Poetry-blog

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v.s.gaudio © gazzetta dello sport │vuesse gaudio

via Blog di poesia

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Laura Sfez▐ I nuovi oggetti d’amore di V.S. Gaudio

Laura Sfez
(…) O, metti che è senza trench, allora lo saluta? (…)

Laura Sfez

in una Lebenswelt di V.S.Gaudio.

▐ Il poeta-visionatore e Laura Sfez

Mini-Lebenswelt di V.S. Gaudio con Giorgio Manganelli, Centuria Sessantuno

Prossimamente su “Uh Magazine

Laura Sfez in una Lebenswelt di V.S.Gaudio.

▐ Il poeta-visionatore e Laura Sfez

Mini-Lebenswelt di V.S. Gaudio con Giorgio Manganelli, Centuria Sessantuno

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Lettura di PAS-SILENCE. Satura by V.S.Gaudio & AffeP

Podcast di Soundcloud│
V.S. Gaudio legge PAS-SILENCE.Mini-Lebenswelt con Joan Mirò│
Satura feat. AffeP
(apagei)

(…) e poi, sotto, le tracce, i punti neri, è il passo che ha lei nel silenzio alcionico, tutto rosso, di una singolare castità, a patto che nel giallo ci si veda una singolare forma di feticismo, e sopra, dove stanno gli asterischi e il cielo grigio, il culto fallico e narcisistico di un oggetto “a”, tra la formula più alta dell’ectomorfismo e la tenera, delicata, sostanza del pondus  più medio che basso, la si guarda ed è nel silenzio dei leggings o degli skinny-jeans che  sveglia il poeta nel mezzo della notte, che, colto di sorpresa, è un po’assonnato forse al limite grigio nel secondo parallelo, e ha la subitanea coscienza di non aver mai capito nulla della vita, e nemmeno delle forme di governo, tutta la sua vita è un tessuto grigio, al limitare della macchia rossa e, ora, al buio, con quell’erezione al 4° grado di Eric Berne, cerca di orientare la pulsione uretrale verso i due punti dello zero, (…)

Il testo integrale è leggibile online su Uh Magazine /2016-12-20

La lettera senza sigillo e l’oggetto “a” senza metafora │V.S.Gaudio

    Lebenswelt con Giorgio Manganelli sull’ anamorfosi della passione astratta

  1. Questa donna che è entrata in una Stimmung-Twitter, tra le quattro persone che il poeta quel giorno aveva visto, in realtà cerca di dimenticare il poeta, per non coltivare quello che lei chiama, con un termine allo stesso tempo semplice ed estremo, “la leccata della lettera senza sigillo”; e anche l’uomo che di giorno, quando passeggia, capita spesso che la veda passare in macchina, da tempo non le dedica più alcun pensiero, né, negli ultimi anni, si è mai sorpreso a dedicarle pensieri sconci. Non hanno mai parlato di tutte quelle cose indifferenti, figuriamoci se di cose importanti se non estremamente generiche, quando la donna si è soffermata più del dovuto, come prescritto dalla sua funzione, è lei, nell’ambito della consegna prescritta dal suo ruolo,che ha sottolineato, quelle poche volte, predisposte dalla situazione più circoscritta sia temporalmente che territorialmente, certe astrazioni sul plico o il prodotto dato in consegna. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, affettivamente deserte,una volta, almeno un lustro prima, un tocco delle loro mani, così lieve quasi sussurrato come una biffle, senza che mai lei potrà capire o concepire cosa possa essere, chiamata così, ma l’avrà senz’altro pensata e fatta nei pensieri sconci centinaia di volte, per via del fatto che in quel deserto affettivo la potenza mentale è intensa. Ma come si fa a dimenticare ognuno le astrazioni dell’altro? Il loro cruccio è di non averne parlato fra loro, e nemmeno quando si sono sfiorate le dita si sono fermati più a lungo del dovuto nel tocco, semmai lei avrebbe voluto trattenerlo o rinserrare addirittura quello che lui chiama il (-phi) e quantomeno sfiorarglielo a fior di muso, non certo il (-phi) che lei non saprebbe nemmeno leggerlo ma più sostanzialmente quel che lei, quando lo pensa, lei lo chiama come lo chiamano i quadarari “nu ‘mbrugliu e minzi”, come dire che gli dà il peso di un chilo e mezzo e quindi altro che libbra di Lacan per l’oggetto “a”, son quasi quattro le libbre che lei gli soppesa e gli suggella. In alternativa, avrebbe voluto compiere un gesto in qualche modo illecito, quello a cui lei pensa sempre nel suo piacere singolare: avvicinare la mano al (-phi) e soppesarlo, o rinserrarlo, o fargli la leccata, stando in macchina, del francobollo, è questo il gesto illecito che ormai li riguarda, lei non sa che il poeta, per di più, ha un altro gesto illecito che vorrebbe compiere: farsi fare la consegna a shummulo tra il mare e la ferrovia. Tanto che, ormai è evidente, di nuovo lei, dopo anni di assenza, gli è riapparsa nel tratto che lui percorre nella passeggiata di mezzogiorno e non gli ha confessato, ridendo, di sentirsi complice casuale di un delitto che, in fondo, è estraneo ad entrambi ma che entrambi hanno commesso, e che, confessandolo, non è sicuro che in quel momento il (-phi) del poeta possa innalzarsi al meridiano e pesare quelle quattro libbre che lei vorrebbe imbucate. La realtà è questa: questo delitto estraneo a tutti e due li interessa enormemente. Fin quando la loro vita è molestata dal transito di figure astratte, di ipotesi inafferrabili, di biffles inconfessabili, di imbucate incontenibili e inattuabili, che non riescono né a sciogliere né a rendere compatte, ciascuno dei due passa all’altro le proprie astrazioni, e per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata, le astrazioni, ma anche le mani e il muso, la pelle tra muso e culo della donna e il tegumento delle mani, si sono saldate in una trama che, ora, li lega, sebbene essi si sentano, ad ogni altro livello, del tutto estranei; estraneità che fa parte, è anzi uno dei centri, o forse semplicemente il centro, come se fosse il centro di quella pelle e del podice, il muso di quella macchina di astrazioni, dalla quale entrambi sono travolti, per questo, a volte, è successo che lei, transitando fuori dall’orario della sua funzione, lo abbia gaudiosamente salutato con lo shofar del suo clacson. In questa lunghezza dei rispettivi piaceri singolari, che non sono per questo sistema di astrazioni mai nella densità della passione, non essendo essi stessi passionali, hanno avuto, questa donna e il poeta, la strana sorte di essere sospinti verso un’esperienza passionale che non tocca né il corpo, né le parole, né il futuro, né il passato. Lentamente, astrazione contro astrazione, ci sarà ancora una volta in cui, con i transiti giusti al Medio Cielo e all’Ascendente e la parte araba dell’Heimlich e della Tentazione, lei si fermerà per toccargli la mano con le sue dita come se volesse rinserrarlo o misurarglielo il (-phi), così eroderà l’immagine dell’altro, e poi, cancellata l’immagine, espulsa dalla propria vita la figura dell’altro, quel poeta sulla strada che fa la passeggiata di mezzogiorno, resterà quella trama della passione astratta, quella bizzarria del destino, che, essendo così dentro il suo centro tra podice e muso, e tra pelle del culo e mano, è impossibile che un giorno, finalmente, la figura dell’altro così estraneo non venga definitivamente imbucata e consegnata.
  2. Nel tempo siderale locale che si è fatto durante la passeggiata di mezzogiorno del poeta, che è calcolato su un percorso di venti minuti, anche con il libeccio forte, in questo caso può essere il percorso allungato di 3, 4 minuti, ammesso che il poeta abbia la prescritta giacca a vento e il berretto sia in linea; nel percorso di venti minuti non è incluso l’acquisto di un quotidiano, che, oggi giorno, non serve più a niente, son finiti i tempi in cui, dopo aver attraversato il bosco, si portava sulla carrareccia a fronte mare e all’edicola stagionale prendeva il venerdì, prima, e il martedì, dopo, il quotidiano per cui curava la rubrica dei Test; quantunque il quotidiano, contenendo quotidiane cronache di efferatezze e scelleratezze dovute ai verbali di oscuri carabinieri di provincia, possa fungere da calmante, se non altro nei periodi più nervosi e collerici del suo bioritmo. Al 14° minuto di strada, mentre pensava che in effetti cosa aveva correlato il transito del Nodo lunare sul suo mezzopunto Mercurio/Plutone se non una dilazione nel suo assetto libidico di alcuni oggetti “a” regolarmente usati e shummulati, fu superato da questa donna che, con l’indicatore deittico mobile dell’automezzo, lo avvisò che doveva dargli in mano un prodotto a lui afferente direttamente o indirettamente. Tanto che questo accadde dando i numeri 14 e 42 come tempo siderale, numeri a cui poi la trama di questa Lebenswelt indicibile fanno capo anche nella Centuria di Giorgio Manganelli[i], tanto quanto nel cosmogramma del momento in cui si ha il tempo siderale con questi numeri, essendo visibile in esso che il mezzopunto Mercurio/Plutone del poeta si è scollato e Mercurio transita al Meridiano mentre Plutone è al Parallelo dal lato est, all’Ascendente, il punto in cui l’attante femminile ferma l’automezzo uscendo dalla linea retta della strada e del Meridiano che porta a nord. Non ci fu nessuna esplosione, né vi era in atto, nel loro paese, una qualche guerra civile, per quanto in Spagna si stesse discutendo proprio di questa opportunità. Né si può dire che due minuti più tardi, a consegna avvenuta, il poeta o quella donna possano aver sentito un’altra esplosione, e poi qualcuno, passando in macchina, aveva urlato ch’era saltato in aria il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, che, in effetti, era dal tempo delle cartoline di precetto militare che non esistevano più se non nel Distretto Militare, che non c’era più, di Catanzaro ancora nel secolo corrente e per chi aveva optato per il servizio civile. Non accade niente, né rapidamente si seppe che il Ministro tal dei tali fosse stato fisicamente defenestrato o incasellato quello dei Trasporti, per via del punto focale della fermata e della consegna.

Ho voglia di toccarvi un po’ la mano

e di vedere come siete cresciuto

in quella vostra cera di piovano[ii]

mentre teneva in mano il prodotto ch’era scollato e quindi aperto a due labbra, il libro a due labbra, pensa il poeta, ha la stessa grana di pelle di questa mano di femmina che ha voglia di toccargli un po’ la mano e vedere quanto è cresciuto il (-phi), se non tenerglielo in mano, quantunque lei accennasse al prodotto manomesso: che è scollato il libro a due labbra, è questo che gli enunciò, vedete che le due strisce , le due labbra, sono aperte? O forse , semplicemente, così seduta, con le gambe un po’ aperte, per la  lettera, così aperta e scollata,  alla lettera fu richiesta il suggello: non è chiusa con un sigillo, gli disse, vedete? E con la mano gliela mise in mano. In quel luogo comune, pubblico, e allo stesso tempo non praticato, dismesso e perciò più segreto e particolare, o asciutto, non naturale.

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+ │Quest’altra posa di Mila, invece, prefigura la numero 1, che è il numero 42, dei minuti del tempo siderale locale(=14h42m), che, nel Foutre anzidetto, corrisponderebbe alla posizione numero 1(=42-totale posizioni 41=1), quella denominata “del buon modo antico”, che, in effetti, è speculare alla 14: la 1 è frontale; la 14 è dorsale. Nella fantasmizzazione della passione astratta, i due attanti passano incessantemente, nella stessa scena, dall’una all’altra, per l’incollatura doppia e la successiva imbucatura, una volta nella buca posta qua davanti e l’altra posta là dietro.

  1. Tra pelle del culo e mano, il paradigma della passione astratta passa di mano in mano, il ruolo della donna della consegna rimane quello, una codificazione fiscale del servizio, il centro della figura dell’altro, così arruolato, sarà sempre, per il poeta, tra podice e muso, così seduta, la rotazione e la mano, o il muso, se non il naso e il tegumento della faccia, con quella pelle del culo, così imbustata, così dentro il proprio ruolo, la pelle del ruolo, una sorta di divisa in faccia, tra muso, naso e mano, e la pelle, che è la carta, o la busta, del culo: in questo mondo della predestinazione dell’Altro, scrisse Baudrillard, tutto proviene da un altrove[iii], anche la carta e quella mano, e quella faccia, il muso, la pelle della faccia e del culo, provengono dall’inumano, dagli dei, dalle bestie, dagli spiriti, è l’universo del fatale che non ha niente a che fare con lo psicologico: il poeta è estraneo a sé stesso mentre questa donna, nel futuro, che sarà diventata un’altra e più giovane, non sul sedile della macchina ma su quello di un ciclomotore, viene interiorizzata, e questa sua estraneità a se stesso prende tra l’altro, e l’altra, la forma dell’inconscio, che, come riteneva la Kristeva, nel mondo del fatale così messo, non esiste. Il tempo siderale locale, quando è così fatale, per il poeta, cancella la prescritta forma universale dell’inconscio, ed è per questo tempo così fatale che questa donna, e quest’altra che verrà, avrà l’attributo di un’istanza perfettamente inumana, che serve, al poeta, per essere liberato della forma universale del suo oggetto “a”. Che non ha più una forma psicologica, ideologica e morale, né ha una metafora che la correli all’Altro né che l’Altro, di cui ha una codificazione nel sistema fiscale del proprio territorio amministrativo, gli alimenti la figura con la propria metafora. Non è che l’annientamento della vita privata, ecco perché è tutto così inquietante, così dentro l’Heimilich dello spazio ristretto praticato quotidianamente e ripetuto di giorno in giorno, di anno in anno,  l’annientamento da parte della longitudine e della latitudine, il corpo per questa localizzazione così evidente e ripetuta si stanca di non sapere dov’è e la mente lo colma della sua assenza: è la deterritorializzazione, o l’anamorfosi, se vogliamo, della passione astratta, che è fatta della pelle del culo e di quella faccia, della mano e dei suoi gesti, e della lettera, che ha la distanza dell’esilio, per questo si conosce l’identità del poeta ma il poeta disconosce l’identità, adesso e sempre, di chi ha lo sguardo che sfugge all’illusione dell’intimità, così fotografico in quel preciso tempo siderale locale,e quindi in quel determinato e fatale spazio, ha un bagliore così impotente, ignorante e stupefatto,vuole essere colta direttamente, violentata lì per lì, in quella relazione geometrica, illuminata nel dettaglio, tra faccia, muso, mano e seduta nella sua qualità frattale, la pelle del culo che la interrompe come soggetto e interrompe il mondo, lo spezzetta, lo ingrossa, questa istantaneità artificiale così fatale perché tradisce il fatto che non sa chi è, non sa come vive, e il poeta stesso ne ignora la precisa identità fiscale, essendo così immobile, l’immagine, prima non avrà alcuna dimensione, e, poi, a una a una, ognuno degli attanti, la donna, quella del servizio, e quella che le subentrerà, e il poeta, aggiungerà di nuovo tutte le dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, le unghie delle mani, la profondità, il tempo, la continuità, il senso della carne, la pelle della faccia e del tergo. In silenzio nell’immagine così immobilizzata.│ v.s.gaudio

[i] Cfr.la numero Quarantadue, sulla cui struttura è essenzialmente costruita questa Lebenswelt, e, quindi, la numero Quattordici, in: Giorgio Manganelli, Centuria.Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli, Milano 1979.

[ii] G.Gozzi, Rime burlesche, metà del XVIII secolo.

[iii] Cfr. Jean Baudrillard, L’irriconciliazione;  L’esotismo radicale; in: Idem, La trasparenza del Male, trad.it. SugarCo Edizioni, Milano 1991.

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 │La posa di Mila sulla old car prefigura la numero 14, che correla l’ora del tempo siderale locale, del Foutre du Clergé de France, che è il “Nuoto a rana”, come allegoria dell’incollatura o della produzione della colla necessaria alla sigillatura della Lettera.

I NUOVI OGGETTI D’AMORE ▬ V.S.Gaudio

SHUMILLA;YUKIKO;AUBERGINE NELSON;AURELIA MAZZACANE;QUEL PRODIGIOSO FENOTIPO CANAVESE;TAMARA TAYLOR/CAMILLE SAROYAN;JULIE GAYET;KRISTIN LEHMAN/ANGIE FLYNN;LAURA MORANTE/BIANCA…

Leggili su Uh Magazine

La briccona fourierista│I nuovi oggetti d’amore

Tienila Sotto

La Briccona Equilibrata e Diplomatica

In questa storia che avrebbe potuto costituirsi come piacere singolare alla Harry Mathews, in un determinato luogo del mondo, ad Adelaide, a Praga, a Torino,se non a Palermo o sull’isola di S.Pietro, anche a nord dello stretto di Bering o nello stretto di Malacca, che passò in un’altra  Lebenswelt dell’Aurélia Steiner del poeta[i], una giovane donna festeggia il compleanno masturbandosi per la prima o la millesima volta. Ma non è quella donna di Hyderabad, che era più attempata, e la cosa le ricordava le colazioni durante la guerra di Cina, quando il marito era al fronte[ii]. La giovane donna, che è nel piacere singolare del poeta e lui solo sa dove si trova,  di sicuro  potrà masturbarsi , la prima o la millesima volta, facendo colazione con una speciale marmellata connessa a quella che è la passione, secondo Fourier, connessa al suo segno zodiacale, quello solare, per quanto è dato sapere al poeta. Il poeta è ormai nel contro-freudismo: il sentimento non è la trasformazione sublimante di una mancanza ma al contrario l’effusione panica di un appagamento.

[i] Sulla base dell’Aurélia Steiner di Marguerite Duras.

[ii] Cfr. Harry Mathews, Piaceri singolari, trad.it. ES, Milano 1993: pag.27. Per Harry Mathews  e i suoi Singular Pleasures[P.O.L. éditeur 1983], l’ipotetica città della BED e Chambéry, leggi La Sirène-Une Telle à Chambéry, che , tratto da Chambonheur │© 2006 era stato esposto nella mostra tematica Sirene, tenuta proprio nel 2009  a Catania, connessa con la città della Savoia per via dell’elefante, tanto che il personaggio Valérie Andesmas, di Marguerite Duras, si trasmuta, nel personaggio di V.S. Gaudio, in Sirena-Diotru.

(—)

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La parte riservata e l’ottavo sabaudo▐ Ellsworth Kelly, Roland Barthes, Charles Fourier, V.S.Gaudio

Ellsworth Kelly│ White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

La transizione del podice sabaudo alla Crocetta.

Lebenswelt con Ellsworth Kelly, Charles Fourier e Roland Barthes sull’ottavo nella città della Ruota

 

La donna che appare di punto in bianco o in rosso

non è vestita di rosso, ha un abitino chiaro quasi a pois

col cinturino e il passo tra bianco e rosso

quella linea nera delle scarpe quella linea così

puntuale all’appuntamento col poeta in quell’ora

quel momento quel giorno allora alla Crocetta[i]

quelle mutande tese in un qualche luogo segreto

intanto  che in quel momento così dentro

la linea meridiana di punto in bianco

tra nero e rosso, nero sotto e rosso sotto

e sopra il rosso il nero stava sotto

il bianco che è un po’ consumato

questo sottile piacere che monta

dalle scarpe quel suo passo più rosso

di così,  così preciso così assoluto

così assolato così interpretato

così vissuto che non si può dire

altro né mai si dirà altro tanto

che pur avendola rincontrata

non le si potrà mai dire altro

che non incontrarla più

di punto in bianco

né in rosso o in nero per via

del cinturino e delle scarpe

e gli occhiali da sole è tanto

che aspetti avrei dovuto

sussurrarle toccandola basso

per via di questo rosso sotto

il nero per via delle sue mutande

bianche per via della carne del tergo

per il suo podice così rosso sotto

il nero sotto il bianco così sabaudo

avrei scritto quarant’anni dopo

che come in qualunque classificazione

di Fourier c’era una parte riservata

che è il passaggio, il misto, la transizione,

anche il neutro, rileva Barthes[ii], la banalità,

l’ambiguo, e infine diamogli il nome del

supplemento, e naturalmente non posso

non dire che quella donna con quel culo

alla Crocetta[iii], quell’apparizione, quel

passaggio, quella parte riservata era

nel conto, l’ottavo della collezione

sotto il bianco sabaudo questa estensione

del nero sabaudo sopra il rosso

la parte legale dell’errore, nel mio bioritmo,

nel suo, un calcolo di felicità, per Barthes,

un calcolo di gaudio, per me, l’errore è

immediatamente etico per via del tocco

e del suo podice, nella Civiltà al mercato

della Crocetta oltre la metà di quel giugno

e nella prima metà di quel luglio alla Cittadella

quando quell’ottava parte del mio (-phi) sabaudo

ritornò al passaggio al meridiano, transizione

tra il cinturino nero e le scarpe nere

e l’identico passo del medesimo culo sabaudo

un vago riconoscimento di un possibile

scarto tra il mio ciclo Fisico e il suo, lei

transita in un altro mercatino da una

classe all’altra, e mi lubrifica l’anima

del mio apparato combinatorio perché non

cigoli il (-phi) perché fluidifichi il suo animus

mai così rosso premuto dal nero e sotto

il bianco che è sempre lo spazio del neutro,

tampone, o punzone, ammortizzatore

che soffoca, addolcisce, segna ossessivamente

l’alternanza paradigmatica del suo passo,

che, come scrisse Barthes, dev’essere la

transizione che si può chiamare nocepesca,

in mezzo tra susina e pesca, ottavo del mio

(-phi) e ottavo del suo animus, mai così scandalosa

per quelle strade del passaggio sabaudo e mai

così inclassificabile se non quarant’anni dopo,

in quello spazio del neutro, del supplemento

di classificazione, con quel culo senza nome

e codice fiscale che collega i regni e le passioni,

i caratteri, 810 di quel podice e 810 di questo

(-phi) nella losanga di Lacan, eravamo a Torino

nella Civiltà Meccanica della Ruota l’ultimo

degli Scalzacani nella transizione del podice

torinese, forse nella meccanica ebrea, cabalistica,

così precisa e matematica, lingua pura del

combinatorio, del composto, cifra stessa

del fallo e del gaudio, che, in Civiltà, scrive

Barthes per Fourier, sono banalità, transizioni

e passaggi della banalità, e giustezza del

funzionamento, che l’errore dell’ottavo

esalta e garantisce sotto il bianco il nero

il rosso di Ellsworth Kelly[iv] il culo della giustezza

torinese e forse ebraica, se non valdese,

per come si oppone alla media, anche

nella formula del calcolo semplice di Fourier

degli 810 caratteri: la popolazione 41 anni fa

della città divisa per 810 e poi il Neutro

dell’ottavo per via del suo passo così bianco

sopra il nero sopra il rosso del suo podice

e le gambe che per quelle vie sviano sempre

il senso, la norma, fanno prendere a noia

il medio, per quanto questo come dito medio

possa essere il meridiano e il (-phi) del poeta

nella transizione che è fuori norma

fatta a piedi da chi passa senza ruota

con quelle scarpe, sotto, il cinturino

sopra e l’animus nero degli occhiali

da sole che come la nocepesca

si colloca fra la marca e la non-marca

ammortizza l’opposizione degli occhiali

da vista del poeta e l’occhio, del culo, della donna,

quell’ottavo che innalza il (-phi) in mezzo

sotto il rosso, sotto il nero, sotto il bianco

carezze di percorso o ricognizioni di terreno

in quest’inganno della Civiltà che

in quel bel mezzo, in quel passaggio,

misto e ambiguo supplemento produce

di qua la felicità per via del cinturino

e la pelle del composto e di là il gaudio

per l’intermedio e la giustezza dell’errore

che riempiono il sistema e fanno il piccolo

numero del senso sviato per 41 anni

anche per gli ambigui “pomodori molli[v]

un po’ come il pesce-volante, i crepuscoli

duplicità dei contrari e transizione allora

che impedisce la monotonia in amore e

ragionando in contromarcia come Fourier

sotto o dietro quel rosso l’elastico delle mutande

e l’elasticità del podice nell’ellisse

forse del ciclo Fisico ha un rosso duplice

e anche l’ottavo stesso dei pomodori[vi]

che lei ordina al mercato al tocco del poeta

nello spazio del neutro, geometria che

collega il regno e la repubblica, le passioni

e i 1620 caratteri dei due attanti

[i] Cfr. V.S.Gaudio, L’esemplare d’obbligo che liquidò Aurélia Steiner, Uh Magazine 5.2013

[ii] Cfr.Roland Barthes, La nocepesca, in: Fourier, in:Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977.

[iii] La costituzione morfologica corrispondente all’oil on canvas “White Black Red” di Ellsworth Kelly, quell’ottavo torinese degli anni settanta alla Crocetta, e poi in via Cernaia fin in via Cittadella

, con quel cinturino nero ha quasi la stessa parte riservata di mesomorfa così come fu fotografata per Aurélia Steiner Corsicano, quella di Aiacciu, visibile qui in una stazione ferroviaria. Leggi tutto il testo su il cobold”.

[iv] Ellsworth Kelly, White Black Red, 2004. Oil on canvas, three joined panels

[v] Cfr. TORINO E I POMODORI INEFFABILI DI SAN GERVASIO.

[vi] Vedi anche Calendario del Bonheur su Uh Magazine, sempre tratto da: V.S.Gaudio, Chambonheur, leggi l’Uh-Book su Issuu.

v.s.gaudio

Il capezzolo e il Ministero dell’Interno □

In memoria di Philo(- )Apic(…)

Wordle di I. E intanto venne giù la sera

 

I.

La mammella che mi allattò fu la stessa

che dette il latte al mio grande amore,

e quando poi la donna  era ricoverata

in quell’ospedale dove ci eravamo recati

a far visita a un’altra donna, successe

che lei volle vedermi e allora fu come

se il suo Geist, che era anche il suo latte,

per via della mia pulsione orale,

riconoscendo quel fenotipo

che s’era fatto poeta ed era colonna

della The Walt Disney Company Italia,

come d’altronde lo era anche il suo amore

che aveva bevuto lo stesso latte,

condensasse, in quel momento,

la sua storia di Muttermilch

e la storia del nostro amore,

e intanto venne giù la sera.

Wordle di II.La sera di Muttermilch

 

 

 

 

 

 

II.

La sera di Muttermilch non si può dire

che avesse un campo omogeneo, difatti

noi non ne abbiamo un quadro e nemmeno

un particolare isolato e delimitato, un ritaglio

della coscienza mistica o allucinata, la visione

delle sue mammelle, che potremmo dire che

fossero di una bellezza così meravigliosa che

ci è impossibile darne un’immagine, nonostante

questo l’immagine di Muttermilch è separata

solo nella misura in cui è articolata o nella

misura in cui noi la possiamo articolare,

è una veduta, come l’immagine negli Esercizi

Spirituali di Ignazio di Loyola, che, lo scrisse

Barthes, va presa in una sequenza narrativa,

la veduta nella valle di lacrime, in un ospedale

in quella sera da cui viene tagliato il discernimento

del crepuscolo e quindi l’articolazione non ha

quasi nessuno dei suoi schemi verbali necessari:

né suddividere, né classificare, né numerare in

annotazioni, meditazioni, settimane, giorni, ore,

esercizi, misteri, né distinguere, né separare, scartare,

limitare, valutare, riconoscere la funzione fondatrice

della differenza, c’è solo il gesto della discretio, che

non è la discreta caritas, è proprio il gesto della

nostra discretio gaudiana e questo quadro in cui

Muttermilch che non si sa perché le ho dato

questo sostantivo-archetipo tedesco, forse

perché il suo nome era speculare al (-phi)che

ha comunque matrice freudiana o forse perché

aveva, quella mammella, l’ agudeza nominal

che produce sì un vuoto ma ha la somma

ambigua di una annominatio dialettale che

strappa la liquidità della matrice orale della

madre del latte.

Wordle di III. Il deittismo del capezzolo e il Mistero dell’Interno

III.

Questa mammella, questa pelle, questo

capezzolo, ese pezón, il deittismo del capezzolo

è rinforzato dal mezzo che lo trasmette: l’immagine

del latte, l’immagine è per natura deittica,

designa, non definisce, non nutre;

c’è allora un residuo di contingenza,

che può essere segnato a dito o succhiato

il senso è in materia non è in concetto

collocandosi tra la pulsione orale e

il nome, pezón, mi preparò il Ministero

dell’Interno dal futuro questo capezzolo,

la forza della materialità, la parrottologia

dello stato, e la mia corporeità strappata

tra l’anamnesi di questa mammella e

quella tagliata dell’altra madre, verso

il referente, come quando mi pubblicarono

un libro e attentarono al mio Esserci, per

il fatto che l’editore era il legno della croce

materiale, come se con quel referente

la crudezza del mio nome freudiano

debba essere contenuta dal più piccolo

e la costrizione  sia l’estinzione del

paradigma del nome, dal giubilo all’

umiliazione, dall’effusione al timore,

dal vanto e la lode alla vergogna,

ma la cifra del capezzolo è sempre

la cifra immediata del desiderio,

ese pezón , esa mama, esa piel,

ese nombre, ese nombre falso.

L’ELONGAZIONE LILITH-NETTUNO SUL RETICOLATO RAPPORTATORE AQUINO: io e il mio amore che abbiamo avuto la stessa mammella nell’ Orangerie di Mia Nonna dello Zen

IV.

In questo paese, siamo io e il mio amore

ad aver posseduto ciascuno la mammella

che era indispensabile all’altro, e di cui

il succhiatore non sa che fare, o che ignora

al momento d’avere; e la mammella

che ci era indispensabile ed era di Albidona

come dire che poteva essere quella

della Madonna del Càfaro e la nostra

pulsione orale ebbe dunque lo stesso

pezón che era ciò che è indispensabile

a colui che sta succhiando a meno che

non ne abbia già fatto richiesta

l’altro questuante anche se non lo

detiene e a questo punto chi si

metteva a rintracciare quella mammella

che detiene il latte indispensabile

all’una e all’altra bocca, e arrivava

a dorso di mula la balia da quel

luogo dell’ammašcatura e della

carbonella o intanto che allattava

le fu data locazione a metà strada

tra le due pulsioni orali?

E fu per le sue “cibbèrne” che

avendo questa doppia capacitanza

se ne cavò la famosa “cibbia”

per irrigare gli aranceti di cui alla

mia ascendenza catastale?

 

 v.s.gaudio

Caffè. La Stimmung di V.S. Gaudio con Loris Maria Marchetti

Caffè.

Stimmung di V.S. Gaudio  con i Caffè di  Loris Maria Marchetti[i]

 

I

Tra i piccoli caffè della città

più accoglienti e discreti

per rintanarsi anche con chiunque

non ami ve n’è uno ideale,

forse quello nella piazzetta

del Conte Verde, se ricordo

bene, in pieno centro, là dietro

in cui ci sono stato ma non

ricordo con chi, forse vi capitai

con un amico poeta e neppure

dopo quando ci ritornai

non riesco a focalizzare

con chi, forse per via del

fatto che ero appena

uscito da quella suite

turinoise in pieno centro

partendo da via Cernaia

nella misura e per il piede

del podice sabaudo che mi

era apparso esattamente 23

giorni prima, quanto un ciclo

fisico, alla Crocetta

Roy Lichtenstein – Cup of Coffee , 1961
II

Sempre in via Cernaia

all’apice della mia forza di poeta

alla pasticceria Querio

che non era un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso, un po’

consunta la pelle delle seggiole,

la pelle dei calzoni di chi si alzò

a prendermi lì davanti la pasta,

come se fosse di legno come le

poltroncine e i tavolini e le pareti tutte

e i vetri su cui impareggiabile

era il suo podice all’apice della forza

magari in un locale di provincia

un po’ vecchiotto, polveroso,

un po’ anche a Torre Pellice

l’avrei rivista volentieri

sarebbe stata suggestiva

e impareggiabile quel secondo grado

che Eric Berne chiamò “malanno del Kent”

e io “se fossi venuto in quel caffè”

l’avrei chiamato “malanno del Querio”

o “malanno della Torre Pellice”?

III                                               a Francesca

Poco ha in comune

con quel Caffè che c’era all’inizio di

via Micca e dava a voler guardare fuori

su Piazza Solferino dove ci andai

con un pittore che stava lì vicino su una banca

quando un mezzogiorno mi chiamò

vedendomi passare sotto i portici:”Poeta!”

e poi ci ritornai con chi aveva un doppio

nome francese e voleva portarmi

a giocare a tennis, tanto che da lì

da quel Caffè Drop-shot  non presi più

quella palla al volo, ma erano pur

sempre anni di piombo e tu che

non eri presuntuosa di quel nome

pensi che avremmo fatto un match

a dimensioni mitiche?

[i] Loris Maria Marchetti, Caffè, in: Idem, IV.ALLEGRETTO CON SPIRITO, in:Idem, Suite delle tenebre e del mare, puntoacapo, Alessandria 2016