si sbemberga e si va a tutta birramberg, nella Stimmung-Ammašcânte, dove in effetti viene formalizzato ventisette anni dopo, come Leo Wojtys in Cosmo, che formalizza il segreto imberbergamento, cioè lo ritualizza e lo esprime ventisette anni dopo l’immagine fulminante, e dove in effetti, come nel Berg di Leo, “i colpi dell’artiglieria sono importanti. E non meno il tocco delle campane”, come si rileva rinvenendo la bocca di fuoco, e la minchia, del cannone di Parrott ma anche, per la posa fotografica della bembergata, l’attesa o lo stato di preghiera affine alla mantide religiosa, del cui tocco di campane riferisce Salvador Dalì in Il mito tragico dell’Angelus di Millet[i].

V.S.Gaudio ■ Il Kamasutra del Furguwune silano

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░ Stando così seduta

in seguito stando così seduta

pare che ti alzi in piedi versando

il verde da cammisa colma che raccoglie

il blu con il sapore e ‘u  melu du pilu

e il tatto, l’odore del tuo limo che unisce

e ricollega un intervallo senza misura

questo meridiano pieno di suoni e di alberi

sotto la calda frescura con l’odore d’acqua

e di sudore e di pilu ‘mpracchjato

 

 

da U Togu du Marsianu

░ Se alla curva du culu un taglio

se alla curva du culu un taglio, l’ǔgna

che vicino ari camaggi di mmuscitta chiazze di sperma

l’odore du chignju che versando il segreto doppia

e impracchja verde e azzurro e sapore di pilu

che viene per di più e di già

sott’u jirito schiocca pieno di cianciarusu di vulla

e sapore dello gnomone che è bagnato d’umori e di minchia

 

 

di fronte c’è Torre Mellaro e più in là Cavaliere

in questa altezza di 1405 metri sospesi sopra la minchia

colano sul luogo, sull’erba sperma e miele di femmina

che si immergono nell’azzurro e nel verde

ciascuno fatto di legno e carne, fica e culo

quasi indiscernibili, tanto che il senso si mangia

nella controra e fa eco al suono vento a caso

al prato con la merda di vacca, al legno

bagnato su cui stai seduta forgiando u ddrugu

 

da▐ U Togu du Marsianu

 

 

░ L’azzurro dei cavalcanti

▐ spogliandoti , o semplicemente abbassandoti i jeans, sulla staccionata come del tuo nome che essendo di legno entra nella frescura e rigirandoti in modo che piegata sulla pertica ruotando nell’ombra che di traverso taglia l’orizzonte del culo, così cambiando l’ordine scambiando l’attesa in offerta protesa tanto che la minchia gonfia questa anima del cannone di qua e di là a fondo valle enormi steri ammucchiati di escrementi solidi e scuri sparando bordate di wenza toga sul verde della tua wima questo abbia prima della sera l’ombra piatta del bagnato e l’azzurro dei cavalcanti soffochi tra peli e sborra nella macchia madida che cola o stilla sui bbalbuselli e si spande fino a che arrotondi i tratti obliqui dei trenta gradi prima del tramonto riga che ha succhi, acqua, rami del verde, shcuma di proffia sul legno su cui sfreghi l’odore pieno la scrittura della tua tuféra inzuppata a195e-partcoolio   da▐ U Togu du Marsianu

░ Questa ombra più colma di azzurro

le parole e le voci di ragazzi e di altre donne

sono interrotte dall’albero che taglia l’aria

questa tua forma che pone il verde e il blu dei jeans

che separa e ‘mbratta il meridiano del podice

l’erba tagliata e il concime di strunzi gruossi

di murfusune per nutrire il paesaggio

 

la macchia secca del tessuto, questa ombra più

colma di azzurro sul buco in cui il verde

contro questa linea che va tagliando ‘u sule

non c’è vento troppo largo per bere la polvere

né lampo di luce o linee più chiare del tuo podice

il suono scende anche per gradi

la montagna,’a spaccusa, lo preme e poggia sulla staccionata

l’aria si volta e la tua carne bardata s’impracchja

su per le gambe e più su si gonfia ra cammisa che

ha un sentiero tracciato ad altezza  da finestra

fino in fondo supr’a peddra di minne  e di jirita

ca ‘u munnu  tengono sulla linea del tuo meridiano

 

da▐ U Togu du Marsianu

░ Su questa linea l’orizzonte quasi sutura

qui la siepe su questa linea

del pendio, il tuo podice che tiene

al punto in cui si curva il giunto, u chignju

dove i corpi si mischiano, dove si

articolano e si parlano toccandosi con la

capocchia il buco che va fino al grigio

in cui la camicia verde e i blu jeans

hanno lo stesso inizio

 

 

 

 

 

l’orizzonte quasi sutura o cerniera

dei tuoi jeans in un solo tratto asse

di legno dove la linea del tuo coccige

cavalca filo sottile o confine di pieghe

che più denso dove si fa cavo, cannitu e trunante,

o stretta indicibile o semplicemente lunga

e umida tenendosi all’altra estremità

tra saliva e mucosa luccichio dell’impalcatura

che nel lampo del varco debitamente s’immerge

 

 

da▐ U Togu du Marsianu