Guido Morselli • Una rivolta e altri scritti

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Fresca di stampa la raccolta di articoli e racconti rari di Guido Morselli.
I trentaquattro scritti, pubblicati da Morselli su periodici e riviste tra il 1932 e il 1966, sono ora finalmente stati raccolti in volume a cura di Alessandro Gaudio e Linda Terziroli per le storiche Edizioni Bietti.
Il libro è in vendita in tutte le librerie e anche online.
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Vyakula

V.S.Gaudio
Vyakula, il turbamento della tigre

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A Goa, in India, a cavidade do tempo segura
tenro selo entre silêncio echura do mar
com o pó da terra sobros ombros
vasto mar que tem o eco em fundo do céu até
aos bosques

Di fronte al mare, c’è questa candida correlazione
di luce e lontano il rumore pietroso di chi cammina
nel buio del mondo e nulla sa del fulgore
di Aurélia Mahatašman

Non c’è il contorno preciso della luce, né si può capire
se la traccia sulla sabbia sottile dorata possa
trattenere il suo passo e niente viene su dal
mare un bacio implacabile, la sua guancia, le sue
labbra, il fruscio del suo nome

Che cosa c’è in lontananza che possa essere
un grido, un desiderio, la segreta presenza di una
promessa che illumini il mondo da dentro
che cosa c’è tra le verdi fronde di questo bosco
orofilo che è leggero come la brezza a mezzogiorno
che cosa c’è tra l’orizzonte limitato e il fresco
ventre terso se non la curva del giorno questa lucida
meraviglia del corpo questa solitudine che piega la
terra questo passo leggero che rende trasparenti le acque
del mare

la pioggia non è una cintura rosa
non è uccello, la cintura dei tuoi jeans
ha la fragilità del gemito, cinge un’acqua dolce
stringe tutta la pioggia che se c’è vento
se c’è il tuo braccio che cosa sei
un giunco o la parola di un giorno
in questa eternità nuda?
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Le parole che sono varsa, mukula,
mudra, anila, dos, våc, go
stanno dentro questa perdita o questo passaggio
o questo passo, pada,che è il segno del piede,
o la parola, il tema di una parola che un po’
prima cade giù o va, ricorre, partecipa,
che cosa misura allora un piede
il verde rossore della terra, la grazia muta
il suo piacere, la parola che cosa fu un giorno?

Iha, asti tasmin chidre lokasya yasmin vasti
Aurélia Mahtasman vasti iha yatra jaladhih tanoti eka jyotih
Yad sunoti ca gäyati vayah jaladheh bhogat .
Qui palpita, qui il mare esiste con un nome,
un sangue, l’arma del suo piede, nuda, intatta
è qui che c’è il velluto dell’ombra
dove vola il silenzio altissimo quasi azzurro
fin dove il cielo lo tiene e poi nelle tue braccia
svanisce

A.M. mi guarda delicata ragazza
dal bordo di questo mondo, vedo il suo
disegno preciso, il suo nudo così quieto
e sparso, freschissimo
questa immagine distesa là sulla riva
di Goa questo corpo nudo del bonheur
che un po’ mi tocca un po’ mi percorre
un po’ mi abita non so se come un mondo
tra le braccia, un nome, un corpo
che possiede e possiedo rotonda
morbidezza così tesa della sera

lungo questo spazio la parola
senza prima né dopo qui abita
non è uccello, non è rosa la cintura
è pioggia, un’acqua dolce di pioggia
tutta la pioggia del vento che se c’è
la lieve orma dei tuoi sandali
è come se stringessi la fragilità del gemito

che cosa vuoi, che cosa cerchi nelle fresche
acque dell’azzurro, così tenero anche
quando c’è il crepuscolo intero del solstizio
sei una pietra nella salsedine del vento
un po’ ad oriente biondo profilo che
attraversi il silenzio del mondo
io ti guardo così tangibile trasparenza
infinita della luce, mukula, corpo
che ha l’anima oltre questa attesa,
anima accovacciata sul viso del tempo
e rimani quieta, sola, dolcemente vacua

mekhalå, che è questa cinghia nuda
del sole che ti raggiunge
nel segreto di questa invasione
è davvero immobile la bellezza
šobhå è tutta luce,
che si allunga in un grande grido
che se tracciato è questa dolcezza infinita
del tuo gnomone istantaneo fulgore
con la sua schiuma costante, è lunga
un piede la carne della tua luce
šobhå é comprida um pé
mi dicesti lungo la spiaggia tiepida e unta
qui possiedimi finalmente
la turgidezza è la terra che ti aspetta
o è un uomo che ti ama?

Come dovrò chiamarla A.M. nella sua profondità
questo amore che sta tra il mare e il nulla,
questa solitudine del corpo e del mondo, che
parola sarà scritta per il suo gnomone che
ora che i suoi piedi nudi affondano nell’acqua
incrocia leggero la schiuma costante del suo
fulgore didonico?

Sarà chiamata Jala, per l’acqua, o nuvola di pioggia,
sarà per questo Jalada, oceano o Jaladhi,
Jalåšaya, che calma, che è perciò
anche Boba o Tola, per questo mi trattieni,
tolhes, tola doçura do mar

O la chiamerò Anila, per il vento, o Anika,
l’apparenza o Dos, perché sei la parte
di arco che definisce il tuo seno
e nello stesso istante sei il buio
che ha Došå, l’errore, la mancanza,
il tuo nudo bagnato altera la sera
tutto il verde paesaggio si fa
più tenero in presenza del tuo corpo
disteso, sul tuo seno, palpita Jala
quest’acqua così chiara del mare

Potrei chiamarla Mudrå perchè sigilla
il godimento o Múdha per l’aria indolente
e perplessa, questo sigillo stupito, un po’
sciocco e confuso, ti chiamerò Pada
perché hai il piede giusto dell’esserci
o Pat per come sai volare
e cadere giù, scendi, anche come Padya
hai il passo della tigre e del mare,
un po’ sei carezza del sole e un po’
sei la vasta notte che scivola lentamente
ai bordi della terra

Avrai il nome Våk o Våcå, che è la parola,
la dea della parola, perché sei un’asserzione
una dichiarazione, sei Våkya, questa vasta
solitudine del cielo, questo orizzonte lontano
e vuoto, questa risonanza così sciocca,questo
uccello che solca il mare occulto,
lo accarezza il vento , questa giovinezza
che incanta il desiderio, questo candore
così stupido come la tigre che galleggia
distesa una stella che ha il tuo sangue
ti chiamerò Våcå e sarai Vyåghra, la tigre
Vyakula, per questo turbamento che come
una frase spargi in ogni direzione, Vyåkïrna

• da: V.S.Gaudio, Aurélia Steiner de Goa

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Altissima la Cattedrale di Strasburgo

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Altissima la cattedrale di Strasburgo e Lucilla
by Ettore Bonessio di Terzet

*

cantano gli uccelli
rimbalzando i sentimenti
di chi vorrebbe parlassero

*
grandezze
non sono insignificanti e malvagi
gli uomini quando saltano un ponte
per il suicida d’acqua, quando
si stringono le mani per acchiappare
il collo di un naufrago spaurito,
quando un nemico ignaro lasciano
passare invece di colpirlo, quando
si gettano a mani nude per tirar via
fratelli irriconoscibili dalle macerie.

*

Ho ascoltato i più diversi racconti
di persone diverse che mi parlavano
del loro dio. Ma il mio dov’era
mi chiedevo contento del loro.

*

altissima la cattedrale di Strasburgo
malizioso gioco stupendo tra abati e geometri
per stupire e far sentire maggiorenti e ignoranti
niente di fronte alla metafora loro.
Un trucco come i grattacieli, solo un trucco di potere
questa splendida cattedrale che ho fotografato in millepose,
ma preferisco sant’Antimo d’alabastro andante tra verde e vento.

*

Abbiamo pieni gli occhi di sofferenze
di nero di poltiglie di sangue
di macchinazioni di ruberie di menzogne
per cui qualche stupido ha detto che
abbiamo bisogno di matrimoni principeschi.
Risvegliamo questi imbecilli che posano
gli occhi sempre per terra e non guardano
il cielo la luna le stelle le galassie e
non si domandano mai se statue dipinti
architetture musiche e bontà hanno validità
se non accompagnate dal rispetto del divino
qualunque nome li si attribuisca.
Svegliamoci alla bellezza e all’armonia
di Licini e de Stael, che stordiscano
i nostri occhi e danzino tra le sinapsi,
che espandano la loro fede nell’artepoesia,
senza più perderci nell’autodistruzione di un
narcisismo banale e nel desiderio del potere
che annacqua ogni gesto, imputridisce l’opera
che non pensiamo più soggettivo fantasma.
*

confessione e paura

Da quando entro in aula o
in luogo altro per dialogare
d’artepoesia o per discutere
le inascoltate ipotesi su
Nietzsche e Duchamp o
per avvicinarmi a Auden,
spero e chiedo che qualcuno
accompagni il mio discorso e
solo non mi lasci col sapere.
*

siamo come i fiori
che brillano d’oro
attendendo l’ape loro

*

quell’attore aveva sempre
ruoli impropri. Si ribellò e
il famoso regista lo sostituì

*

Anche sulle zanzare
non possiamo più
esercitare cattiveria,
superati dall’aggeggio
elettronico e silenzioso
che le fulmina a norma.

*

compriamo i vasetti
dai fiori più belli
trascurando le radici

*

appiccicati al quotidiano
perdiamo
il murmure dell’eterno

*

il mio consulente sta in cielo
disse, ragione di licenziamento
che aprì un profondo respiro
*

Forse eroi coloro che si uccisero
eroe forse chi resiste sino alla fine,
certo che dovremmo parlare a pochi
che parlano a pochi con parole semplici.

Ciascuno a suo modo, ma tutti tentiamo
di ridurre in parole gli oggetti, di congiungere
il mondo agli atti della mente. Saccenti e umili
stiamo nel limite, lo varchiamo, paurosi e nella paura
coraggiosi, fermi sempre all’analogia.

*

Non è gentile parlare dei morti
lasciate in pace la loro dignità qualunque sia,
ricordate quello che dissero se hanno detto
quello che dipinsero se hanno dipinto
quello che scrissero se hanno scritto
perchè quel che fecero anche se odioso
è il meglio che essi hanno potuto dare.

*

a Lucilla, nome di fantasia
Lucilla si diverte
si sente bella e capace
gode dell’amore che soddisfa.
Capiamo presto che Lucilla
non è persa, e se così non fosse
che cosa dire di Lucilla, noi delusi.

*

•[da: Ettore Bonessio di Terzet, Visioni (2010-2012)

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