La lettera senza sigillo e l’oggetto “a” senza metafora │V.S.Gaudio

    Lebenswelt con Giorgio Manganelli sull’ anamorfosi della passione astratta

  1. Questa donna che è entrata in una Stimmung-Twitter, tra le quattro persone che il poeta quel giorno aveva visto, in realtà cerca di dimenticare il poeta, per non coltivare quello che lei chiama, con un termine allo stesso tempo semplice ed estremo, “la leccata della lettera senza sigillo”; e anche l’uomo che di giorno, quando passeggia, capita spesso che la veda passare in macchina, da tempo non le dedica più alcun pensiero, né, negli ultimi anni, si è mai sorpreso a dedicarle pensieri sconci. Non hanno mai parlato di tutte quelle cose indifferenti, figuriamoci se di cose importanti se non estremamente generiche, quando la donna si è soffermata più del dovuto, come prescritto dalla sua funzione, è lei, nell’ambito della consegna prescritta dal suo ruolo,che ha sottolineato, quelle poche volte, predisposte dalla situazione più circoscritta sia temporalmente che territorialmente, certe astrazioni sul plico o il prodotto dato in consegna. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, affettivamente deserte,una volta, almeno un lustro prima, un tocco delle loro mani, così lieve quasi sussurrato come una biffle, senza che mai lei potrà capire o concepire cosa possa essere, chiamata così, ma l’avrà senz’altro pensata e fatta nei pensieri sconci centinaia di volte, per via del fatto che in quel deserto affettivo la potenza mentale è intensa. Ma come si fa a dimenticare ognuno le astrazioni dell’altro? Il loro cruccio è di non averne parlato fra loro, e nemmeno quando si sono sfiorate le dita si sono fermati più a lungo del dovuto nel tocco, semmai lei avrebbe voluto trattenerlo o rinserrare addirittura quello che lui chiama il (-phi) e quantomeno sfiorarglielo a fior di muso, non certo il (-phi) che lei non saprebbe nemmeno leggerlo ma più sostanzialmente quel che lei, quando lo pensa, lei lo chiama come lo chiamano i quadarari “nu ‘mbrugliu e minzi”, come dire che gli dà il peso di un chilo e mezzo e quindi altro che libbra di Lacan per l’oggetto “a”, son quasi quattro le libbre che lei gli soppesa e gli suggella. In alternativa, avrebbe voluto compiere un gesto in qualche modo illecito, quello a cui lei pensa sempre nel suo piacere singolare: avvicinare la mano al (-phi) e soppesarlo, o rinserrarlo, o fargli la leccata, stando in macchina, del francobollo, è questo il gesto illecito che ormai li riguarda, lei non sa che il poeta, per di più, ha un altro gesto illecito che vorrebbe compiere: farsi fare la consegna a shummulo tra il mare e la ferrovia. Tanto che, ormai è evidente, di nuovo lei, dopo anni di assenza, gli è riapparsa nel tratto che lui percorre nella passeggiata di mezzogiorno e non gli ha confessato, ridendo, di sentirsi complice casuale di un delitto che, in fondo, è estraneo ad entrambi ma che entrambi hanno commesso, e che, confessandolo, non è sicuro che in quel momento il (-phi) del poeta possa innalzarsi al meridiano e pesare quelle quattro libbre che lei vorrebbe imbucate. La realtà è questa: questo delitto estraneo a tutti e due li interessa enormemente. Fin quando la loro vita è molestata dal transito di figure astratte, di ipotesi inafferrabili, di biffles inconfessabili, di imbucate incontenibili e inattuabili, che non riescono né a sciogliere né a rendere compatte, ciascuno dei due passa all’altro le proprie astrazioni, e per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata, le astrazioni, ma anche le mani e il muso, la pelle tra muso e culo della donna e il tegumento delle mani, si sono saldate in una trama che, ora, li lega, sebbene essi si sentano, ad ogni altro livello, del tutto estranei; estraneità che fa parte, è anzi uno dei centri, o forse semplicemente il centro, come se fosse il centro di quella pelle e del podice, il muso di quella macchina di astrazioni, dalla quale entrambi sono travolti, per questo, a volte, è successo che lei, transitando fuori dall’orario della sua funzione, lo abbia gaudiosamente salutato con lo shofar del suo clacson. In questa lunghezza dei rispettivi piaceri singolari, che non sono per questo sistema di astrazioni mai nella densità della passione, non essendo essi stessi passionali, hanno avuto, questa donna e il poeta, la strana sorte di essere sospinti verso un’esperienza passionale che non tocca né il corpo, né le parole, né il futuro, né il passato. Lentamente, astrazione contro astrazione, ci sarà ancora una volta in cui, con i transiti giusti al Medio Cielo e all’Ascendente e la parte araba dell’Heimlich e della Tentazione, lei si fermerà per toccargli la mano con le sue dita come se volesse rinserrarlo o misurarglielo il (-phi), così eroderà l’immagine dell’altro, e poi, cancellata l’immagine, espulsa dalla propria vita la figura dell’altro, quel poeta sulla strada che fa la passeggiata di mezzogiorno, resterà quella trama della passione astratta, quella bizzarria del destino, che, essendo così dentro il suo centro tra podice e muso, e tra pelle del culo e mano, è impossibile che un giorno, finalmente, la figura dell’altro così estraneo non venga definitivamente imbucata e consegnata.
  2. Nel tempo siderale locale che si è fatto durante la passeggiata di mezzogiorno del poeta, che è calcolato su un percorso di venti minuti, anche con il libeccio forte, in questo caso può essere il percorso allungato di 3, 4 minuti, ammesso che il poeta abbia la prescritta giacca a vento e il berretto sia in linea; nel percorso di venti minuti non è incluso l’acquisto di un quotidiano, che, oggi giorno, non serve più a niente, son finiti i tempi in cui, dopo aver attraversato il bosco, si portava sulla carrareccia a fronte mare e all’edicola stagionale prendeva il venerdì, prima, e il martedì, dopo, il quotidiano per cui curava la rubrica dei Test; quantunque il quotidiano, contenendo quotidiane cronache di efferatezze e scelleratezze dovute ai verbali di oscuri carabinieri di provincia, possa fungere da calmante, se non altro nei periodi più nervosi e collerici del suo bioritmo. Al 14° minuto di strada, mentre pensava che in effetti cosa aveva correlato il transito del Nodo lunare sul suo mezzopunto Mercurio/Plutone se non una dilazione nel suo assetto libidico di alcuni oggetti “a” regolarmente usati e shummulati, fu superato da questa donna che, con l’indicatore deittico mobile dell’automezzo, lo avvisò che doveva dargli in mano un prodotto a lui afferente direttamente o indirettamente. Tanto che questo accadde dando i numeri 14 e 42 come tempo siderale, numeri a cui poi la trama di questa Lebenswelt indicibile fanno capo anche nella Centuria di Giorgio Manganelli[i], tanto quanto nel cosmogramma del momento in cui si ha il tempo siderale con questi numeri, essendo visibile in esso che il mezzopunto Mercurio/Plutone del poeta si è scollato e Mercurio transita al Meridiano mentre Plutone è al Parallelo dal lato est, all’Ascendente, il punto in cui l’attante femminile ferma l’automezzo uscendo dalla linea retta della strada e del Meridiano che porta a nord. Non ci fu nessuna esplosione, né vi era in atto, nel loro paese, una qualche guerra civile, per quanto in Spagna si stesse discutendo proprio di questa opportunità. Né si può dire che due minuti più tardi, a consegna avvenuta, il poeta o quella donna possano aver sentito un’altra esplosione, e poi qualcuno, passando in macchina, aveva urlato ch’era saltato in aria il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, che, in effetti, era dal tempo delle cartoline di precetto militare che non esistevano più se non nel Distretto Militare, che non c’era più, di Catanzaro ancora nel secolo corrente e per chi aveva optato per il servizio civile. Non accade niente, né rapidamente si seppe che il Ministro tal dei tali fosse stato fisicamente defenestrato o incasellato quello dei Trasporti, per via del punto focale della fermata e della consegna.

Ho voglia di toccarvi un po’ la mano

e di vedere come siete cresciuto

in quella vostra cera di piovano[ii]

mentre teneva in mano il prodotto ch’era scollato e quindi aperto a due labbra, il libro a due labbra, pensa il poeta, ha la stessa grana di pelle di questa mano di femmina che ha voglia di toccargli un po’ la mano e vedere quanto è cresciuto il (-phi), se non tenerglielo in mano, quantunque lei accennasse al prodotto manomesso: che è scollato il libro a due labbra, è questo che gli enunciò, vedete che le due strisce , le due labbra, sono aperte? O forse , semplicemente, così seduta, con le gambe un po’ aperte, per la  lettera, così aperta e scollata,  alla lettera fu richiesta il suggello: non è chiusa con un sigillo, gli disse, vedete? E con la mano gliela mise in mano. In quel luogo comune, pubblico, e allo stesso tempo non praticato, dismesso e perciò più segreto e particolare, o asciutto, non naturale.

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+ │Quest’altra posa di Mila, invece, prefigura la numero 1, che è il numero 42, dei minuti del tempo siderale locale(=14h42m), che, nel Foutre anzidetto, corrisponderebbe alla posizione numero 1(=42-totale posizioni 41=1), quella denominata “del buon modo antico”, che, in effetti, è speculare alla 14: la 1 è frontale; la 14 è dorsale. Nella fantasmizzazione della passione astratta, i due attanti passano incessantemente, nella stessa scena, dall’una all’altra, per l’incollatura doppia e la successiva imbucatura, una volta nella buca posta qua davanti e l’altra posta là dietro.

  1. Tra pelle del culo e mano, il paradigma della passione astratta passa di mano in mano, il ruolo della donna della consegna rimane quello, una codificazione fiscale del servizio, il centro della figura dell’altro, così arruolato, sarà sempre, per il poeta, tra podice e muso, così seduta, la rotazione e la mano, o il muso, se non il naso e il tegumento della faccia, con quella pelle del culo, così imbustata, così dentro il proprio ruolo, la pelle del ruolo, una sorta di divisa in faccia, tra muso, naso e mano, e la pelle, che è la carta, o la busta, del culo: in questo mondo della predestinazione dell’Altro, scrisse Baudrillard, tutto proviene da un altrove[iii], anche la carta e quella mano, e quella faccia, il muso, la pelle della faccia e del culo, provengono dall’inumano, dagli dei, dalle bestie, dagli spiriti, è l’universo del fatale che non ha niente a che fare con lo psicologico: il poeta è estraneo a sé stesso mentre questa donna, nel futuro, che sarà diventata un’altra e più giovane, non sul sedile della macchina ma su quello di un ciclomotore, viene interiorizzata, e questa sua estraneità a se stesso prende tra l’altro, e l’altra, la forma dell’inconscio, che, come riteneva la Kristeva, nel mondo del fatale così messo, non esiste. Il tempo siderale locale, quando è così fatale, per il poeta, cancella la prescritta forma universale dell’inconscio, ed è per questo tempo così fatale che questa donna, e quest’altra che verrà, avrà l’attributo di un’istanza perfettamente inumana, che serve, al poeta, per essere liberato della forma universale del suo oggetto “a”. Che non ha più una forma psicologica, ideologica e morale, né ha una metafora che la correli all’Altro né che l’Altro, di cui ha una codificazione nel sistema fiscale del proprio territorio amministrativo, gli alimenti la figura con la propria metafora. Non è che l’annientamento della vita privata, ecco perché è tutto così inquietante, così dentro l’Heimilich dello spazio ristretto praticato quotidianamente e ripetuto di giorno in giorno, di anno in anno,  l’annientamento da parte della longitudine e della latitudine, il corpo per questa localizzazione così evidente e ripetuta si stanca di non sapere dov’è e la mente lo colma della sua assenza: è la deterritorializzazione, o l’anamorfosi, se vogliamo, della passione astratta, che è fatta della pelle del culo e di quella faccia, della mano e dei suoi gesti, e della lettera, che ha la distanza dell’esilio, per questo si conosce l’identità del poeta ma il poeta disconosce l’identità, adesso e sempre, di chi ha lo sguardo che sfugge all’illusione dell’intimità, così fotografico in quel preciso tempo siderale locale,e quindi in quel determinato e fatale spazio, ha un bagliore così impotente, ignorante e stupefatto,vuole essere colta direttamente, violentata lì per lì, in quella relazione geometrica, illuminata nel dettaglio, tra faccia, muso, mano e seduta nella sua qualità frattale, la pelle del culo che la interrompe come soggetto e interrompe il mondo, lo spezzetta, lo ingrossa, questa istantaneità artificiale così fatale perché tradisce il fatto che non sa chi è, non sa come vive, e il poeta stesso ne ignora la precisa identità fiscale, essendo così immobile, l’immagine, prima non avrà alcuna dimensione, e, poi, a una a una, ognuno degli attanti, la donna, quella del servizio, e quella che le subentrerà, e il poeta, aggiungerà di nuovo tutte le dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, le unghie delle mani, la profondità, il tempo, la continuità, il senso della carne, la pelle della faccia e del tergo. In silenzio nell’immagine così immobilizzata.│ v.s.gaudio

[i] Cfr.la numero Quarantadue, sulla cui struttura è essenzialmente costruita questa Lebenswelt, e, quindi, la numero Quattordici, in: Giorgio Manganelli, Centuria.Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli, Milano 1979.

[ii] G.Gozzi, Rime burlesche, metà del XVIII secolo.

[iii] Cfr. Jean Baudrillard, L’irriconciliazione;  L’esotismo radicale; in: Idem, La trasparenza del Male, trad.it. SugarCo Edizioni, Milano 1991.

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 │La posa di Mila sulla old car prefigura la numero 14, che correla l’ora del tempo siderale locale, del Foutre du Clergé de France, che è il “Nuoto a rana”, come allegoria dell’incollatura o della produzione della colla necessaria alla sigillatura della Lettera.

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