La lettera senza sigillo e l’oggetto “a” senza metafora │V.S.Gaudio

    Lebenswelt con Giorgio Manganelli sull’ anamorfosi della passione astratta

  1. Questa donna che è entrata in una Stimmung-Twitter, tra le quattro persone che il poeta quel giorno aveva visto, in realtà cerca di dimenticare il poeta, per non coltivare quello che lei chiama, con un termine allo stesso tempo semplice ed estremo, “la leccata della lettera senza sigillo”; e anche l’uomo che di giorno, quando passeggia, capita spesso che la veda passare in macchina, da tempo non le dedica più alcun pensiero, né, negli ultimi anni, si è mai sorpreso a dedicarle pensieri sconci. Non hanno mai parlato di tutte quelle cose indifferenti, figuriamoci se di cose importanti se non estremamente generiche, quando la donna si è soffermata più del dovuto, come prescritto dalla sua funzione, è lei, nell’ambito della consegna prescritta dal suo ruolo,che ha sottolineato, quelle poche volte, predisposte dalla situazione più circoscritta sia temporalmente che territorialmente, certe astrazioni sul plico o il prodotto dato in consegna. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, affettivamente deserte,una volta, almeno un lustro prima, un tocco delle loro mani, così lieve quasi sussurrato come una biffle, senza che mai lei potrà capire o concepire cosa possa essere, chiamata così, ma l’avrà senz’altro pensata e fatta nei pensieri sconci centinaia di volte, per via del fatto che in quel deserto affettivo la potenza mentale è intensa. Ma come si fa a dimenticare ognuno le astrazioni dell’altro? Il loro cruccio è di non averne parlato fra loro, e nemmeno quando si sono sfiorate le dita si sono fermati più a lungo del dovuto nel tocco, semmai lei avrebbe voluto trattenerlo o rinserrare addirittura quello che lui chiama il (-phi) e quantomeno sfiorarglielo a fior di muso, non certo il (-phi) che lei non saprebbe nemmeno leggerlo ma più sostanzialmente quel che lei, quando lo pensa, lei lo chiama come lo chiamano i quadarari “nu ‘mbrugliu e minzi”, come dire che gli dà il peso di un chilo e mezzo e quindi altro che libbra di Lacan per l’oggetto “a”, son quasi quattro le libbre che lei gli soppesa e gli suggella. In alternativa, avrebbe voluto compiere un gesto in qualche modo illecito, quello a cui lei pensa sempre nel suo piacere singolare: avvicinare la mano al (-phi) e soppesarlo, o rinserrarlo, o fargli la leccata, stando in macchina, del francobollo, è questo il gesto illecito che ormai li riguarda, lei non sa che il poeta, per di più, ha un altro gesto illecito che vorrebbe compiere: farsi fare la consegna a shummulo tra il mare e la ferrovia. Tanto che, ormai è evidente, di nuovo lei, dopo anni di assenza, gli è riapparsa nel tratto che lui percorre nella passeggiata di mezzogiorno e non gli ha confessato, ridendo, di sentirsi complice casuale di un delitto che, in fondo, è estraneo ad entrambi ma che entrambi hanno commesso, e che, confessandolo, non è sicuro che in quel momento il (-phi) del poeta possa innalzarsi al meridiano e pesare quelle quattro libbre che lei vorrebbe imbucate. La realtà è questa: questo delitto estraneo a tutti e due li interessa enormemente. Fin quando la loro vita è molestata dal transito di figure astratte, di ipotesi inafferrabili, di biffles inconfessabili, di imbucate incontenibili e inattuabili, che non riescono né a sciogliere né a rendere compatte, ciascuno dei due passa all’altro le proprie astrazioni, e per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata, le astrazioni, ma anche le mani e il muso, la pelle tra muso e culo della donna e il tegumento delle mani, si sono saldate in una trama che, ora, li lega, sebbene essi si sentano, ad ogni altro livello, del tutto estranei; estraneità che fa parte, è anzi uno dei centri, o forse semplicemente il centro, come se fosse il centro di quella pelle e del podice, il muso di quella macchina di astrazioni, dalla quale entrambi sono travolti, per questo, a volte, è successo che lei, transitando fuori dall’orario della sua funzione, lo abbia gaudiosamente salutato con lo shofar del suo clacson. In questa lunghezza dei rispettivi piaceri singolari, che non sono per questo sistema di astrazioni mai nella densità della passione, non essendo essi stessi passionali, hanno avuto, questa donna e il poeta, la strana sorte di essere sospinti verso un’esperienza passionale che non tocca né il corpo, né le parole, né il futuro, né il passato. Lentamente, astrazione contro astrazione, ci sarà ancora una volta in cui, con i transiti giusti al Medio Cielo e all’Ascendente e la parte araba dell’Heimlich e della Tentazione, lei si fermerà per toccargli la mano con le sue dita come se volesse rinserrarlo o misurarglielo il (-phi), così eroderà l’immagine dell’altro, e poi, cancellata l’immagine, espulsa dalla propria vita la figura dell’altro, quel poeta sulla strada che fa la passeggiata di mezzogiorno, resterà quella trama della passione astratta, quella bizzarria del destino, che, essendo così dentro il suo centro tra podice e muso, e tra pelle del culo e mano, è impossibile che un giorno, finalmente, la figura dell’altro così estraneo non venga definitivamente imbucata e consegnata.
  2. Nel tempo siderale locale che si è fatto durante la passeggiata di mezzogiorno del poeta, che è calcolato su un percorso di venti minuti, anche con il libeccio forte, in questo caso può essere il percorso allungato di 3, 4 minuti, ammesso che il poeta abbia la prescritta giacca a vento e il berretto sia in linea; nel percorso di venti minuti non è incluso l’acquisto di un quotidiano, che, oggi giorno, non serve più a niente, son finiti i tempi in cui, dopo aver attraversato il bosco, si portava sulla carrareccia a fronte mare e all’edicola stagionale prendeva il venerdì, prima, e il martedì, dopo, il quotidiano per cui curava la rubrica dei Test; quantunque il quotidiano, contenendo quotidiane cronache di efferatezze e scelleratezze dovute ai verbali di oscuri carabinieri di provincia, possa fungere da calmante, se non altro nei periodi più nervosi e collerici del suo bioritmo. Al 14° minuto di strada, mentre pensava che in effetti cosa aveva correlato il transito del Nodo lunare sul suo mezzopunto Mercurio/Plutone se non una dilazione nel suo assetto libidico di alcuni oggetti “a” regolarmente usati e shummulati, fu superato da questa donna che, con l’indicatore deittico mobile dell’automezzo, lo avvisò che doveva dargli in mano un prodotto a lui afferente direttamente o indirettamente. Tanto che questo accadde dando i numeri 14 e 42 come tempo siderale, numeri a cui poi la trama di questa Lebenswelt indicibile fanno capo anche nella Centuria di Giorgio Manganelli[i], tanto quanto nel cosmogramma del momento in cui si ha il tempo siderale con questi numeri, essendo visibile in esso che il mezzopunto Mercurio/Plutone del poeta si è scollato e Mercurio transita al Meridiano mentre Plutone è al Parallelo dal lato est, all’Ascendente, il punto in cui l’attante femminile ferma l’automezzo uscendo dalla linea retta della strada e del Meridiano che porta a nord. Non ci fu nessuna esplosione, né vi era in atto, nel loro paese, una qualche guerra civile, per quanto in Spagna si stesse discutendo proprio di questa opportunità. Né si può dire che due minuti più tardi, a consegna avvenuta, il poeta o quella donna possano aver sentito un’altra esplosione, e poi qualcuno, passando in macchina, aveva urlato ch’era saltato in aria il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, che, in effetti, era dal tempo delle cartoline di precetto militare che non esistevano più se non nel Distretto Militare, che non c’era più, di Catanzaro ancora nel secolo corrente e per chi aveva optato per il servizio civile. Non accade niente, né rapidamente si seppe che il Ministro tal dei tali fosse stato fisicamente defenestrato o incasellato quello dei Trasporti, per via del punto focale della fermata e della consegna.

Ho voglia di toccarvi un po’ la mano

e di vedere come siete cresciuto

in quella vostra cera di piovano[ii]

mentre teneva in mano il prodotto ch’era scollato e quindi aperto a due labbra, il libro a due labbra, pensa il poeta, ha la stessa grana di pelle di questa mano di femmina che ha voglia di toccargli un po’ la mano e vedere quanto è cresciuto il (-phi), se non tenerglielo in mano, quantunque lei accennasse al prodotto manomesso: che è scollato il libro a due labbra, è questo che gli enunciò, vedete che le due strisce , le due labbra, sono aperte? O forse , semplicemente, così seduta, con le gambe un po’ aperte, per la  lettera, così aperta e scollata,  alla lettera fu richiesta il suggello: non è chiusa con un sigillo, gli disse, vedete? E con la mano gliela mise in mano. In quel luogo comune, pubblico, e allo stesso tempo non praticato, dismesso e perciò più segreto e particolare, o asciutto, non naturale.

DSC_4054

+ │Quest’altra posa di Mila, invece, prefigura la numero 1, che è il numero 42, dei minuti del tempo siderale locale(=14h42m), che, nel Foutre anzidetto, corrisponderebbe alla posizione numero 1(=42-totale posizioni 41=1), quella denominata “del buon modo antico”, che, in effetti, è speculare alla 14: la 1 è frontale; la 14 è dorsale. Nella fantasmizzazione della passione astratta, i due attanti passano incessantemente, nella stessa scena, dall’una all’altra, per l’incollatura doppia e la successiva imbucatura, una volta nella buca posta qua davanti e l’altra posta là dietro.

  1. Tra pelle del culo e mano, il paradigma della passione astratta passa di mano in mano, il ruolo della donna della consegna rimane quello, una codificazione fiscale del servizio, il centro della figura dell’altro, così arruolato, sarà sempre, per il poeta, tra podice e muso, così seduta, la rotazione e la mano, o il muso, se non il naso e il tegumento della faccia, con quella pelle del culo, così imbustata, così dentro il proprio ruolo, la pelle del ruolo, una sorta di divisa in faccia, tra muso, naso e mano, e la pelle, che è la carta, o la busta, del culo: in questo mondo della predestinazione dell’Altro, scrisse Baudrillard, tutto proviene da un altrove[iii], anche la carta e quella mano, e quella faccia, il muso, la pelle della faccia e del culo, provengono dall’inumano, dagli dei, dalle bestie, dagli spiriti, è l’universo del fatale che non ha niente a che fare con lo psicologico: il poeta è estraneo a sé stesso mentre questa donna, nel futuro, che sarà diventata un’altra e più giovane, non sul sedile della macchina ma su quello di un ciclomotore, viene interiorizzata, e questa sua estraneità a se stesso prende tra l’altro, e l’altra, la forma dell’inconscio, che, come riteneva la Kristeva, nel mondo del fatale così messo, non esiste. Il tempo siderale locale, quando è così fatale, per il poeta, cancella la prescritta forma universale dell’inconscio, ed è per questo tempo così fatale che questa donna, e quest’altra che verrà, avrà l’attributo di un’istanza perfettamente inumana, che serve, al poeta, per essere liberato della forma universale del suo oggetto “a”. Che non ha più una forma psicologica, ideologica e morale, né ha una metafora che la correli all’Altro né che l’Altro, di cui ha una codificazione nel sistema fiscale del proprio territorio amministrativo, gli alimenti la figura con la propria metafora. Non è che l’annientamento della vita privata, ecco perché è tutto così inquietante, così dentro l’Heimilich dello spazio ristretto praticato quotidianamente e ripetuto di giorno in giorno, di anno in anno,  l’annientamento da parte della longitudine e della latitudine, il corpo per questa localizzazione così evidente e ripetuta si stanca di non sapere dov’è e la mente lo colma della sua assenza: è la deterritorializzazione, o l’anamorfosi, se vogliamo, della passione astratta, che è fatta della pelle del culo e di quella faccia, della mano e dei suoi gesti, e della lettera, che ha la distanza dell’esilio, per questo si conosce l’identità del poeta ma il poeta disconosce l’identità, adesso e sempre, di chi ha lo sguardo che sfugge all’illusione dell’intimità, così fotografico in quel preciso tempo siderale locale,e quindi in quel determinato e fatale spazio, ha un bagliore così impotente, ignorante e stupefatto,vuole essere colta direttamente, violentata lì per lì, in quella relazione geometrica, illuminata nel dettaglio, tra faccia, muso, mano e seduta nella sua qualità frattale, la pelle del culo che la interrompe come soggetto e interrompe il mondo, lo spezzetta, lo ingrossa, questa istantaneità artificiale così fatale perché tradisce il fatto che non sa chi è, non sa come vive, e il poeta stesso ne ignora la precisa identità fiscale, essendo così immobile, l’immagine, prima non avrà alcuna dimensione, e, poi, a una a una, ognuno degli attanti, la donna, quella del servizio, e quella che le subentrerà, e il poeta, aggiungerà di nuovo tutte le dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, le unghie delle mani, la profondità, il tempo, la continuità, il senso della carne, la pelle della faccia e del tergo. In silenzio nell’immagine così immobilizzata.│ v.s.gaudio

[i] Cfr.la numero Quarantadue, sulla cui struttura è essenzialmente costruita questa Lebenswelt, e, quindi, la numero Quattordici, in: Giorgio Manganelli, Centuria.Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli, Milano 1979.

[ii] G.Gozzi, Rime burlesche, metà del XVIII secolo.

[iii] Cfr. Jean Baudrillard, L’irriconciliazione;  L’esotismo radicale; in: Idem, La trasparenza del Male, trad.it. SugarCo Edizioni, Milano 1991.

image002

 │La posa di Mila sulla old car prefigura la numero 14, che correla l’ora del tempo siderale locale, del Foutre du Clergé de France, che è il “Nuoto a rana”, come allegoria dell’incollatura o della produzione della colla necessaria alla sigillatura della Lettera.

Annunci

I NUOVI OGGETTI D’AMORE ▬ V.S.Gaudio

SHUMILLA;YUKIKO;AUBERGINE NELSON;AURELIA MAZZACANE;QUEL PRODIGIOSO FENOTIPO CANAVESE;TAMARA TAYLOR/CAMILLE SAROYAN;JULIE GAYET;KRISTIN LEHMAN/ANGIE FLYNN;LAURA MORANTE/BIANCA…

Leggili su Uh Magazine

La briccona fourierista│I nuovi oggetti d’amore

Tienila Sotto

La Briccona Equilibrata e Diplomatica

In questa storia che avrebbe potuto costituirsi come piacere singolare alla Harry Mathews, in un determinato luogo del mondo, ad Adelaide, a Praga, a Torino,se non a Palermo o sull’isola di S.Pietro, anche a nord dello stretto di Bering o nello stretto di Malacca, che passò in un’altra  Lebenswelt dell’Aurélia Steiner del poeta[i], una giovane donna festeggia il compleanno masturbandosi per la prima o la millesima volta. Ma non è quella donna di Hyderabad, che era più attempata, e la cosa le ricordava le colazioni durante la guerra di Cina, quando il marito era al fronte[ii]. La giovane donna, che è nel piacere singolare del poeta e lui solo sa dove si trova,  di sicuro  potrà masturbarsi , la prima o la millesima volta, facendo colazione con una speciale marmellata connessa a quella che è la passione, secondo Fourier, connessa al suo segno zodiacale, quello solare, per quanto è dato sapere al poeta. Il poeta è ormai nel contro-freudismo: il sentimento non è la trasformazione sublimante di una mancanza ma al contrario l’effusione panica di un appagamento.

[i] Sulla base dell’Aurélia Steiner di Marguerite Duras.

[ii] Cfr. Harry Mathews, Piaceri singolari, trad.it. ES, Milano 1993: pag.27. Per Harry Mathews  e i suoi Singular Pleasures[P.O.L. éditeur 1983], l’ipotetica città della BED e Chambéry, leggi La Sirène-Une Telle à Chambéry, che , tratto da Chambonheur │© 2006 era stato esposto nella mostra tematica Sirene, tenuta proprio nel 2009  a Catania, connessa con la città della Savoia per via dell’elefante, tanto che il personaggio Valérie Andesmas, di Marguerite Duras, si trasmuta, nel personaggio di V.S. Gaudio, in Sirena-Diotru.

(—)

Leggi tutto su Uh Magazine

La parte riservata e l’ottavo sabaudo▐ Ellsworth Kelly, Roland Barthes, Charles Fourier, V.S.Gaudio

Ellsworth Kelly│ White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

La transizione del podice sabaudo alla Crocetta.

Lebenswelt con Ellsworth Kelly, Charles Fourier e Roland Barthes sull’ottavo nella città della Ruota

 

La donna che appare di punto in bianco o in rosso

non è vestita di rosso, ha un abitino chiaro quasi a pois

col cinturino e il passo tra bianco e rosso

quella linea nera delle scarpe quella linea così

puntuale all’appuntamento col poeta in quell’ora

quel momento quel giorno allora alla Crocetta[i]

quelle mutande tese in un qualche luogo segreto

intanto  che in quel momento così dentro

la linea meridiana di punto in bianco

tra nero e rosso, nero sotto e rosso sotto

e sopra il rosso il nero stava sotto

il bianco che è un po’ consumato

questo sottile piacere che monta

dalle scarpe quel suo passo più rosso

di così,  così preciso così assoluto

così assolato così interpretato

così vissuto che non si può dire

altro né mai si dirà altro tanto

che pur avendola rincontrata

non le si potrà mai dire altro

che non incontrarla più

di punto in bianco

né in rosso o in nero per via

del cinturino e delle scarpe

e gli occhiali da sole è tanto

che aspetti avrei dovuto

sussurrarle toccandola basso

per via di questo rosso sotto

il nero per via delle sue mutande

bianche per via della carne del tergo

per il suo podice così rosso sotto

il nero sotto il bianco così sabaudo

avrei scritto quarant’anni dopo

che come in qualunque classificazione

di Fourier c’era una parte riservata

che è il passaggio, il misto, la transizione,

anche il neutro, rileva Barthes[ii], la banalità,

l’ambiguo, e infine diamogli il nome del

supplemento, e naturalmente non posso

non dire che quella donna con quel culo

alla Crocetta[iii], quell’apparizione, quel

passaggio, quella parte riservata era

nel conto, l’ottavo della collezione

sotto il bianco sabaudo questa estensione

del nero sabaudo sopra il rosso

la parte legale dell’errore, nel mio bioritmo,

nel suo, un calcolo di felicità, per Barthes,

un calcolo di gaudio, per me, l’errore è

immediatamente etico per via del tocco

e del suo podice, nella Civiltà al mercato

della Crocetta oltre la metà di quel giugno

e nella prima metà di quel luglio alla Cittadella

quando quell’ottava parte del mio (-phi) sabaudo

ritornò al passaggio al meridiano, transizione

tra il cinturino nero e le scarpe nere

e l’identico passo del medesimo culo sabaudo

un vago riconoscimento di un possibile

scarto tra il mio ciclo Fisico e il suo, lei

transita in un altro mercatino da una

classe all’altra, e mi lubrifica l’anima

del mio apparato combinatorio perché non

cigoli il (-phi) perché fluidifichi il suo animus

mai così rosso premuto dal nero e sotto

il bianco che è sempre lo spazio del neutro,

tampone, o punzone, ammortizzatore

che soffoca, addolcisce, segna ossessivamente

l’alternanza paradigmatica del suo passo,

che, come scrisse Barthes, dev’essere la

transizione che si può chiamare nocepesca,

in mezzo tra susina e pesca, ottavo del mio

(-phi) e ottavo del suo animus, mai così scandalosa

per quelle strade del passaggio sabaudo e mai

così inclassificabile se non quarant’anni dopo,

in quello spazio del neutro, del supplemento

di classificazione, con quel culo senza nome

e codice fiscale che collega i regni e le passioni,

i caratteri, 810 di quel podice e 810 di questo

(-phi) nella losanga di Lacan, eravamo a Torino

nella Civiltà Meccanica della Ruota l’ultimo

degli Scalzacani nella transizione del podice

torinese, forse nella meccanica ebrea, cabalistica,

così precisa e matematica, lingua pura del

combinatorio, del composto, cifra stessa

del fallo e del gaudio, che, in Civiltà, scrive

Barthes per Fourier, sono banalità, transizioni

e passaggi della banalità, e giustezza del

funzionamento, che l’errore dell’ottavo

esalta e garantisce sotto il bianco il nero

il rosso di Ellsworth Kelly[iv] il culo della giustezza

torinese e forse ebraica, se non valdese,

per come si oppone alla media, anche

nella formula del calcolo semplice di Fourier

degli 810 caratteri: la popolazione 41 anni fa

della città divisa per 810 e poi il Neutro

dell’ottavo per via del suo passo così bianco

sopra il nero sopra il rosso del suo podice

e le gambe che per quelle vie sviano sempre

il senso, la norma, fanno prendere a noia

il medio, per quanto questo come dito medio

possa essere il meridiano e il (-phi) del poeta

nella transizione che è fuori norma

fatta a piedi da chi passa senza ruota

con quelle scarpe, sotto, il cinturino

sopra e l’animus nero degli occhiali

da sole che come la nocepesca

si colloca fra la marca e la non-marca

ammortizza l’opposizione degli occhiali

da vista del poeta e l’occhio, del culo, della donna,

quell’ottavo che innalza il (-phi) in mezzo

sotto il rosso, sotto il nero, sotto il bianco

carezze di percorso o ricognizioni di terreno

in quest’inganno della Civiltà che

in quel bel mezzo, in quel passaggio,

misto e ambiguo supplemento produce

di qua la felicità per via del cinturino

e la pelle del composto e di là il gaudio

per l’intermedio e la giustezza dell’errore

che riempiono il sistema e fanno il piccolo

numero del senso sviato per 41 anni

anche per gli ambigui “pomodori molli[v]

un po’ come il pesce-volante, i crepuscoli

duplicità dei contrari e transizione allora

che impedisce la monotonia in amore e

ragionando in contromarcia come Fourier

sotto o dietro quel rosso l’elastico delle mutande

e l’elasticità del podice nell’ellisse

forse del ciclo Fisico ha un rosso duplice

e anche l’ottavo stesso dei pomodori[vi]

che lei ordina al mercato al tocco del poeta

nello spazio del neutro, geometria che

collega il regno e la repubblica, le passioni

e i 1620 caratteri dei due attanti

[i] Cfr. V.S.Gaudio, L’esemplare d’obbligo che liquidò Aurélia Steiner, Uh Magazine 5.2013

[ii] Cfr.Roland Barthes, La nocepesca, in: Fourier, in:Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977.

[iii] La costituzione morfologica corrispondente all’oil on canvas “White Black Red” di Ellsworth Kelly, quell’ottavo torinese degli anni settanta alla Crocetta, e poi in via Cernaia fin in via Cittadella

, con quel cinturino nero ha quasi la stessa parte riservata di mesomorfa così come fu fotografata per Aurélia Steiner Corsicano, quella di Aiacciu, visibile qui in una stazione ferroviaria. Leggi tutto il testo su il cobold”.

[iv] Ellsworth Kelly, White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

[v] Cfr. TORINO E I POMODORI INEFFABILI DI SAN GERVASIO.

[vi] Vedi anche Calendario del Bonheur su Uh Magazine, sempre tratto da: V.S.Gaudio, Chambonheur, leggi l’Uh-Book su Issuu.

v.s.gaudio

Il capezzolo e il Ministero dell’Interno □

In memoria di Philo(- )Apic(…)

Wordle di I. E intanto venne giù la sera

 

I.

La mammella che mi allattò fu la stessa

che dette il latte al mio grande amore,

e quando poi la donna  era ricoverata

in quell’ospedale dove ci eravamo recati

a far visita a un’altra donna, successe

che lei volle vedermi e allora fu come

se il suo Geist, che era anche il suo latte,

per via della mia pulsione orale,

riconoscendo quel fenotipo

che s’era fatto poeta ed era colonna

della The Walt Disney Company Italia,

come d’altronde lo era anche il suo amore

che aveva bevuto lo stesso latte,

condensasse, in quel momento,

la sua storia di Muttermilch

e la storia del nostro amore,

e intanto venne giù la sera.

Wordle di II.La sera di Muttermilch

 

 

 

 

 

 

II.

La sera di Muttermilch non si può dire

che avesse un campo omogeneo, difatti

noi non ne abbiamo un quadro e nemmeno

un particolare isolato e delimitato, un ritaglio

della coscienza mistica o allucinata, la visione

delle sue mammelle, che potremmo dire che

fossero di una bellezza così meravigliosa che

ci è impossibile darne un’immagine, nonostante

questo l’immagine di Muttermilch è separata

solo nella misura in cui è articolata o nella

misura in cui noi la possiamo articolare,

è una veduta, come l’immagine negli Esercizi

Spirituali di Ignazio di Loyola, che, lo scrisse

Barthes, va presa in una sequenza narrativa,

la veduta nella valle di lacrime, in un ospedale

in quella sera da cui viene tagliato il discernimento

del crepuscolo e quindi l’articolazione non ha

quasi nessuno dei suoi schemi verbali necessari:

né suddividere, né classificare, né numerare in

annotazioni, meditazioni, settimane, giorni, ore,

esercizi, misteri, né distinguere, né separare, scartare,

limitare, valutare, riconoscere la funzione fondatrice

della differenza, c’è solo il gesto della discretio, che

non è la discreta caritas, è proprio il gesto della

nostra discretio gaudiana e questo quadro in cui

Muttermilch che non si sa perché le ho dato

questo sostantivo-archetipo tedesco, forse

perché il suo nome era speculare al (-phi)che

ha comunque matrice freudiana o forse perché

aveva, quella mammella, l’ agudeza nominal

che produce sì un vuoto ma ha la somma

ambigua di una annominatio dialettale che

strappa la liquidità della matrice orale della

madre del latte.

Wordle di III. Il deittismo del capezzolo e il Mistero dell’Interno

III.

Questa mammella, questa pelle, questo

capezzolo, ese pezón, il deittismo del capezzolo

è rinforzato dal mezzo che lo trasmette: l’immagine

del latte, l’immagine è per natura deittica,

designa, non definisce, non nutre;

c’è allora un residuo di contingenza,

che può essere segnato a dito o succhiato

il senso è in materia non è in concetto

collocandosi tra la pulsione orale e

il nome, pezón, mi preparò il Ministero

dell’Interno dal futuro questo capezzolo,

la forza della materialità, la parrottologia

dello stato, e la mia corporeità strappata

tra l’anamnesi di questa mammella e

quella tagliata dell’altra madre, verso

il referente, come quando mi pubblicarono

un libro e attentarono al mio Esserci, per

il fatto che l’editore era il legno della croce

materiale, come se con quel referente

la crudezza del mio nome freudiano

debba essere contenuta dal più piccolo

e la costrizione  sia l’estinzione del

paradigma del nome, dal giubilo all’

umiliazione, dall’effusione al timore,

dal vanto e la lode alla vergogna,

ma la cifra del capezzolo è sempre

la cifra immediata del desiderio,

ese pezón , esa mama, esa piel,

ese nombre, ese nombre falso.

L’ELONGAZIONE LILITH-NETTUNO SUL RETICOLATO RAPPORTATORE AQUINO: io e il mio amore che abbiamo avuto la stessa mammella nell’ Orangerie di Mia Nonna dello Zen

IV.

In questo paese, siamo io e il mio amore

ad aver posseduto ciascuno la mammella

che era indispensabile all’altro, e di cui

il succhiatore non sa che fare, o che ignora

al momento d’avere; e la mammella

che ci era indispensabile ed era di Albidona

come dire che poteva essere quella

della Madonna del Càfaro e la nostra

pulsione orale ebbe dunque lo stesso

pezón che era ciò che è indispensabile

a colui che sta succhiando a meno che

non ne abbia già fatto richiesta

l’altro questuante anche se non lo

detiene e a questo punto chi si

metteva a rintracciare quella mammella

che detiene il latte indispensabile

all’una e all’altra bocca, e arrivava

a dorso di mula la balia da quel

luogo dell’ammašcatura e della

carbonella o intanto che allattava

le fu data locazione a metà strada

tra le due pulsioni orali?

E fu per le sue “cibbèrne” che

avendo questa doppia capacitanza

se ne cavò la famosa “cibbia”

per irrigare gli aranceti di cui alla

mia ascendenza catastale?

 

 v.s.gaudio

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë ⁞ La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny

La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny│”La scoperta della lentezza” © 1983

 

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë La conclusione della spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

 

(…)

Ebbi l’eccellente idea di inviare Antonio Mundo con Faluccio de Gaudio, o Gaudio, a  Forte Pozzofetente, per occuparsi della fornitura di provviste promessa. I due partirono di malumore, e d’un tratto la pace regnò a Fortë e Shalë i mashtrimi.

Gli indiani cacciavano. Le donne badavano a cucire i vestiti invernali. Gaudio, compatibilmente con il tempo che gli lasciava Calza Rossa, costruì un forno che con la legna funzionava in modo più economico di un camino aperto.

Saverio era sempre più innamorato della bonazza indiana:” E mirë – mirë[i], dicevano gli arbëresh menandoselo tra gli alberi. C’erano lacrime di gioia nei suoi occhi quando la rivedeva dopo poche ore di separazione.

I-Kallam e io non dicevamo niente in proposito. Pensavamo che il fatto fosse troppo fuori dal comune per poterlo liquidare con ovvie obiezioni. Calza Rossa era una stella di terza grandezza, noi parlavamo di altre cose: la bussola, le stelle, il sestante, i segnali con cui noi scalzacani ci intendevamo da una grande canoa all’altra, le feste, il Paolo di Maggio e le leggende indiane di Alessandria del Carretto.

Presto fece terribilmente freddo. I-Kallam aveva avuto ragione.

Tranne Saverio, tutti di tanto in tanto soffrivano molto. Non restava che scivolare di soppiatto tra gli alberi più su al Piano dell’Alpe, anche se Dio e gli indiani vedevano tutto. Un giorno, quando Aïno tornò dalla caccia senza preda e diede a intendere di non aver visto niente, Qesharak, con il suo naso a patata, disse imperturbabile a Cristofaro Gaudio: “La selvaggina c’era, ma quello che aveva in mano l’uomo delle Tre Bisacce probabilmente non era un fucile.” Cristofaro lo riferì ben presto ad Aïno, che dapprima si arrabbiò, ma poi dovette ridere anche lui.

La sera parlavo sempre più spesso con Vicinz Gaz. Il dottore era devoto, ma non era cattivo. Voleva sapere la verità. Quando gliela dicevano, poteva essere tollerante. In realtà era fermamente convinto che un giorno lo scettico Gaudio si potesse convertire. Un lunedì sera Gaz mi chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?”

Allora io risposi alla domanda del giorno precedente:”Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuai a tacere, anche se nei  passaggi al meridiano del mio oggetto a Çorap e kuqe-Calza Rossa vi era transitata insieme come vertice, più che una summa d’amore, una verticalizzazione imponente e assoluta. Il mercoledì sera parlammo a lungo, perché era la volta della vita eterna. Comunque, quando osservavo Saverio, mi sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. Per questo dimenticai di rispondere a proposito dell’amore.

Vicinz Gaz ebbe a riferirmi che la figlia giovane di Aïno, che gli arberësh dell’ovest chiamavano, dopo la spedizione di Bragalla,  “Tere ky ketù[ii] e gli arberësh dell’est “ane-te-aìne[iii], era un autentico shume-i-peshk, così ebbe a dire, e aggiunse: un pescione, e peshk-peshk e tri bisthes, la pisciona delle tre bisacce, che a Bragalla, tutta tenuta nel subligacŭlum, magnifica adlectatio nelle calzebraghe nere, fu maestra nel tendere il dispositivo di alleanza dando il dogu-togu[iv] a 994 o 942 bragallesi, a seconda che si fissi il suo I.P. a 18 o a 19 e l’I.C. sia pari a 52.35. Ci fosse stata lei a fare il mushqepeshk[v], l’inverno, mi assicurò il dottore, sarebbe stato didonico se non addirittura terribilmente aïnico. La figlia paralongilinea-paramesomorfa di Aïno degli Scalzacani dagli ammašcanti era soprannominata “Marsïana”, in omaggio al termine “marsianu”, che è il buco, il fanale, la luce azzurra, il bagliore aïnico. U pisciunazzu , per quanto aveva fatto a Bragalla, aveva avuto dai palisti d’Alisandra l’appellativo Peshkuaka[vi], ricavandolo dalla terza persona singolare del presente ammirativo del virtuale verbo generato dal sostantivo Peshk.

Quattro mesi dopo ritornarono Mundo e Faluccio de Gaudio. Non avevano ottenuto niente e si addossavano reciprocamente la colpa. Del cibo promesso a Forte Pozzofetente non era arrivato nulla,anche se avevano trovato gli interpreti gliaroni . A  Forte Pozzofetente  Mundo aveva cercato di ottenere le provviste a suo modo. Faluccio, disse, l’aveva piantato in asso: “Ha dimostrato più comprensione per le presunte necessità degli indiani della Timpa e di Francavilla che non per le nostre. Non ha lottato per noi!”

Faluccio controbatté:”Il signor Mundo non ha fatto che strillare, da gliarone qual è, con le autorità competenti. Così non si ottiene un cazzo!”Saverio continuava ad amare Calza Rossa. Calza Rossa era stata impregnata. Di chi, c’erano pareri diversi da quello di Saverio, che, era evidente, aveva riempito di schizzi solo l’album.

Gli interpreti gliaroni erano tipi dal naso piatto, dai capelli crespi e dai corpi muscolosi, e si chiamavano Bark e Vesh, che significavano ventre e orecchio.

Il 14 giugno i fiumi furono di nuovo percorribili per tratti così lunghi che decisi di partire. Tutte le carte e le annotazioni furono chiuse in un ripostiglio della baracca “Fortë e Shalë i mashtrimi”. Sulla porta Aïno inchiodò un disegno che raffigurava un pugno alzato con un coltello lievemente azzurrino. Dal momento che sotto il Piano dell’Alpe ognuno, indiano o gliarone che fosse, poteva usare qualsiasi capanna, bisognava in qualche modo proteggere le carte. Anche I-Kallam riteneva che il disegno poteva essere più efficace della serratura. Comunque, qualora non fosse bastato l’avviso esterno, una volta dentro il viaggiatore intruso avrebbe trovato affissi alle pareti altri disegni che raffiguravano una ragazza indiana di straordinaria bellezza che usava il fallo dei viandanti alla maniera dell’eros dei castracani: anche I-Kallam riteneva che i disegni potevano essere un ottimo diversivo pure per gli intrusi ammašcânti e gli arbëresh d’Alisandra, che, notoriamente, erano poco propensi alle sollecitazioni della bellezza indiana[vii].

Calza Rossa non era venuta con noi, era rimasta presso la tribù. Anche uno dei guerrieri di E-Kallam era rimasto là, per amor suo. Lo sapevano tutti tranne Saverio Gaudio. Persino io lo sapevo. Saverio raccontava che alla fine del viaggio sarebbe tornato là a “Fortë e Shalë i mashtrimi” e avrebbe vissuto con Calza Rossa, a Pozzofetente o da qualche altra parte financo nella zona costiera delle Tre Bisacce. Tutti annuivano e tacevano. Persino Mundo tenne a freno la lingua.

 

Sulla riva o, meglio, sul pendio, che si inerpica dalla Sella, che passa da 471 metri, più ad est verso Spartivento è 490 l’altezza, a 375, a 340, giù a 116 nel fiume e, dall’altra riva, c’è, tra 363 e 405 metri, Armi Rossi, che si inerpica nell’agro di Villapiana dalla Punta del Saraceno, laddove, nell’agro delle Tre Bisacce, si inerpica la Sellata dell’imbroglio [ e che fa parte della Commenda Gerosolimitana dell’Ordine dei Cavalieri di Malta o di San Giovanni di Gerusalemme o forse di Aïno, da cui discende il marinaio della nostra spedizione, tanto che la Shummulõna c’è chi dice che fosse una zoccola maltese e alcuni una troia aïnica, ma giacché la commenda finisce e si dirama da Gozo, o Gawdesh, si pensò, quando ci fu il rapimento di una magnifica preda, prima a Calza Rossa, poi alla Shummulõna dei Pa-Rrotë, per toglierne l’uso al gran capo di quegli Scalzacani, infine si disse che la rapita era addirittura Aquila Gaudio], il punto designato è il toponimo ritornello dedicato al gran capo degli Scalzacani(“e Zbathurqenët”):

Ta-ta-rânnë-zŭmmë-zŭmmë

che è diventato il ritornello, canzonatorio in apparenza, rivolto a chi adesso è prostrato o caduto ma ha goduto del piacere, del gaudio, assoluto.

La prima traduzione sarebbe: “il padre grande ha goduto lo Shummë e l’Enzumme”: nello zŭmmë si fa entrare sia lo Shûmmulo che l’Enzuvë; anche se c’è un’altra versione un po’ sanscrita: “tata” , che è, in sanscrito, sia “padre” che “riva”, “ran”, “godere”, ma anche “risuonare”, “tintinnare”, lo zŭmmë, che è il patagonico suono del fantasma quando passa al meridiano come analemma dell’oggetto a, che rinvia al “suma” sanscrito, che è “luna”,”cielo”, “atmosfera”.

C’è una ulteriore variante del “ta”, che è “questo”, che, ripetuto diventa superlativo, cioè: “il grande questo sulla riva o sul pendio godette, suonò la luna (o il cielo)”.

La strofa completa è così cantata nel dialetto del Delta dagli Scalzacani stessi:

Tatarânnë jivë girănnë

Parròtt  jivë nzìvânnë

Girë e ‘nzïvë, zŭmmë e shŭmmë

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë

 

La traduzione deve essere sempre a doppio senso:

Tatarânnë(= il Grande Padre) andava girando

Il cannone(il “top” chiamato “Parrott” dal nome del brevettatore) andava enzuvando

Gira e enzuva, fa lo zŭmmë e shŭmmë

Questo-questo godette il cielo(o la luna) lo zŭmmë-zŭmmë!”

Photostimmung basata sul cannone Parrott

by Blue Amorosi

 

Quattro settimane dopo avevamo quasi raggiunto lo sbocco del fiume. Da allora potevamo incontrare in qualsiasi momento gli arbëresh d’Alisandra, che andavano a guardare le donne che lavavano i panni sulla riva del fiume. I-Kallam non se ne tornò a Castroregio con la sua tribù, puntò a est verso la costa degli scalzacani, anche se non sapeva come si sarebbero comportati i suoi guerrieri con quegli indiani, ma avevano le donne e con la maestria rïulesa e castracane avrebbero ottenuto sportule e commende per loro e le future generazioni: “Dicono di noi che siamo metà uomini e metà cani. Quanto agli scalzacani, bevono sangue crudo e mangiano pesci crudi, ma amano ngul[viii].”

Si accordarono con Faluccio de Gaudio, che andasse con loro; se la spedizione fosse fallita e non fosse riuscita a raggiungere le terre dei Pa-Rrotë, avrebbe rifornito il forte della Sella dell’imbroglio di provviste e munizioni.

Saverio volle sapere dove avrebbe soggiornato la tribù nella primavera seguente. Con espressione imperturbabile, E-Kallam gli comunicò che sarebbero stati nel territorio  a sud. Il padre di Calza Rossa gli porse la mano e disse: “Save’, quando avrete fame dovete bere molto, e fate meno schizzi, altrimenti morirete!”

 

Eccolo di nuovo, il mare, con la sua cara pelle rugosa da elefante: il mare degli scalzacani delle Tre Bisacce! Presto avrebbero sfilato davanti a noi flotte di mercantili diretti a Taranto e le navi per Crotone. Ma in fondo, che cosa mi importava delle imbarcazioni! Mi misi a ridere. Ero di buon umore. C’era quiete sulla collina. Dall’altura ricoperta di erba gli uomini guardavano il mare oltre lo sbocco del Saraceno, il fiume degli arbëresh d’Alisandra.

Davanti ai miei occhi si stendeva una terra ignota, silenziosa e non tanto immensa, solo il doppio di tre bisacce, l’antica misura agraria della terra di Faluccio de Gaudio, ma immensa quanto il giardino dei miei avi, gli scalzacani della famiglia Pa-Rrotë.

E il mare era indistruttibile: mutava aspetto ogni giorno e restava uguale a se stesso in eterno. Finché esisteva il mare, il mondo, pur pieno di gliaroni, non era misero.

 

[i]Buona-buona”, ovvero:”Bona-bona”, “Bonazza”.

[ii] Da leggere così: “Tr-kiu-chtù”, significa:”Tutto questo qui”!

[iii]Fianco(lato, margine) d’Aino”.

[iv] E’ termine dei quadarari ammašcanti, significa:”Pesce buono”, “’u-piscbbùne”.

[v]Mulapesce”.

[vi] Letterale: ”Cristo, che cazz’i pisci!”. Per altri, era “i qime shume”, “il pelo assoluto”, oppure “i qime i Aine”, “il pelo d’Ainea, Enea”.

[vii] E gli intrusi, si narra, furono tanti nel corso degli anni che la baracca fu chiamata “la baracca degli schizzi del Gaudio”, nella lingua degli Scalzacani: “abbaràkk diskîzz’i Gavidĵ”, nella lingua dei Castracani: “e barakë i skicave[la “c” si legge “z”] i Gazi”. Altra denominazione del luogo tipico: “e barakë e kuqe” che gli indiani delle Tre Bisacce commutano in: “abbaràkkä da Cucckä”, ma il nome più ineffabile di quel punto designato 33SXE271146(cfr. nota 17) è forse quello coniato dai quadarari meticci: “e shalë e mashtre”, che è sì, in parte, “la sella dell’imbroglio”, ma è anche un po’ “la sella della maestra”, cioè della Cucckä dei Castracani, l’indiana che ha somatizzato l’oggetto a del capo spedizione con l’indice del pondus 8 e l’indice costituzionale 59. Per i quadarari indigeni e geneticamente puri, “la sella dell’imbroglio” si è sempre specchiata nella loro sella dell’ ‘mbrógliu, che, essendo un “rotolo di rame”, aveva il “peso di 1 Kg”, difatti il toponimo quadararo è: “shalë i ‘mbrógliu”(cioè la sella che richiede l’arnese di 1 Kg) con la variante precisa “u trunânte p’u ‘mbrógliu”(la “sella” per 1 Kg di rotolo di rame). La somma cabalistica del punto designato nel Foglio n.222 della Carta d’Italia, IV S.O. Trebisacce fissa invece come numero il 21, che, nel “Foutre du Clergé de France”(1790), è la posizione dell’Imbronciato, che illustra lo stato amoroso di Saverio Gaudio: l’uomo volta la schiena all’indiana e lei dovrebbe infilarsi l’‘mbrógliu. Solo che così, giacché lei ci rimette almeno un pollice, il rotolo non è più da 1 Kg e nemmeno è ménzumbrógliu. Anche se, come sostengono i chierici francesi e gli indiani franco canadesi, l’indiana non s’addormenta mai quanto albeggia, nemmeno con i quadarari di Albidona che manco un quartumbrógliu tengono. Comunque, la posizione 21 dell’Imbronciato è quella della persistenza e, difatti, per gli schizzi che ci sono nella baracca da Cucckä come può la ‘ndrappuna  dormire?

Oltre ai residui umani e animali rinvenuti nella Baracca della Sella, e parecchi referti di natura genetica e culturale destinati a Calza Rossa, fu rinvenuto, in tempi recenti, un foglio manoscritto con evidenti incrostazioni di natura sessuale con questa poesia lasciata in omaggio ad Arshalëzet(cfr. annotazione in merito in “Strutturalismo della Sella”, a seguire nel testo integrale della Lebenswelt):

il legno è come la pelle e un po’ come il melone

e mani e dita vanno nel senso del sole

e risalgono a posarsi dove la carne con lo gnomone

fa verticale e profondo il meridiano

di largo in lungo si viene si va

cielo e vento liquido e macchia anche stesa

in linea tra i bordi dov’è il campo

e questa tela che aderisce fino al ventre carico

e inclinato tra la giuntura dell’inguine e l’anello

solare così marcato e pieno, il Jésuve che tira

acqua muscoli dita glande non bastano

ancora per bucare tra carne e tuono

remando con tutta la mano

fino al punto d’entrare nell’arco

della durata che ha lo spessore della controra

La qualità letteraria del testo fa pensare che il lascito sia opera di un poeta colto. Il riferimento al Jésuve non potrebbe che farlo un profondo conoscitore dell’opera di Georges Bataille.

In calce al foglio è vergato: Enzuvë a Pascipecora .

[viii]Ngul” significa “infilare” ,”ficcare”, “introdurre”, “fissare”.

da: La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno © 2011

 

G.V.G. e il quadrato di Josef Albers □

□ Questo quadro di Josef Albers è del 1966, la copertina di La 22^ Rivoluzione Solare è del 1974, è di Mario Frabasile.

G.V.G. e il quadrato del podice. Lebenswelt con il Thematic Apperception Test del 2 agosto 1973[i] e Josef Albers

G.V.G. era libera in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

senza giustificazione un parente

un conoscente

proprio la fantasia per incidere

tecnicamente in registrazione mista

scrosciata con microfono collegato in

sagrestia

senza tempo di latenza

con necessità ambientali di pressione

 

stimoli visivi senza dramma

almeno in coscienza

con media 12-14 e ampiezza relativamente

sessuale in protezione, asmatico,

con sigaro

con funzionamento fisico-verbale

manifesto fantastico grande

a colori

motilità extratensiva

di Josef Albers con velocità di esposizione-

coerenza logica su impedimenti

agorafobici soddisfatti

del monopattino

 

si può cominciare da G.V.G.

seduta che lo prende in mano

con questo disegno, la linea

che cammina da destra a sinistra in un

bosco in una casa in un lago

dietro una collina

sta facendo la carriola

è un risultato collegiale di ricordo

sintomatico

in vettori

sessuale, è la 30 del Foutre du Clergé de France

parossistico

schizofrenico, per via della pulsione uretrale del poeta ragazzo

ciclico

senza fattori-

adesso ritorna seduta nello stesso spazio rosso

G.V.G. ha gambe poderose e un podice

senza discriminazione quantitativa

non mi ha lasciato nemmeno una fotografia

per ispirarmi per come sta seduta

questo particolare sopportabile

applicato bagnato in via Zeffirino Re

senza tempo con reazioni

nulle, sconosciute ch’eleggono

la scelta originale, G.V.G. me lo tira su

sotto formula di tendenza latente

cioè intermedia

pene striato, atempore

dentro il collettivo di coscienza

ogni individuo è un quadratino

che collega tre punti a 90 gradi

G.V.G. è il mio pene puberale

chiro-schizoide stuprante

con materiale di disturbo

esaminato su lavagna

nella 1^ seduta il poeta ragazzo la

rivede 6 lustri dopo in un video di Tame Impala

che cammina nel corridoio della scuola

e prima ancora: preparazione del soggetto

seduto sul tavolo nudo

sul banco vestito

di spalle composto

che racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e nella 2^ seduta, il giorno dopo in libertà

con immaginazione impaginata

in racconti sciolti

una fiaba, la figura sette(otto nove o dieci)

bianca o arancio senza dettagli racconta

G.V.G., ricominciamo, fa la misteriosa

la 33 nell’orangerie, ha un podice rosso, bello spazioso

colloquio finale rimandato

ideo-affettivo

con pene puberale, striato, atempore

nemmeno una fotografia per ricordarne

il particolare contributo

applicato bagnato con il protagonista

assente, libero in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

e lei che fa la misteriosa,

ha un podice senza tempo di latenza

col vestito sollevato racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e una espressione matematica

misura definita del quadrato di Albers[ii],

di Fabrasile e del Thematic Apperception Test

per il transito puberale di Urano su Venere

V.S. Gaudio

[i] L’opera di Albers è del 1966, creata in seguito all’apparizione supplente di G.V.G. per il pene puberale del poeta.

[ii] Il T.A.T. del 2 agosto ’73 va da pagina 41 a pagina 45 in: V.S. Gaudio, La 22^ Rivoluzione Solare,  Milano 1974(Collana “La curva catenaria” diretta da Domenico Cara, Gilberto Finzi e Giuliano Gramigna).

Diana e il Berg sibarita.

Mind Mischief
Tame Impala

L’allure un po’ bolsa dentro la finestra che fa gli amori e il Berg sibarita

Lì al banco della vecchia scuola
lei appollaiata sulla cattedra, dominante per miglia il mondo
e il sistema solare, il mio oggetto a immobile nel declino della vita,
giorno dopo giorno entra nella memoria,
e scrutando nel globo di cristallo
vede le figure del passato come in una processione riflessa
di un sogno splendente, che si muovevano attraverso l’incredibile
sfera del tempo; e ho visto lei lanciarsi verso un destino immortale
lungo il corridoio, con quell’allure come se fosse una cavalla bolsa
e insieme avesse il comando di grandi eserciti
riunendo insieme in un ditirambo rigeneratore
le epiche e falliche speranze del mio fantasma
essendo al tempo stesso Diana con scudi imperituri, frecce e spade
forgiate da Vulcano e dal mio spirito temprato in cielo.
Guardala come cammina! Vedi come non si affretta
verso il luogo dove il suo sentiero s’incontra
con il sentiero di un figlio di Pound e di Henry Miller.

O piccolo veneziano, attore per davvero, recitavi bene
la tua parte, potevi irrompere dentro la tragedia
più e più volte ti ho visto nel tuo oggetto a
camminare con lei fino a quell’autobus rosso spazioso
mentre i corvi gracchiando
volavano in direzione del bosco
sopra il tetto della tua casa
nei tramonti solenni,
con quel suo camminare lungo il corridoio
una mula come un ditirambo
che entra in un destino immortale
immobile passa al meridiano del tuo oggetto a
culmina dentro la finestra che fa gli amori:
una macchia luminosa che si sposta, che saltella,
a volte si ferma per un istante, come sovrappensiero,
e cola e poi si intrufola di nuovo, curiosa, spia
e palpa in una ricerca ostinata della sozzura
la sozzura! La sozzura! Domanda Gombrowicz
in questa grande fotografia nel corridoio della scuola
e nel cortile, anche nella piazzetta della stazione
questo corpo che cammina o che si è appena
abbandonata sul sedile con tutto il peso del suo pondus
la tua Diana che ruzza nei Campi Selvaggi
di quella scuola onorata con la sua allure col vento in poppa
o al giardinetto quel segreto gaudio
risuona come motivo del Berg
lasciando vedere tutto il lascivo sibaritismo
in cui Diana è rimasta incollata

 

40 POETI IN BORSA PER “AFFARI POETICI” ░ Milano 3 dicembre 2016

image002

Affari poetici è la prima azione del progetto Poetry & Discovery  nella quale 40 poeti reciteranno una loro poesia inedita sabato 3 dicembre dalle ore 15 in Piazza degli Affari, sulla scalinata del Palazzo della Borsa a Milano.
L’incipit sarà un Mantra declamato da Tomaso Kemeny e l’excipit un rito di iniziazione officiato dallo sciamano e poeta Angelo Tonelli. In mezzo le poesie e un intermezzo musicale. L’azione è da intendersi come tentativo di tornare all’autenticità contro il consumismo alienante. La poesia è da sempre una rivoluzione, l’irruzione della Bellezza nel mondo tramite il dono.
Al termine della performance verrà, appunto, donata una poesia tra quelle declamate a ciascuno del pubblico. Le poesie verranno poi raccolte in un’antologia.

 

Poetry and Discovery è un progetto internazionale oltre-poetico ed oltre-letterario che punta a riscoprire le immense forze psichiche, estetiche, morali e sociali dell’uomo, illuminando persone, cose e luoghi attraverso l’energia vivificante della parola, combinata con l’azione poetica.

E’ un progetto sostenuto da varie associazioni e ideato da Tomaso Kemeny, Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Germain Droogenbroodt, Mirna Ortiz, Paola Pennecchi, Gèza Szocs e Angelo Tonelli.

Poetry and Discovery fa tesoro di due esperienze precedenti: il Mitomodernismo, di cui Tomaso Kemeny è uno dei fondatori, nato nel 1994 con l’occupazione pacifica della Basilica di Santa Croce, a Firenze, per la rinascita morale ed estetica dell’Italia; il Grand Tour Poetico, fondato da Pietro Berra, Flaminia Cruciani e Gianpaolo Mastropasqua, partito con l’iniziativa “La Freccia della Poesia” che ha collegato il Sud ed il Nord dell’Italia nel segno della poesia viva.

In una nota scrive Tomaso Kemeny “La poesia, come parola, viene oggi spesso usata in modo indebito. Per noi la poesia è un dono nato dall’esperienza-intuizione e lavoro di una persona, ma appartiene a nessuno e a tutti. La poesia nel contesto di una civiltà sull’orlo di un tramonto indecoroso, è in grado di offrire la forma e l’idea di una bellezza nuova. Le rivoluzioni possono assumere una connotazione poetica perché la poesia è rivoluzione che come tale risveglia le energie del pensiero, l’entusiasmo esistenziale e traccia i confini dinamici di un cosmo nato dal caos indecente contemporaneo. Nei suoi momenti più alti la poesia sa contrapporsi al tempo che tutto devasta, muta e cancella, e dona ai cittadini quella libertà in cui la loro anima, in un istante fuggevole, si nutre delle sostanze dell’eterno“.

image002

con Tomaso Kemeny, Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Mirna Ortiz, Paola Pennecchi, Angelo Tonelli.

e Gèza Szocs, Endre Szkàrosi, Roberto Floreani 

Paolo Agrati, Simona Albano, Lucianna Argentino, Emilia Barbato, Roberto Barbolini, Maddalena Capalbi, Marina Corona, Massimo Daviddi, Cinzia Demi, Adele Desideri, Donato Di Poce, Laura Garavaglia, Bianca Garavelli, Antonio Gatto, V.S. Gaudio, Giovanni Giovannetti, Milli Graffi, Vincenzo Guarracino, Barbarah Guglielmana, Leonardo Guzzo, Paolo Lagazzi, Marica Larocchi, Simonetta Longo, Francesco Macciò, Marco Marangoni, Amos Mattio, Giancarlo Micheli, Chicca Morone, Ivano Mugnaini, Angela Passarella, Alfredo Rienzi, Ottavio Rossani, Pierangela Rossi, Franco Sangermano, Massimo Sannelli , Luigi Scala, Lidia Sella, Silvia Tomasi, Vito Trombetta.

Intermezzo musicale con Daniele Dubbini (flauto), Raffaele Nobile (violino).

FIGHT FOR BEAUTY!

I Dòi amorosi e u Sullicchju ░ Dario Fo & V.S.Gaudio

 

Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda
Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda

Inviato da Cacao Quotidiano il Sab, 06/19/2010 – 10:00

Carissimi, questa settimana vi raccontiamo un’altra storia tratta dalla Bibbia dei Villani di Dario Fo.
Si racconta della nascita dei primi esseri umani e dell’amore…
Nel testo originale a fronte della versione in italiano trovate la traduzione in una lingua del centro-meridione e moltissimi disegni di Dario.
Immaginate che a leggervi questa storia sia la voce di Franca…
Buon divertimento.

I Dòi amorosi
Entorciga’ deréntro li baccèlli come faggiòli

Prologo
Ci rendiamo conto che i contastorie della Bibbia dei villani hanno tratto ispirazione da testi che non appaiono nel Sacro Testamento ma provengono addirittura da Bibbie apocrife. Cosi’ grazie a questi altri testi non omologati veniamo a scoprire con grande sorpresa che in quelle versioni i nostri progenitori non sono Adamo ed Eva ma altri due personaggi, pieni di gioia di vivere, di passione.
Dio, dopo averli messi al mondo, si pente di quella creazione. Sono due creature che vivono abbracciate dentro un grande baccello, infatti il racconto s’intitola: I dòi amorosi entorciga’ derèntro li baccèlli come faggiòli. Pare che solo mille e mille anni dopo nascono i nostri progenitori biblici, Adamo e Eva.
Come in altre storie di altre religioni, la prima donna, nel nostro caso Eva, viene sempre accusata di esser causa di sciagure. Basti pensare alla favola dell’abbuffata di mele proibite con relativa cacciata dal paradiso.
Ma nelle storie della Bibbia dei villani Eva ha un ben altro ruolo: non e’ il simbolo della scellerataggine, della lascivia e del peccato, anzi. e’ lei che mostra gran saggezza nel raccontare e commentare la sua venuta in “dell’onovèrso mónno”, nello scoprire con ironia il suo corpo. Ci racconta anche dell’incontro con la Grande Madre, una dea quasi clandestina. Ed e’ ancora lei che per prima scopre l’amore e lo insegna ad Adamo, allocchito e imbranato.
A proposito del primo incontro fra Adamo e Eva e della scoperta del far l’amore, ci siamo ispirati, oltre che alla favola dei villani, a una famosa novella di Boccaccio, conosciuta come: Poni el diavolo allo inferno.
Entrambe le storie che seguono verranno presentate da Franca, in un linguaggio del tutto particolare tratto dal lessico dell’Italia centro-meridionale.
Dopo aver creato l’universo intero, il sesto giorno il Padreterno dice: “Voglio fare due creature uguali a me, come due figlioli!”.
E all’istante, senza faticare, ti sforna due uova grandi, ma cosi’ grandi che a un elefante si sarebbe sfondato il condotto suo. Poi chiama un’aquila per farle covare: “Vieni qua uccellaccio… sieditici sopra!”.
Ma ’sto uccellone non riesce a coprire nemmeno la punta delle uova!
“Ora che faccio? Chi me li cova i figli miei? Mi dovro’ arrangiare da me solo!”
Il Padreterno si tira su la veste tutta fino alle natiche e poi si siede accucciato delicatamente sulle uova e comincia a covarle come fosse una gallinona chioccia verace. D’istinto gli viene da fare: “Co-co-co…” e sbatte le braccia: “Co-co-co…”
Li’ vicino ci stanno delle scimmie babbuine che sbottano in una gran risata: “Il Padreterno che cova le uova! Ah, ah!” Il Dio s’imbufalisce e gli ammolla una fulminata bruciaculo sul deretano: “Sciaa’!”. E per l’eternita’ i babbuini sono rimasti pelati e rossi nella chiapperia!
Allora, dicevo, il Signore cova… e per il gran calore che sprigiona, per poco non ti cucina due uova alla coque! Di botto ha un sobbalzo e grida: “Si muovono! Le uova si agitano!”.
Il Signore ninna a fremito il deretano santo… le uova si squarciano spalancate e da ciascun uovo sorte una creatura!
Emozionato com’e’, il Signore… bisogna capirlo, era alla sua prima covata… per abbracciarli inciampa e frana sui due appena nati e te li spiaccica che e’ quasi una frittata:
“Dio, Dio – che ogni tanto si invoca da se’ solo – che disastro! Bisogna che ci ponga rimedio.”
Dio raccatta la prima nata, una femmina, e, come un pasticciere, le rifa’ la forma. “Oh, qua, sul petto mi sono sorti due bozzi. Beh, le stanno bene, glieli lascio. Quaggiu’… mi si e’ fatta una fessura… non ho il tempo per ricucirla… tanto e’ una femmina, e, anche se tiene qualche difetto, nessuno se ne accorge.”
Poi rimedia pure al maschio… ’stavolta con piu’ attenzione.
“Ora dove li sistemo… povere creature mie appena nate?”
Disegna nell’aria un’elisse tonda e di botto appare un baccello di fagioloni esagerato! Apre ’sto baccello grande, cava fuori i fagioloni e dentro ci sistema comodi, una creatura per ogni valva.
“Belli i piccoli miei! Dormite cosi’ saporosi fino a domani!” e via che se ne parte per l’infinito del creato.
Intanto il diavolo, geloso al vomito, ha assistito a tutta ’sta magnifica creazione. Come il Padre Dio e’ sparito, s’appressa ai due gusci-baccello e, per non dare nell’occhio… che intorno ci stanno sempre gli angeli custodi a spiare, si e’ incarcato sul capo una testa di montone con le corna a torciglione… e cosi’ combinato a pecorone… raggiunge le due valve spalancate e con una pedata: bam!, richiude il baccello spiaccicato.
All’improvviso maschio e femmina si ritrovano uno incollato all’altra appiccicati. Per il cozzo si risvegliano all’istante… si odorano… nello scuro si palpano… con la lingua si assaggiano…
“E’ buono!”
“E’ saporosa!”
“E tu chi sei? Sei un fagiolo?”
“Si’!, sono un fagiolo con un pisello!”
“Sei il mio doppio… uguale a me?”
“Non che non siamo uguali… io sono uomo!”
“Siamo imprigionati?”
“Stai cheta che appena siamo maturi ’sto coperchio d’incanto, s’apre da se solo.”
«Ma io non sono per niente agitata… mi trovo bene cosi’, mi sento addosso una gran dolcezza.”
“Anch’io…”
Per gioco si ninnano di qua e di la’… si strusciano.
“Mi fa un solletico strepitoso: Ahahah!”.
Gridano, ridono e miagolano con lamenti… respirano ansimando. PLAF!, si spalancano le due valve: “Oh siamo liberati!”
“Per carita’!” dice la femmina, “richiudi che sento freddo!” E PLOC!, con uno strattone, di nuovo si ritrovano abbracciati… e poi di nuovo aperto e poi richiuso… aperto e richiuso… aperto e richiuso…
“e’ uno spasso grande! Come si chiamera’ ’sto gioco?”
E la femmina con un languido sospiro dice: “Io credo che si chiami amore.”
“BEHAAE!” Il diavolo travestito come un pecorone, sbatte il capo sul terreno e bestemia: “Che fottitura! Io, il demonio, ho inventato l’amore! BEHHAE!”.
Un caprone che gli sta appresso s’arrazza a ’sto belato e gli va in groppa a montarlo. “BEEHHHAEE!” Fugge come un fulmine il demonio e si va a incornare con il capo contro a un roccione… le corna si infriccano salde nella capoccia… cosi’ che, in un solo giorno, il diavolo ha creato l’amore e ci e’ rimasto per l’eterno becco e cornuto!
Intanto quelli nei baccelli continuavano a fare l’amore… aperto e richiuso… aperto, richiuso… Riappare il Signore all’improvviso: “E che e’? Ma che razza di razza ti ho sfornato?” s’indigna e grida. “Ma che mollacciosa vita e’ mai ’sta vostra, che tutto il giorno abbracciati ve ne state… apri e chiudi, apri e chiudi! Dovete ancora inventare la ruota… il fuoco! Vi ho creati come figli miei! Creature del Signore siete! (Infuriato) E arrestatevi almeno un attimo di fare l’amore, almeno quando parlo!”
E a Dio gli girano i santissimi! “Sai che faccio? Vi divido! Vi distacco uno dall’altro, la femmina di qua e il maschio di la’ e vi sbatto in due continenti diversi e non vi rincontrerete mai piu’!”
“Non ci dividere Dio! Cosi, tu ci uccidi!” piangevano lacrime assai per il dolore.
“Che e’ ’sta bagnata sul capo?” grida il Signore.
Gli angeli spaventati, se ne fuggono… lasciano sparpagliato un getto tondo tondo di lacrime… e cosi’ nel cielo e’ nato l’arcobaleno.

SGRÂNÂMU SULLICCHJU, SULLICCHJA O COCCIUTA JÂNCA?

Collegamento permanente Inviato da v.s.gaudio il Sab, 06/19/2010 – 15:28

Tragedia tânguna in quattro interrogativi
di V.S. Gaudio

Personaggi:
SULLICCHJA MÂRCUNE
SULLICCHJA MÂRCA

SULLICCHJA MÂRCUNE
‘Mporgiamu?

SULLICCHJA MÂRCA
Tignâmu?

SULLICCHJA MÂRCUNE
Fušcamu?

SULLICCHJA MÂRCA E SULLICCHJA MÂRCUNE
Sgrânâmu sullicchju, sullicchja o cocciùta jânca?

FARFÂGNÂ ca cuttunija, mentre cala il sipario:
U grugnu sgrânâ, ‘a tasejella tignâ.

  • Nel gergo dei “quadarari”, l’ammâšcânte, “tângune” è il “tangaro” di Garzoni e il “tanghero” di Redi, villano, zoticone o contadino che sia;”sullicchja” è sia “fagiolo” che “fava”; “sullicchju” sta per “cece” e “lenticchia”; la “cocciùta jânca” è la “fava”.Dal “Dizionario Ammâšcânte-Italiano”, di cui a John Trumper, Una lingua nascosta, Rubbettino 1992, si rileva che “mârcune” è “marito”, “amante” e “mârca” è “moglie”. Quando questa chiede:”M’affigni ‘u sullicchjùnu?”, ‘u mârcune fa rispunnèlla:”T’affignu ‘u sullicchjûnu”, “ti do il fagiolone”, o glielo ‘mporgia, tigna o fušca.
    I primi tre interrogativi sono tutti la prima persona plurale del presente di tre verbi del “coire”, “fottere”, “scopare”. Il quarto, invece, a monte di tutto questo “chiavare” a parole, è dell’ordine del “mangiare”,verbo metonimico passato in lingua che fa “uscire i grani d’un frutto dalla loro sede”(DELI, di M.Cortelazzo e P.Zolli, Zanichelli 1999:pag.1522). “Farfâgnâ” è il “diavolo”, “ca cuttunija”, “che sta cucinando”; “grugnu”, in origine “muso”, “muso del porco”, è il “contadino”; “tasejella” è la “contadina” (ma anche una “varietà d’uva”) che “tignâ”, “fotte”, ovvero “pigia l’uva”  •
  • from: JacopoFo.com