Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 4

Racconto cavalleresco ⁞ capitolo 4

31 gennaio 2012 di DBRacconto cavalleresco.capitolo 4

di Kike

Anno del signore 2012
So chic
Che eleganza

( Dal Cap. I
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone . . .)

Con la sua più totale non curanza per le persone a lui sottomesse prese a scendere i gradini della scala a girella del grande pennone. La scena vista attraverso gli occhi virginei della stagista Piera Pieri lo vede, il Plinio, vestito di un cappottino blu, molto chic, una sciarpa di seta bianca e un bel paio di scarpe di vero cuoio-cuoio, opera di un artigiano di Prato.
Tutto in Plinio è musicale.
Annotta la Signorina Pieri sul suo diario quel fantastico suono di scarpe a battere veloce sul ferro della scaletta.
Un tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn tìn alternato a uno slapsh, dovuto allo scivolone che avveniva spesso, quando cioè l’umidità dell’aria superava il 74%, rendendo così il metallo della scala scivoloso per la suola di solo cuoio-cuoio.
Plinio, seconda la famigerata e veritiera legge che vuole che l’erba cattiva non muore mai, presto si rialzava, imprecando contro la manutenzione della scala stessa da parte di quella marmaglia che lo seguiva e che nella fabbrica lavorava.
Il Guidi dispiaciuto per lo slapsh fragoroso che poteva avvenire ed avveniva nelle giornate umide-umide si prodigava, carico di cartelle e borse del suo capo-mentore, a pulirgli e ad asciugargli le terga.
Il Plinio allora si girava con quel fare da uomo carismatico ed intoccabile quale era, fulminandolo ed umiliandolo con il solo sguardo, suscitando nello stuolo di segretarie e in Piera, ultimo arrivo tra quelle galline, un moto emotivo degno di un … di un condottiero incurante della sua persona e proiettato verso quell’ignoto futuro ricco di avventure.
Ebbene sì, Piera sognava attraverso gli occhi di Plinio e Plinio questo lo sentiva, da squalo quale era.
Era pur sempre l’uomo del conte, il conte Cosmo Vangaglia.
All’umidità del clima quindi si aggiungeva quella indotta, occhi lucidi da emozione.
Il Guidi impacciato, sudaticcio, con le scarpe in gomma e carico come un mulo ne risultava poverino succube. Non solo nella realtà ma anche nell’immaginario.
Poverino è quello che pensava la sua fidanzata Patrizia, con cui Guido aveva intrapreso una relazione duratura giusto un’ anno prima dell’assunzione dello stesso alla Vangaglia Spa, nello stabilimento di Ravenna.
Lei, Patrizia, lo stava perdendo via via per colpa di Plinio che se lo portava ovunque per via del contratto capestro che il fidanzato stipulò per rispettare le scadenze del fido aperto con la banca e pagarsi la casa da loro acquistata nella tranquilla Marina Romea.
Il contratto da Guido stipulato era ben retribuito ma verteva sull’incognita V di Vangaglia che Plinio usava a suo piacere secondo i momenti. L’equazione contratto infatti era:

a : B* = t* : V
a: Guido Guidi
B: Plinio
t: tempo
V: variabile Vangaglia

* In questa particolare equazione-contratto B e t coincidono

Lei, avrebbe voluto che Guido si vestisse in modo congeniale alla sua corporatura, ma il Plinio voleva che tutti, nessuno escluso, vestissero abiti della Vangaglia.
Per questo a seconda dei reparti, delle mansioni e non per ultimo per la fedeltà alla ditta, che era anche un impero (ricordiamo infatti che all’ingresso dello stabilimento, che si perdeva all’orizzonte toccando cielo, aria e acqua contaminandoli in un solo colpo con uno spurgo, era affisso il cartello CONTEA DI VANGAGLIA —- ATTENZIONE A VOI CHE ENTRATE), c’erano capi di abbigliamento griffati Allegra Serena Vangaglia.

Un attimo di pausa

Allegra Serena Vangaglia era la più famosa stilista dell’impero, della contea.
Allegra Serena, ora trentenne, mostrò subito il suo talento artistico sin dall’infanzia facendo del taglia&cuci con gli abiti dei collaboratori domestici presenti nella dimora dove lei crebbe.
Frequentò poi la Luiss Vuitton School di Neeandherthal in Olanda dove oltre al normale corso di arte, intrattenimento, svago, flirt e viaggi poteva giocherellare con fiori e piante, anche spiritose, e esercitarsi alla pesca del nordico, che non puzza e non suda.
Per poi a maturità raggiunta, tornare sulle rive del Mare Nostrum (il Mar Mediterraneo alias Mar Adriatico alias Mar Milano Marittima), come diceva nonno Cosmo Vangaglia, e mostrare la sua pelle candida e profumata al profumo dei mille fiori facendo girare la testa ai fortunati con cui si divertiva a giocare.
Indelebile rimase la visita alla fabbrica, mai più replicata, di Allegra Serena, nell’anno del Signore 2000.
Era estate, un giugno caldissimo e l’umidità era talmente alta che in fabbrica gocce d’acqua si formavano all’interno dei capannoni.
Si presentò anche il fenomeno del tutto-si-alza, cioè dal basso via via andava su e ancora più su.
Come l’acqua anche il resto come calore, pressione, umore … finché si presentò Allegra Serena accompagnata dal nonno Cosmo, dai fratelli William II, Lorenzo, Milàn e i piccoli Simone e Giacomo.
Indossava un abito di sua creazione, molto leggero e trasparente e traspirante, di un color bianco-bianco. Le sue gambe bianche, belle e lunghe tagliavano letteralmente il piazzale come del resto i capannoni che il nonno le faceva visitare.
Allegra Serena infatti era pronta alla sua primissima personale collezione e cercava una location, la fabbrica di famiglia dello stabilimento di Ravenna sembrava infatti perfetta,  per presentare le sue idee.
Le  navi che ivi vi attraccavano, la banchina, lo sfondo molto hard del porto e la fabbrica con il suo grasso-unto ed il suo grigio-grigio predominante come, quei tantissimi ragazzi, uomini e vecchi che proprio lì all’interno di quell’impero lavoravano, erano per la diciottenne Allegra Serena una visione, una folgorazione . . .
– ‘Na botta! – direbbe in volgare un marittimo.

(sospensione)

. . . così . . .

– Nonno come stai? Ciao nonno-nonno. Ti sto telefonando da Neeandherthal e stavo sfogliando una rivista e ti ho pensato e pensavo che sarebbe bellissimo venirti a trovare ora. Perché mi manchi e sento la tua distanza distante like a shape. I wanna go to U, nonno-nonno. Sei lì a Ravenna, nella splendida Ravenna? –
– Amore mio, sì sono qui! – il nonno – Ci resterò un paio di giorni poi vado giù in Sicilia, a controllare i lavori poi di conseguenza in Ucraina e in Cina -.
– Arriverò nel pomeriggio, prenderò l‘aereo tra poco se mi prometti che mi aspetterai per il pranzo, però!.
Porterò anche un bulbo nuovo creato da me stanotte con delle amiche. Si chiama bulbo di Vang. È bellissimissimo ed è nero-nero che di notte si armonizza con la notte, … un tono su tono. C’è e non c’è … e a proposito di “C’è e non c’è” ti volevo proprio parlare di questo titolo. Come ti sembra? –
– Per cosa amore? – il nonno.
– Il titolo, come ti sembra? – Allegra Serena.
– Allegra Serena?! Il titolo per quale occasione? – il nonno.
– Non te l’ha detto la mamma?! … Io prima non te l’ho detto nonno-nonno?
– No Allegra! – il nonno.
– Che strano! Comunque ho avuto questa splendida idea. Sono pronta nonno! Non sei contento nonno?!nÈ arrivato il mio momento! Non credi nonno?! . . . -.
– Allegra?!! – il nonno Cosmo.
– “C’è e non c’è” la collezione arte & moda di Allegra Serena Vangaglia.
– Ho pensato di farl a Ravenna . . .- .

Come una novella Cappuccetto Rosso, Allegra Serena salì sul suo aereo di famiglia e volò dal nonno a Ravenna.
Allegra Serena, accompagnata da nonno Cosmo, visitò la fabbrica provocando, causa anche il contemporaneo fenomeno del tutto-si-alza, quattro incidenti mortali e sette guaribili in breve tempo, con conseguente interruzione dei lavori all’interno dello stabilimento di un intero turno.
Questo provocò altresì uno sciopero sindacale di un’ora per turno.
Ora dedita alla sensibilizzazione del prossimo alle distrazioni in ambito lavorativo e al ripristino dei danni che quel tutto-si-alza provocò.
Venne così ridotto il budget dell’evento mondano “C’è e non c’è”, presentato all’interno del Ravenna Festival del Mar&Mosaici, del 32%.
Inoltre le idee di scarto, insieme al materiale non utilizzato per la realizzazione dell’evento, furono usate dal reparto ricerca e sviluppo della Vangaglia Spa per creare una linea 4stagioni per l’operaio che in fabbrica deve lavorare duro-duro.
Il catalogo presentato all’ora del thé in chiusura del Festival, nel porticciolo turistico di MarinaMarinata, vantava questi pezzi (pezzi con cui la Vangaglia Spa dotò ogni operaio):

– elmetto protettivo giallo play-mobile,
– giubbetto ad alta visibilità arancio,
– scarpe anti-infortunistica nere,
– guanti di gomma anti pioggia di colore glou-blu,
– guanti di gomma specifici di colore nero pneumatico,
– guanti di cuoio da lavoro bianchi zebra,
– un pantalone di cotone blu tuta da operaio,
– un giacchetto di cotone blu tuta da operaio.
– giaccone impermeabile ad alta visibilità (fuori catalogo)*.

*Acquistabile al negozio della fabbrica attraverso otto ore di straordinario o con otta punti vinci-campione raccolti con le consumazioni alle macchinette presenti all’interno dello stabilimento.

Racconto cavalleresco. capitolo 4UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Si prosegue? Ah, saperlo. (db)

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Il sibaritismo di “entre” ⁞ I Promessi Sposi di Piero Chiara

Il sibaritismo di entre

 

Il pornogramma, che è fatto della voluttà omonimica sibarita e della sua simultaneità, per compiacersi della frase c’è sempre quando il fantasma ha il tra dell’oblatività, che va interpretato o almeno tracciato nella lingua di Don Ferrante de Acuña, è lui che si incunea tra: entre, “in mezzo a”; “nel tempo”, dentro de; “attraverso”, a través, por, entre, “nella relazione o nella scelta”, entre. Perché è questa l’oblatività della promessa sposa,mentre il promesso sposo è tra l’uomo e la donna e tra il mondo e il muro, l’amore e il mondo, il muro e l’amore, lei vola come una oca regale e già promessa sposa non è tra,ma entre, già ha in sé il suo essere posseduta, questa politica della lingua, che entra, comincia,mette dentro, entra, prende, entra, tratta, si mette, fino al progresso graduale, che è nella sua iconicità, nella sua iconicità assoluta, dove non può che passare il conte spagnolo, col suo linguaggio oblativo dell’entre che non è tra ma dentro de, á través por entre. D’altra parte, confrontando la tavola delle preposizioni di Viggo Brøndal[1], si potrà appurare che il tra italiano non ha la transitività dello spagnolo entre, che indica sempre la linea prescritta,la trascrive: questa linea può essere una estensione nello spazio  o nel tempo come anche una serie di numeri o di punti matematici. Essa può sublimare la realizzazione, o l’attualità, l’imperfettività e la durata. La linea di  entre è la linea della polisemia: che  tra, in italiano, Renzo non la vede,non la può vedere; che  entre, in spagnolo, e ci passano tutti dendro de, á través, por entre fino a che l’imperfettività si commuti in durata con l’apporto orizzontale della linea asimmetrica-simmetrica che riunisce le opposte qualità, di là la reversibilità delle 50 castañas, di qua la direzione e la irreversibilità, la serie numerica della giovane Castagna, che, nel dettato del suo esagramma iniziale, non può che cedere alla durata e restarne gravida nell’arco di tre anni.

 

Partner Preposizione Relazione Sviluppo Connessione con il sema

del Cavaliere di Bastoni

della Castagna

Don Rodrigo por Asimmetrica a[asimm.intransitiva] ante[asimm.inconnesiva]
Padre Cristoforo entre Transitiva

asimm.simmet.

a entre – tras

[transit.asimmetrica]

Visconti De-entre Simmetr.intransitiva a sobretras

[asimmetric.transitiva]

Don Ferrante entre Transitiva-incon.connesa entre entre- sobre – tras – en
Renzo tra Inconnessa(intr.tr./asim.sim.) di [simm.-intransiti.] a – por[asim.intrans.]
Osio[2] hasta Asim.simmetr. de[simm.-intransiti.] para[asim.inconnessa]
Don Abbondio[3] sobre Asimm.transitiva hasta a – por – sobre
Monaca di Monza[4] En

Su

Transitiva

Transitiva-asimmetrica

Frate guardiano[5] según Intrans.transitiva/simmetrica hasta ante[intr.tr.-asimmet.]
Bravo che guarda nella scollatura[6] hacia Asimmetrica-simmetrica

intransitiva

contra[asimm.simm.intr]

 

 

 

 

[1] Viggo Brøndal, Teoria delle preposizioni, trad. it. Silva editore, Milano 1967.

[2] “OSIO No. Non si tratta di metterla nel giro, per quanto ne varrebbe la pena, da quel poco che ho visto. Quando passeggia in cortile, mostra un davanti e un didietro che si è notato di raro tra queste mura”: Piero Chiara, ed.cit.:pag.164.

[3] “Don Abbondio approfitta dell’esitazione di Lucia per alzarsi, afferrando il tappeto. I danari rotolano per terra e il candeliere si rovescia. La candela si spegne, Don Abbondio si getta sopra Lucia e la imbacucca maneggiandola senza troppi complimenti”: Piero Chiara, ibidem: pag.86.

[4] “La SIGNORA (…) ( …Le si accosta, le fa una leggera carezza sul volto, poi sforandole con le dita un seno, le sussurra con aria equivoca )Quanto sei bella! Sfido io, che tutti ti vogliono”: Piero Chiara, ibidem: pag. 166.

[5] “Il frate si avvicina alle due donne, dà un’occhiata molto avida alle grazie ridenti di Lucia, poi dice:

FRATE Volete venir con me? Vi conduco subito al monastero della Signora. State però discoste alcuni passi, perché la gente è cattiva; e Dio sa cosa direbbe se vedesse il Padre Guardiano per la strada con una bella giovane…

Il frate fa una faccia zuccherosa e torna a guardare Lucia da capo a piedi. Si avvia, poi, seguito dalle donne. Si vede la faccia del Padre Guardiano che fa girare gli occhi, si lecca il labbro superiore, stringe la bocca come un assaggiatore di vini e volge gli occhi in alto”: Piero Chiara, ibidem:pagg.99-100.

[6] “LUCIA Ma si può sapere chi è? ( Cerca di allacciarsi come può il corsetto, mentre il bravo che le sta di fianco piega il capo verso di lei e le guarda sfacciatamente nella scollatura) Cosa c’è da guardare? BRAVO Ce ne sarebbe, da guardare!  Lucia, rabbonita, sorride. (…) BRAVO State tranquilla. Quando si hanno certi argomenti, non la può andar male(  le torna a guardare la scollatura).”: Piero Chiara, ibidem: pag. 1701-171.

da: V.S. Gaudio ⁞ Il Nome Proprio della Castagna

La versione di 62 pagine del testo di critica fenomenologico-polimaterica

di v.s. gaudio sui Promessi Sposi di Piero Chiara|

Quelle che la Bianca Deissi ⁞ Nettie Harris la Shoshona

Nettie Harris By Joel Brown

Quelle che la Bianca Deissi ⁞ 

Il Quoi où della Shoshona del poeta

Nettie Harris, quando la vedi, anche se non sei nella passeggiata di mezzogiorno, hai sempre pensieri morbosi: ma la cosa meravigliosa è che non hai per niente voglia di cantare. La porta e il pelo sono i sostantivi-archetipi che, quando il visionatore guarda Nettie Harris, sono come i piaceri d’amore, durano un attimo, e invece Nettie Harris dura un’eternità. Nel secolo scorso, il poeta , tra gli amori che ebbe anche come oggetto “a” della sua perenne delectatio morosa, ebbe un amore romantico, piuttosto post-romantico, però, per una ragazza il cui punctum era, come in Nettie Harris, il pelo e, correlativamente, la pelle. Ora, il poeta non sa se ci sia nell’ascendenza di Nettie Harris qualcosa che attenga alla genetica pellerossa, ma  è propenso a vederla come una shoshona, della tribù  che con gli ute e i paiote appartiene alla famiglia degli uto-aztechi. Insomma, la vede e il visionatore è dentro il paradigma, lo schema di Che dove[i] di Beckett, che è semplice come è semplice la deissi, come Bem, Nettie esce da  N e la vede:(…)

[i] Quoi où  è l’ultimo lavoro teatrale di Beckett, questo testo fu scritto tra il febbraio e il marzo del 1983.

Leggi anche Quelle che la Bianca Deissi.Il Qoui où della Shoshona (testo completo) on Uh Magazine

La potente mitezza.

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Il culo ubbidiente, come effetto-seduzione del doppio, di cui alla cartolina postale è esemplificato anche da queste placide ostensioni tratte dal Petit Catalogue des Fétichismes (Le Club du Livre Secret, Paris 1982), che contiene fotografie dello stesso periodo inerente la cartolina postale:

nella prima, lo sguardo obliquo per questa “impresa romantica” è direzionato verso la parte che si espone;

nella seconda, lo sguardo del personaggio non esiste, come nel caso della foto web, e la figura retorica è, allo stesso modo,tra polisindeto e simmetria per l’iperbole del podice: solo che in questo caso, non si è dal lato del “brivido” ma dal lato dell’”obbedienza”.

Nei due esemplari, c’è la “potente mitezza” del paradigma sentimentale,un’acquiescenza che fa presupporre un “insediamento arrendevole”. L’ombra  è sempre di tipo Passionale e riguarda perciò,anche qui, il fattore Attività, quello che dinamizza il campo cieco delle foto e carica di emozione e di affettività l’ostensione rendendola “attivamente secondaria”:cioè, la risonanza, che si ha nello stato secondario della psiche, qui ha la “potenza prolungata” della “placida accondiscendenza sentimentale”.

Lo sguardo del personaggio, l’abbiamo visto,non è verso l’obiettivo ma ha, in un caso, l’obliquità connessa alla propria sensorialità, all’atto e alla parte in ostensione. La “compiacenza tenera o serena” o l’”ubbidiente premura” è il paradigma sentimentale che si ripete in un altro esempio dell’ arte fotografica erotica di Dahmane: la modella è,questa volta, Anne,che, come Laurence,ostende quella “tranquilla sicurezza” che il paradigma sentimentale ha come effetto-seduzione dall’ombra che gli fa l’opposizione Passionale. Anche in questo caso, il fattore di innesco è l’Attività, che dinamizza la risonanza dell’emozione e la estende nella sensazione ottusa. Anne, come Laurence, è una longilinea ectomorfa dotata di un’andatura di traverso al galoppo con un orientamento direzionale diagonale (cfr. Tavola a pag.28   inimage003:Il Paradigma Indifferente).

 

→da: V.S.Gaudio ⁞Il paradigma sentimentale nell’ostensione erotica, in : Idem, La fotografia erotica ©2003 ⁞pingapaArt ⁞ ebook calaméo 2015

La casa-fantasma di mio nonno ⁞

VS vs A cerchiato sul cavalcaferrovia casello 106
VS vs A cerchiato sul cavalcaferrovia casello 106
  • La casa-fantasma di mio nonno di V. S.Gaudio
  • C’è ne “Lo Zen di Mia Nonna”(© 1999) anche la storia della casa in cui fu tenuto prigioniero mio nonno, in un paese dello Jonio alto, non quello basso in cui Teti rinviene i doppi paesi[ma anche Giulio Palange qualche storia di fantasmi, o, se si vuole, del doppio, in “La Regina dai tre seni. Guida alla Calabria magica e leggendaria”(Rubbettino, 1994) la racconta], siamo sopra, nella cosiddetta isola felice della Sibaritide[quella dell’operazione anti-‘ndrangheta degli anni Novanta chiamata “Galassia”, per intenderci bene e anche per fare un parallelo virtuale  con Pompei, quando si tratta di crolli o di sommersione], che era proprio sul corso principale del paese, il primo numero civico,o l’ultimo, a seconda  di come si alzavano al Comune e decidevano di rinumerare, e , poi, giacché c’era il fantasma di mio nonno fu abbattuta dall’amministrazione comunale gestita da un massone, che era annesso al partito dell’Avanti di Benedetto Craxi, e adesso a chi sarà connesso, indovinate un po’? Anni fa, nel secolo scorso, quando ancora la casa-prigione c’era, la nuora di mio nonno si svegliò in piena notte e vide il nonno, che era morto da almeno cinque lustri, seduto ai piedi del letto che ammazzava un pollo sbattendogli la testa sulla sponda. La nuora chiese al nonno cosa stesse facendo e il nonno disse di non preoccuparsi che lui era morto ed era venuto solo per i maccheroni della domenica. Intanto, le disse, sappi che è un grave errore invertire i numeri civici delle vie urbane: se questa casa era 1,3,5 come mai adesso è 96,98,100? A questo punto, entrò ‘zi Catarina ‘i gh’jurr e vide Rusinella che stava discorrendo con una “foschia lattiginosa e informe”[Woody Allen,”Apparizioni”] che(lei disse) le ricordava mio nonno, ma molto più brutto.Alla fine il fantasma chiese alla nuora di mettergli sul giradischi “Wish You Were Here” dei Pink Floyd , ©1975 Pink Floyd Music Ltd. , che quando era uscito lui era già morto e non aveva fatto in tempo a sentirlo, almeno fino a che all’alba doveva scomparire attraverso il muro, che dava sul corso Vittorio Emanuele III, prima che quell’albidonese massone lo buttasse giù.Perché non crediate che questo sia frutto di fantasia di un poeta, a proposito di Tonino Guerra(“Mu me la mórta/l’a m fa una pavéura che mai/ ch’u s lasa tròpa ròba ch’l’a n s vaid piò”), che era di Sant’Arcangelo di Romagna come la nuora di mio nonno era di Sant’Arcangelo(Pz) ma che sostanzialmente stava vicino a dove sono stato da ragazzo, nell’agro di Cervia, e lì, appunto, amarcord, c’era una casa, con dentro una storia triste o di fantasmi o di tragedia o di sconvolgimento assoluto dell’anima, sull’argine del Savio, tra Castiglione di Cervia e Castiglione di Ravenna :
  • Al ródi mi carétt
  • a ‘l s’è farmè,
  • a ‘l pépi ad tèra còta
  • a ‘l s’è brusé la saira
  • a fè la vègia tra i paier ;
  • i méur i è vécc
  • al crépi al vén d’in zò
  • com’è di fólmin.
  • E’ ciód dla méridiéna
  • l’è caschè.
  • (Le ruote dei carri/si sono fermate,/alla sera le pipe di cotto/si sono spente/durante la veglia nei pagliai;/i muri sono vecchi/le crepe scendono/come fulmini./Il chiodo della meridiana/è cascato.)

casa fantasma di mio nonno

Racconto cavalleresco ⁞ Capitolo 3

wordle 58Racconto cavalleresco, capitolo 3
30 gennaio 2012 di DB
di Kike
Anno del signore 2012
Re start
Ri attacco
(Dal Cap. 1.
Il poeta urlò: – guerra!! – . . .)
Tutti a quel grido, per un attimo sospesero quello che stavano facendo, poi ripresero il loro, chi, come gli avvocati ed i loro aiutanti, a guardar scartoffie, chi come il pubblico ministero a guardar torvo l’unico imputato. I giurati invece restarono quello che erano, spersi come bicchieri di carta ad un compleanno di un bambino.
– Toc – con suono risoluto e secco il giudice batteva il martello sul legno a richiamar il silenzio.
Il lavoro era organizzato e strutturato dall’alto e da poco tempo erano stati introdotti anche i controlli. Plinio era sconsolato. Plinio sapeva quale sarebbe stata la reazione del conte.
Plinio il conte lo conosceva meglio di chiunque altro.
Plinio sapeva come il conte avrebbe reagito alle sue parole!
– ¿Controllo?-
– ¿Chi osa controllare in casa mia? – urlò il conte.
– Signor conte gli addetti al controllo!- disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿Ma siamo impazziti!? In casa mia, Io, faccio ciò che voglio e per di più, Noi !!! abbiamo gli addetti al controllo! ¿Che vogliono questi che non possono fare i nostri controllori?!
O gli uni o gli altri! Non posso pagare i miei controllori e poi pagare questi! – il conte.
– Ma lei questi non li paga – disse il Responsabile per le Esternazioni.
– ¿E chi li paga questi?! – urlò il conte.
– L’Ente Preposto – rispose il Responsabile per le Esternazioni.
– E chi sarebbe l’Ente Preposto? – chiese il conte.
– L’Ente Preposto al Controllo Sicurezza responsabile della Sua contea, Signor conte, che fa parte della Grande Galassia.
Grande Galassia a cui Signor conte anche Lei deve avere riguardo.
Grande Galassia che controlla che anche nella sua Contea non ci sia sfruttamento! che tutti i diritti dei lavoratori vengano rispettati . . . – il Responsabile per le Esternazioni.
Silenzio.
Capitava che i capi turno passassero per controllare che tutte le norme di sicurezza venissero rispettate secondo le ultime disposizioni dell’Ente Preposto di quella contea della Grande Galassia.
I controlli avvenivano sempre dopo un incidente.
Poi più fino al successivo incidente.
– Questo sviliva un poco la figura dell’ Ente Preposto e della Grande Galassia. In fondo se il controllo avveniva dopo un incidente non aveva un gran senso – dicevano gli Uni.
– Ma comunque meglio tardi che mai – dicevano gli Altri.
– Ma se non c’è l’etica ed i rispetto delle regole votate da un consiglio e si cerca, per risparmiare, di essere furbi, allora si è come furfanti e non come capitani di una nave che porta con sé un equipaggio e un guadagno – aggiunsero gli Uni.
– Sì, ma se il guadagno e la nave sono del capitano, il capitano avrà pure il diritto o la libertà di . . . – gli altri.
– Di fare ciò che vuole?! – gli Uni.
– Non ho detto questo! – gli Altri.
– Ma cosa stai dicendo?! –
Giuseppe spalancò gli occhi che la sveglia strillava chissà da quanto!
Guardò l’ora: le 5 e zero-zero
Non era per nulla in ritardo.
Giuseppe si stropicciò gli occhi e sbuffò come un toro prima di entrare nell’arena.
Accese l’abatjour e si mise a sedere sul letto.
La luce lo violentò: – Ahhh!! –
Si alzò e si diresse al bagno.
Ne uscì 7 minuti dopo.
Precisamene alle ore 5 e zero-8.
Abbandonò l’antibagno ed entrò nella sala cucina.
Meccanicamente accese la luce della cappa sopra il fornello, illuminando di fatto lo spazio circostante, preparò la moka e la mise sul fuoco del fornello, che accese, per poi dirigersi nello stenditoio e recuperare i vestiti da lavoro.
Ultimo, si infilò le scarpe antinfortunistiche.
Uscì.
Scese le tre rampe di scale, aprì la porta di ingresso del condominio e si diresse verso l’auto.
– Bene – ad alta voce, poi pensò:
– Lo zaino con guanti e caschetto erano sul sedile posteriore della macchina -.
Inserì la chiave, la girò ed il motore si accese.
Il fumo caldo fece reazione con il freddo di quella mattina di gennaio.
Tutt’intorno era buio e bianco-ghiaccio.
Aspettò quei buoni quattro minuti prima di ingranare la retro ed uscire dal portico-parcheggio dove la sera prima aveva scovato quel posto che spesso non c’era.
Gli stop della seicento bianca si accesero e Giuseppe inserì la prima marcia uscendo di fatto dal condominio. Prese come sempre il lungomare in direzione della strada comunale che unisce Lido Adriano e Punta Marina sino a Ravenna, per poi proseguire, attraverso il ponte mobile, fino alla zona industriale.
Unica tappa prima della fabbrica il forno per comperare la colazione-pranzo: due enormi pezzi di pizza con carciofi.
Sono le 5 e 30 come tutti i giorni in cui è di turno al mattino, il turno dalle 6 alle 14.
Alle 5 e quaranta-5 sarà già dentro al capannone di fronte alla macchinetta distributore di bevande per prendere il primo caffè.
Alle 6 la sirena suona e comincia il turno.
Giuseppe arriva nella zona di lavoro, si allaccia le scarpe in modo ottimale, si infila il giubbetto ad alta visibilità, si stira, si “scrocchia” il collo ed emette un rutto atomico come sirena a voler dire: – Sono pronto! -.
I due colleghi che fanno squadra con lui ridono, o meglio uno ride di gusto, l’altro ne è un po’ disgustato, ma il primo ridendo dice dice al secondo: – A sé raghéz! (Siamo ragazzi!) -.
La fabbrica si mette in moto ed i suoi orchestrali di turno cominciano a suonare i loro strumenti.
Chi con i carriponte: – èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèmmmm –
– èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèèèèèèm . . . èèèèèèèèèm . . . –
Chi con i carrelli elevatori: – frrrrrrrrrrrrrr-uuuu –
– frrrrrrrrrrrrrrrrrr-uuuuu –
Le macchine sbuffano e soffiano aria.
Gli operai con le macchine tira regge slidano: -ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuuuuuu-stok–
– ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii-fuuu-stok –
Altri battono il ferro:
– sdeeeeng!!! –
– sdaaaang!!! –
Le linee di produzione tagliano in fogli di varie dimensioni tonnellate e tonnellate di ferro.
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA
capeggiava sulle teste di tutti,
lassù in alto,
ben visibile sul soffitto del capannone
Ognuno pensava al numero (quantità di prodotto da produrre nel tempo dato).
Si creava competizione, così divisione e confusione.
Poi la sirena, momento di stop e avvio.
Uno dentro e uno fuori, moltiplicato per cinquemila.
Così per tre.
Cinquemila più cinquemila più cinquemila.
Turno dopo turno dopo turno.
La musica faceva pausa per poi riprendere subito.
Le voci come note isolate erano udibili solo di notte, nella contea di Vangaglia.
Tanti musicisti, orchestrali, servi di scena e poeti e il Tutto suonava così:
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
otto ore e sirena
giù giù giù
poi
su su su
giù giù giù
poi
su su su
e sire-
na

Questo lo spartito!
Tutto quello che di umano c’era era tra il
giù giù giù
su su su
poi
giù giù giù
su su su
le vite si giocavano in quei pochi istanti scanditi dalle macchine.
UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh, sì-beh)
Saranno 5 puntate … o forse più. Come faccio a saperlo se neppure Kike – l’autore – lo sa? (db)

wordle 59from ⁞ danielebarbieri