Il capezzolo e il Ministero dell’Interno □

In memoria di Philo(- )Apic(…)

Wordle di I. E intanto venne giù la sera

 

I.

La mammella che mi allattò fu la stessa

che dette il latte al mio grande amore,

e quando poi la donna  era ricoverata

in quell’ospedale dove ci eravamo recati

a far visita a un’altra donna, successe

che lei volle vedermi e allora fu come

se il suo Geist, che era anche il suo latte,

per via della mia pulsione orale,

riconoscendo quel fenotipo

che s’era fatto poeta ed era colonna

della The Walt Disney Company Italia,

come d’altronde lo era anche il suo amore

che aveva bevuto lo stesso latte,

condensasse, in quel momento,

la sua storia di Muttermilch

e la storia del nostro amore,

e intanto venne giù la sera.

Wordle di II.La sera di Muttermilch

 

 

 

 

 

 

II.

La sera di Muttermilch non si può dire

che avesse un campo omogeneo, difatti

noi non ne abbiamo un quadro e nemmeno

un particolare isolato e delimitato, un ritaglio

della coscienza mistica o allucinata, la visione

delle sue mammelle, che potremmo dire che

fossero di una bellezza così meravigliosa che

ci è impossibile darne un’immagine, nonostante

questo l’immagine di Muttermilch è separata

solo nella misura in cui è articolata o nella

misura in cui noi la possiamo articolare,

è una veduta, come l’immagine negli Esercizi

Spirituali di Ignazio di Loyola, che, lo scrisse

Barthes, va presa in una sequenza narrativa,

la veduta nella valle di lacrime, in un ospedale

in quella sera da cui viene tagliato il discernimento

del crepuscolo e quindi l’articolazione non ha

quasi nessuno dei suoi schemi verbali necessari:

né suddividere, né classificare, né numerare in

annotazioni, meditazioni, settimane, giorni, ore,

esercizi, misteri, né distinguere, né separare, scartare,

limitare, valutare, riconoscere la funzione fondatrice

della differenza, c’è solo il gesto della discretio, che

non è la discreta caritas, è proprio il gesto della

nostra discretio gaudiana e questo quadro in cui

Muttermilch che non si sa perché le ho dato

questo sostantivo-archetipo tedesco, forse

perché il suo nome era speculare al (-phi)che

ha comunque matrice freudiana o forse perché

aveva, quella mammella, l’ agudeza nominal

che produce sì un vuoto ma ha la somma

ambigua di una annominatio dialettale che

strappa la liquidità della matrice orale della

madre del latte.

Wordle di III. Il deittismo del capezzolo e il Mistero dell’Interno

III.

Questa mammella, questa pelle, questo

capezzolo, ese pezón, il deittismo del capezzolo

è rinforzato dal mezzo che lo trasmette: l’immagine

del latte, l’immagine è per natura deittica,

designa, non definisce, non nutre;

c’è allora un residuo di contingenza,

che può essere segnato a dito o succhiato

il senso è in materia non è in concetto

collocandosi tra la pulsione orale e

il nome, pezón, mi preparò il Ministero

dell’Interno dal futuro questo capezzolo,

la forza della materialità, la parrottologia

dello stato, e la mia corporeità strappata

tra l’anamnesi di questa mammella e

quella tagliata dell’altra madre, verso

il referente, come quando mi pubblicarono

un libro e attentarono al mio Esserci, per

il fatto che l’editore era il legno della croce

materiale, come se con quel referente

la crudezza del mio nome freudiano

debba essere contenuta dal più piccolo

e la costrizione  sia l’estinzione del

paradigma del nome, dal giubilo all’

umiliazione, dall’effusione al timore,

dal vanto e la lode alla vergogna,

ma la cifra del capezzolo è sempre

la cifra immediata del desiderio,

ese pezón , esa mama, esa piel,

ese nombre, ese nombre falso.

L’ELONGAZIONE LILITH-NETTUNO SUL RETICOLATO RAPPORTATORE AQUINO: io e il mio amore che abbiamo avuto la stessa mammella nell’ Orangerie di Mia Nonna dello Zen

IV.

In questo paese, siamo io e il mio amore

ad aver posseduto ciascuno la mammella

che era indispensabile all’altro, e di cui

il succhiatore non sa che fare, o che ignora

al momento d’avere; e la mammella

che ci era indispensabile ed era di Albidona

come dire che poteva essere quella

della Madonna del Càfaro e la nostra

pulsione orale ebbe dunque lo stesso

pezón che era ciò che è indispensabile

a colui che sta succhiando a meno che

non ne abbia già fatto richiesta

l’altro questuante anche se non lo

detiene e a questo punto chi si

metteva a rintracciare quella mammella

che detiene il latte indispensabile

all’una e all’altra bocca, e arrivava

a dorso di mula la balia da quel

luogo dell’ammašcatura e della

carbonella o intanto che allattava

le fu data locazione a metà strada

tra le due pulsioni orali?

E fu per le sue “cibbèrne” che

avendo questa doppia capacitanza

se ne cavò la famosa “cibbia”

per irrigare gli aranceti di cui alla

mia ascendenza catastale?

 

 v.s.gaudio

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë ⁞ La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny

La Lebenswelt di V.S.Gaudio con Sten Nadolny│”La scoperta della lentezza” © 1983

 

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë La conclusione della spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno

 

(…)

Ebbi l’eccellente idea di inviare Antonio Mundo con Faluccio de Gaudio, o Gaudio, a  Forte Pozzofetente, per occuparsi della fornitura di provviste promessa. I due partirono di malumore, e d’un tratto la pace regnò a Fortë e Shalë i mashtrimi.

Gli indiani cacciavano. Le donne badavano a cucire i vestiti invernali. Gaudio, compatibilmente con il tempo che gli lasciava Calza Rossa, costruì un forno che con la legna funzionava in modo più economico di un camino aperto.

Saverio era sempre più innamorato della bonazza indiana:” E mirë – mirë[i], dicevano gli arbëresh menandoselo tra gli alberi. C’erano lacrime di gioia nei suoi occhi quando la rivedeva dopo poche ore di separazione.

I-Kallam e io non dicevamo niente in proposito. Pensavamo che il fatto fosse troppo fuori dal comune per poterlo liquidare con ovvie obiezioni. Calza Rossa era una stella di terza grandezza, noi parlavamo di altre cose: la bussola, le stelle, il sestante, i segnali con cui noi scalzacani ci intendevamo da una grande canoa all’altra, le feste, il Paolo di Maggio e le leggende indiane di Alessandria del Carretto.

Presto fece terribilmente freddo. I-Kallam aveva avuto ragione.

Tranne Saverio, tutti di tanto in tanto soffrivano molto. Non restava che scivolare di soppiatto tra gli alberi più su al Piano dell’Alpe, anche se Dio e gli indiani vedevano tutto. Un giorno, quando Aïno tornò dalla caccia senza preda e diede a intendere di non aver visto niente, Qesharak, con il suo naso a patata, disse imperturbabile a Cristofaro Gaudio: “La selvaggina c’era, ma quello che aveva in mano l’uomo delle Tre Bisacce probabilmente non era un fucile.” Cristofaro lo riferì ben presto ad Aïno, che dapprima si arrabbiò, ma poi dovette ridere anche lui.

La sera parlavo sempre più spesso con Vicinz Gaz. Il dottore era devoto, ma non era cattivo. Voleva sapere la verità. Quando gliela dicevano, poteva essere tollerante. In realtà era fermamente convinto che un giorno lo scettico Gaudio si potesse convertire. Un lunedì sera Gaz mi chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?”

Allora io risposi alla domanda del giorno precedente:”Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuai a tacere, anche se nei  passaggi al meridiano del mio oggetto a Çorap e kuqe-Calza Rossa vi era transitata insieme come vertice, più che una summa d’amore, una verticalizzazione imponente e assoluta. Il mercoledì sera parlammo a lungo, perché era la volta della vita eterna. Comunque, quando osservavo Saverio, mi sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. Per questo dimenticai di rispondere a proposito dell’amore.

Vicinz Gaz ebbe a riferirmi che la figlia giovane di Aïno, che gli arberësh dell’ovest chiamavano, dopo la spedizione di Bragalla,  “Tere ky ketù[ii] e gli arberësh dell’est “ane-te-aìne[iii], era un autentico shume-i-peshk, così ebbe a dire, e aggiunse: un pescione, e peshk-peshk e tri bisthes, la pisciona delle tre bisacce, che a Bragalla, tutta tenuta nel subligacŭlum, magnifica adlectatio nelle calzebraghe nere, fu maestra nel tendere il dispositivo di alleanza dando il dogu-togu[iv] a 994 o 942 bragallesi, a seconda che si fissi il suo I.P. a 18 o a 19 e l’I.C. sia pari a 52.35. Ci fosse stata lei a fare il mushqepeshk[v], l’inverno, mi assicurò il dottore, sarebbe stato didonico se non addirittura terribilmente aïnico. La figlia paralongilinea-paramesomorfa di Aïno degli Scalzacani dagli ammašcanti era soprannominata “Marsïana”, in omaggio al termine “marsianu”, che è il buco, il fanale, la luce azzurra, il bagliore aïnico. U pisciunazzu , per quanto aveva fatto a Bragalla, aveva avuto dai palisti d’Alisandra l’appellativo Peshkuaka[vi], ricavandolo dalla terza persona singolare del presente ammirativo del virtuale verbo generato dal sostantivo Peshk.

Quattro mesi dopo ritornarono Mundo e Faluccio de Gaudio. Non avevano ottenuto niente e si addossavano reciprocamente la colpa. Del cibo promesso a Forte Pozzofetente non era arrivato nulla,anche se avevano trovato gli interpreti gliaroni . A  Forte Pozzofetente  Mundo aveva cercato di ottenere le provviste a suo modo. Faluccio, disse, l’aveva piantato in asso: “Ha dimostrato più comprensione per le presunte necessità degli indiani della Timpa e di Francavilla che non per le nostre. Non ha lottato per noi!”

Faluccio controbatté:”Il signor Mundo non ha fatto che strillare, da gliarone qual è, con le autorità competenti. Così non si ottiene un cazzo!”Saverio continuava ad amare Calza Rossa. Calza Rossa era stata impregnata. Di chi, c’erano pareri diversi da quello di Saverio, che, era evidente, aveva riempito di schizzi solo l’album.

Gli interpreti gliaroni erano tipi dal naso piatto, dai capelli crespi e dai corpi muscolosi, e si chiamavano Bark e Vesh, che significavano ventre e orecchio.

Il 14 giugno i fiumi furono di nuovo percorribili per tratti così lunghi che decisi di partire. Tutte le carte e le annotazioni furono chiuse in un ripostiglio della baracca “Fortë e Shalë i mashtrimi”. Sulla porta Aïno inchiodò un disegno che raffigurava un pugno alzato con un coltello lievemente azzurrino. Dal momento che sotto il Piano dell’Alpe ognuno, indiano o gliarone che fosse, poteva usare qualsiasi capanna, bisognava in qualche modo proteggere le carte. Anche I-Kallam riteneva che il disegno poteva essere più efficace della serratura. Comunque, qualora non fosse bastato l’avviso esterno, una volta dentro il viaggiatore intruso avrebbe trovato affissi alle pareti altri disegni che raffiguravano una ragazza indiana di straordinaria bellezza che usava il fallo dei viandanti alla maniera dell’eros dei castracani: anche I-Kallam riteneva che i disegni potevano essere un ottimo diversivo pure per gli intrusi ammašcânti e gli arbëresh d’Alisandra, che, notoriamente, erano poco propensi alle sollecitazioni della bellezza indiana[vii].

Calza Rossa non era venuta con noi, era rimasta presso la tribù. Anche uno dei guerrieri di E-Kallam era rimasto là, per amor suo. Lo sapevano tutti tranne Saverio Gaudio. Persino io lo sapevo. Saverio raccontava che alla fine del viaggio sarebbe tornato là a “Fortë e Shalë i mashtrimi” e avrebbe vissuto con Calza Rossa, a Pozzofetente o da qualche altra parte financo nella zona costiera delle Tre Bisacce. Tutti annuivano e tacevano. Persino Mundo tenne a freno la lingua.

 

Sulla riva o, meglio, sul pendio, che si inerpica dalla Sella, che passa da 471 metri, più ad est verso Spartivento è 490 l’altezza, a 375, a 340, giù a 116 nel fiume e, dall’altra riva, c’è, tra 363 e 405 metri, Armi Rossi, che si inerpica nell’agro di Villapiana dalla Punta del Saraceno, laddove, nell’agro delle Tre Bisacce, si inerpica la Sellata dell’imbroglio [ e che fa parte della Commenda Gerosolimitana dell’Ordine dei Cavalieri di Malta o di San Giovanni di Gerusalemme o forse di Aïno, da cui discende il marinaio della nostra spedizione, tanto che la Shummulõna c’è chi dice che fosse una zoccola maltese e alcuni una troia aïnica, ma giacché la commenda finisce e si dirama da Gozo, o Gawdesh, si pensò, quando ci fu il rapimento di una magnifica preda, prima a Calza Rossa, poi alla Shummulõna dei Pa-Rrotë, per toglierne l’uso al gran capo di quegli Scalzacani, infine si disse che la rapita era addirittura Aquila Gaudio], il punto designato è il toponimo ritornello dedicato al gran capo degli Scalzacani(“e Zbathurqenët”):

Ta-ta-rânnë-zŭmmë-zŭmmë

che è diventato il ritornello, canzonatorio in apparenza, rivolto a chi adesso è prostrato o caduto ma ha goduto del piacere, del gaudio, assoluto.

La prima traduzione sarebbe: “il padre grande ha goduto lo Shummë e l’Enzumme”: nello zŭmmë si fa entrare sia lo Shûmmulo che l’Enzuvë; anche se c’è un’altra versione un po’ sanscrita: “tata” , che è, in sanscrito, sia “padre” che “riva”, “ran”, “godere”, ma anche “risuonare”, “tintinnare”, lo zŭmmë, che è il patagonico suono del fantasma quando passa al meridiano come analemma dell’oggetto a, che rinvia al “suma” sanscrito, che è “luna”,”cielo”, “atmosfera”.

C’è una ulteriore variante del “ta”, che è “questo”, che, ripetuto diventa superlativo, cioè: “il grande questo sulla riva o sul pendio godette, suonò la luna (o il cielo)”.

La strofa completa è così cantata nel dialetto del Delta dagli Scalzacani stessi:

Tatarânnë jivë girănnë

Parròtt  jivë nzìvânnë

Girë e ‘nzïvë, zŭmmë e shŭmmë

Tatarânnë zŭmmë zŭmmë

 

La traduzione deve essere sempre a doppio senso:

Tatarânnë(= il Grande Padre) andava girando

Il cannone(il “top” chiamato “Parrott” dal nome del brevettatore) andava enzuvando

Gira e enzuva, fa lo zŭmmë e shŭmmë

Questo-questo godette il cielo(o la luna) lo zŭmmë-zŭmmë!”

Photostimmung basata sul cannone Parrott

by Blue Amorosi

 

Quattro settimane dopo avevamo quasi raggiunto lo sbocco del fiume. Da allora potevamo incontrare in qualsiasi momento gli arbëresh d’Alisandra, che andavano a guardare le donne che lavavano i panni sulla riva del fiume. I-Kallam non se ne tornò a Castroregio con la sua tribù, puntò a est verso la costa degli scalzacani, anche se non sapeva come si sarebbero comportati i suoi guerrieri con quegli indiani, ma avevano le donne e con la maestria rïulesa e castracane avrebbero ottenuto sportule e commende per loro e le future generazioni: “Dicono di noi che siamo metà uomini e metà cani. Quanto agli scalzacani, bevono sangue crudo e mangiano pesci crudi, ma amano ngul[viii].”

Si accordarono con Faluccio de Gaudio, che andasse con loro; se la spedizione fosse fallita e non fosse riuscita a raggiungere le terre dei Pa-Rrotë, avrebbe rifornito il forte della Sella dell’imbroglio di provviste e munizioni.

Saverio volle sapere dove avrebbe soggiornato la tribù nella primavera seguente. Con espressione imperturbabile, E-Kallam gli comunicò che sarebbero stati nel territorio  a sud. Il padre di Calza Rossa gli porse la mano e disse: “Save’, quando avrete fame dovete bere molto, e fate meno schizzi, altrimenti morirete!”

 

Eccolo di nuovo, il mare, con la sua cara pelle rugosa da elefante: il mare degli scalzacani delle Tre Bisacce! Presto avrebbero sfilato davanti a noi flotte di mercantili diretti a Taranto e le navi per Crotone. Ma in fondo, che cosa mi importava delle imbarcazioni! Mi misi a ridere. Ero di buon umore. C’era quiete sulla collina. Dall’altura ricoperta di erba gli uomini guardavano il mare oltre lo sbocco del Saraceno, il fiume degli arbëresh d’Alisandra.

Davanti ai miei occhi si stendeva una terra ignota, silenziosa e non tanto immensa, solo il doppio di tre bisacce, l’antica misura agraria della terra di Faluccio de Gaudio, ma immensa quanto il giardino dei miei avi, gli scalzacani della famiglia Pa-Rrotë.

E il mare era indistruttibile: mutava aspetto ogni giorno e restava uguale a se stesso in eterno. Finché esisteva il mare, il mondo, pur pieno di gliaroni, non era misero.

 

[i]Buona-buona”, ovvero:”Bona-bona”, “Bonazza”.

[ii] Da leggere così: “Tr-kiu-chtù”, significa:”Tutto questo qui”!

[iii]Fianco(lato, margine) d’Aino”.

[iv] E’ termine dei quadarari ammašcanti, significa:”Pesce buono”, “’u-piscbbùne”.

[v]Mulapesce”.

[vi] Letterale: ”Cristo, che cazz’i pisci!”. Per altri, era “i qime shume”, “il pelo assoluto”, oppure “i qime i Aine”, “il pelo d’Ainea, Enea”.

[vii] E gli intrusi, si narra, furono tanti nel corso degli anni che la baracca fu chiamata “la baracca degli schizzi del Gaudio”, nella lingua degli Scalzacani: “abbaràkk diskîzz’i Gavidĵ”, nella lingua dei Castracani: “e barakë i skicave[la “c” si legge “z”] i Gazi”. Altra denominazione del luogo tipico: “e barakë e kuqe” che gli indiani delle Tre Bisacce commutano in: “abbaràkkä da Cucckä”, ma il nome più ineffabile di quel punto designato 33SXE271146(cfr. nota 17) è forse quello coniato dai quadarari meticci: “e shalë e mashtre”, che è sì, in parte, “la sella dell’imbroglio”, ma è anche un po’ “la sella della maestra”, cioè della Cucckä dei Castracani, l’indiana che ha somatizzato l’oggetto a del capo spedizione con l’indice del pondus 8 e l’indice costituzionale 59. Per i quadarari indigeni e geneticamente puri, “la sella dell’imbroglio” si è sempre specchiata nella loro sella dell’ ‘mbrógliu, che, essendo un “rotolo di rame”, aveva il “peso di 1 Kg”, difatti il toponimo quadararo è: “shalë i ‘mbrógliu”(cioè la sella che richiede l’arnese di 1 Kg) con la variante precisa “u trunânte p’u ‘mbrógliu”(la “sella” per 1 Kg di rotolo di rame). La somma cabalistica del punto designato nel Foglio n.222 della Carta d’Italia, IV S.O. Trebisacce fissa invece come numero il 21, che, nel “Foutre du Clergé de France”(1790), è la posizione dell’Imbronciato, che illustra lo stato amoroso di Saverio Gaudio: l’uomo volta la schiena all’indiana e lei dovrebbe infilarsi l’‘mbrógliu. Solo che così, giacché lei ci rimette almeno un pollice, il rotolo non è più da 1 Kg e nemmeno è ménzumbrógliu. Anche se, come sostengono i chierici francesi e gli indiani franco canadesi, l’indiana non s’addormenta mai quanto albeggia, nemmeno con i quadarari di Albidona che manco un quartumbrógliu tengono. Comunque, la posizione 21 dell’Imbronciato è quella della persistenza e, difatti, per gli schizzi che ci sono nella baracca da Cucckä come può la ‘ndrappuna  dormire?

Oltre ai residui umani e animali rinvenuti nella Baracca della Sella, e parecchi referti di natura genetica e culturale destinati a Calza Rossa, fu rinvenuto, in tempi recenti, un foglio manoscritto con evidenti incrostazioni di natura sessuale con questa poesia lasciata in omaggio ad Arshalëzet(cfr. annotazione in merito in “Strutturalismo della Sella”, a seguire nel testo integrale della Lebenswelt):

il legno è come la pelle e un po’ come il melone

e mani e dita vanno nel senso del sole

e risalgono a posarsi dove la carne con lo gnomone

fa verticale e profondo il meridiano

di largo in lungo si viene si va

cielo e vento liquido e macchia anche stesa

in linea tra i bordi dov’è il campo

e questa tela che aderisce fino al ventre carico

e inclinato tra la giuntura dell’inguine e l’anello

solare così marcato e pieno, il Jésuve che tira

acqua muscoli dita glande non bastano

ancora per bucare tra carne e tuono

remando con tutta la mano

fino al punto d’entrare nell’arco

della durata che ha lo spessore della controra

La qualità letteraria del testo fa pensare che il lascito sia opera di un poeta colto. Il riferimento al Jésuve non potrebbe che farlo un profondo conoscitore dell’opera di Georges Bataille.

In calce al foglio è vergato: Enzuvë a Pascipecora .

[viii]Ngul” significa “infilare” ,”ficcare”, “introdurre”, “fissare”.

da: La Lebenswelt con Sten Nadolny sulla spedizione degli Scalzacani per il passaggio a nordovest del Delta del Saraceno © 2011

 

G.V.G. e il quadrato di Josef Albers □

□ Questo quadro di Josef Albers è del 1966, la copertina di La 22^ Rivoluzione Solare è del 1974, è di Mario Frabasile.

G.V.G. e il quadrato del podice. Lebenswelt con il Thematic Apperception Test del 2 agosto 1973[i] e Josef Albers

G.V.G. era libera in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

senza giustificazione un parente

un conoscente

proprio la fantasia per incidere

tecnicamente in registrazione mista

scrosciata con microfono collegato in

sagrestia

senza tempo di latenza

con necessità ambientali di pressione

 

stimoli visivi senza dramma

almeno in coscienza

con media 12-14 e ampiezza relativamente

sessuale in protezione, asmatico,

con sigaro

con funzionamento fisico-verbale

manifesto fantastico grande

a colori

motilità extratensiva

di Josef Albers con velocità di esposizione-

coerenza logica su impedimenti

agorafobici soddisfatti

del monopattino

 

si può cominciare da G.V.G.

seduta che lo prende in mano

con questo disegno, la linea

che cammina da destra a sinistra in un

bosco in una casa in un lago

dietro una collina

sta facendo la carriola

è un risultato collegiale di ricordo

sintomatico

in vettori

sessuale, è la 30 del Foutre du Clergé de France

parossistico

schizofrenico, per via della pulsione uretrale del poeta ragazzo

ciclico

senza fattori-

adesso ritorna seduta nello stesso spazio rosso

G.V.G. ha gambe poderose e un podice

senza discriminazione quantitativa

non mi ha lasciato nemmeno una fotografia

per ispirarmi per come sta seduta

questo particolare sopportabile

applicato bagnato in via Zeffirino Re

senza tempo con reazioni

nulle, sconosciute ch’eleggono

la scelta originale, G.V.G. me lo tira su

sotto formula di tendenza latente

cioè intermedia

pene striato, atempore

dentro il collettivo di coscienza

ogni individuo è un quadratino

che collega tre punti a 90 gradi

G.V.G. è il mio pene puberale

chiro-schizoide stuprante

con materiale di disturbo

esaminato su lavagna

nella 1^ seduta il poeta ragazzo la

rivede 6 lustri dopo in un video di Tame Impala

che cammina nel corridoio della scuola

e prima ancora: preparazione del soggetto

seduto sul tavolo nudo

sul banco vestito

di spalle composto

che racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e nella 2^ seduta, il giorno dopo in libertà

con immaginazione impaginata

in racconti sciolti

una fiaba, la figura sette(otto nove o dieci)

bianca o arancio senza dettagli racconta

G.V.G., ricominciamo, fa la misteriosa

la 33 nell’orangerie, ha un podice rosso, bello spazioso

colloquio finale rimandato

ideo-affettivo

con pene puberale, striato, atempore

nemmeno una fotografia per ricordarne

il particolare contributo

applicato bagnato con il protagonista

assente, libero in un mito

in un autobus rosso, bello spazioso

e lei che fa la misteriosa,

ha un podice senza tempo di latenza

col vestito sollevato racconta il risultato

in quindici figure immaginate

e una espressione matematica

misura definita del quadrato di Albers[ii],

di Fabrasile e del Thematic Apperception Test

per il transito puberale di Urano su Venere

V.S. Gaudio

[i] L’opera di Albers è del 1966, creata in seguito all’apparizione supplente di G.V.G. per il pene puberale del poeta.

[ii] Il T.A.T. del 2 agosto ’73 va da pagina 41 a pagina 45 in: V.S. Gaudio, La 22^ Rivoluzione Solare,  Milano 1974(Collana “La curva catenaria” diretta da Domenico Cara, Gilberto Finzi e Giuliano Gramigna).

Diana e il Berg sibarita.

Mind Mischief
Tame Impala

L’allure un po’ bolsa dentro la finestra che fa gli amori e il Berg sibarita

Lì al banco della vecchia scuola
lei appollaiata sulla cattedra, dominante per miglia il mondo
e il sistema solare, il mio oggetto a immobile nel declino della vita,
giorno dopo giorno entra nella memoria,
e scrutando nel globo di cristallo
vede le figure del passato come in una processione riflessa
di un sogno splendente, che si muovevano attraverso l’incredibile
sfera del tempo; e ho visto lei lanciarsi verso un destino immortale
lungo il corridoio, con quell’allure come se fosse una cavalla bolsa
e insieme avesse il comando di grandi eserciti
riunendo insieme in un ditirambo rigeneratore
le epiche e falliche speranze del mio fantasma
essendo al tempo stesso Diana con scudi imperituri, frecce e spade
forgiate da Vulcano e dal mio spirito temprato in cielo.
Guardala come cammina! Vedi come non si affretta
verso il luogo dove il suo sentiero s’incontra
con il sentiero di un figlio di Pound e di Henry Miller.

O piccolo veneziano, attore per davvero, recitavi bene
la tua parte, potevi irrompere dentro la tragedia
più e più volte ti ho visto nel tuo oggetto a
camminare con lei fino a quell’autobus rosso spazioso
mentre i corvi gracchiando
volavano in direzione del bosco
sopra il tetto della tua casa
nei tramonti solenni,
con quel suo camminare lungo il corridoio
una mula come un ditirambo
che entra in un destino immortale
immobile passa al meridiano del tuo oggetto a
culmina dentro la finestra che fa gli amori:
una macchia luminosa che si sposta, che saltella,
a volte si ferma per un istante, come sovrappensiero,
e cola e poi si intrufola di nuovo, curiosa, spia
e palpa in una ricerca ostinata della sozzura
la sozzura! La sozzura! Domanda Gombrowicz
in questa grande fotografia nel corridoio della scuola
e nel cortile, anche nella piazzetta della stazione
questo corpo che cammina o che si è appena
abbandonata sul sedile con tutto il peso del suo pondus
la tua Diana che ruzza nei Campi Selvaggi
di quella scuola onorata con la sua allure col vento in poppa
o al giardinetto quel segreto gaudio
risuona come motivo del Berg
lasciando vedere tutto il lascivo sibaritismo
in cui Diana è rimasta incollata

 

40 POETI IN BORSA PER “AFFARI POETICI” ░ Milano 3 dicembre 2016

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Affari poetici è la prima azione del progetto Poetry & Discovery  nella quale 40 poeti reciteranno una loro poesia inedita sabato 3 dicembre dalle ore 15 in Piazza degli Affari, sulla scalinata del Palazzo della Borsa a Milano.
L’incipit sarà un Mantra declamato da Tomaso Kemeny e l’excipit un rito di iniziazione officiato dallo sciamano e poeta Angelo Tonelli. In mezzo le poesie e un intermezzo musicale. L’azione è da intendersi come tentativo di tornare all’autenticità contro il consumismo alienante. La poesia è da sempre una rivoluzione, l’irruzione della Bellezza nel mondo tramite il dono.
Al termine della performance verrà, appunto, donata una poesia tra quelle declamate a ciascuno del pubblico. Le poesie verranno poi raccolte in un’antologia.

 

Poetry and Discovery è un progetto internazionale oltre-poetico ed oltre-letterario che punta a riscoprire le immense forze psichiche, estetiche, morali e sociali dell’uomo, illuminando persone, cose e luoghi attraverso l’energia vivificante della parola, combinata con l’azione poetica.

E’ un progetto sostenuto da varie associazioni e ideato da Tomaso Kemeny, Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Germain Droogenbroodt, Mirna Ortiz, Paola Pennecchi, Gèza Szocs e Angelo Tonelli.

Poetry and Discovery fa tesoro di due esperienze precedenti: il Mitomodernismo, di cui Tomaso Kemeny è uno dei fondatori, nato nel 1994 con l’occupazione pacifica della Basilica di Santa Croce, a Firenze, per la rinascita morale ed estetica dell’Italia; il Grand Tour Poetico, fondato da Pietro Berra, Flaminia Cruciani e Gianpaolo Mastropasqua, partito con l’iniziativa “La Freccia della Poesia” che ha collegato il Sud ed il Nord dell’Italia nel segno della poesia viva.

In una nota scrive Tomaso Kemeny “La poesia, come parola, viene oggi spesso usata in modo indebito. Per noi la poesia è un dono nato dall’esperienza-intuizione e lavoro di una persona, ma appartiene a nessuno e a tutti. La poesia nel contesto di una civiltà sull’orlo di un tramonto indecoroso, è in grado di offrire la forma e l’idea di una bellezza nuova. Le rivoluzioni possono assumere una connotazione poetica perché la poesia è rivoluzione che come tale risveglia le energie del pensiero, l’entusiasmo esistenziale e traccia i confini dinamici di un cosmo nato dal caos indecente contemporaneo. Nei suoi momenti più alti la poesia sa contrapporsi al tempo che tutto devasta, muta e cancella, e dona ai cittadini quella libertà in cui la loro anima, in un istante fuggevole, si nutre delle sostanze dell’eterno“.

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con Tomaso Kemeny, Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Mirna Ortiz, Paola Pennecchi, Angelo Tonelli.

e Gèza Szocs, Endre Szkàrosi, Roberto Floreani 

Paolo Agrati, Simona Albano, Lucianna Argentino, Emilia Barbato, Roberto Barbolini, Maddalena Capalbi, Marina Corona, Massimo Daviddi, Cinzia Demi, Adele Desideri, Donato Di Poce, Laura Garavaglia, Bianca Garavelli, Antonio Gatto, V.S. Gaudio, Giovanni Giovannetti, Milli Graffi, Vincenzo Guarracino, Barbarah Guglielmana, Leonardo Guzzo, Paolo Lagazzi, Marica Larocchi, Simonetta Longo, Francesco Macciò, Marco Marangoni, Amos Mattio, Giancarlo Micheli, Chicca Morone, Ivano Mugnaini, Angela Passarella, Alfredo Rienzi, Ottavio Rossani, Pierangela Rossi, Franco Sangermano, Massimo Sannelli , Luigi Scala, Lidia Sella, Silvia Tomasi, Vito Trombetta.

Intermezzo musicale con Daniele Dubbini (flauto), Raffaele Nobile (violino).

FIGHT FOR BEAUTY!

I Dòi amorosi e u Sullicchju ░ Dario Fo & V.S.Gaudio

 

Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda
Dario Fo La Bibbia dei villani Guanda

Inviato da Cacao Quotidiano il Sab, 06/19/2010 – 10:00

Carissimi, questa settimana vi raccontiamo un’altra storia tratta dalla Bibbia dei Villani di Dario Fo.
Si racconta della nascita dei primi esseri umani e dell’amore…
Nel testo originale a fronte della versione in italiano trovate la traduzione in una lingua del centro-meridione e moltissimi disegni di Dario.
Immaginate che a leggervi questa storia sia la voce di Franca…
Buon divertimento.

I Dòi amorosi
Entorciga’ deréntro li baccèlli come faggiòli

Prologo
Ci rendiamo conto che i contastorie della Bibbia dei villani hanno tratto ispirazione da testi che non appaiono nel Sacro Testamento ma provengono addirittura da Bibbie apocrife. Cosi’ grazie a questi altri testi non omologati veniamo a scoprire con grande sorpresa che in quelle versioni i nostri progenitori non sono Adamo ed Eva ma altri due personaggi, pieni di gioia di vivere, di passione.
Dio, dopo averli messi al mondo, si pente di quella creazione. Sono due creature che vivono abbracciate dentro un grande baccello, infatti il racconto s’intitola: I dòi amorosi entorciga’ derèntro li baccèlli come faggiòli. Pare che solo mille e mille anni dopo nascono i nostri progenitori biblici, Adamo e Eva.
Come in altre storie di altre religioni, la prima donna, nel nostro caso Eva, viene sempre accusata di esser causa di sciagure. Basti pensare alla favola dell’abbuffata di mele proibite con relativa cacciata dal paradiso.
Ma nelle storie della Bibbia dei villani Eva ha un ben altro ruolo: non e’ il simbolo della scellerataggine, della lascivia e del peccato, anzi. e’ lei che mostra gran saggezza nel raccontare e commentare la sua venuta in “dell’onovèrso mónno”, nello scoprire con ironia il suo corpo. Ci racconta anche dell’incontro con la Grande Madre, una dea quasi clandestina. Ed e’ ancora lei che per prima scopre l’amore e lo insegna ad Adamo, allocchito e imbranato.
A proposito del primo incontro fra Adamo e Eva e della scoperta del far l’amore, ci siamo ispirati, oltre che alla favola dei villani, a una famosa novella di Boccaccio, conosciuta come: Poni el diavolo allo inferno.
Entrambe le storie che seguono verranno presentate da Franca, in un linguaggio del tutto particolare tratto dal lessico dell’Italia centro-meridionale.
Dopo aver creato l’universo intero, il sesto giorno il Padreterno dice: “Voglio fare due creature uguali a me, come due figlioli!”.
E all’istante, senza faticare, ti sforna due uova grandi, ma cosi’ grandi che a un elefante si sarebbe sfondato il condotto suo. Poi chiama un’aquila per farle covare: “Vieni qua uccellaccio… sieditici sopra!”.
Ma ’sto uccellone non riesce a coprire nemmeno la punta delle uova!
“Ora che faccio? Chi me li cova i figli miei? Mi dovro’ arrangiare da me solo!”
Il Padreterno si tira su la veste tutta fino alle natiche e poi si siede accucciato delicatamente sulle uova e comincia a covarle come fosse una gallinona chioccia verace. D’istinto gli viene da fare: “Co-co-co…” e sbatte le braccia: “Co-co-co…”
Li’ vicino ci stanno delle scimmie babbuine che sbottano in una gran risata: “Il Padreterno che cova le uova! Ah, ah!” Il Dio s’imbufalisce e gli ammolla una fulminata bruciaculo sul deretano: “Sciaa’!”. E per l’eternita’ i babbuini sono rimasti pelati e rossi nella chiapperia!
Allora, dicevo, il Signore cova… e per il gran calore che sprigiona, per poco non ti cucina due uova alla coque! Di botto ha un sobbalzo e grida: “Si muovono! Le uova si agitano!”.
Il Signore ninna a fremito il deretano santo… le uova si squarciano spalancate e da ciascun uovo sorte una creatura!
Emozionato com’e’, il Signore… bisogna capirlo, era alla sua prima covata… per abbracciarli inciampa e frana sui due appena nati e te li spiaccica che e’ quasi una frittata:
“Dio, Dio – che ogni tanto si invoca da se’ solo – che disastro! Bisogna che ci ponga rimedio.”
Dio raccatta la prima nata, una femmina, e, come un pasticciere, le rifa’ la forma. “Oh, qua, sul petto mi sono sorti due bozzi. Beh, le stanno bene, glieli lascio. Quaggiu’… mi si e’ fatta una fessura… non ho il tempo per ricucirla… tanto e’ una femmina, e, anche se tiene qualche difetto, nessuno se ne accorge.”
Poi rimedia pure al maschio… ’stavolta con piu’ attenzione.
“Ora dove li sistemo… povere creature mie appena nate?”
Disegna nell’aria un’elisse tonda e di botto appare un baccello di fagioloni esagerato! Apre ’sto baccello grande, cava fuori i fagioloni e dentro ci sistema comodi, una creatura per ogni valva.
“Belli i piccoli miei! Dormite cosi’ saporosi fino a domani!” e via che se ne parte per l’infinito del creato.
Intanto il diavolo, geloso al vomito, ha assistito a tutta ’sta magnifica creazione. Come il Padre Dio e’ sparito, s’appressa ai due gusci-baccello e, per non dare nell’occhio… che intorno ci stanno sempre gli angeli custodi a spiare, si e’ incarcato sul capo una testa di montone con le corna a torciglione… e cosi’ combinato a pecorone… raggiunge le due valve spalancate e con una pedata: bam!, richiude il baccello spiaccicato.
All’improvviso maschio e femmina si ritrovano uno incollato all’altra appiccicati. Per il cozzo si risvegliano all’istante… si odorano… nello scuro si palpano… con la lingua si assaggiano…
“E’ buono!”
“E’ saporosa!”
“E tu chi sei? Sei un fagiolo?”
“Si’!, sono un fagiolo con un pisello!”
“Sei il mio doppio… uguale a me?”
“Non che non siamo uguali… io sono uomo!”
“Siamo imprigionati?”
“Stai cheta che appena siamo maturi ’sto coperchio d’incanto, s’apre da se solo.”
«Ma io non sono per niente agitata… mi trovo bene cosi’, mi sento addosso una gran dolcezza.”
“Anch’io…”
Per gioco si ninnano di qua e di la’… si strusciano.
“Mi fa un solletico strepitoso: Ahahah!”.
Gridano, ridono e miagolano con lamenti… respirano ansimando. PLAF!, si spalancano le due valve: “Oh siamo liberati!”
“Per carita’!” dice la femmina, “richiudi che sento freddo!” E PLOC!, con uno strattone, di nuovo si ritrovano abbracciati… e poi di nuovo aperto e poi richiuso… aperto e richiuso… aperto e richiuso…
“e’ uno spasso grande! Come si chiamera’ ’sto gioco?”
E la femmina con un languido sospiro dice: “Io credo che si chiami amore.”
“BEHAAE!” Il diavolo travestito come un pecorone, sbatte il capo sul terreno e bestemia: “Che fottitura! Io, il demonio, ho inventato l’amore! BEHHAE!”.
Un caprone che gli sta appresso s’arrazza a ’sto belato e gli va in groppa a montarlo. “BEEHHHAEE!” Fugge come un fulmine il demonio e si va a incornare con il capo contro a un roccione… le corna si infriccano salde nella capoccia… cosi’ che, in un solo giorno, il diavolo ha creato l’amore e ci e’ rimasto per l’eterno becco e cornuto!
Intanto quelli nei baccelli continuavano a fare l’amore… aperto e richiuso… aperto, richiuso… Riappare il Signore all’improvviso: “E che e’? Ma che razza di razza ti ho sfornato?” s’indigna e grida. “Ma che mollacciosa vita e’ mai ’sta vostra, che tutto il giorno abbracciati ve ne state… apri e chiudi, apri e chiudi! Dovete ancora inventare la ruota… il fuoco! Vi ho creati come figli miei! Creature del Signore siete! (Infuriato) E arrestatevi almeno un attimo di fare l’amore, almeno quando parlo!”
E a Dio gli girano i santissimi! “Sai che faccio? Vi divido! Vi distacco uno dall’altro, la femmina di qua e il maschio di la’ e vi sbatto in due continenti diversi e non vi rincontrerete mai piu’!”
“Non ci dividere Dio! Cosi, tu ci uccidi!” piangevano lacrime assai per il dolore.
“Che e’ ’sta bagnata sul capo?” grida il Signore.
Gli angeli spaventati, se ne fuggono… lasciano sparpagliato un getto tondo tondo di lacrime… e cosi’ nel cielo e’ nato l’arcobaleno.

SGRÂNÂMU SULLICCHJU, SULLICCHJA O COCCIUTA JÂNCA?

Collegamento permanente Inviato da v.s.gaudio il Sab, 06/19/2010 – 15:28

Tragedia tânguna in quattro interrogativi
di V.S. Gaudio

Personaggi:
SULLICCHJA MÂRCUNE
SULLICCHJA MÂRCA

SULLICCHJA MÂRCUNE
‘Mporgiamu?

SULLICCHJA MÂRCA
Tignâmu?

SULLICCHJA MÂRCUNE
Fušcamu?

SULLICCHJA MÂRCA E SULLICCHJA MÂRCUNE
Sgrânâmu sullicchju, sullicchja o cocciùta jânca?

FARFÂGNÂ ca cuttunija, mentre cala il sipario:
U grugnu sgrânâ, ‘a tasejella tignâ.

  • Nel gergo dei “quadarari”, l’ammâšcânte, “tângune” è il “tangaro” di Garzoni e il “tanghero” di Redi, villano, zoticone o contadino che sia;”sullicchja” è sia “fagiolo” che “fava”; “sullicchju” sta per “cece” e “lenticchia”; la “cocciùta jânca” è la “fava”.Dal “Dizionario Ammâšcânte-Italiano”, di cui a John Trumper, Una lingua nascosta, Rubbettino 1992, si rileva che “mârcune” è “marito”, “amante” e “mârca” è “moglie”. Quando questa chiede:”M’affigni ‘u sullicchjùnu?”, ‘u mârcune fa rispunnèlla:”T’affignu ‘u sullicchjûnu”, “ti do il fagiolone”, o glielo ‘mporgia, tigna o fušca.
    I primi tre interrogativi sono tutti la prima persona plurale del presente di tre verbi del “coire”, “fottere”, “scopare”. Il quarto, invece, a monte di tutto questo “chiavare” a parole, è dell’ordine del “mangiare”,verbo metonimico passato in lingua che fa “uscire i grani d’un frutto dalla loro sede”(DELI, di M.Cortelazzo e P.Zolli, Zanichelli 1999:pag.1522). “Farfâgnâ” è il “diavolo”, “ca cuttunija”, “che sta cucinando”; “grugnu”, in origine “muso”, “muso del porco”, è il “contadino”; “tasejella” è la “contadina” (ma anche una “varietà d’uva”) che “tignâ”, “fotte”, ovvero “pigia l’uva”  •
  • from: JacopoFo.com

Lebenswelt 4 │EDGAR HILSENRATH

lebenswelt-4La Lebenswelt con Edgar Hilsenrath ♦

Preparativi, Ingredienti e Scheda pulsionale di Szondi per l’ Orgasmo a Mosca

 

Faccio una Lebenswelt con Edgar Hilsenrath – quello di Orgasmo a Mosca – e naturalmente che ci posso metter dentro? Innanzitutto passa tutto attraverso il cazzo di Mandelbaum, che posso farci?, Mandelbaum, lo sapete no?, equivale a “mandorlo”, e , senza arrivare alla mandorla e nemmeno a Philippe e a Philippine dell’argot[i], è un cognome inequivocabile, è come la libido geografica dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, se ve lo ricordate, o, meglio, ve lo ricordo io: prendete il cazzo di Mandelbaum, che, parte da Mosca e deve arrivare in America, ed è un uccello magnifico, a detta della signorina che, gravida, l’ha mandato a prendere, tramite il corriere del padre,  che è nientemeno che Nino Pepperoni, boss dei boss della mafia americana, insomma è tutto legale, quell’uccello va sposato prima che nasca il frutto del mandorlo e della Pepperoni.

Questo cazzo di Mandelbaum è una cosa seria, intanto se io lo scrivo e lo metto qui sul web, se ci rimetto sulla sidebar, o sotto il post, la pubblicità AdSense, questi, come vedono questo cazzo di Mandelbaum, che è enorme, stando a quel che dice il corriere che è andato a prenderlo, Schnitzel, che, prima di mandarcelo, l’hanno castrato, e il bello è che lui si chiama “Ritaglio”, poi se vai in cucina sarebbe Schnitzel “scaloppina”, non è singolare?, insomma dicevo che quelli di Google, se vedono ‘sto cazzo, mi mandano subito l’email che ho violato le norme, le norme della pubblicità che consiste in questo: più o meno, nonostante abbia milioni di visualizzazioni, se non ti cliccano la pubblicità non esce niente e, aspettate.., per uscire qualcosa, con ritmi di visualizzazioni pari alla lunghezza del cazzo di Mandelbaum, niente, ci vogliono almeno due o tre anni per fare 70 euro, e quindi questi ti rompono il…, scusate: ti mandano l’avviso per niente, un clic, sarebbe forse manco un centesimo, e invece il romanzo con tutto quel cazzo, purché viene preso in libreria, nessuno gli dice: ma signor Hilsenrath, mamma mia quanto cazzo, e quella troia di Anna Maria Pepperoni poi, e il castrato, e la sposa , che dovrebbe essere rumena e di sicuro è abbondante con le tette sode anche senza reggiseno, non avrà avuto più di vent’anni,  quando Mandelbaum passa in Ungheria, che si fa smandorlare dal Mandorlo perché lo sposo ungherese purosangue che Schnitzel,che aveva la nonna ungherese,  se non fosse stato castrato, se lo vorrebbe inculare lui, lì nei ritagli della notte,  si è addormentato e si è dimenticato della mandorla della sua Philippine rumena, e se non ci fosse stato a volare di là quel grande uccello russo di Mandelbaum, sarebbe stata sì una vergogna, anche in terra di confine e di passaggio, lo sposo dorme, gli aveva detto Schnitzel e quella piange per la vergogna ma hai visto che gambe e che poppe che ha? E allora Mandelbaum ha infilato il lungo cazzo duro nella figa bagnata della sposa, e questo, disse  il castrato: presumo che fosse la figa, perché la sposa ha cacciato un urlo, ha slanciato all’indietro le braccia che prima teneva avvinghiate al collo di Mandelbaum, ha sollevato di scatto le gambe scalciando per aria, ha strabuzzato gli occhi, inarcato la schiena e urlato una seconda volta, e quando ho riattraversato di soppiatto la cucina, l’autista si muoveva ritmicamente sopra Anisoara…ma signor Hilsenrath, basta, per carità tolga questo grande uccello altrimenti …la pubblicità si offende e non gliela facciamo volare più nel suo cielo!

Comunque, è un po’ come i Promessi Sposi, a pensarci, quello di Piero Chiara, forse,  tant’è vero che come mette piede nella Terra del Ritorno, a Mandelbaum  non gli si erige più: veramente, non vi sto a spiegare perché, ma devono passare e sposarsi in Israele, e la faccenda adesso è questa: quando era a Mosca, all’ebreo Mandelbaum il mandorlo fioriva che ogni passaggio al meridiano uno si fermava a rimirarlo: e cazzo, che cazzo di primavera è questa, mai visto un mandorlo così in fiore! Pure nei vari stati attraversati, stando alla testimonianza di Ritaglio, il promesso sposo di Anna Maria Pepperoni, che è mingherlino, come in fondo, se non guardate i fiori, è mingherlino il mandorlo, fa vedere al lettore il dispositivo di sessualità  per il quale Anna Maria deve legalizzare il dispositivo di alleanza, insomma Anna Maria ha perso la testa per uno come Mandelbaum e non si riesce a capire perché, il padre non lo sa, la madre nemmeno, il corriere man mano capisce e scopre la verità: Anna Maria ha perso la testa per il grande uccello di Mandelbaum, che è bella come immagine, se vi fermate a rimirarla: il Mandorlo con un Uccello mai visto da queste parti, ma che dico da queste parti, l’abbiamo visto a Mosca, e Anna Maria, che di uccelli a New York cazzo se ne ha visti e beccati, e anche in altre parti dell’America, a un certo punto all’inizio pare che sia a Pittsburgh, dove, si sa, non c’è un uccello che vola nemmeno  a pagarlo a peso d’oro, una che ha preso questo uccello a Mosca  e dice che è volata con lui nel cielo sopra Mosca e dintorni, cazzo già che c’era, poteva ri-direzionarlo  quel gran patauccello verso le Americhe e avrebbe fatto risparmiare al padre tutto quel dispendio e quello spiegamento di dollari per farlo emigrare di soppiatto grazie alla perizia geografica di Ritaglio, prima, e, poi, dall’arabo Kebab, che è un uomo distinto e colto ma che, detto tra noi, gli piace montare gli asini, e questo, giura chi l’ha visto, sarebbe bello da vedere, anche se Giovanna I d’Angiò ad Amantea in Culabria già nel XIII secolo aveva postulato la proairetica dell’asino che vola [per via dell’uccello], e questa è da “umanesimo di Stato”, che attiene sempre alla pulsione “s” di Szondi [vedi la scheda delle pulsioni qua sotto] ma, quantomeno, non è il ciuccio ad essere montato!

Allora, questa Lebenswelt, la sto preparando, intanto ecco gli ingredienti:

  • Un grande uccello sul Mandorlo a Mosca
  • Mandorlo o Mandelbaum
  • Un castrato, Schnitzel, o Ritaglio
  • La scala antincendio in America, e il Four Roses
  • Mosca
  • New York
  • Pepperoni
  • Pepperona inseminata
  • Slivovitz, l’avvocato tuttofare di Pepperoni, e la parrucca
  • Mӑmӑliga(una specie di polenta romena)
  • Cetrioli ungheresi sottaceto
  • La Terra del Ritorno, Israele
  • Kebab e gli asini
  • Terre di transito: Romania, Ungheria, Austria, Turchia, Armenia, Italia
  • L’uccello fiacco, l’anatra zoppa, sul Mandorlo a Tel Aviv
  • Il presidente del consiglio italiano che si gratta il sedere e deve salvare Pepperoni & Pepperona, la mafia americana
  • L’uccello sul Mandorlo vola in quattro o cinque terre di transito
  • La Pepperona anche in Italia è stata disseminata
  • Nella terra del Ritorno l’uccello di Mosca sul mandorlo che era patagonico è pata-agonico

 

○ NomenKlatura della Lebenswelt

 

  1. Il Grande Mandorlo di Mosca a Tel Aviv.Rotazione e ciclo colturale del Cazzo.
  2. Agraria della castrazione e emigrazione del Grande Uccello.
  3. Dal Kolchoz al Kibbutz: psicosomatica del rinsecchimento immediato del Grande Mandorlo russo.
  4. Pepperoni Spa.Agraria, emigrazione, geografia sulla rotta del Grande Uccello di Mosca

 

Fattori pulsionali di Ritaglio, Miss Pepperoni e Gran Mandorlo Russo

Fosse passato al confine tra Romania e Ungheria l’altro ungherese, Leopold Szondi, quello dell’ Introduction à l’Analyse du Destin │© 1972, trad.it. Asorolabio-Ubaldini 1975│ci avrebbe lasciato qualche appunto sui vari fattori pulsionali degli attanti della storia: Schnitzel, con la pulsione “s”, bisogno di aggressività e di ratto, che viene rapito e castrato, sadico e pederasta, socializzata la sua pulsione di omcida sadico avrebbe potuto fare, e difatti fa, di tutto: macellaio, chirurgo, passa ferri, boscaiolo, carrettiere, guardiano di zoo, lottatore, massaggiatore, autista, cacciatore, soldato, addirittura colono, vai a vedere: sarà andato anche lui in Israele; Anna Maria Pepperoni è dentro la pulsione di sorpresa, tra esibizionismo e voyeurismo, una pulsione combinata tra “e” e “hy”, dalla panettiera alla modella, in sublimazione una di quelle zoccole che smettono di acchiappare uccelli quando la bipulsione è contratta tra umanesimo religioso e arte drammatica, tanto che questa troia esplosiva può convertire l’isteria di conversione in catatonia, specialmente durante le orge cui partecipa nell’attesa che arrivi il Grande Uccello di Mosca, d’altronde siamo nell’ambito della pseudologia fantastica che, drammatizzata, porta all’esagerazione e all’univocizzazione dell’Orgasmo Assoluto a Mosca abbinato al codice catastale dell’ inseminazione generativa; il cazzone russo è dentro la pulsione “k”, quella del narcisismo primario, che, socializzata, produce ruoli come insegnante, professore di matematica, fis9ica, filosofia, economia politica, ingegnere, critico d’arte, libraio, tipografo, impiegato postale, ma anche soldato e contadino; in sublimazione, il grande mandorlo , quando non è in fiore o addirittura si secca, riflette, filosofeggia o fa matematica, se non estetica fino alla metafisica, e, comunque, con quel grand cazzo che può sempre far passare al meridiano dell’oggetto “a”, in sintomatologia può esprimere tratti temporali in cui rifiuta di lavorare, o non può lavorare, potrebbe vagabondare, certamente come avrebbe potuto fare il flâneur a Tel Aviv?, e nei ritagli di tempi praticare il furto con scasso, quando non ci sono spose rumene al confine ungherese da onorare mentre lo sposo fresco sta già dormendo alla prima.

by V.S.Gaudio

Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth
Migrazione dell’Uccello di Mandelbaum ⁞ Illustré par Henning Wagenbreth

 

 

 

 

│Edgar Hilsenrath, Moskauer Orgasmus © 1979

│Trad.it. Orgasmo a Mosca, Voland, Roma 2016

│Trad.fr. Orgasme à Moscou, èditions Attila 2013

[i] Non dimentichiamo che la radice di “Mandelbaum”, che, in tedesco, è il “mandorlo”, in lingua russa è : мандӑ(leggi: “mandà)f. volg., figa, fregna, mona.  “Mandorlo” è: миндӑль(leggi: “m’indàl’”) e миндӑльничание(leggi: “m’indàl’n’ician’ije”) corrisponde a “effusioni sentimentali; accondiscendenza; complimenti. Il “ricavato di mandorle”, che è quello che, prodotto in quell’orgasmo assoluto, ha ingravidato l’americana Pepperoni,  si chiama “m’indàl’nyj”: миндӑльный; starebbe anche per “dolciastro”, “mellifluo”.

 

 

▬ Questa Lebenswelt 4 è pubblicata anche in→ gaudia 2.0

 

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger und Lebenswelt

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger

La Lebenswelt fotografica di Cornelia Hediger

Quando si fa una Lebenswelt[i] c’è sempre una storia d’amore che sottentra, o potrebbe sottentrare da un momento all’altro, tra la figura e il personaggio, e che, il visionatore, anche se è preso da una ectomorfa leggera e ancora ragazzina che, a guardarla, qui sul marciapiede, che va su e giù verso est per caricare l’orza all’occhio desiderante, la vede che si precisa nell’immediatezza di una intersoggettività che, tenuto così dentro il désir, non è che l’elastico infinito del tempo, tra la biografia della fotografa e il poeta privo di fantasia e amante della buona tavola che, tra pane e pomodoro e  riso con le vongole come lo prepara Marisa Aino secondo Manuel Vázquez Montalbán[ii], è per questa dicotomia un prodotto combinatorio, anche se per riconoscersi, in una strada affollata, come personaggio avrebbe difficoltà. Parte, il poeta, nelle sue storie d’amore, sempre dal terzo tempo, che è quello del tentativo di impossessarsi dell’altro, o addirittura parte subito dal quarto, ormai, sia come personaggio che come figura è fuori tempo, e invero non ha più tempo per fare storie, perciò ritorna all’essenza con un micro racconto, una Lebenswelt, una Stimmung[iii].

La configurazione semica del Nome proprio e la biografia che man mano si va facendo,che si fa passaggio, luogo di passaggio e di ritorno[iv], anche su un marciapiede, una stazione, una spiaggia, una strada, della figura, che, quando il poeta la vede per il podice che gli sta muovendo la ragazza su questo marciapiede per tirargli su l’orza al meridiano, nei suoi skinny-jeans tanto che un po’ penserà a Sandra Alexis in via Micca a Torino[v], così questa figura, che non è mai una combinazione di semi fissati su un nome civile, quando la vedi nella sua maneira de andar, ma che, dopo, avendola dotata di un nome, seppure inesistente all’anagrafe di Elvas ma non al Circo Orfei in quel secolo scorso, ora che vedo questa skinny-young un po’, ma solo un po’, con quel passo di Sandra Alexis, e non ha Nome la temporalizzo come figura e a partire dalla luna nuova la incontrerò, o, meglio, la vedrò camminare davanti a me una seconda e anche una terza e anche una quarta volta, come se fosse il doppio di Sandra Alexis, fin tanto che, come ebbe a dire, passando davanti al poeta, con un ragazzino che l’accompagnava, che non c’è più la rete qui, è stata rotta, e qui manco da quattro anni, come se quattro anni la rete ci fosse stata, e il poeta pensa che anche lui a conti fatti da lì mancava da quattro o forse sei anni, se non sette, e la settima volta la vedrà ancora con quel podice ectomorfo che un po’ gli ricorda Sandra Alexis e un altro po’ Simone Dauffe[vi], ma intanto che tra la figura e il personaggio non c’è più tempo per farci una Lebenswelt, e nemmeno una Photostimmung, o, come nel caso di Cornelia Hediger, una Photolebenswelt, il poeta, che non potrà mai parlarle come personaggio, e cosa potrebbe mai dirle, di che segno sei? Oppure: penso che tu abbia, per via del tuo passo di bolina, Mercurio e Urano a 90°, e allora il mio oggetto “a” di base che è la figura di tutti gli altri oggetti “a” infiniti ed esponenziali che ha Mercurio e Urano a 180° è proprio vero che con il suo passo al gran lasco quando caricava l’orza ai passeggiatori nello stesso momento che cosa rinserrava per stringere così tanto il (-φ) nell’insenatura più stretta e ottusa?
La Photolebenswelt è una sorta di buona scrittura, dunque: produce dei personaggi, e non li fa giocare fra loro davanti a noi, li produce perché innanzitutto  è l’autore che gioca con loro, e, poi, il visionatore, anche se non è il poeta, per ottenere da loro una complicità che assicuri lo scambio ininterrotto dei codici, insomma i personaggi, anche  quando appaiono come assetti morfologici narcissici, alimentano la pulsione uretralfallica dell’autore, il doppio produce dei tipi di discorso, dei tipi di Lebenswelt, dei tipi di Stimmung, dei tipi per i piaceri singolari del proprio oggetto “a”, che è, non solo allo specchio, quello dell’autore, che,lo vediamo continuamente,e contiguamente, se è la Photolebenswelt che si sta visionando,  non fa che far fare tutte queste figure al personaggio con cui gioca o interfigura e fa il gaudio.

Nella Doppelgänger, che io chiamo Photolebenswelt,  una sera il doppio di Cornelia Hediger  osò rivolgerle la parola, anzi no, le fece una fotografia, la mise in scena, come se fosse innamorata, e senza speranza, oppure per niente, non era innamorata, voleva solo allietarsi l’animus, e quindi confessò alla sosia di sentirsi in una situazione d’angoscia, e sotto le vibrava il désir, e c’è questa losanga di Lacan, e non so se amo o se amerò, non me ne importa un cazzo, è che adesso, come nel caso del pesce, che è da est che mi sta venendo incontro, e non saprei, visto da qui, fin quando arriva, se ci faccio la salatura o lo shummulo, e il doppio sconvolto dalla rivelazione, giacché amava la sosia, che, essendo la figura connessa all’oggetto “a” dell’autore, era lei stessa il personaggio protagonista, e tremò al pensiero che si fosse creata una scissione così grande, così profonda, così visibile, a lato, o sotto, ma venendo il pesce da est, lei era nella parte ovest, dove c’è la California o, se proprio si tratta di pesce atlantico, c’è il Portogallo, e allora la scissione, ma anche la salatura, è davvero insormontabile.

Per questo, la Doppelgänger, che io chiamo Photolebenswelt, è destinata , per via del Leib della figura moltiplicato dall’ambivalenza del personaggio, a una cupa malinconia: passa con se stessa, la sosia, o il doppio, gran parte del suo tempo, e chi le guarda vede due decorose signore che se la intendono, a lato, sommessamente, o sotto, anche sotto il letto, a volte, o dietro la porta, in un angolo, il doppio talora conferma, talora nega. Più lontano, dietro la foto così assemblata, non c’è altro che la sua superficie, il groviglio di linee, la scrittura indecifrabile del désir del doppio; sotto, c’è il nulla della castrazione, ma non è detto che il movimento dilatorio del significante non possa riprendere grazie a un altro sosia, che, in sostanza, è destinato ad essere il personaggio principale purché venga a rappresentarsi in scena.

! v.s.gaudio

[i] Cfr. V.S.Gaudio, La Lebenswelt, in: Idem, Lebenswelt, L’arzanà, Torino 1981.

[ii] Cfr. Manuel Vázquez Montalbán, Ricette immorali, trad. it. Feltrinelli, Milano 1992.

[iii] Cfr. V.S.Gaudio, La Stimmung, in: Idem, Stimmung, Collezioni di Uh, Cosenza 1984.

[iv] Cfr. Roland Barthes, Personaggio e figura, in:Idem, S/Z, trad.it. Einaudi, Torino 1973.

[v] Cfr. V.S.Gaudio, La maneira de andar di Sandra Alexis.Estetica e teoria dell’andatura, in “lunarionuovo” nuova serie n.15, Catania aprile 2006.

[vi] Vedi: Simone Dauffe, in: V.S.Gaudio, Chambonheur, © 2004. Cfr.online in Uh-book 

Cornelia Hediger ░ Doppelgänger

Born in Switzerland, Cornelia Hediger lives and works in NYC. She earned both her BFA and MFA from Mason Gross School of the Arts at Rutgers University. Her imagery has been presented in exhibitions at Wallspace Gallery in Seattle, WA; Anita S. Wooten Gallery in Orlando, FL; PS122 Galleryin NYC; the International Center of Photography in NYC; Maryland Institute College of Art in Baltimore, Rutgers University in New Brunswick, and the Massachusetts College of Art. In addition Hediger has shown her work abroad at the Gallery Del Mese-Fischer in Switzerland andLimilight9 Gallery in Halifax, Canada.

Hediger’s photographic assemblages are an autobiographical dialog between herself and a series of doppelgängers or doubles.Hediger is both photographer and model, acting out a series of characters representing hope, despair, good, evil, past and present.She describes the interactions between characters as “an internal dialog and struggle between the conscious and the unconscious”.Herimages toy with perceptions of self and the variety of selves that can exist within an individual. At times her work speaks of an internal darkness and mistrust of self but ultimately humor takes over forming a more playful exploration. (via)

 

Corto Maltese e il Pantano dei Bei Sogni ░ V.S.Gaudio

lebenswelt 3 corto maltese

Corto Maltese e il Pantano dei Bei Sogni ░

Lebenswelt con Hugo Pratt sul Bosco del Torinese e il bagliore ainico della moglie del Poeta

Come se fosse stata qui la spedizione, nei pantani della Sibaritide o non nell’Orinoco, dove nel delta si inventano numerose lagune, e dove la più bella è anche la più pericolosa[i]; e con Corto c’era il poeta, la moglie del poeta e l’esperto marinaio il padre di questa, legati nel nome della lode del mare o dell’acqua del genere maschile.

La moglie del poeta era una navigatrice provetta, esperta seguace del padre, nella sua giovinezza, quando a volte appariva sulla spiaggia a trarre a riva la barca insieme al padre e ad altri marinai, gli avventori, semplici bagnanti o curiosi della battigia, restavano abbagliati dal bagliore ainico della giovane donna che, anche in shorts bianchi a fior di culo, si faceva demone meridiano per la libido di quasi tutti quei visionatori  occasionali e precisi destinati a farsi cultori indefessi di quell’oggetto “a”; se non ci fosse stato il poeta, la regola sequenziale degli items del Contatto[ii] e della Carezza[iii] non si sa in quanti soggetti sarebbe stata fulminata dal bagliore ainico della figura  lodata, nei piaceri singolari diuturni di quegli avventori, come “lode del mare”, tra greco e latino, e anche “racconto del genere maschile”.

  • C’è un tamburo o una sirena infinita che udiamo da un bel po’, eppure non sappiamo dire da dove possa provenire, anche se il messaggio è chiaro e dice che nel pantano dei bei sogni c’è un torinese, ed è malato, anzi, ne siamo certi, dev’essere pazzo. Nessun torinese, dice Corto, resterebbe nel pantano dei bei sogni , a meno che non sia pazzo.
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.13
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.13

 

Cosa ci farà in questo posto?

Ci sono tre posti terribili tra il Delta del Saraceno, del Satanasso e della foce del Crati, il più pericoloso è il pantano dei bei sogni, o il bosco del torinese. Bisogna andare a vedere, dice Corto. Non posso lasciar solo quest’uomo…

  • Bene, Corto Maltese, gli risponde il poeta. Se vuoi andiamo, ma non sarà facile raggiungerlo; intanto bisogna attraversare la ferrovia, e quindi vorrà dire che non siamo venuti in barca.
  • Smettetela con quei tamburi, urla il torinese, basta, basta, divento sordo, questa non è la contrada del campanaro, è semplicemente la contrada del pantano, e se c’è quel marinaio con quel pezzo di figliola appresso allora è la contrada del bosco del torinese, anche se dovrebbe essere chiamata la contrada dell’ainos maris, che è la lode e il racconto del mare e del genere maschile, e che è anche il terribile, l’Heimlich del (- φ), stando a quanto dice il marito della giovane figlia di quel marinaio che, si narra, appartenne alla banda Pignatelli che operò nel golfo di Taranto durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Dio mio, che bello questo pantano dei bei sogni, e delle infinite pugnette, è strano che Harry Mathews[iv] non vi abbia ambientato alcun piacere singolare, che tipo scarso! Qui, c’è il tesoro del reggimento a cui appartenne da militare anche il poeta, che era della Brigata Pinerolo e, poi, si è dovuto congedare, quel coglione antimilitarista, nel luogo in cui c’è la Confraternita della Caccia e di Sant’Uberto, un autentico fesso costituzionale, per questo l’abbiamo spedito a Torino!

… Ah, sentite, arriva qualcuno, devono essere i miei vicini, con quel bella puledra marinaia, non ditemi che è dal mare che sta venendo la lode del mare!

  • Come sta?, chiede Corto al torinese.
  • Orribilmente, anche se a vedere la figlia giovane del mio buon marinaio della Banda Pignatelli, il sobbalzo del mio (-φ) non solo mi fa venire il singhiozzo ma, se non distolgo il pensiero, ho emissioni incontrollate non solo di liquido preseminale. Lei non sa quante volte questa giovane figa del bagliore ainico allieta i miei piaceri singolari. Non crede che il poeta, che ne detiene il godimento singolo e singolare, debba ogni tanto delegarmi come suo sostituto, non solo notturno? E’ ignobile che quello straordinario picciunazzo, come dicono qui questi terroni, se la faccia sempre con quell’insignificante poetino di suo marito, non crede?
  • E’ sconsiderato, disse Corto.
  • Sconsiderato? Lei è generoso nei suoi confronti.
  • Allora, diciamo inammissibile, ma non ci pensi più per il momento, o, almeno, resista fino a stanotte e poi ne faccia la lode infinita nei suoi piaceri singolari notturni fino al sorgere del sole. E a proposito, perché non ne manda una microcronaca ad Harry Mathews?
  • Scommetto che lei è della Folletto. Va rompendo il cazzo di casa in casa per carpire i piaceri singolari della gente. E non solo i piaceri notturni.
  • Non direi, rispose sorridente Corto. Questo è il Bosco dei Bei Sogni, o il Pantano, se vuole, non ci sono case né casolari, né pisciaturi, né capanne o caselli dell’eterotopia, non solo come la intende Michel Foucault[v].
  • Non ho caldo, rispose ancor più sorridente il Torinese. E poi è tutto maledettamente bello qui. Il Pantano dei Bei Sogni, il Pantano delle Seghe del Torinese…
  • Senta, questo Pantano ha un nome, il Pantano dei bei sogni e delle pugnette del poeta, è il più pericoloso della nazione e del mondo, la dimora di tutti i fantasmi più immondi non solo d’America…Guardi l’erba…non finisce mai di crescere…più ne tagli, più ne cresce, altro che Folletto, questo è il posto da cui è stata generata la produzione infinita dei tagliaerba. Su, venga via, venga con me, ritorniamo nel nord Italia!
  • La ringrazio, ma resto qui, sono il Torinese e questo è il Bosco del Torinese.
  • Senta, aggiunse Corto, qui in questo Pantano ha origine ogni malattia e qui, quando si comincia a sognare non ci si sveglia più, è la contrada del Campanaro e della Pignata piccola, lei è stato ingenuo a venire quaggiù, anche se è dentro il sogno di fottersi la moglie del poeta per un intero ciclo lunare, manco fosse un saraceno.
  • Cosa vuole insinuare?
  • Oh, basta! Posso indovinare quasi tutto di lei. Non solo lei è un piemontese tipico, ma se voleva fottersi la moglie del poeta perché non se l’è fottuta prima che fosse la moglie del poeta, avrebbe potuto farlo benissimo quando veniva a cercar funghi con tutte quelle sorelle depravate , che, a conti fatti, pur essendo quella giovane il piatto forte e appetitoso, una botta a ognuna di quelle troie avrebbe potuta dargliela almeno una alla settimana, cioè una fase lunare la sorella maggiore, la fase a seguire la quarta, poi riposo per via della terza che non è chiavabile nemmeno se te lo tira su prima la giovane, quella della lode del mare e del fallo, quindi si riprende e via anche con la madre, tanto il marinaio non c’è mai in loco, lui va sempre per mare, e la sua casa è il porto di approdo di tutti i filibustieri di tutte le confraternite interregionali, poi quella che è rimasta, e infine la giovane, a fotterla nel novilunio o nel plenilunio a seconda delle posizioni del Foutre du Clergé de France da inscenare. Comunque, adesso la cosa non è più possibile. Lei è malato, sia ragionevole, lo faccia recintare questo bosco e venga con me.
  • E la seconda che fine ha fatto? – chiese il Torinese.
  • A parte il fatto che quella , per essere chiavabile, dovremmo rifarla dalla testa ai piedi e, possibilmente, chiamarla con un altro nome, e, poi, non lo sa? Andando spesso da Pignatelli a Sellia Marina, a un certo punto non è tornata più nel Pantano, l’hanno ritrovata a scopare con il Folletto nella zona della Nato di Vicenza, ufficialmente presso i parenti recentemente verbalizzati come famiglia di San Giovanni.

Nel Pantano dei Bei sogni c’è  nella notte del Torinese la vincita alla Lotteria di Sibari, e quel maledetto carro armato tedesco, davanti al quale era scappato e nessuno si era stupito, tutti avrebbero voluto fuggire, ma ci vuole più coraggio a vivere da vili che a morire da eroi, e allora il Torinese adesso attaccherà quel carro armato e poi recinterà il bosco e se ne andrà a Ventimiglia a far la tratta degli immigrati clandestini, e la sera andrà al Casinò di Sanremo dove conoscerà la pittrice Klelia Kostas, e la porterà poi a Torino, con i capelli rossi e gli occhi verdi, ma prima deve fermare quel maledetto tank tedesco, altrimenti come si farà poi ad emigrare in Germania, appena finita la guerra e quando non era ancora cominciata come farebbero a vendere il Kobold come Folletto principalmente in Italia, quando non giravano porta a porta nemmeno i bardinellisti dell’Albidona…

Così prima che spunti l’alba, il Torinese fa saltare il Tank e prende tutto il denaro dei tedeschi e degli americani insieme, e anche degli inglesi, poi cade in un buco ma la ferita non gli fa molto male, si guarda in giro e non c’è più nessuno, dove sono gli altri, perché lo hanno lasciato solo in questa nebbia nel pantano di Villapiana?

Vuole tornare nel Bosco dei Bei Sogni che gli piaceva tanto e farsi un piacere singolare, con la figlia giovane del marinaio che ha fatto un casolare vicino al Bosco e per entrarci deve attraversare la ferrovia ma non c’è pericolo perché c’è il semaforo e quando è rosso allora lui passa, e se passa la figlia, così la sogna nel piacere singolare, che viene qui per funghi o per le grosse pigne, finisce che per non farle pagare il canone Rai a Torino le faccio vedere come si innalza il mio (-φ) quando lei mi fa la numero 40 per raccogliere funghi anche se sarebbe bastato fare la 17; la sua azione è stata magnifica, la sua bomba ha fatto saltare il dispositivo di alleanza della figlia bona del marinaio che ha eretto il casolare davanti al Bosco del Torinese dopo che lo Ior gli aveva ordinato di vendersi la casa della dote della moglie per sposare la prima figlia, nello stato di famiglia così ordito, a uno zingaro delle giostre stanziali, è stato spiacevole che quel tanghero di mitragliere abbia sparato al Torinese, anche se non lo ha colpito, ma è soltanto un sogno, e difatti pur avendo recintato il Bosco, poi è cresciuta l’erba e quelli del Comune non sono venuti più a tagliarla, e allora la Ferrovia ha venduto la rete elettrica e quelli hanno messo altri fili e tappato le finestre del casello, per evitare che il fantasma del Torinese continuasse a molestare le ragazzine che passavano in bicicletta o in motorino, poi se avevano la vespa, a guardarle, era immediatamente dentro un subitaneo piacere singolare a spruzzo immediato, per via dell’acqua, o della fonte che, intanto, se l’è ricordato ha a che fare con quel marinaio e il suo cognome e anche con una chiesa sconsacrata a Roma dove adesso si è preso mattoni e nome una ditta che fa le videoconferenze, ma non si tratta di  visionatori, nel senso di Edgar Morin, così a tarda sera, passa l’ultimo treno, e poi non ve ne saranno più, gli appare la moglie del poeta, che gli dice che tra il poeta, che è stato mandato via a Torino, e lui, il Torinese, lei sceglie il Torinese che è qui nel Bosco del Torinese e adesso è davvero una sorpresa, un Heimlich ainico, credeva di essere solo il Torinese e detestava il mondo, e si era incazzato con Pignatelli che riposa in pace a Santa Maria dell’Armi, che da qui, dal Bosco dei Bei Sogni, lo vedeva ogni giorno, e anche di notte, se c’era la luna, e di turno non fotteva nei sogni la giovane figlia del marinaio che con quel nome dell’acqua e del mare, anche se il mare è la figlia più giovane, per via del nome lo è anche per la lode del genere maschile e quindi del fallo, che essendo, secondo Lacan,  il (-φ) e quindi è quello del poeta, e allora il Torinese chiede alla moglie del poeta se lo ama, le chiede:

– Mi ami sinceramente, o vuoi semplicemente farmi una pugnetta, s’intende una bella pugnetta qui in questo Bosco dei Bei sogni e delle Belle pugnette?

E lei che cosa gli risponde al Torinese?

– Sì, caro Torinese [ è così che si chiama: n.d.r.], non potevo fare a meno di venire.

E il torinese:

– Oh, Gaudio mio…allora sono felice…felice…felice.

E quando arriva Corto al mattino gli si dice che è morto all’alba il Torinese e non aveva nemmeno chiuso il cancello del Bosco che dà ad est sul mare, prima dell’alba, e all’alba, lo sanno tutti, era nato il poeta, che, nel Pantano dei Bei sogni e delle belle pugnette, non c’è niente da fare, anche se l’hanno spedito a Torino a toccar culi sabaudi al mercato della Crocetta, è lui il gaudio della giovane figlia di quel marinaio il cui nome è più terribile dell’Heimlich freudiano ma col nome della figlia più giovane è semplicemente il racconto e la lode del mare e del genere maschile, che, lo sanno tutti, è il fallo, e quindi, secondo Lacan, è il (-φ) del poeta. Che è stato spostato a Torino.

░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.31
░ Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni. Lizard ed. pag.31

[i] Cfr. Hugo Pratt, Corto Maltese.La laguna dei bei sogni, in: Hugo Pratt, Corto Maltese.Le lagune dei misteri, Lizard edizioni, Roma 2002.

[ii] Cfr. ITEMS DEL CONTATTO, in: V.S.Gaudio, Manualetto della Mano Morta , Scipioni Bootleg, Viterbo 1997:pagg.10-11-12.

[iii] Cfr. ITEMS DELLA CAREZZA, in: V.S.Gaudio, op.cit. : pagg. 18-19-20.

[iv] Harry Mathews, Singular Pleasures,  P.O.L. éditeur 1983.

[v] Cfr. Michel Foucault, Le eterotopie[1966]. In : Idem, Utopie Eterotopie, trad. It. Cronopio, Napoli 2006. Cfr. anche : 1) V.S.Gaudio, Miroir d’Hétérotopie;  2) V.S.Gaudio, L’Homerotopia: entrambi in : Alessandro Gaudio, Il limite di Schönberg. Ricerche Estetiche, con testi di V.S.Gaudio, Edizioni Prova d’Autore, Catania 2013.

 

░ Lebenswelt |3 esce su “gaudia 2.0”[online qui]; su “blueblow” e su “lunarionuovo” n.74 ░

 

 

 

 

 

 

LEBENSWELT 2 ▌ Klelia Kostas e “Secondo Voi”

lebenswelt 2 avery buona

Klelia Kostas, la Tv di Stato e Torino ●

by V.S.Gaudio

Lebenswelt con Klelia Kostas, la pittrice rossa di Sanremo, che voleva andare in Tv e allora il poeta collaborò come ghost writer al manufatto tipografico “Secondo Voi”, il programma-tv di Pippo Baudo, per l’editore Aprile

 

La fine della galassia gutenberghiana, mio caro canadese obsoleto, disse Sarenco[i], è decisamente lontana distanze e chilometri, è come la fine del capitalismo, e la mia amica Klelia Kostas, noi che stavamo nella città del capitalismo, della ruota e del pappagallo, per via della comunicazione, tra Sip, Telefoni di Stato, Urar, Fiat  e  TV di Stato, e poeti che non fanno  grandi dichiarazioni di principio ed altri che stanno da Einaudi, alcuni vengono dalla Russia o da Ventimiglia, la mia amica  spesso era più poeta di Marx nel risolvere l’azzardo del colpo dei dadi, forse perché era di Sanremo, e un giorno mi disse che non sarebbe mai diventata famosa perché non faceva televisione, e io a risponderle ma che te ne frega della televisione, non credo che tu abbia mai guardato la televisione in vita tua anche se vieni da Sanremo, ma non mi risulta che tu sia stata mai a cantare al Festival della Canzonetta, ma credimi disse ancora Klelia con un microfono in mano saprei starci sul palco meglio di Patty Pravo, e anche di Gigliola Cinquetti[ii], se proprio vuoi saperlo, è che non sei abbonata all’Urar, le dissi per rincuorarla, è per questo che non ti fanno cantare, anche se potresti andarci sul palco col culo nudo come Xénie in Le Bleu du Ciel di Georges Bataille[iii], con le calze bianche e col microfono in mano, che cosa potresti cantare?

“Il cielo in una stanza”, o forse potresti essere più iconica e pregnante di Romina Power[iv] cantando “Non ho l’età  per amarti”, c’è tempo, amica cara, poi arriveranno Loredana Berté e Anna Oxa e dovrai ritornare alla vita urbana ed a quella dei boschi, i torinesi hanno sempre dei boschi, anche in Calabria, da dove mi hanno mandato nella città della ruota, c’è un bosco al di là della ferrovia, e un giorno sarà tra la legge Galasso e il mare e la strada statale 106 in mano alla cultura calabrese internazionale, che, mi dispiace dirtelo, è talmente lontana dall’alfabetizzazione che è per questo che, dopo la guerra contro i tedeschi, mandarono un tedesco  a redigerne una grammatica, dopo averci schedato il corpo e il nome, ci hanno schedato la lingua italiana e i suoi dialetti, è un po’ metafisico, non trovi?, le cose e le occupazioni sono immutabili, e Sarenco che io sapevo che esisteva per via di Franco Verdi disse che il poeta è un’ape extra-territoriale che non accumula dolcezze e senza la rosa nulla esiste o splendida Manhattan, senza la rosa Gertrude e la declinazione latina cercano radici per non sentirsi perdute, una rosa è una rosa è una rosa e soprattutto è una rosa e una rosa[v], come la tv , una tv è una tv è una tv  e anche la radio non scherza, e già allora io non capivo perché  anche se stavi in Calabria, e, d’accordo, di là della ferrovia e prima del mare, c’è questo bosco del torinese, perché mai dovevi pagare la Tv a Torino, e quando mi hanno mandato a Torino, nella bocca del lupo, ho visto che cos’è Torino, e ho visto la sede Rai anche, e ho visto più volte arrivare a Torino Bruno Lauzi[vi] e Pippo Baudo una volta davanti all’Hotel Fiorina, dove, in un arco di tempo tra Natale e Capodanno, io e mia moglie fummo avvelenati con del cibo comprato in una Salumeria-Rosticceria  sotto i portici di via Vittorio Emanuele II, vidi questo uomo di Catania che stava parlando con qualcuno e mi guardò, e poi feci il ghost writer per un libro-gadget edito da Aprile[vii], che pure doveva essere di Catania, a firma di questo uomo della Televisione, e quell’editore invece di pagarmi le 500 domande che avevo fatto per “Secondo Voi”, sulle mille complessive, me ne pagò solo 200, sol perché, forse, avevo preteso che il mio nome non fosse reso di pubblico dominio tra i curatori,  e la mia amica faceva la grafica per pubblicazioni che quell’Aprile faceva per i ragazzi e che gli distribuiva Mondadori e, allora, dopo, una volta, passeggiando sotto i portici di via Roma pensai che Klelia avrebbe potuto chiedere al suo editore di chiedere  a Baudo di farla andare in Televisione, avrebbe potuto dire che aveva una parente col suo stesso cognome che a Rocca Priora, sopra Sanremo, faceva la strega buona del secolo XX, e sarebbe diventata famosa, altrimenti, se non fosse bastato, avrebbe davvero cantato, anche se non l’avevo mai sentita cantare, l’importante, pensavo, è che innanzitutto si mettesse a posto con l’abbonamento Urar, perché, le dicevo, passeggiando sotto i portici di via Po giorni dopo, se quelli vedono che non sei schedata, lo sai no? Chi viene qui è schedato, altrimenti non entra, da qualche parte sarai schedata,  però devi pagare l’abbonamento Urar, Klelia: quelli vedono che non sei nello schedario e via, non ti lasciano entrare alla Rai, figurati se vai a Sanremo, a te da Sanremo ti hanno mandato qua; a me, da dove c’era il bosco del torinese, mi hanno mandato qua, ma né tu né io  siamo abbonati Urar, quindi che cazzo vuoi andarci a fare alla Televisione, ma davvero pensi che arrivi tu, con la tua tunica che hai dai tempi di Bagdad, tutta rossa, e con gli occhi verdi, e mi hai detto che sono verdi per le lenti a contatto, e magari gli porti una cartella dei tuoi disegni tra tantrismo, yoga e surrealismo alla Dalí, e gli dici che sei amica del poeta V.S.Gaudio, che adesso  che è diventato una colonna di “Topolino”, come cazzo è che non lo pubblicate nella collana dello Specchio, è questo che vuoi andare a dire in tv? E tu mi rispondesti che non volevi diventare famosa, non te ne fregavi niente, mi conosci no, Vuesse, io ti guardo e penso che forse potresti essere il figlio che non ho avuto e ti guardo ancora e si vede che sei un poeta, e allora mi viene da piangere e …che cos’hai al Medio Cielo che mi tira su così tanto il mio oggetto “a” o sarà per via di Mercurio-Plutone in casa Prima che me lo fai sobbalzare? Vado e gli dico che conosco un grande poeta, che non ama andare in spiaggia, e nemmeno fare avventure australi possibili solo nei dépliants Valtour e di Franco Rosso, non ha nemmeno un’Olivetti portatile e che quando deve battere una Lebenswelt o una Stimmung gli presto la mia, che mi ha regalato uno che lavora all’Olivetti e che ogni tanto viene qui a parlare di simbologia e astrologia, archetipologia dell’immaginario, e somatologia delle ragazze canavesi,  gli racconto che c’è un mistero attorno a te, e non è un mistero gaudioso, e che una volta alla Crocetta hai incrociato una ragazza con un vestito lieve a quadratini sbiaditi con un cinturino e gli occhiali da sole e che sai che lavora alla Scuola a fianco della Biblioteca Civica dove tu ogni giorno ti vai a scartabellare almeno 70 libri tra antichi e moderni, per non parlare della rassegna stampa, e allora vorresti vederla un giorno uscire da quella Scuola, anche in minigonna ma con quelle scarpe che aveva allora, e gli occhiali da sole, o forse dentro  quei blue-jeans che hai visto in vetrina l’altro giorno in via Roma, seguirla per via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, fino al ponte della Gran Madre  sul fiume e ritornare dall’altro lato e superata Piazza Castello per tutta via Roma fino a che avresti potuto scriverle un poema patagonico senza dir niente a Jean Baudrillard!

[i] Cfr. Sarenco, Poemalibero, 1980, in : Sarenco, Poesie Scelte 1961-1990, Poetry Is Over Collection 2016.

[ii] Nel Secondo Voi, indicato alla nota VII, la domanda 63 era questa: “Il Festival di Sanremo edizione 1964 aveva praticamente una sola protagonista, una giovane debuttante che commosse prima il pubblico italiano vincendo il festival e subito dopo quello dell’Olympia di Parigi e del Festival europeo della canzone. Ci era e con quale canzone ebbe il primo successo?”, ed.cit. pag.152; risposta: Gigliola Cinquetti con la canzone “Non ho l’età”, a pag.241.  Quando si dice che quel Festival ebbe una sola protagonista, non è vero: c’era quell’anno, lo ricordo ancora, Bobby Solo con “Una lacrima sul viso”.

[iii] Georges Bataille, Le Bleu du Ciel, Ó Jean-Jacques Pauvert, Paris 1957 ; trad.it. L’Azzurro del Cielo, Einaudi, Torino 1969.

[iv] Anche Romina Power era entrata in quel manufatto tipografico dei Quiz: alla domanda 623: “Anche se la mamma era contraria e fino all’ultimo momento ha fatto di tutto per impedire il matrimonio, ha poi assistito alla cerimonia. Lo scambio degli anelli tra i due cantanti(la mamma di lei è Linda Christian) è avvenuto il 26 luglio 1970 a Cellino San Marco, in provincia di Brindisi, paese di origine di lui. Sapete i nomi degli sposini?”: pag.149 di “Secondo Voi”, di cui alla nota VII; la risposta: Al Bano e Romina Power, figlia primogenita di Tyrone.

[v] Cfr. ancora Sarenco, Una rosa è una rosa e una rosa, 1980, in: Sarenco, Poesie Scelte 1961-1990, ed.cit. Nello stesso anno, poi, con Franco Verdi, Sarenco curò un’antologia della poesia lineare italiana 1960-1980 a cui dette(ro) lo stesso titolo, factotum book 25,  edizioni factotum-art, Verona maggio 1980.

image002[vi] Cfr. V.S.Gaudio, Il bolero di Madeline e Bruno Lauzi sotto i portici di via Cernaia a Torino, in “lunarionuovo”, nuova serie  n.17,anno XXVII, Prova d’Autore di Nives Levan & C., Catania novembre 2006.

image002[vii] Secondo Voi, a firma in copertina di Pippo Baudo[ che faceva in Tv un programma a quiz con lo stesso titolo; in realtà redatto al 40-50% dal poeta come ghost writer e curato da un giornalista de “La Gazzetta del Popolo” e da un redattore della PEA stessa], Produzioni Editoriali Aprile, Pea,  Torino dicembre 1977.

▌La Lebenswelt 2 con Klelia Kostas è pubblicata quasi contemporaneamente, dal 18 giugno,  anche su →“lunarionuovo” n.73 e su →gaudia 2.0, dal 21 giugno