│Oh, Françouve!


Oh, Françouve!

La posa del caffè e la psicanalisi ● 9 ▌ Françouvë

Il cappello bianco, quello che avevo quando ci guardammo, io e Lady D, quella volta che venne a Bologna, avrei voluto averlo molti anni prima, per Françoise Hardy, che, lo so, adorava vedermi col cappello bianco e avrebbe detto senz’altro : Mon Dieu, Vuesse, ça , c’est très joli!
Quello che mi piaceva di quella giovane donna era tutto, intendo tutto il corpo e la voce, e quella faccia, e il naso, le gambe, il culo, mi piaceva il culo di Françou, le cul-Françou, così lo chiamavo e lei arrivava al meridiano attorno al mio oggetto “a”, a volte non lo dicevamo nemmeno, né lei, né io, sapevamo di esserci, e c’era un non so che di, come dire, c’era una sorta di mistico bonheur nel suo canto che mi prendeva, e pensavo sempre che fosse mia moglie, con cui aveva questa assonanza, non della voce, ma dello stato apparentemente ectomorfo del corpo, che faceva pulsare la mia pulsione narcisista, d’altronde era stato sempre evidente, non facevo che prediligere oggetti fallico-narcisisti, per via della pulsione uretrale, forse, e della posa del caffè.

Il cappello bianco, il circo, “Astra”, le vent-hardy e le cul-françou

Una volta, ho saputo che Françou sapeva d’astrologia e allora, quando ero uno dei più grandi esperti mondiali di “Astra”, pensavo che un giorno o l’altro avrei trovato, nella posta che mi arrivava in via Scarsellini dov’era la sede dei periodici del Corriere della Sera in quel tempo, una sua lettera, e chissà che non mi abbia davvero scritto, e la lettera non mi è stata data, come tante altre d’altronde, per via della psicanalisi e della posa del caffè, e del punctum Mercurio/Plutone che un po’ mi fa poeta e un po’ mi fa il portatore del mistero assoluto, e delle sottrazioni subite. C’è qualcosa di forte tra me e Françou: lei ha la congiunzione Marte/Urano al Medio Cielo e io, che son più giovane e, già adolescente, avrei voluto possederla o, quantomeno, passeggiarci sotto i portici di via Roma a Torino, mano nella mano dentro la sua canzone più in voga; dicevo, io, la congiunzione Marte/Urano ce l’ho in un altro segno ma ha la stessa valenza, è quella del fallo uranico, che, in quegli anni, alla radio è con la sua voce che passava al meridiano dell’ascoltatore e del poeta; c’è che ha il Sole complementare al mio Sole, e Lilith e Chirone attorno all’Ascendente che lambisce la mia Venere in Vergine, su cui agisce la congiunzione Marte/Urano.
Anni fa ho visto un video di una sua canzone fatto dentro una giostra, e allora vedete che è per questo che avrei voluto il cappello, ogni volta che c’è la giostra un poeta ha bisogno del cappello, e anche quando c’è il circo, una volta, ero un ragazzo, una mia zia, che era originariamente una zingara, mi portò al circo in piazza, e, questo lo ricordo perfettamente, la cassiera disse non so che parola sul mio aspetto, qualcosa che, non è una parola, è una sorta di punzone semantico che, poi, resta nel tuo fantasma e, per l’eternità, sai che quella donna, quando il suo oggetto “a” verrà agitato e fatto fremere al meridiano del suo fantasma, non farà che ungerti di gaudio il tuo (-φ), benedetto sia Lacan!
Non so se, in quel tempo, ero dentro la bolla di Françou, forse no, ma è che andai al circo senza cappello e Dio che scappellamento mi fece fare quella buona donna, che non era per niente del tipo ectomorfo alla Hardy, anzi non cantava nemmeno e figuriamoci se quello che verbalizzò come punzone del suo desiderio per il gaudio del mio (-φ) potesse essere espresso con la voce chiamata Françou.
Col cappello, quando finalmente lo presi da Barbetti a Bologna, avrei voluto andarci, ma anni prima, al circo con Françou e avrei voluto che lei sentisse il punzone semantico della cassiera, hai visto che non mentivo, Françou, c’è una spiegazione a tutto questo, le avrei detto, no, non sta nella faccenda di “Astra” né nel tuo Marte/Urano al Medio Cielo, sta nel mio Mercurio/Plutone, è da lì che si affila il punzone, nessuno può farci niente, è per questo che sono Enzù, per via di questo punctum affilato da Marte/Urano, che è più maledetto del tuo, perché ha una potenza soprannaturale, che deriva dalla posa del caffè, e, certo, le avrei detto, c’è anche la ragione e la riflessione e la potenza duratura, il rigore di Saturno, come anche in te d’altronde, ma mi dici che cos’è allora che mi fa impazzire per te?
E tu avresti detto, con tutto il rigore e la serietà del tuo stato ectomorfo, non sei la Dea Eriu in un testo che avrei scritto lustri e lustri dopo la posa del caffè per la voce, le gambe e la faccia della mia adolescenza?, senza nemmeno sorridere un po’: “C’est le cul-Françou, Enzou!”

Senza che ti passasse per la testa che un giorno, per la somatologia della tua immagine, il poeta ti avrebbe messo dentro l’esagramma del farsi incontro, e tu per questo sei la dea celtica Eriu, la più casta di tutte le donne, e le tue gambe che ordiscono un complotto contro la tua virtù, e fu così che Dagda prese Eriu e quando ti sei svegliata sotto il cielo di Parigi, e il poeta scrisse che era il trigramma che condensa la tua iconica polisemia e la tua polisemica complessità, ti mettesti a cantare per il mio oggetto “a” che passava al meridiano del tuo fantasma degli anni sessanta: “Tous les garçons…”, “Le temps de l’amour”, “Tu verras”, e così le tue gambe, non era il tuo culo allora, con l’intensità del respiro, ti facevano un cavallo magro, un buon cavallo, e il vento alto e lungo, e la strettezza indicibile di quello che il monaco Severino trovò a Justine in Sade, questo sì, c’era sotto il cielo e sotto il tabu del fantasma nella libido di un poeta adolescente, insomma è così che poi capimmo che si trattava del vent-Hardy, che, Françou, adesso che siamo cresciuti e non abbiamo più pudore, si può dire che quel monaco di Sade sapeva riconoscere il soggetto del canto del vento, e, che dire?, è colpa del cappello che non avevo o della posa del caffè se non sono riuscito a definire il cammino della mia libido, e mi sono anche smarrito lungo la strada, anche se sei stata sempre dentro una massa lenta e ritmica che esisteva, e non so se può esistere ancora, tu dici che il poeta ha raggiunto la fine del desiderio guardandoti ancora dentro i tempi lunghi della posa del caffè in quelle tue immagini patagoniche e assolute tra gli anni sessanta e settanta, in cui l’isomorfismo aria-canto, è questo che avrei scritto lustri dopo, rinvia alle tecniche simboliche della purificazione attraverso l’aria, tanto che tra respiro del vento e verticalità del cielo, è qui il senso di Marte/Urano che rinserrano la barra del tuo Medio Cielo, è qui la strettezza indicibile di cui al rinvio di quel monaco sadiano, tanto che la castità di Eriu-Hardy somatizzava la metafisica del puro che sei tu Françou, che avevi il ni, che è il çakra dell’anima, sì nella testa ma era invisibile, perché stava appunto a sud, al Medio cielo, ni na klé, scriverò nel futuro lontano dalla posa del caffè, “l’anima che sale e scende” per essere il vento, il respiro delle gambe, forse anche, aggiungo adesso Françou, la strettezza indicibile per il gaudio di Enzu(vë)…

Quel vent-Hardy, con quella benedetta posa del caffè e la patagonica delle tue immagini, così invisibile, vuoi vedere che soffia in direzione dell’Enzuvë? E lo si potrà anche denominare le vent-Françou, o le vent-Franzuvë(↔Françouvë) ? E lo si percepisce per l’aroma lungo e casto della posa del caffè? ▐ by v.s.gaudio

from│pingapa

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...