Two Poems with Bukowski


Two Poems with Bukowski

BOOKS THAT BECOME FRIENDS
by Andie Bottrell

I realize I’m not alone in this
(though selfishly I wish I were)
I’ve read so much Bukowski that
he now feels like an old friend

and every book is like a letter
or a page out of his diary
that he is only ever going to
share with me.

That is exactly what all
poetry should strive
to be.

Sitting on Public Toilets
by Andie Bottrell

I don’t know why
I prefer being alone in public.
I’d rather watch than participate,
even though I know it makes people
feel uncomfortable.

You’re not supposed to enjoy
being alone.
People are pack animals,
though I’ve always been more akin
to the wolf.

In middle-school,
I was home-schooled for the latter half
and I lost all my school friends
who deemed me
too weird.

And when we moved down south,
and I had to go back to public school,
the kids ostracized me.
It was a small town
and outsiders were considered some kind
of a threat, though I’m not sure
to what.

In high school
I did some time in the public restrooms.
I guess I used to be embarrassed
about being alone, too.

I guess it’s an acquired taste,
like how I now also quite enjoy
public restrooms.

Panara has a quaint little ladies room.
I like to listen to their classical music station
while I read Bukowski
on the pot.

da: thetakakareview

Camillo Pennati ● Due Blu

by CAMILLO PENNATI ●

  • image002
    Camillo Pennati, Due blu(coll.priv.v.s.gaudio)

    DUE BLU

    Là estesi in quell’estremo stato che lo sguardo
    così maliosamente ai suoi colori esposto ne contempla
    strisce di cobalto e d’oltremare ecco i due blu
    che l’acqua degli oceani da allora infondono estriandola
    per quell’arcuato e riflessivo specchio in cui a ruotare
    non è l’aria poiché per cosmica attrazione tutto conduce
    alla fissità del sole come per questo sconfinato gravitare
    di due blu che un avvenuto e un prossimo infuriare
    sconvolgente del libeccio di lame di smeraldo sfolgorando
    incrina come d’un verde glaciale stagliato dalla stessa
    scaturigine del prisma poi a ricomporsi in una orizzontalità
    flessuosa dove di quell’intensità così riaccesa
    profondamente si riflettono mentre là avviene e qui si fa
    impressione d’una magia improvvisa e di quel suo mutarsi
    alla visione come ogni volta e nel concreto
    e nel sensibile qui d’imprescindibile bellezza si delinea.

  • Il passo di Aurélia Stuart Steiner

    image002Il passo di Aurélia Steiner strocca ammâšcânte a Praha
    by V.S.GAUDIO ●
    è in questa piazza della Città Vecchia,
    dove c’è un palazzo medioevale
    che è la casa con la campana di pietra,
    nello stretto passaggio Melantrichova che ad essa conduce,
    che il passo di Aurélia Steiner ‘nteccata strocca ammâšcânte
    tira su l’oggetto a del poeta, un po’ dentro la polka,
    come quello delle zingare di Hrabal,
    tra quello con la gonna verde turchese
    e quello con la gonna rossa satinata,
    che andavano a visitarlo sempre come apparizioni,
    a un tratto, quando ormai non le aspettava più,
    quando pensava già che erano morte,
    che da qualche parte le avevano sgozzate
    col coltello da contrabbandiere i loro ganzi,
    quelle zingare, due giovani raccoglitrici di carta vecchia,
    che la portavano dentro fazzolettoni sulla schiena,
    coi nodi enormi come quando ai vecchi tempi
    le donne portavano l’erba dal bosco,
    quelle due zingare si dondolavano per le vie,
    piene di vita in modo tale che i passanti dovevano farsi
    da parte nelle vetrine e nei passaggi,
    quell’inimitabile passo di polka di Aurélia Steiner,
    che è il mezzo passo, così rapido e di cadenza marcata
    che hanno le zingare boeme,
    come il pikë-e-gazi di Aurélia Gurgur(1)

    (1) Cfr. V.S.Gaudio, Aurélia Steiner di Durrës:Pikë e Gazi, “Lunarionuovo”, nuova serie n. 24, Catania ottobre 2007.

    [Da: V.S.Gaudio, LA CAGGIURRA DI PRAHA.AURÉLIA STUART STEINER ALIAS FURGIULIA CUTICCHJÙNA
    LA STIMMUNG-AMMAŠCÂNTE CON BOHUMIL HRABAL
    SULLA MORTE DELLA LETTERATURA © 2009]
    Istantanea 5 (30-01-2013 11-22)

    J. Alfred Prufrock e la parabola del bianco

    image002by V.S.GAUDIO
    image002

    J. Alfred Prufrock e la parabola del bianco
    La doppia Stimmung con Roberto Sanesi e T.S. Eliot
    sull’oggetto che annega nel bianco che era

    [1]
    Luce in quanto figura. ma
    tutto quel bianco ficcato nell’armadio, compatto,
    limpido e intatto in una messinscena un po’ lugubre
    di miagolii e di trine, di rantoli, unghie, delicatissimi
    pètali e casti trionfi di virtù, grumi sospetti,
    malessere stipato, ombre, vi s’accartocciano verbi,
    stridono sacrestie, vi s’annodano peli corvini
    da vecchia vassalla, insomma preme insensato,
    sebbene bianco, e farnetica, striscia, bisbiglia, senti
    che esige il suo contrario, una tela cerata, un involucro, e
    si gonfia, organismo, genera segni e fiori
    fiamminghi,
    e lei sotto il sofà languida come un tarlo,
    oblio, acquiescenza dell’oblio nel ricordo che non dimentica nulla
    boiserie per profilo canonico, ninfa Luigi XIII e simili,
    e solo in questo può dire di raggiungersi, identica, altra,
    per la pressione che infine spalanca una vita
    così impensabilmente diversa, e cioè l’anta, o il quid
    dell’armadio che la contiene, per rifluire, con qualche
    sforzo e tuttavia felice, nella formulazione nomade
    della sua stessa esistenza,
    e lei dimentica, con lo stesso movimento che potrebbe
    metterli in rapporto
    ma allora sarebbe meglio smetterla d’eccitare il
    dilemma della calce spenta, di vagheggiare l’adescamento se, priva
    d’ogni interesse verso l’oggetto in cui annega, si sposta, apre, chiude
    e torna ad essere quello che era,
    bianco, luce,
    dove soltanto il segno è plurale,
    continuamente ingannato dallo scrivere
    lo spazio non aperto del terrore è attenzione vuota che
    disabita la chiarezza del vuoto,
    o è mistero che non è niente
    dunque assenza dell’accoglimento di ciò che sfugge all’attenzione

    [2]
    nella penombra bizzarra dei fatti rivelati,
    oscillando nel vento
    con labbra screpolate d’eversori
    allora andiamo, let us go then, tu ed io,
    quando la sera si stende contro il cielo
    andiamo, per certe strade semideserte,
    la nebbia gialla che strofina la schiena contro
    i vetri the yellow smoke that rubs its muzzle
    per essere violate e celebrata
    da qualche cane postumo in nevrosi
    e vedendo che era una soffice sera d’ottobre
    sul muro della fabbrica, malinconie rachitiche
    da bassa latinità e sottocommissioni
    per il fumo giallo che scivola lungo la strada
    strofinando la schiena contro i vetri
    in tempo per prepararti una faccia per incontrare
    le facce che incontri
    il peccatore che si pente è il mistico
    che oppone resistenza prima di prendere un tè
    col pane abbrustolito before the taking of a toast
    and tea

    e di sicuro ci sarà tempo
    di spingersi in avanti
    per incontrare il passato, l’agguato dei sensi,
    graffiando dalla menzogna il silenzio,
    e tuttavia
    in the room the women come and go
    talking of Michelangelo or Paulus Potter
    nelle regioni interne di Carlgustav
    ronzano edìpodi in livrea marrone
    as the brown bunny in cui tu che le hai conosciute
    tutte, le sere, le mattine, i pomeriggi
    hai misurato la tua vita con cucchiaini da caffé
    hai conosciuto tutti gli occhi e questa Chloë
    che ha camminato con te al crepuscolo per strade
    strette lisciata da lunghe dita dicesse
    le ho viste al largo cavalcar l’onde
    pettinar la candida chioma dell’onde risospinte
    quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera
    ho udito le sirene cantare l’una all’altra

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    sì, può anche accadere
    di spingersi in avanti a riconoscere alla fine
    la persistenza di un luogo che ha gli occhi di Chloë
    che per essere di Springfield nel Massachusetts
    non è una contessa inglese che si dà alle scene(1)
    né che l’anima sua si tenda nei cieli
    attorno a queste immagini strofinatevi la mano
    sulla bocca, e ridete
    fra le tenaglie di un gemito
    le erbe ricrescono contro il linguaggio
    nel rugginoso solfito delle nuvole
    che smangia labirinti di dialettica
    let us go then
    when the evening is spread out against the sky
    let us go and make our visit
    andiamo a fare la nostra visita
    e di sicuro ci sarà tempo
    di chiedere, “Posso osare?” e, “Do I dare?”
    time to turn back and descend the stair
    Do I dare?
    Turbare l’universo?
    In un attimo solo c’è tempo
    per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà
    Chloë nell’armatura del suo dab volteggia
    sfodera mani veloci, seni da femme de chambre
    contro i rettori del mondo e delle tenebre
    nella penombra bizzarra dei fatti rivelati
    oscillando nel vento
    con labbra da blow bunny job
    non misura la sua vita con cucchiaini da caffé
    oserà turbare l’universo inginocchiata sul pavimento
    è questa la compressione di tutto l’universo
    è farlo rotolare lungo gli argini percòssi
    dalla parola: “è proibito volare”?
    Lei che ha visto al largo cavalcare le sirene
    e tu con i pantaloni di flanella bianca,
    lungo la spiaggia,
    che ne raccogli l’ombra, la traccia, la corrosione,
    è così che il corpo si ritrova, e le erbe
    ricrescono contro il linguaggio
    till human voices wake us, and we drown

    °°°

    Da La parabola del bianco, “yo me sucedo a mi mismo”, che fu quella doppia Stimmung per By Logos(2), in cui c’era la mutazione di matrice della poesia di Roberto Sanesi, al cui paradigma aggiungevo una donazione di senso da L’attesa, l’oblio di Maurice Blanchot(3), a questa doppia Stimmung, ventotto anni dopo, di The love song of J. Alfred Prufrock [1917] di Thomas Stearns Eliot, tradotta da Roberto Sanesi(4), nel cui paradigma sottentrano donazioni di senso da Des Esseintes a Quarto Oggiaro, E voi, signori, fate par pari inverso loro, Nefertiti seconda / amore mio, Dal “Tractatus” di Paulus Potter, poesie tutte di Roberto Sanesi, che, in questo autunno [“con intervalli variabili, e semitoni, / travestimenti armonici e passaggi / fra indifferenza e rigore, l’autunno / si riconferma ipocrita”](5) in cui c’è tempo “per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri”, “e tempo per tutte le opere e i giorni delle mani”, non c’è più tempo di chiedere “What is it?”. “Per questo la sorte / con la sua testa inclinata biondo-cenere / insiste con malizia a frugare i cespugli, / là dove il dubbio ha trovato riparo”(6)?

    1Come non pensare, con lo stesso movimento che potrebbe metterle in rapporto, a Chloë Sevigny che si dà in scena [in “The Brown Bunny” (2003) di Vincent Gallo, premiato a Cannes], perché a noi non competono quelle che con mirabile grazia battono la sterpaglia e spengono la voce, con la testa inclinata biondo-cenere là dove il dubbio ha trovato riparo?
    2Lacaita 1979, a cura di Silvio Ramat, Cesare Ruffato e Luciano Troisio, ma anche Fernando Bandini e Andrea Zanzotto.
    3Trad. it. Guanda, Milano 1978.
    4Cfr. T.S. Eliot, Opere, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani, Milano 1992 e 1993.
    5Roberto Sanesi, Ipocrisia dell’autunno, in Ante Rem, Scritture di fine Novecento, splendida antologia a cura di Flavio Ermini, Anterem edizioni, Verona 1998.
    6Ibidem. Non è casuale questo richiamo dell’antologia di Flavio Ermini, in cui Roberto Sanesi è tra i poeti della quinta sezione, quella de “La persistenza del senso” in cui “proseguire nella ricerca di una lingua significa allestire la scena che possa accogliere l’inquietudine e il dubbio”. Questa è la poesia di Roberto Sanesi: “La parola si muove fra persistenza e mutevolezza nella nominazione. E ne sopravanza la pienezza. Ricadendo così all’esterno della cosa. In onde non estinguibili. Dando luogo a un’altra lingua rispetto a quella del senso comune. L’unica che può giungere a sollevare lembi d’informulato. Una lingua in cui non si scorgono leggi, conseguenze, fondo. Né si distinguono radice ed erranza, silenzio e voce” (cfr. Flavio Ermini, Presentazione, in Ante Rem cit.).