L’I King della Gabelliera e del Poeta. 26-Ta Cciu

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L’I King della Gabelliera e del Poeta| 27.I

 

Plousia Mekuón ▌La mulacchiona del tuffo. As Herb Ritts for “American Vogue”

Plousia Mekuón cuán delicada muchacha
che ti guarda la mulacchiona piegata
per tuffarsi, il culo sollevato
proprio sull’ombelico del poeta,
ah, musicale ragazza che graziosamente offerta
là sulla riva remota
eterno dolce desiderio
eres tù primavera matinal que en un soplo llegase
allà. Reverberando,
sin tiempo, el mar existe
¿un corazón de dios sin muerte, late? 

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 da: Plousia Mekuón ▌

La Mulacchiona d’Utrànto ⁞La Stimmung di V.S. Gaudio con Antonio Verri sulla cugina saracina di Aurélia Steiner

CASA SCHUMANN.Una storia d’amore e d’amicizia

CASA SCHUMANN
Una storia d’amore e d’amicizia
 
Giovanni Fontana
Voce recitante

Antonio D’Antò e Paola Vittori
Pianoforte a quattro mani

Programma

R. Schumann
Bilder aus Osten. Sechs Impromptus Op. 66
 
Dai « Zwölf vierhändige Klavier-Stücke Op.85 :
Gartenmelodie – Trauer-Abendlied
 
Kinderszenen Op.15 n° 1
 
J. Brahms
Liebeslieder Op. 52 nn. 1-2-6-8-11-14
 

ALATRI
Biblioteca Comunale « Luigi Ceci »
Sabato 27 febbraio
ore 17.30

 

Quelle che la Bianca Deissi ►La Verde Deissi

image002La Verde Deissi ►

Verde la deissi indica che la frugalità è finita, stando così seduta e indicando il (-φ) sta indicando che l’amore romantico è sì una cosa meravigliosa ma anche che non si può volere qualcosa nel più profondo dell’esserci senza  starci seduta sopra indicandolo.

L’anamorfosi, voi sapete cos’è, e saprete anche come la interconnette Lacan con il (-φ) ; e qui vediamo che quella che la Bianca Deissi, nonostante sia fantasmata nell’anamorfosi dal visionatore, è quello che sta indicando, la Verde Deissi, che ha sempre la parte alta pesante e oltremodo mesomorfa e la parte bassa, è questo che indica il (-φ), vuole star seduta sul deittario.

Quando quella della Verde Deissi si mette la camicia verde, e con i jeans a fior di pelo, e sotto non sappiamo che  color di seta abbia indossato, la prateria sta nell’occhio di chi guarda e se chi guarda ha la vista difettosa sicuramente sarà destinato ad essere il visionatore che, nei piaceri singolari del poeta che non sono come quelli d’amore che durano solo un attimo, destinerà infinitamente il (-φ) alla pulsione  deittica di quella della Verde Deissi.

Quando quella  che sarà quella delle cibberne verdi vuole  andare lassù in altitudine per il palo, che è l’orizzonte, su cui vuole saggiare la consistenza del (-φ) che alimenta la sua pulsione deittica, allora quello è il tempo della Verde Deissi, in cui tra la componente “situazione”, che è territoriale, e “attende”, che è temporale, la verde soma finirà con il diventare l’oggetto “a” irredento del visionatore e l’oggetto “a” patagonico del deittario, quello che, lì, in montagna, le aveva innalzato al meridiano il suo (-φ) affinché lei lo indicasse.

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JURE KAŠTELAN | L’OCCHIO SELVAGGIO DELLA LUCE

JURE KAŠTELAN L’OCCHIO SELVAGGIO DELLA LUCE

Lume di terra

Tutto ciò che sparisce diventa luce

Uccello in cerchi aperti

Fiammella in montagna.

Quello che fu non può non essere: non finisce,

continua nel trasferirsi, nella terra della terrestre terra.

Perché, o perché ancora, perché ardi quando

è buio, scruto buio nel buio.

Lume di terra, di terrestre terra,

perché illumini quando

stai bruciando te stesso, la tua luce rubata.

Perché stai bruciando

quando è lo stesso splendere ed estinguersi

quando è buio, oscuro buio nel buio.

Perché non ti consumi bruciando, impietosa giovinezza,

quando non vedrai la barca.

Occhio selvaggio

Affondo nella mia profondità

uccello nel cielo, luce nel buio.

Mi soffoca l’inondazione del pianto da tempo seccato.

Il vento sbircia sul mio mondo abbandonato

Nel quale la pietra si muta in polvere.

Buia immagine in cui tutto sparisce, ancora

Mi guarda l’occhio selvaggio della luce.

Bagliore di fulmine.

Maschera

Non è in vendita questa maschera. Non si vende.

Questa maschera non si vende. Per nessuna ragione.

Né per la testa

né per nulla.

E’ réclame.

E’ originale.

Un giorno verrà venduta ad alto prezzo.

E’ servita a qualcosa: – A che cosa?

Una vera maschera.

E’ facile, è difficile

Facile è soleggiare al sole

Facile è essere cielo in cielo.

Difficile è all’affamato aver fame.

Difficile è all’assetato aver sete.

Facile è al pazzo essere saggio.

Difficile è al saggio essere pazzo.

Uccello ripieno

Queste piume non sono piume anche se tremolano come le piume

Queste piume sono più piumate delle piume

Questo uccello non è un uccello anche se è come un uccello

Questo uccello cing-guetta continuamente

Non cessa di guettare

Questo esempio

Inizio

La fine è sempre inizio. Basta solo un passo

fino alla porta che conduce alla strada.

Dalla porta esci e la porta

è aperta sul cosmo senza via d’uscita.

Questo diluvio diverrà un grande fertile fiume,

trasparente

specchio di azzurro solare.

La tempesta arriva dal cielo e la precedono

Il pidocchio ed il fantasma.

C’è solo un passo fino alla porta che conduce alla strada.

Lo spuntare del giorno

I rami pieni di guettii

e gli occhi di uccelli.

Hanno tirato il collo al gallo

oppure il sole sta nascendo.

Dopo l’incidente

Ho perduto i ricordi. Mi sono rimasti solo gli spasimi.

Se il vento potesse sfiorarmi, ma nessuno può

giungere qui dove sono. Striscio e volo

e né l’uno

né l’altro. Niente di tutto questo. Niente. Niente. Non sono, e questo

che è potrebbe essere stato ed è stato niente altro che ciò che si raccatta

con il badile. Nessuno può giungere qui dove

sono. Nemmeno le serpi. Nessuno. Ho bisogno di piangere

ma

non posso. Non posso niente. Non ho saputo mai

che

posseggo il senso della caduta. Tutto è caduto, per sempre

rovinato, da sempre.

Attraverso me volano le mosche e i gorghi della polvere.

Solo questo senso non mi abbandona. Di tutto mi libero,

e niente

rimane per me. Nessuno può giungere qui

dove sono.

Solo questo senso inaccessibile sul quale

Ha messo radici il pidocchio.

Un pidocchio dopo un pidocchio. Non so dove andare.

Niente può più accadere.

[da: Divlje oko(“L’occhio selvaggio”), © 1979: traduzione dal croato di Lucifero Martini, da: “Carte Segrete” n.47, Roma gennaio-marzo 1980]

V.S. Gaudio

La poesia varunica di Jure Kaštelan 

Intelligibilità alta ¾
Complessità bassa ¾
Ambiguità buona ¾
Pregnanza alta ¾
Carica connotativa buona
Codice ristretto

  33.Tunn: il ritirarsi

Tutto nella poesia di Kaštelan è nel segno del ritirarsi, l’ombrosità che ascende, la luce che si ritira, come nell’immagine dell’esagramma n.33.Tunn[i]  dell’I Ching: “Sotto il cielo il monte”.

Il monte, che è Kenn, tra pregnanza in continuo stato di patefactio e codice ristretto, che è il sei all’inizio, la prima linea che è la coda, s’innalza sotto il cielo e il cielo invece si ritira da esso, a distanza, verso l’alto, così che rimane irraggiungibile.

Il sintagma, nella poesia di Kaštelan, breve o un po’ lungo che sia, è sempre teso da un elastico paradigmatico che, poi, all’improvviso, ma non tanto, si ritira, e allora se il sintagma si sta ritirando dal paradigma, il paradigma cosa prende?

Il fatto è che Jure Kaštelan ha dentro la sua poesia il paradigma di Varuna, il dio Uranico, che ha mille occhi ma è al tempo stesso colui che vede tutto e colui che non vede niente.

Così pare che il sacrificio dell’occhio, stilisticamente avviene con la complessità, la 5^ linea, che è su livelli medio-bassi, ma l’ambiguità è alta come e quanto la carica connotativa, abbia come corrispondenza sintematica l’uccello solare, che non è che la manifestazione mistica dell’isomorfismo della luce e della parola.

Varuna, il dio Uranico del paradigma di Kaštelan, sta, etimologicamente, tra “canto epico” e “parlare”, in cui l’elastico del sintagma tende il “segreto”; è possibile perciò rinvenire un vocabolo dinamico, un mantra, che è l’occhio, che, come sintéma, ha sempre, come archetipi sostantivi, non solo la luce ¹ le tenebre ma anche, la cima¹ l’abisso, il cielo ¹ l’inferno, l’ala ¹ il rettile.

La struttura eroico-mistica di Kaštelan, che è viscosa e adesiva, raddoppia e persevera, come se fosse a polarità notturna, ha, invece, lo schema verbale salire ¹ cadere, che attiene al regime diurno, tanto che, ai sintémi del mantra e dell’occhio, il poeta croato fa subentrare o mescola la pietra, l’uccello, la scala.

Vediamo, allora, come il ritirarsi di 33.Tunn, che è l’esagramma dello stile di Jure Kaštelan, sia questo canto dell’uccello solare che vola tra monte, Kenn, e cielo, Kkienn, o tra abisso e cima, “parlando” il linguaggio di Varuna, sia anche questo “ben dire” che fa “luce sul” (vs: ”parla del”) “segreto” : tende l’elastico del “parlare” che in lettone è “runat” e in irlandese ha in sé il “segreto” di “rûn”.

[i] Adottando il metodo di cui abbiamo già riferito in altri studi [cfr. V.S.Gaudio, Cesare Ruffato: la semantica gergale e razionale dell’idioletto corporeo, I quaderni di Hebenon, Torino 1999; idem, La poesia Wu Wang. La poesia della semplice integrità e il ludus della vertigine, “Zeta” n.66, Campanotto editore, Udine gennaio 2003; idem, Amelia’s Spring. La Stimmung con Amelia Rosselli , “Zeta” n.82, Campanottoe editore, Udine dicembre 2007] l’esagramma dello stile di Jure Kaštelan si forma in questo modo: al 6° posto, l’iconicità alta fa ottenere una linea intera: ¾   ; al 5° posto, la complessità contenuta ci dà un’altra linea intera: ¾   ; al 4° posto, l’ambiguità abbastanza alta ci dà ancora una linea intera:¾   ; al 3°, dove comincia il trigramma inferiore, la pregnanza notevole fa ottenere un’altra linea intera:¾    , al 2° posto, la carica connotativa è più che buona, perciò la linea è spezzata: – –    ; al 1° posto, per il codice ristretto di Kaštelan, abbiamo una linea spezzata:- –   .

Aurélia Steiner de Durrës e il gioco dei Tre Gaz ⁞

Aurélia Steiner de Durrës potrebbe essere lei la giumenta di Parrotë?

image002©| Uh Magazine 2015

Il gioco dei Tre Gaz.La civiltà e il gaudio dell’oggetto “a”

Mini-Lebenswelt con Fletcher Flora[i] ⁞

“Caro,” disse Aurélia al poeta, “sono così contenta che tu ti comporti come un essere civile.”

“Oh, io ho sempre sostenuto l’importanza degli esseri civili, purché non siano ombroni  o di altre minoranze che rivendicano radici medioevali e quindi del tutto prescritte” le fece osservare il poeta. “A mio modo di vedere, sono essenziali alla civiltà, a meno che con la storia della lingua doppia, mai scritta tra l’altro, non tengano in conto il rapporto con il governo centrale per le quote fatalistiche, professionali, impiegatizie, sportive, militari, trascendentali e previdenziali”.

“In ogni modo, è assolutamente eccezionale per te suggerir are che ci riuniamo tutti e quattro e discutiamo della cosa con tranquillità e cortesia, senza badare ai postulati della Costituzione. Non che in definitiva possa cambiar nulla.”

“Cosa vuol dire, che non cambierà nulla?” chiese il poeta allarmato.

“Vuol dire che sono decisissima a lasciarti, naturalmente. Sono sicura che questo lo capisci.”

“Capisco che è la tua intenzione- disse il poeta a Aurélia – ma spero di farti cambiare idea, quant’è vero che ho la connessione Marte/Urano peggio di Bonaparte!”

“Beh, è semplicemente impossibile. Sono innamorata di un mio connazionale, abbiamo la stessa Herkunft e lo sposerò, e non c’è altro da dire. Mi spiace, caro Vuesse, ma è assolutamente necessario al mio gaudio.”

“Ciò significa, per come lo capisco io, che non sei più dentro l’orbita del mio gaudio. E’ vero?”

“Ma non essere scemo. Come potrei non essere più nell’orbita del gaudio, è che vorrei amarti come oggetto “a” e ti amo pazzamente, lo sai, ogni volta che passerai al mio meridiano, ti amerò follemente, un giorno e una notte interi, ogni volta che lo fai salire lassù il mio oggetto “a”!”

“E allora a che cazzo ti serve sposare quel mezzo albanese come te?” disse incazzato il poeta.

“Oh, Vuesse, amore mio, di amare ti amo, ma adesso ti amo come ti ho detto: voglio che tu sia il mio oggetto “a”. E’ triste, in apparenza, ma sarai ancor di più il mio gaudio.”

“Aurélia, hai qualcosa della troia di Durrës che è più troia di quella grande troia di Sibari, e negli ultimi tempi sei diventata ancora più troia, una troia immensa”, e la guardò con un gran male al cuore, perché se il suo modo di amarlo era disgraziatamente e tristemente cambiato, il suo modo di amare Aurélia non era cambiato in nulla. Era così bionda, con quel bagliore ainico, così incredibilmente zoccola, anzi una vera e propria kurvë. Indossava, notò, quell’abitino “Marella” che più che le linee del corpo rivelava, ogni volta che l’indossava, l’immensa voglia di farsi trombare come una troia, e sempre come se fosse l’ Attrazione di Durazzo, la sua versione della numero 40 del Foutre du Clergé de France, in cui è denominata come l’Attrazione di Milano. Che non è la Giostra Stanziale di Segrate.

“Vuoi un martini?” le chiese il poeta.

“Ne prenderemo uno tutti insieme quando arriverà  il mio amore. Ci farà sentire rilassati e a nostro agio, non pensi? I martini sono l’ideale, da questo punto di vista.” rispose Aurélia.

“Dal punto di vista del martini, non hai smesso mai di farmi lo spot di Charlize, con quelle mutande di seta La Perla, e da quel punto di vista non hai mai smesso di farti inculare subito. Se poi, quando arriva quel mezzo analfabeta vorrai farti inculare ancora vorrà dire che prenderai un altro martini. Il vermouth, lo sai, di questo si tratta, lubrifica l’anima, la minchia e il canale del gaudio, sempre se si sia almeno in due ad averne voglia”.

“D’accordo, ma sento il campanello. Lui deve essere arrivato.”

“E facciamolo entrare dunque, questo gran coglione, vediamo quale meraviglia di fenotipo si presenta al nostro cospetto…E’ meglio che vai tu ad aprire, una grande zoccola fa sempre entrare lei un gran coglione!”

Aurélia andò ad aprire la porta d’ingresso, e fuori c’era il suo compatriota, che entrò nell’anticamera e Aurélia gli mise le braccia intorno al collo, e quello le accarezzò il culo. Non c’era niente di nuovo nel fatto che Aurélia si facesse accarezzare il culo da un uomo – glielo avevano accarezzato in tanti! – ma questa carezza era diversa dalle altre e tutta speciale. Ardente era l’aggettivo più blando con cui la si potesse definire , e durò molto a lungo. Dalla posizione del poeta nel soggiorno vedeva tutto chiaramente, non c’era bisogno del martini, un altro po’, ci fosse stata una sedia, Aurélia si sarebbe fatta inculare. Ma il poeta smise di guardare e preparò i martini.

“Beh, voi due,” disse la troia, “eccoci qui.”

“Esatto,” fece il poeta. “Eccoci qui: la zoccola, il cornuto e  l’insignificante.”

“Questo è Ngagaz, Gaz,” presentò Aurélia. “Ngagaz, questo è Gaz.”

“Piacere di conoscerla, Gaz,” disse Ngagaz.

Non era alto come il poeta, e neanche così eretto, ma dovette ammettere il poeta che aveva un bell’aspetto e una volta  portato il (-φ) al meridiano la passata alla zoccola sarebbe stata oltremodo lieta.

“Si chiama Gaz, lo sai,” spiegò Aurélia, “ma io lo chiamo spesso Caz.”

“Abbiamo avuto momenti di innalzamenti al meridiano veramente spettacolari.” Disse il poeta senza che Ngagaz capisse un cazzo.

“Lei si sta comportando in modo molto cavalleresco,” disse Ngagaz.

“Civile” lo corresse il poeta. “Mi comporto da essere civile e non da retribuito dallo stato in quanto appartenente a una quota di minoranza, ancorché la minoranza sia non solo virtuale ma anche…”

“Prendiamo i martini?”lo interruppe Aurélia.

“Grazie, volentieri”, disse quell’autentica mezza sega.

Il poeta versò i martini, e quei due sedettero sul sofà  una sopra all’altro. Quando servì i martini, quello che teneva  sulle ginocchia la moglie del poeta prese il bicchiere con la sinistra, e la moglie lo prese con la destra, mentre quello con la destra  spostava le mutande della signora e quella con la sinistra se lo piazzava dio solo sa se la cosa fosse da fare ancor prima di aver bevuto il martini.

“Mi pare”, cominciò il poeta “che sarà meglio cercar di risolvere questa situazione.”

“Mi spiace, Gaz” disse Ngagaz, “ma direi che lo abbiamo già fatto,”e guardò il poeta negli occhi, con un’espressione da uomo a uomo.

“Beh,”osservò il poeta, “per come la vedo io, lei vuole possedere una cosa che è mia, e io naturalmente me la voglio tenere, e questo crea un problema di appropriazione.”

“Ma quale problema? Non mi pare che ci sia nessun particolare problema.”

“Non pare neanche a me, “interloquì la zocc…Aurélia.”Assolutamente nessun problema. Noi due divorzieremo, Gaz, e noi due ci sposeremo, Ngagaz, e questo è tutto.”

“Per come la vedo io, “ le fece eco Ngagaz, “questo è tutto.”

“Per come la vedo io,”obiettò il poeta, “se questo è tutto, pensate che le possa bastare? Ho tutte le intenzioni di essere civile e simpatico, il che è una cosa, conosco a menadito tutta la problematica dell’oggetto “a” di Lacan, ma non sono affatto disposto ad arrendermi supinamente, il che è una cosa completamente diversa. Devo insistere perché mi sia concessa una giusta possibilità di risolvere la faccenda a modo mio, ma nello stesso tempo non voglio rendermi antipatico, il che è evidente, e così ho pensato a un modo di sistemare le cose all’amichevole.”

“E quale sarebbe questo modo all’amichevole?” chiese ansiosa la zoccola. Mentre Ngagaz era un po’ sulle sue, perplesso o forse anche preoccupato.

Il poeta traversò la stanza, prese un foglio di carta sulla scrivania e due dadi e tornò al posto di prima.

“Che cosa c’è scritto?” chiesero all’unisono Ngagaz e la moglie del poeta Gaz.

“Non c’è scritto niente. Adesso la troia prende i dadi e fa il lancio: i due risultati sono moltiplicabili, addizionabili e sottraibili. Facciamo una prova: ecco, lancia i dadi, Aurélia!” e porse i dadi alla donna. Che lanciò e fece: 6 e 5. “Ma che cazzo, Vuesse, vuoi giocarmi ai dadi? Ti ha dato di volta il cervello?”

“Aspetta. Stai calma: non hai un cazzo da perdere. Anzi ne hai uno in più. 6 x 5 fa 30 e chi vuole ti fa fare la Carriola; l’altro fa l’addizione: 6+5 che fa 11 e ti scopa nella dolcissima impalata; infine si fa la sottrazione:6-5 che fa 1 anche a Durazzo, da dove cazzo siete venuti a rompermi i coglioni e a farmi cornuto: ed è il modo del buon modo antico, che, quando esce davvero, si chiama un altro fottitore che fa il missionario che fotte questa pastorella.”

Per la prima volta da quando si era seduta sulle ginocchia di Ngagaz, Aurélia appoggiò il mento alla mano, e appoggiò il gomito sul ginocchio. Che, ogni volta che il poeta lo guardava, pensava che era straordinario come il ginocchio di Aurélia assomigliasse al ginocchio di sua nonna, quand’era naturalmente giovane, che, si era sempre detto, in confronto, il genou di Claire era davvero poca cosa, e la nonna del poeta non era del Capricorno, invece il nonno era proprio del Capricorno. Anche se aveva un gran fallo ma in quanto a ginocchio si capiva che a Genova c’era stato solo per imbarcarsi per Buenos Aires. Aurélia, quando si metteva così, era per il semplice fatto che la pulsione sado-anale le stava furguwunando il passaggio a sudovest:  era nel gaudio totale, evidentemente allietata dalla prospettiva di due uomini che amichevolmente  giocavano a dadi per vedere in che modo possederla, per non parlare del terzo.

“Ma, “obiettò Ngagaz, “qui escono tre soluzioni e tre modi e tre…”

“Tre cazzi,”dissero all’unisono il poeta e la moglie del poeta.

“Pretende sul serio che Aurélia prenda parte a questo immondo giochetto?”

“E’ necessario,”disse il poeta,”se vogliamo che tutte e tre le alternative possano verificarsi sempre. E’ come la faccenda del “tertium non datur”, non so se lei capisce a cosa mi riferisco. Sono sicuro che Aurélia sarà d’accordo.”

“Certo che sono d’accordo” assicurò Aurélia.  “E’ semplicemente giusto e necessario che io partecipi.”

“Te lo proibisco assolutamente,” disse Ngagaz, come se fosse già suo marito, che stronzo!

“Non essere presuntuoso, tesoro,”protestò la moglie del poeta. “Per il momento non puoi proibire un cazzo.”

“Deve  ammetterlo, Ngagaz, “ rincalzò il poeta Gaz, “al momento nessuno di noi può ordinare o proibire niente a nessun altro. Il massimo che lei possa fare è rifiutare la sua personale partecipazione.”

Aurélia girò la testa e guardò con occhi sgranati Ngagaz. Era evidente che la possibilità di una tale riluttanza da parte dell’amico non si era mai affacciata prima alla sua mente.

“Ma certo, Ngagaz,”gli disse, “se non te la senti di giocarmi a dadi, nessuno ti costringe.”

“Non si tratta solo del gioco dei dadi” protestò Ngagaz.”Pensate alle complicazioni. Supponiamo che alla sottrazione esca un 4 e…allora Aurélia …Oh, Dio, che fa? Si mette sulla sponda del letto, con il culo il più possibile vicino alla sponda del letto, e le gambe le deve avvinghiare al di sopra dei garretti dell’uomo che non conosciamo e che la deve infilzare e poi picchierà duro…e lei non deve dimenticare di imprimere alle chiappe un movimento continuo, o intermittente, come cazzo le aggrada… Insomma, non è piacevole. E poi questo tertium non datur chi sarebbe? Sarà preso di volta in volta, e quante volte in una settimana, in un mese, e se il soggetto non è quello giusto?” Ngagaz guardò accigliato sia il poeta che la moglie.

“Quindi aderisce alla proposta o no?”

“Direi di sì. Vedo che Aurélia è tutta presa dall’idea.” “Lo sono,” disse Aurélia, “certo che lo sono, Gaz, quest’ultima trovata è assolutamente geniale. Benché un tempo fossi incline a esagerare le tue virtù, adesso capisco che per certi versi non ho riconosciuto i tuoi meriti e la potenza fallica che c’è nella tua libido. In questa faccenda, hai trascurato solo un particolare, e devo ammettere che ne sono un po’ delusa.”

“Si? Quale?”

“Avresti dovuto anteporre al gioco dei dadi nell’ambito dell’esibizione preliminare per portare l’oggetto “a” dei fottitori al meridiano  non il martini ma la gazzosa.”

“Oh, già : gazzosa tra Gaz e Ngagaz e il terzo Gaz, Tretë-Gaz. Mi sono proprio lasciato scappare un’occasione di essere galante, mi spiace molto. Ma temo che sia troppo tardi per cambiare. Son sempre tre Gaz, e non abbiamo un esempio fantasmatico come quello di Charlize per il martini.”

“Aspettate un momento”, esclamò Ngagaz. “Non è che i dadi siano truccati?”

“No. Non sono truccati. Ma se vuole, usiamo le carte. In ogni modo, i dadi potete sceglierli voi due, e io sceglierò il terzo inaspettato. Va bene così?”

“E se quello non viene?” disse perplesso Ngagaz.

“Sarà uno di noi a fare anche la sottrazione.”

“Va benissimo,” dichiarò Aurélia, “e non trovo che sia molto simpatico da parte tua, Ngagaz, insinuare che Gaz possa tirare a imbrogliare, in una questione d’onore come questa. Adesso suggerirei di bere un altro martini e di comportarci come buoni amici.”

Da buoni amici bevemmo il martini, dopodiché Aurélia in mutande ci fece vedere cosa se ne faceva di una come Charlize: Oh, Gaudio, pensò il poeta, la mia Aurélia di Durrës è indiscutibilmente la signora Gaz e anche Ngagaz. Dev’esserci nella sua Herkunft la linea genetica delle gazzusare.| Alain Bonheur

[i] Cfr.Fletcher Flora, Most Agreeably Poisoned, © 1957 by H.S.D. Publications, Inc. Trad.it: Un simpatico avvelenamento, in Galateo del delitto, Feltrinelli, Milano 1965.

carta intestata gioco tre gaz