Bergman Rök.

Bergman Rök. Il fumo della Bergman.

Bergman Rök.

Il fumo della Bergman.

Il fumo montanaro.

La │ö│ si legge come “eu” francese di “neuf”.

Annunci

MARUZIA▐

wordle 68

Maruzia. Eroina del ciclo troiano

by Gaudio Malaguzzi

Dalle Storie di Troie:

“Eroina del ciclo troiano. Sa usare con perizia il telescopio ancorché sia quello prodotto da Seben. Regola il bioritmo della pulsione anale sul ciclo fisico e il bioritmo della pulsione orale sul ciclo emotivo; inventa il gioco dei dadi e la scacchiera per  lo Shibari del  Weekend; trova modo di disporre le pallavoliste in gara, aggiunge alcune funzioni, abbinate alle lettere dell’alfabeto greco, per potenziare il () di Lacan, pare che il () potenzi l’immaginario dell’attante durante i suoi piaceri singolari; inventa altri indici costituzionali per misurare la pulsione anale correlandola all’indice del pondus e la pulsione fallica all’indice costituzionale, la monetizzazione europea  tra  lunghezza del naso e meridiano del podice”.

Ora io mi domando che strana tipa fosse Maruzia: sa usare quel telescopio che chiunque abbia usato ha visto sempre un buco nero, inventa il gioco dei dadi per lo Shibari di fine settimana. Come chi dicesse, di  Druuna[i]: inventa il gioco dell’oca e il cannocchiale per la pulsione anale; o di Miele[ii]: scopre la legge della gravitazione fallica a occhi chiusi e il modo di preparare alla sibarita i pipiruq; o di Miss 130[iii]: scopre la nuova legge di rifrazione col telescopio Seben anche di giorno e stando al di sotto del livello stradale nel Pantano di Villapiana. Come mai Maruzia si occupava del gioco dei dadi e non del sette e mezzo? Vi sembra che con i dadi si possa godere di più? E non basta:trova il modo di disporre le pallavoliste in campo. Senza peraltro dirci che la disposizione sia correlata al (-φ) o al (-ψ), e pare che più di una pallavolista preferisca invece disporsi in relazione al (-κ). Maruzia forse ha anche inventato delle lettere dell’alfabeto della magna grecia, forse delle consonanti prima di lei sconosciute. Scoperte da lei, anche con quel telescopio quando lo usa con la pulsione relata al (-κ). Donna patagonica. Ma resta sempre un mistero come mai si occupasse indifferentemente di bioritmi delle pulsioni, di giochi con i dadi, di Shibari, di esercitazioni non solo pallavolistiche a Bragalla e a Taras, con la bella stagione. Davvero s’è perso lo stampo di queste eroine del ciclo della Magna Grecia. Lodata per il bagliore ainico e immaginata dagli epigoni di Harry Mathews in nuovi piaceri singolari anche decontestualizzati dal territorio della cosiddetta Magna Grecia. Insomma, va dalle lettere dell’alfabeto al bioritmo connesso alle posizioni del Foutre du Clergé de France, come dire che se è al 23° giorno del ciclo Fisico, al 14° del ciclo della Risonanza e al 3° del ciclo Emotivo, se sta provando lingerie della Maison Lejaby a Taras come minimo ne prenderebbe 40 nella posizione numero 40, quella che lei stessa ha ridenominato L’Attrazione Tarassa!

image002

[i] Personaggio di Paolo Eleuteri Serpieri.

[ii] Personaggio di Milo Manara,

[iii] Personaggio di Chijoi, si chiama Reiko.

LE MANI DI INGRID BERGMAN│

image002

Le Mani di Ingrid Bergman

by V.S.Gaudio

La pelle mudronica di Ingrid Bergman  è anche quella delle mani, tra viso, sguardo e mani c’è quella certa visibilità del segreto geografico , che è il supplemento patagonistico. Che, badate bene, non è nell’ordine dell’enunciabile o della norma che attiene ai caratteri primari della tipologia geoterritoriale di provenienza, per questo ne parliamo solo adesso: questo annientamento stesso della longitudine e della latitudine in una assenza somatica di cui il corpo non può fare altro – oltre che stancarsi di non sapere dove sia – che contenere, immobilizzarla finanche in una fotografia, questa qualità che gli appartiene. Sto dicendo che, come dice Barthes, “il corpo totale è fuori del linguaggio, alla scrittura arrivano solo pezzetti di corpo; per far vedere un corpo bisogna o spostarlo, rifrangerlo nella metonimia del suo vestire, o ridurlo a una delle sue parti”[i], e se il monaco Severine trova a Justine una “decisa superiorità del taglio delle natiche, un calore, una strettezza indicibile dell’ano”[ii], il poeta, che espatria il linguaggio in tavole che hanno paura di significare, trova che, adesso che si fa visionatore di queste mani, che le mani patagonistiche di Ingrid Bergman fossero, o sono?, come “un ologramma dolce alla vista e al tatto, privo di resistenza, e quindi propizio ad essere striato in tutti i sensi dal desiderio come uno spazio aereo”[iii]: da questo eccesso, che è uno spostamento circospetto, e che potrà avere anche la circonvoluzione di una passione, il poeta cosa ricava? Fosse stato un viaggio, come quello fatto insieme alla ragazza di Göteborg, tra metamorfosi e anamorfosi della Terra, in relazione all’altro, allora tra la 40^ Rivoluzione Solare del poeta  e la 20^ Rivoluzione Solare della ragazza, tanto che lo spostamento libera il sesso e la cultura, quel viaggio orbitale in treno, vettoriale, che giocava col tempo, nella versatilità delle latitudini e delle longitudini, e sfuggiva all’ illusione dell’intimità[iv]; invece, qui, nella fotografia, il corpo ritrova il suo sguardo, liberato dalle immagini, quelle del cinema, ritrova l’immaginazione del visionatore e le mani dell’attante-attrice, questo stato del suo esserci in nostra assenza, ed è questa sorpresa e sorprendente immanità, questa consistenza oggettiva, questo trasporto oggettivo, quasi un afferrare come schema verbale o piuttosto un carezzare e stringere, che è speculare all’individualità morbida del linguaggio: come il corpo patagoni stico, le mani patagonistiche hanno questa consistenza in sé, un turgore umido, un godimento oggettivo, che è l’apparenza, in tutta la sua delicata patafisica, così a lungo tenuta in sé o stretta, anche nell’in sé dell’altrove dell’attante, da dove proviene, dal suo proprio luogo, dal cuore della sua banalità, dal cuore della sua oggettualità, fa irruzione da tutte le parti, moltiplicandosi con gaudio da se stessa, colto direttamente, colmo del godimento lento e spostato di grado in grado, di parallelo in parallelo, di tempo in tempo, intriso di quel gaudio in cui si è presa o che ha preso con quelle mani, quasi bagnate della qualità frattale di quel gaudio che lei ha tenuto e accarezzato con queste mani. L’istantaneità artificiale è l’intensità dell’immagine: godimento anzi proporzionale all’intensità dell’immagine e alla sua astrazione massima, vale a dire alla sua pura oggettualità, che ha, adesso che il visionatore-poeta condensa quell’analemma del gaudio con il suo fantasma, tutte le dimensioni (somatiche) dell’attante denegate, o non conosciute, il peso, il rilievo, il profumo, la profondità, il tempo, la continuità, il senso, l’erezione, il mondo, il pathos, insomma la sua forma segreta.

Che, se il visionatore è attento, è nelle linee della mano destra, la saturazione nello spostamento immobile del corpo è come se oltre che occupare i capoluoghi del piacere, il triangolo, tra la cosiddetta linea mensale e la Saturnina, o Solare che possa essere, indica questa ricolmatura posizionale: come nell’erotica sadiana, questa catalisi voluttuosa, o gaudiana, non riesce ad esaurire la combinatoria delle unità: “resta sempre un supplemento di richiesta, di desiderio, che si tenta illusoriamente di estinguere, sia ripetendo o permutando le figure(contabilità dei “colpi”), sia coronando l’operazione combinatoria(per definizione analitica) con un senso estatico di continuità, di copertura, di perfusione. Stiamo parlando di quella catalisi somatica di cui scrisse Barthes per Sade, che è una totalità esistenziale[v]: qui, dall’interno della mano, dal palmo, dalle linee palmari, la totalità esistenziale dell’attante-attrice è raggiungibile con l’inondazione: insomma le mani della catalisi somatica, il triangolo lineare, come un triangolo geodetico, un triangolo somatico per l’operazione combinatoria del poeta-visionatore: il triangolo e i tre capoluoghi di provincia e la mano, le mani, con cui, su questo corpo, tutto pesa, aderisce, passa, leva, immerge, verticalmente, orizzontalmente, fa la cadenza, attacca, lambisce, copre, perfonde. E’ come quello stadio erotico che è analogo, dice Barthes, al legato sublime della frase, che si chiama il fraseggiato, che, in quella che abbiamo chiamato la saturazione götata per la ragazza di Göteborg, dandole addirittura una concatenazione caratterologica: emotiva, attiva, secondaria, la combinazione del tipo “passionale”(EAS), che è il tipo ch riempie, colma, guarda, quello che si fa di più, una continuità sistematica, costante, incessante, quello che ha la cadenza persistente e prolungata, quello che rende, da questa surfusione, incessante il godimento, per condensarlo infine nel gaudio. Il poeta, specularmente, è in fase non-emotiva, attiva e secondaria, quando fa il visionatore: nEAS, che è la combinazione dei fattori del tipo “flemmatico”, il tipo che prova e testa, verifica e appura, non può che assodare la saturazione-götata, curarla, tenerla d’occhio, sorvegliarla, regolarla, timoniere o capovoga che vigila sul ritmo di voga, rivede l’armo e il palamento, tra il suo sguardo, la bocca e il triangolo della mano destra e la pelle mudronica della mano sinistra, disciplina la palata, governa la rotta. Il fraseggiato del gaudio. Del tocco agonistico di  quelle mani.

[i] Roland Barthes, Sade II, in: Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977: pag.115.

[ii] Roland Barthes, Ivi.

[iii] Jean Baudrillard, L’esotismo radicale, in: Idem, La Trasparenza del Male, trad.it. Sugarco edizioni, Milano 1991: pag. 163.

[iv] Cfr. V.S.Gaudio, La Ragazza di Göteborg, © 2007.

[v] Roland Barthes, trad.cit.:pag.117.

Washummulo.

West Coast Youth

Loomis Dean, Life, January 1, 1951 part.

from: “Mia Nonna dello Zen”carwashummulon

La patagonica per lo shummulo del giorno
La patagonica per lo shummulonwash l’1 marzo 2017