Ide Dafìnashìtës

Fonte:    madfuture.com

L’apparizione di Ide Dafìnashitës
 La terra trasfonde vibrazioni continue dentro il cuore, e questo sei tu per come sei avvenuta, in quella giustezza e misura Dio, è questa la suonatrice del violino, ed è da allora che avendolo scoperto che sei impareggiabile per come sai suonare il violino, ti costringo sempre a suonarmelo il Berg, di là venendo da est un po’ dal mare e tra gli alberi, che cosa vedi un campo di trifoglio maturo ? O un prato da attraversare dopo che l’hai fatta nel sottopasso? Tra te e il canale, e il deposito che man mano lasci giorno dopo giorno lustro come se avesse la luce del sole ed è sul muschio intriso di zenzero e miele dello shummulo, c’è vento nel granoturco verso ovest oltre la ferrovia e il poeta sente il fruscio delle tue sottane quando ti abbassi a farne colare immonda e immensa contro la siccità e la stitichezza, come può il poeta coltivare i suoi cento acri se è perso nel suo Berg e nello shummulo che con un misto di corni, fagotti e Ellie Goulding ostinatamente fa sul tuo tergo così come intende la carne Merleau-Ponty e lo stesso mulino ad acqua, si chiede sempre come ti asciughi, ti porti le pietre dal mare o ne tieni una che piena come le tue natiche piegandoti la deponi un po’ più in là dove il tuo senso naturale della postura ha designato il punto giusto per deporla? In vita mia, questo si dice il poeta, non ho mai visto un podice così come il tuo dopo aver presupposto – non avendolo ancora visto – che fosse proprio così, fosse la terra che è, sarebbe della misura agraria della bisaccia, bisthes , o visto che è un podice femmina, bismori, perché nello shqip, è questa la tua lingua in cui anche il culo è femmina e lo chiami prapanicë, il poeta quando pensa al tuo culo pensa al tuo essere-femmina, che è l’archetipo sostantivo prapanicë, che è un archetipo sostantivo femminile, e dunque lo chiamerò anche bismori, perché “mori” è femminile come il tuo culo, e se vai a vedere anche lo “shummulon” se non fosse uno schema verbale è femmina, la pietra del mulino con cui moli il (-φ) quando la fai girare non la tira il tuo essere-“mulo”, che, nella lingua del tuo culo, fa appunto “mushkë” ed è femminile come “prapanicë” e come “bismori”, che, visto che sai suonarlo il mio Berg, e io so suonare il tuo, arriveremo insieme ad ararne, con lo shummulo giorno dopo giorno, almeno cento di bismori fino a che il passaggio nel sottopasso sarà ostruito dal deposito di zenzero e miele e il poeta non sentirà più il fruscio delle tue sottane quando dopo aver fatto lo shummulo ti poni a deporne la traccia con prapanicë (1) messa ad est, che è all’alba, quando ascende per mostrarsi, che il suo fantasma si fa irreprimibile e imperituro
 da:Se fosse l’antologia dell’ Ide-Dukem(…l’apparire di Ide)
 (1) “Prapanicë” è commutabile anche con “të ndènjura”, che è proprio il “sedere”, il “fondoschiena”, e in più, oltre che essere sempre femminile, è anche plurale; questo raddoppiamento del culo di Ide, che è la macina dello Shummulon, poggia sulla qualità, sull’aggettivo, di “fermo”, “immobile”, addirittura “raffermo”, di “i ndènjur”.

Nicholas Dahmane.

La modella di Nicholas Dahmane non è Ide Dafìnashitës Dafìnascìtës, quando apparve, era sì su un balcone, e pure il podice ha l’immobilità dura e patagonica della pietra per lo shummulo, ma…non è quello di Ide Dafìnascìtës !

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Con Alcione arriva la Bifaldruuna

L’ombrello rosso e la neve ed è allora che sta arrivando la Bifaldruuna…wwong-musing:

Red

Shummulon vs Shikolon

Origine dello shummulo e …Shikoloz

• [… la mitica Scicolone alla finestra(tirò su la tenda e sedette/ këshu ajò të shumullonte(così che lei potesse sciummuliare, fare la mola), ulem, shumullarka aiò(seduta, oh sta facendo la mola lei)) rappresenta al massimo, shumta, l’oggetto radicale dello “Shummulo” sia costituzionalmente che anagraficamente; addirittura il suo cognome rende speculare lo ShiKoloz, o loShiKolon„ non solo per i vetri della finestra, allo Shummulo: difatti, lo “Shikoloz” o lo “Shikolon” contiene due verbi in Shqip: 1)Shikoj, “guardare”, da cui l’imperativo Shiko, “guarda”, 2)loz, “giocare”, da cui il presente della 3a persona singolare loz, “gioca”, “sta giocando”, ovvero lo Shicoloz, e pertanto lo Shikolon, è la deissi dello Shummulo Loreniano: “Guarda, sta giocando!”

Come se tutto questo non bastasse a fare di Sofia Loren la somatizzazione ideale della Grua nella nostra Stimmung-shqip dello Shummulon, anche il nome dell’attrice condensa e ripropone perennemente il sofianico, il “trascendente che scende”, l’epifania dell’invisibile, la corporalità mioritica di cui a Lucian Blaga, Lo spazio mioritico, trad. it. Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994(cfr. anche la nota 18 nel nostro: Aurélia Steiner de Durrës, in : V.S. Gaudio, Aurélia Steiner 2, © 2005 e la nota 7 in : Aurélia Steiner di Durrës: Pikë e Gazi, in: Il limite di Schönberg di Alessandro e V.S.Gaudio, “Lunarionuovo”, nuova serie n.24, Catania ottobre 2007).Un altro percorso etimologico del paradigma “Scicolone” sarebbe questo: da un lato, Shi, che è “pioggia” e dall’altro kolonë, che è “colonna”: Shikolonë, ovvero la “colonna della pioggia”, che sarebbe un altro paradigma dello Shummulo, lo sciumulliamento della mola.

In ogni caso, va ricordato che lo spettatore, il poeta o il lettore che sia, che è invitato a guardare, shiko, è Shikues; l’occhiata o lo sguardo fa shikim.

Se il “gioco” fa “lojë” come il “giocattolo” (l’essere l’oggetto radicale dello Shummulo è essere un giocattolo radicale, una macchina, il giocattolo della mola, o della colonna della pioggia, se si vuole), la contrazione dello Shikolon potrebbe essere lo Shkulon, “strappa”, performativo di chiusura dello Shummulo e dello Shikolon, strofina, bagna, gioca, mola, finchè “strappa”…!] •

 

La bouche ou la blabouche

mianonnadellozen                                                            Fonte: fannylatourlambert.com

Origine dello shummulo orale

Ohlàlà mon Su là mon Suc
Mon Suc de Nectar
L’utérusacqueduc
Le Bélzeboubou le bel je bouche
Qui s’unge qui m’ange
Pour monter seulange
Contre toute piège la langue
Langue pange la peau mange
La bouche ou la blabouche  Belzeblabouche avec Emilio Villa

Well?

mianonnadellozenha rebloggatotribecafilm                                    Fonte: bellecs

Well?
Well, non è la tromba delle scale, non è un pozzo, forse è scaturire,
o vuoi vedere che è un pozzo, a meno che c’è del buono, sta bene,
è in buona salute e si fa dunque fonte.
Well, oh quante volte stando così lei mi chiese “Well?”
ed era questa la mia metafora preferita, era la fonte che sta bene
e allora è un pozzo nella misura consentita della sua profondità,
e un giorno mentre al solito lei mi baciava chiedendomi “Well?”
e la fune calata nel pozzo venne tirata su
e dunque vidi che era la fonte piena e da essa scaturiva
tutto ciò che c’era di buono, e mi scostai un po’ e le chiesi
anch’io “Well?” nella misura consentita dalla melodia
che lieve alla radio veniva fuori o meglio scaturiva
dalla tromba delle scale, cos’è questo , o meglio: ti piace,
è buono, ti va bene, Well?
Tanto che tu rispondesti, non c’è da preoccuparsi, di
bene sto bene non vedi che sono in buona salute,
non trovi che tutto ciò che si vede fuori dal mio pozzo
sia nell’orbita o nel paradigma del buono, Well?
Io risposi, sì, che si può dire, non vedo bene, ma
Dio santo come posso non dire che non ci sia
del buono nel tuo baciarmi, e allora lieve, la toccai
lieve, il dorso, la pelle del dorso e dissi anch’io “Well?”
Baciami ancora, Marilyn, Well, c’è del buono in questo
si vede davvero che sei tutta Well, io non posso non calare
il secchio nel pozzo, Well, sei la mia fonte, Well? E tu dicesti
ma sì che sono il tuo bene, c’è del buono in me, Well?
Amare è allora volere il proprio bene, come il Velle bonum,
trovare la propria anima nel pozzo dell’amata, o l’anima
stessa è l’amata, quando poi l’amato si ritrae dal pozzo,
dalla fonte della tua anima, allora la tua anima è perduta?
Well? Fin tanto che vado giù nel pozzo e tiro su tutto
il bene che è così buono, come un’immagine che è
così tutta intrisa di Well che va giù, si cala, nel pozzo
del mio cuore portandovi un’infinita quiete, e intanto
che tiro su il secchio , Well? mi domando se è questa
anima bagnata tutto il bene che mi è venuto, Well?

Alessandro Gaudio  Il limite di Schönberg

mianonnadellozen                                                                                                                                                        Fonte:  uhmagazine.blogspot.it

Alessandro Gaudio 
Il limite di Schönberg
Casa editrice Prova d’Autore 
Catania 2013

Questo volume raccoglie saggi e interventi pubblicati, spesso con titoli differenti e modificati nella forma, su «Lunarionuovo», storica rivista catanese diretta da Mario Grasso, eccetto un paio ospitati da «Allegoria» e dal «Ponte»; il più delle volte, gli scritti di Alessandro Gaudio sono stati affiancati da testi di V.S. Gaudio, in non pochi casi differenti o più estesi, rispetto a quelli qui antologizzati, nell’ambito della rubrica di critica e di letteratura intitolata Il limite di Schönberg.
In essa si è tentato di usare congiuntamente le armi dell’analisi, della ricerca e della letteratura (senza abolirne le differenze) nel tentativo di sintetizzare un’idea di critica che sia in grado di osservare il suo oggetto da punti di vista inconsueti, sorprendenti. Da un oggetto, da un volto, da un’immagine allo specchio, da un sogno, da un inatteso riferimento si è desunta liberamente (cioè criticamente) una regola estetica che servisse a spiegare il modo soggettivo e incerto in cui il romanzo è possibile e, proprio per mezzo della scrittura, ad affrontare la realtà (incerta anch’essa), a osservarla e a distinguerne le contraddizioni.
Così, il particolare, individuato di volta in volta, si rivela incommensurabile perché ritrova, dopo un lungo processo di condensazione (di speculazione e, con V.S. Gaudio, di drammatizzazione della creazione speculativa), un carattere nucleare, universale. Nell’oggetto incommensurabile lo scrittore, vero e proprio superstite ma anche scienziato, scopre una tensione duale, dialogica e antifrastica allo stesso tempo, che è insita nella stessa nozione di limite, che riguarda la storia, il corpo, la scrittura dell’Io, il cuore complesso, disorganizzato e continuamente ripensato del mondo e che considera quanto di tutto questo sia stato usato e tradotto in romanzo da autori come Raymond Carver, Flannery O’Connor, Philip Roth, John Fante, Arthur Miller, Henry Miller, E. L. Doctorow, Arno Schmidt, Edgar Hilsenrath, Witold Gombrowicz, John Edward Williams e molti altri.
Di volta in volta per questi autori non c’è niente che valga la pena di fare, la vita non può migliorare, la casa sembra una tomba, il rubinetto perde, la serranda è rotta e il vicino non ha un aspetto rassicurante, eppure essi continuano a scrivere, racchiudendo ogni cosa e ciascuno degli oggetti da cui si sentono incalzati in un luogo eterotopico esemplare, margine antiumano di esclusione e ombra della loro stessa vita, direbbe Shakespeare, ma pur sempre luogo di desiderio che, pur non riuscendo ad appagarsi nel pieno possesso della cosa, li rende vivi, forse proprio perché maggiormente consapevoli del loro fallimento di uomini.