Aurélia Steiner de Durrës e il gioco dei Tre Gaz ⁞

Aurélia Steiner de Durrës potrebbe essere lei la giumenta di Parrotë?

image002©| Uh Magazine 2015

Il gioco dei Tre Gaz.La civiltà e il gaudio dell’oggetto “a”

Mini-Lebenswelt con Fletcher Flora[i] ⁞

“Caro,” disse Aurélia al poeta, “sono così contenta che tu ti comporti come un essere civile.”

“Oh, io ho sempre sostenuto l’importanza degli esseri civili, purché non siano ombroni  o di altre minoranze che rivendicano radici medioevali e quindi del tutto prescritte” le fece osservare il poeta. “A mio modo di vedere, sono essenziali alla civiltà, a meno che con la storia della lingua doppia, mai scritta tra l’altro, non tengano in conto il rapporto con il governo centrale per le quote fatalistiche, professionali, impiegatizie, sportive, militari, trascendentali e previdenziali”.

“In ogni modo, è assolutamente eccezionale per te suggerir are che ci riuniamo tutti e quattro e discutiamo della cosa con tranquillità e cortesia, senza badare ai postulati della Costituzione. Non che in definitiva possa cambiar nulla.”

“Cosa vuol dire, che non cambierà nulla?” chiese il poeta allarmato.

“Vuol dire che sono decisissima a lasciarti, naturalmente. Sono sicura che questo lo capisci.”

“Capisco che è la tua intenzione- disse il poeta a Aurélia – ma spero di farti cambiare idea, quant’è vero che ho la connessione Marte/Urano peggio di Bonaparte!”

“Beh, è semplicemente impossibile. Sono innamorata di un mio connazionale, abbiamo la stessa Herkunft e lo sposerò, e non c’è altro da dire. Mi spiace, caro Vuesse, ma è assolutamente necessario al mio gaudio.”

“Ciò significa, per come lo capisco io, che non sei più dentro l’orbita del mio gaudio. E’ vero?”

“Ma non essere scemo. Come potrei non essere più nell’orbita del gaudio, è che vorrei amarti come oggetto “a” e ti amo pazzamente, lo sai, ogni volta che passerai al mio meridiano, ti amerò follemente, un giorno e una notte interi, ogni volta che lo fai salire lassù il mio oggetto “a”!”

“E allora a che cazzo ti serve sposare quel mezzo albanese come te?” disse incazzato il poeta.

“Oh, Vuesse, amore mio, di amare ti amo, ma adesso ti amo come ti ho detto: voglio che tu sia il mio oggetto “a”. E’ triste, in apparenza, ma sarai ancor di più il mio gaudio.”

“Aurélia, hai qualcosa della troia di Durrës che è più troia di quella grande troia di Sibari, e negli ultimi tempi sei diventata ancora più troia, una troia immensa”, e la guardò con un gran male al cuore, perché se il suo modo di amarlo era disgraziatamente e tristemente cambiato, il suo modo di amare Aurélia non era cambiato in nulla. Era così bionda, con quel bagliore ainico, così incredibilmente zoccola, anzi una vera e propria kurvë. Indossava, notò, quell’abitino “Marella” che più che le linee del corpo rivelava, ogni volta che l’indossava, l’immensa voglia di farsi trombare come una troia, e sempre come se fosse l’ Attrazione di Durazzo, la sua versione della numero 40 del Foutre du Clergé de France, in cui è denominata come l’Attrazione di Milano. Che non è la Giostra Stanziale di Segrate.

“Vuoi un martini?” le chiese il poeta.

“Ne prenderemo uno tutti insieme quando arriverà  il mio amore. Ci farà sentire rilassati e a nostro agio, non pensi? I martini sono l’ideale, da questo punto di vista.” rispose Aurélia.

“Dal punto di vista del martini, non hai smesso mai di farmi lo spot di Charlize, con quelle mutande di seta La Perla, e da quel punto di vista non hai mai smesso di farti inculare subito. Se poi, quando arriva quel mezzo analfabeta vorrai farti inculare ancora vorrà dire che prenderai un altro martini. Il vermouth, lo sai, di questo si tratta, lubrifica l’anima, la minchia e il canale del gaudio, sempre se si sia almeno in due ad averne voglia”.

“D’accordo, ma sento il campanello. Lui deve essere arrivato.”

“E facciamolo entrare dunque, questo gran coglione, vediamo quale meraviglia di fenotipo si presenta al nostro cospetto…E’ meglio che vai tu ad aprire, una grande zoccola fa sempre entrare lei un gran coglione!”

Aurélia andò ad aprire la porta d’ingresso, e fuori c’era il suo compatriota, che entrò nell’anticamera e Aurélia gli mise le braccia intorno al collo, e quello le accarezzò il culo. Non c’era niente di nuovo nel fatto che Aurélia si facesse accarezzare il culo da un uomo – glielo avevano accarezzato in tanti! – ma questa carezza era diversa dalle altre e tutta speciale. Ardente era l’aggettivo più blando con cui la si potesse definire , e durò molto a lungo. Dalla posizione del poeta nel soggiorno vedeva tutto chiaramente, non c’era bisogno del martini, un altro po’, ci fosse stata una sedia, Aurélia si sarebbe fatta inculare. Ma il poeta smise di guardare e preparò i martini.

“Beh, voi due,” disse la troia, “eccoci qui.”

“Esatto,” fece il poeta. “Eccoci qui: la zoccola, il cornuto e  l’insignificante.”

“Questo è Ngagaz, Gaz,” presentò Aurélia. “Ngagaz, questo è Gaz.”

“Piacere di conoscerla, Gaz,” disse Ngagaz.

Non era alto come il poeta, e neanche così eretto, ma dovette ammettere il poeta che aveva un bell’aspetto e una volta  portato il (-φ) al meridiano la passata alla zoccola sarebbe stata oltremodo lieta.

“Si chiama Gaz, lo sai,” spiegò Aurélia, “ma io lo chiamo spesso Caz.”

“Abbiamo avuto momenti di innalzamenti al meridiano veramente spettacolari.” Disse il poeta senza che Ngagaz capisse un cazzo.

“Lei si sta comportando in modo molto cavalleresco,” disse Ngagaz.

“Civile” lo corresse il poeta. “Mi comporto da essere civile e non da retribuito dallo stato in quanto appartenente a una quota di minoranza, ancorché la minoranza sia non solo virtuale ma anche…”

“Prendiamo i martini?”lo interruppe Aurélia.

“Grazie, volentieri”, disse quell’autentica mezza sega.

Il poeta versò i martini, e quei due sedettero sul sofà  una sopra all’altro. Quando servì i martini, quello che teneva  sulle ginocchia la moglie del poeta prese il bicchiere con la sinistra, e la moglie lo prese con la destra, mentre quello con la destra  spostava le mutande della signora e quella con la sinistra se lo piazzava dio solo sa se la cosa fosse da fare ancor prima di aver bevuto il martini.

“Mi pare”, cominciò il poeta “che sarà meglio cercar di risolvere questa situazione.”

“Mi spiace, Gaz” disse Ngagaz, “ma direi che lo abbiamo già fatto,”e guardò il poeta negli occhi, con un’espressione da uomo a uomo.

“Beh,”osservò il poeta, “per come la vedo io, lei vuole possedere una cosa che è mia, e io naturalmente me la voglio tenere, e questo crea un problema di appropriazione.”

“Ma quale problema? Non mi pare che ci sia nessun particolare problema.”

“Non pare neanche a me, “interloquì la zocc…Aurélia.”Assolutamente nessun problema. Noi due divorzieremo, Gaz, e noi due ci sposeremo, Ngagaz, e questo è tutto.”

“Per come la vedo io, “ le fece eco Ngagaz, “questo è tutto.”

“Per come la vedo io,”obiettò il poeta, “se questo è tutto, pensate che le possa bastare? Ho tutte le intenzioni di essere civile e simpatico, il che è una cosa, conosco a menadito tutta la problematica dell’oggetto “a” di Lacan, ma non sono affatto disposto ad arrendermi supinamente, il che è una cosa completamente diversa. Devo insistere perché mi sia concessa una giusta possibilità di risolvere la faccenda a modo mio, ma nello stesso tempo non voglio rendermi antipatico, il che è evidente, e così ho pensato a un modo di sistemare le cose all’amichevole.”

“E quale sarebbe questo modo all’amichevole?” chiese ansiosa la zoccola. Mentre Ngagaz era un po’ sulle sue, perplesso o forse anche preoccupato.

Il poeta traversò la stanza, prese un foglio di carta sulla scrivania e due dadi e tornò al posto di prima.

“Che cosa c’è scritto?” chiesero all’unisono Ngagaz e la moglie del poeta Gaz.

“Non c’è scritto niente. Adesso la troia prende i dadi e fa il lancio: i due risultati sono moltiplicabili, addizionabili e sottraibili. Facciamo una prova: ecco, lancia i dadi, Aurélia!” e porse i dadi alla donna. Che lanciò e fece: 6 e 5. “Ma che cazzo, Vuesse, vuoi giocarmi ai dadi? Ti ha dato di volta il cervello?”

“Aspetta. Stai calma: non hai un cazzo da perdere. Anzi ne hai uno in più. 6 x 5 fa 30 e chi vuole ti fa fare la Carriola; l’altro fa l’addizione: 6+5 che fa 11 e ti scopa nella dolcissima impalata; infine si fa la sottrazione:6-5 che fa 1 anche a Durazzo, da dove cazzo siete venuti a rompermi i coglioni e a farmi cornuto: ed è il modo del buon modo antico, che, quando esce davvero, si chiama un altro fottitore che fa il missionario che fotte questa pastorella.”

Per la prima volta da quando si era seduta sulle ginocchia di Ngagaz, Aurélia appoggiò il mento alla mano, e appoggiò il gomito sul ginocchio. Che, ogni volta che il poeta lo guardava, pensava che era straordinario come il ginocchio di Aurélia assomigliasse al ginocchio di sua nonna, quand’era naturalmente giovane, che, si era sempre detto, in confronto, il genou di Claire era davvero poca cosa, e la nonna del poeta non era del Capricorno, invece il nonno era proprio del Capricorno. Anche se aveva un gran fallo ma in quanto a ginocchio si capiva che a Genova c’era stato solo per imbarcarsi per Buenos Aires. Aurélia, quando si metteva così, era per il semplice fatto che la pulsione sado-anale le stava furguwunando il passaggio a sudovest:  era nel gaudio totale, evidentemente allietata dalla prospettiva di due uomini che amichevolmente  giocavano a dadi per vedere in che modo possederla, per non parlare del terzo.

“Ma, “obiettò Ngagaz, “qui escono tre soluzioni e tre modi e tre…”

“Tre cazzi,”dissero all’unisono il poeta e la moglie del poeta.

“Pretende sul serio che Aurélia prenda parte a questo immondo giochetto?”

“E’ necessario,”disse il poeta,”se vogliamo che tutte e tre le alternative possano verificarsi sempre. E’ come la faccenda del “tertium non datur”, non so se lei capisce a cosa mi riferisco. Sono sicuro che Aurélia sarà d’accordo.”

“Certo che sono d’accordo” assicurò Aurélia.  “E’ semplicemente giusto e necessario che io partecipi.”

“Te lo proibisco assolutamente,” disse Ngagaz, come se fosse già suo marito, che stronzo!

“Non essere presuntuoso, tesoro,”protestò la moglie del poeta. “Per il momento non puoi proibire un cazzo.”

“Deve  ammetterlo, Ngagaz, “ rincalzò il poeta Gaz, “al momento nessuno di noi può ordinare o proibire niente a nessun altro. Il massimo che lei possa fare è rifiutare la sua personale partecipazione.”

Aurélia girò la testa e guardò con occhi sgranati Ngagaz. Era evidente che la possibilità di una tale riluttanza da parte dell’amico non si era mai affacciata prima alla sua mente.

“Ma certo, Ngagaz,”gli disse, “se non te la senti di giocarmi a dadi, nessuno ti costringe.”

“Non si tratta solo del gioco dei dadi” protestò Ngagaz.”Pensate alle complicazioni. Supponiamo che alla sottrazione esca un 4 e…allora Aurélia …Oh, Dio, che fa? Si mette sulla sponda del letto, con il culo il più possibile vicino alla sponda del letto, e le gambe le deve avvinghiare al di sopra dei garretti dell’uomo che non conosciamo e che la deve infilzare e poi picchierà duro…e lei non deve dimenticare di imprimere alle chiappe un movimento continuo, o intermittente, come cazzo le aggrada… Insomma, non è piacevole. E poi questo tertium non datur chi sarebbe? Sarà preso di volta in volta, e quante volte in una settimana, in un mese, e se il soggetto non è quello giusto?” Ngagaz guardò accigliato sia il poeta che la moglie.

“Quindi aderisce alla proposta o no?”

“Direi di sì. Vedo che Aurélia è tutta presa dall’idea.” “Lo sono,” disse Aurélia, “certo che lo sono, Gaz, quest’ultima trovata è assolutamente geniale. Benché un tempo fossi incline a esagerare le tue virtù, adesso capisco che per certi versi non ho riconosciuto i tuoi meriti e la potenza fallica che c’è nella tua libido. In questa faccenda, hai trascurato solo un particolare, e devo ammettere che ne sono un po’ delusa.”

“Si? Quale?”

“Avresti dovuto anteporre al gioco dei dadi nell’ambito dell’esibizione preliminare per portare l’oggetto “a” dei fottitori al meridiano  non il martini ma la gazzosa.”

“Oh, già : gazzosa tra Gaz e Ngagaz e il terzo Gaz, Tretë-Gaz. Mi sono proprio lasciato scappare un’occasione di essere galante, mi spiace molto. Ma temo che sia troppo tardi per cambiare. Son sempre tre Gaz, e non abbiamo un esempio fantasmatico come quello di Charlize per il martini.”

“Aspettate un momento”, esclamò Ngagaz. “Non è che i dadi siano truccati?”

“No. Non sono truccati. Ma se vuole, usiamo le carte. In ogni modo, i dadi potete sceglierli voi due, e io sceglierò il terzo inaspettato. Va bene così?”

“E se quello non viene?” disse perplesso Ngagaz.

“Sarà uno di noi a fare anche la sottrazione.”

“Va benissimo,” dichiarò Aurélia, “e non trovo che sia molto simpatico da parte tua, Ngagaz, insinuare che Gaz possa tirare a imbrogliare, in una questione d’onore come questa. Adesso suggerirei di bere un altro martini e di comportarci come buoni amici.”

Da buoni amici bevemmo il martini, dopodiché Aurélia in mutande ci fece vedere cosa se ne faceva di una come Charlize: Oh, Gaudio, pensò il poeta, la mia Aurélia di Durrës è indiscutibilmente la signora Gaz e anche Ngagaz. Dev’esserci nella sua Herkunft la linea genetica delle gazzusare.| Alain Bonheur

[i] Cfr.Fletcher Flora, Most Agreeably Poisoned, © 1957 by H.S.D. Publications, Inc. Trad.it: Un simpatico avvelenamento, in Galateo del delitto, Feltrinelli, Milano 1965.

carta intestata gioco tre gaz

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